Papa Leone e l’archeologia cristiana. Il centenario del Pontificio Istituto

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di Francesco Vermigli · È una perla per la teologia – in particolare, una perla per una teologia che sappia farsi ispirare dalla storia – la Lettera Apostolica di papa Leone XIV in occasione del centenario della fondazione del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, avvenuta l’11 dicembre 1925 con il m.p. I primitivi cemeteri di papa Pio XI. Si tratta di quella istituzione che ha sede presso il quadrilatero a due passi da Piazza Santa Maria Maggiore (assieme al Pontificio Seminario Lombardo, al Pontificio Istituto Orientale e al Pontificio Collegio Russicum) e che – in coordinamento con la Commissione di Archeologia Sacra e la Pontificia Accademia Romana di Archeologia – volge il proprio interesse accademico alle emergenze dell’archeologia cristiana delle origini. La sollecitudine dei papi per l’archeologia cristiana si è manifestata prima della fondazione del PIAC (ritornano alla memoria i nomi del padre Giuseppe Marchi e del grande Giovanni Battista De Rossi in pieno ‘800). Ma, come si diceva all’inizio, la presente Lettera Apostolica è come una perla per una teologia che si sappia far ispirare dalla storia.

L’archeologia come scuola di incarnazione. È il primo snodo tematico di notevole interesse. Si dice, cioè, che per una fede come quella cristiana che trova la propria ragion d’essere – che è poi anche l’elemento discriminante rispetto a qualsiasi religione – nell’incarnazione del Figlio unigenito del Padre, «l’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole [quelle di 1Gv 1,1 subito sopra citate]. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne». Tanto che nel tempo di Natale che stiamo ancora vivendo, queste considerazioni acquistano un senso e una densità del tutto particolari. Perché «il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente».

L’archeologia cristiana è scuola di incarnazione anche per un altro motivo. Quelle emergenze archeologiche che attraggono gli studiosi sono spesso frammenti di storia, residui di una cultura e di una società. Ebbene – come nota la Lettera apostolica – l’archeologia cristiana è anche un appello all’umiltà, sul modello di quello che accadde in quella mangiatoia a Betlemme tanto tempo fa: «scavando tra le pietre, tra le rovine, tra gli oggetti, essa ci insegna che nulla di ciò che è stato toccato dalla fede è insignificante». Anche il frammento e il residuo raccontano una storia intrisa di fede; e si tratta di un messaggio forte in faccia alla cultura dello scarto e del consumo. E alla cultura dello scarto di ciò che non serve – perché non più attuale o perché non coerente con il comune mainstream – subentra la cultura della custodia, della conservazione, della tutela.

Una memoria per evangelizzare. Dopo aver trattato della dimensione incarnatoria di una teologia che si faccia ispirare dall’archeologia, la Lettera apostolica si rivolge ad un altro tema, non meno importante: l’archeologia cristiana non è mossa da un semplice e, in definitiva, vuoto e autoreferenziale antiquariato; essa, piuttosto, aiuta «la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi […] e ci invita a continuare questo processo di inculturazione, perché il Vangelo oggi possa ancora trovare casa nei cuori e nelle culture del mondo contemporaneo. In questo senso, non guarda soltanto al passato: parla al presente e orienta verso il futuro». Ecco, l’archeologia cristiana – così intesa – diventa parte integrante di quel grande processo ecclesiale che consiste nel costruire il futuro sulla memoria viva dell’esperienza credente del passato. Perché la Chiesa – come un organismo vivente – non procede per rotture e per lacerazioni, ma per crescita, per progressiva assimilazione, per riattualizzazione, per rinnovamento di ciò che rimane permanente alla radice.

Saper vedere oltre: la Chiesa tra tempo ed eternità. La Lettera apostolica dà un’ulteriore indicazione per la teologia che si voglia far ispirare dall’archeologia cristiana: «in una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica […] una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia». Ma quella storia non è qualcosa di limitato al passato e alla materialità delle cose che passano e si degradano: perché quella materia ci fa intuire una dimensione che trascende i secoli e il tempo, perché quella storia, quelle cose, quella materia sono ciò in cui è avvenuta la Rivelazione e la sua trasmissione.

Il documento papale si chiude con un appello accorato a coltivare la memoria perché il presente torni a vivere e a fiorire: «Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza. Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti».

Se intendiamo così l’archeologia, essa davvero appartiene alla virtù della speranza.

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Francesco Vermigli

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