Note canoniche circa la santità

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di Andrea Drigani · Può sempre suscitare qualche perplessità la circostanza che nel can. 210 del «Codex iuris canonici» del 1983 e nel can. 13 del «Codex canonum ecclesiarum orientalium» entrato in vigore nel 1991, si stabilisca che tutti i fedeli, secondo la propria condizione, devono dedicare le proprie energie al fine di condurre una vita santa e di promuovere la crescita della Chiesa e la sua continua santificazione.

Questa norma trae le sue origini dal capitolo V della Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio Vaticano II concernente l’universale vocazione alla santità nella Chiesa.

Qualcuno, in maniera superficiale, potrebbe chiedere come mai è stato inserito in un testo giuridico il dovere alla santità.

Bisogna però sempre rammentare che la Chiesa, come Corpo mistico di Cristo, come sacramento universale di salvezza, come comunione creata dall’azione dello Spirito Santo, ha il suo analogato principale nel Mistero del Verbo Incarnato e non nella società civile.

La Chiesa, come si afferma ancora nella «Lumen gentium» al n.8, è una sola complessa realtà risultante da un duplice elemento, umano e divino, priorità del dovere sul diritto nasce dallo stesso riferimento a Cristo che redime e chiama a vivere la comunione con il Padre. La comunione con Dio determina l’esistenza e la natura della comunione con gli uomini.

Nella riflessione teologica sulla santità di tutti i cristiani, non si deve mai dimenticare quanto scriveva San Francesco di Sales (1567-1623), vescovo e dottore della Chiesa nell’Introduzione alla vita devota: «E’ un errore, anzi un’eresia voler escludere l’esercizio della devozione dall’ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. E’ vero, o Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta».

Il Papa Pio XI nell’Enciclica «Rerum omnium», pubblicata il 23 gennaio 1923, in occasione del terzo centenario della morte di San Francesco di Sales, ribadiva: «Nessuno pensi che la perfezione sia destinata unicamente ad alcuni rari privilegiati, mentre gli altri potrebbero accontentarsi di un grado minimo di virtù. Al contrario, ciascuno in particolare e tutti senza eccezione sono tenuti alla stessa legge» e concludeva così: «Comprenda il popolo che una vita santa non è il dono riservato a poche persone, mentre gli altri se ne andrebbero a mani vuote; la santità è lo scopo generale e il dovere di tutti».

La legge suprema della Chiesa, come ci ricorda anche l’ultimo canone del «Codex» del 1983, è la «salus animarum», cioè quel fattore metagiuridico che è il principio fondamentale dell’ordinamento della Chiesa, ed è qui che il dovere canonico alla santità assume il suo significato più pieno e valido.

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