Papa Leone parla agli universitari in Camerun

889 500 Francesco Vermigli
  • 0

di Francesco Vermigli · Nel lungo viaggio apostolico di papa Leone XIV in Africa (soltanto di spostamenti aerei, si è calcolato che il pontefice abbia coperto oltre 18mila km), spicca un ampio e denso discorso tenuto all’Università Cattolica dell’Africa Centrale, a Yaoundé in Camerun, il 17 aprile scorso. Di questo discorso vogliamo prendere alcuni passaggi fondamentali e recuperarne gli snodi principali.

La vita universitaria un’esperienza comunitaria… Dopo i saluti di rito e un breve ricordo storico circa la nascita di quella Università (fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale), il primo spunto degno di nota è l’appello che il papa fa a intendere la vita universitaria come un’esperienza comunitaria. A fronte dell’individualismo moderno che si riflette anche in uno studio disperso e frammentato, invitare gli studenti a pensare che l’Università sia un luogo e un’occasione di amicizia e di condivisione è già di per sé un elemento che ha un aspetto profetico. Ma aggiungere che tale esperienza ha di mira la ricerca comune della verità, introduce un ulteriore elemento (questo caratterizzato da un maggiore contenuto) che serve a sviluppare il seguito dell’intervento. In queste righe iniziali, un brano chiarisce quello di cui stiamo parlando, appoggiandosi ad una citazione di Newman: «Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, “tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui” (S. J.H. Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97)».

per formare coscienze libere… Cercare la verità, rendere questa ricerca un’opportunità di crescita insieme personale e comunitaria, fare in modo che la fede compia la sua opera allargando gli orizzonti del sapere e nello stesso tempo dare alla fede la possibilità di inculturarsi (aprendosi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali), tutto questo serve a creare menti libere, spiriti critici che trovino nella fede e nella ragione come le due ali per mezzo delle quali far volare il pensiero, per rievocare la celebre immagine usata da Giovanni Paolo II in testa alla sua enciclica Fides et ratio del 1998 («La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità»). Così dice papa Leone: «Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia».

e condurre un mondo in cambiamento… Il papa prosegue notando come il mondo universitario cattolico non dovrebbe temere le cose nuove e tuttavia mette in guardia dal rischio che le nuove tecnologie (e l’intelligenza artificiale) siano da un lato fonte di inganno, dall’altro nota come esse siano connesse immancabilmente ad uno sfruttamento delle risorse della terra: «I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità». Ancora una volta, il recupero di un tema specifico nelle parole del papa si collega all’invito a servire la verità nel discernimento attento delle potenzialità e dei rischi delle novità del mondo.

verso una formazione integrale dell’uomo. È un po’ il leitmotiv dell’ultima parte del discorso: quella in cui ogni tratto dell’insegnamento accademico ricevuto, ogni passo dentro alla vita universitaria come esperienza comunitaria, ogni relazione ha lo scopo di servire all’obbiettivo di formare integralmente la persona umana. Un obbiettivo di cui si apprezzano le ricadute per il bene comune: «È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune».

E i docenti? Non siano da meno… Un ultimo, per quanto breve, appello viene rivolto da Leone a coloro che svolgono nelle Università il ruolo di docenti. Questo ultimo invito fatto ai docenti potrebbe essere restituito con queste parole: “siate quello che insegnate!”. Sono parole che fanno appello alla coerenza, all’esempio, alla testimonianza: «Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana».

image_pdfimage_print
Author

Francesco Vermigli

Tutte le storie di: Francesco Vermigli