di Giovanni Pallanti · Padre Ernesto Balducci nacque a Santa Fiora nell’agosto del 1922, ed è morto a settant’anni in un tragico incidente stradale. Sacerdote dell’ordine degli Scolopi, era conosciuto come uomo di grande cultura e di acuta intelligenza. Io l’ho conosciuto in due dibattiti, fra me e lui, organizzati da una Casa del popolo, sulla figura di Che Guevara, e in un dibattito radiofonico su Controradio, sulla prima guerra del Golfo, voluta dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein. Aveva un eloquio tagliente, però rispettoso delle posizioni altrui. In altri dibattiti a cui avevo assistito come spettatore, aveva avuto nei confronti dei suoi contraddittori, un atteggiamento ironico e sprezzante. Con me no. E, nonostante questo, lo sospettavo troppo sbilanciato su posizioni politiche paracomuniste. Sbagliavo. Il tempo mi ha fatto riconsiderare il ruolo svolto da questo scolopio, che ha tentato di essere, in qualche modo, missionario in partibus infidelium. Un ruolo che ha tentato anche, con minor successo, un suo coetaneo anch’egli sacerdote, don Arnaldo Nesti.
Di Balducci mi è capitato recentemente in mano, un libro, <Perché i preti non si sposano?>, edito dalla Nuova Accademia, del 1962. E’ un volume che affronta ogni aspetto della castità e del celibato ecclesiastico, sia sul piano teologico che psicologico ed esistenziale. Va subito precisato che Balducci affronta questi argomenti non come religioso (ovvero come frate) che ha per obbligo la castità e l’obbedienza, che è un di più rispetto all’ordinazione sacerdotale dei preti diocesani; bensì come dono di Dio e carisma personale di chi liberamente accetta il sacerdozio come sacrificio emulativo del Cristo morto in croce per la libertà e la salvezza di tutti.
Scrive Balducci: <Nella Scrittura il celibato ecclesiastico non è chiaramente comandato. Il Signore si limitò ad esaltare la verginità, quale indice e viadi una più alta perfezione: Non sappiamo nemmeno con sicurezza se egli richiese ai suoi apostoli l’esercizio del celibato, sebbene fin dai primi secoli l’opinione dei Padri fu che gli apostoli, come si esprime San Girolamo, “vel virgines vel post nuptias continentes”>.
Questa condizione ambigua durò fino al sesto secolo. Fu con il concilio di Nicea che la Chiesa concepì la verginità e il celibato come un di più del sacerdozio , rifacendosi all’esortazione apostolica di San Paolo che raccomandava <che nessuno sia eletto vescovo o sacerdote una seconda volta . Ma pur adattandosi con saggezza ai limiti della condizione umana, egli non teme di additare all’altrui imitazione il proprio celibato, offrendone giustificazioni che da
sole bastano a stabilire la stretta convenienza fra verginità e sacerdozio. Vorrei che voi foste – dice San Paolo – senza preoccupazioni. Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore come possa piacergli, ma chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e resta diviso. Questo io dico nel vostro interesse, ma già per tendervi un laccio, anzi in vista di ciò che è decoroso e che permette di servire a Dio senza impedimenti…. E credo di avere anch’io lo spirito di Dio>.
Tutto il libro di Balducci è una esaltazione del celibato e della castità come valore universale, che fa sì che il prete sia l’alter Christus, e che il matrimonio come sacramento, ha un valore limitato dalla procreazione e dalla paternità e dalla maternità umana, per sua natura mortale. Mentre la paternità sacerdotale, a imitazione di Cristo è universale e destinata all’eternità. Un libro interessante, da rileggere per riconsiderare la testimonianza intellettuale e cristiana di Ernesto Balducci.

