Piazze in rivolta, l’urgenza di ascoltare e capire il disagio dei giovani
di Antonio Lovascio · Non è ancora un ritorno al Sessantotto. Non c’è nessuna voglia di rivoluzione, anche se a volte affiora nelle manifestazioni giovanili qualche atto di violenza contro polizia e negozi, sempre da condannare con fermezza come gli atti di guerriglia avvenuti nel centro di Milano. E da prevenire con tutti gli strumenti tecnologici a disposizione dell’Intelligence statale e delle Forze dell’ordine, più che a colpi di decreti che lasciano il tempo che trovano se non sono accompagnati da un’attenta analisi, con risposte palpabili, delle motivazioni che creano malessere, rabbia e ribellione. Una febbre contagiosa che allarma gli apparati di sicurezza.
Il minimo comun denominatore che emerge dai cortei è la protesta per cose concrete: il carovita che aggrava le disuguaglianze e si abbatte pesantemente sulle famiglie (l’Istat ci dice che cinque milioni e mezzo di italiani vivono sotto la soglia di povertà e che l’inflazione è arrivata al più 5,4%, come nel 2023 sulla spinta del Covid); le aule delle scuole che cadono a pezzi, gli insegnanti che mancano, i percorsi di accesso alle Università discriminanti e la crescente difficoltà di frequentarli per i fuorisede, data l’impossibilità di trovare un alloggio a prezzi equi. Insomma le cause che hanno portato in piazza gli studenti di tutta Europa. Il carovita determinato dal perdurare logorante delle guerre che ha fatto impazzire il prezzo delle risorse energetiche e che sta mettendo in ginocchio non solo gli autotrasportatori che rivendicano sostegno, ma diversi comparti delle nostre economie.
La precarietà è un ostacolo che paralizza, che crea sfiducia in tutto quanto viene rappresentato dalla Pubblica Amministrazione. E allontana sempre più i nostri giovani dalla politica. Non credono più alle promesse del governo anche se la nuova legge di Bilancio – varata con un occhio proteso alle prossime elezioni politiche del 2027 – lascia trasparire qualche modesto segnale di attenzione verso le nuove generazioni. Ma non basta. Il disagio giovanile è un tema centrale nei recenti interventi di Papa Leone XIV, che ha più volte richiamato la Chiesa, le famiglie e le istituzioni a un ascolto profondo, evidenziando diverse fragilità tipiche del nostro tempo, tra cui: famiglie ferite e complesse dinamiche domestiche; solitudini digitali, legate a un uso totalizzante e isolante della tecnologia; sentimento di inadeguatezza e forte timore davanti a un futuro percepito come incerto. Le scuole e gli ambienti educativi sono chiamati a essere una “casa” e luoghi di accoglienza sicuri, capaci di stimolare l’intelligenza, la fede e la ragione senza far pesare la paura di sbagliare.
Vogliamo evitare un nuovo Sessantotto? Qualche buon consiglio lo sta offrendo a più riprese su “Avvenire” il sociologo Mauro Magatti docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ritenendo che, come nel ’68 , i giovani siano ancora una volta il sismografo di una frattura profonda che segna il tempo. Allora la rottura si espresse come ribellione contro un ordine percepito come soffocante; oggi si manifesta come ritiro, ansia, smarrimento, rabbia senza bersaglio. Ma il segnale è lo stesso: qualcosa, nel modello che abbiamo costruito, si è inceppato. È il fallimento di un’idea di sviluppo che si esprime nella policrisi – economica, ecologica, geopolitica, demografica, educativa – e nei tanti problemi quotidiani che stanno alla base del disagio giovanile: la precarietà che rende impossibile progettare la propria vita, le città che espellono, la scuola che fatica a generare senso, le relazioni sostituite dalla connessione, un futuro percepito per lo più come minaccia e non come promessa. Di analisi ne sono state fatte tante. Forse persino troppe. Ora bisogna agire.
Servono uomini e donne capaci di cambiare schema, di uscire dalla ripetizione di ciò che non funziona più. Capaci, soprattutto, di rompere l’incantesimo dell’impossibile: quella convinzione sottile, diffusa e paralizzante, secondo cui le cose non si possono cambiare. “Per ricostruire, pezzo dopo pezzo – è la “ricetta” suggerita da Magatti – quel tessuto sociale ed economico che oggi va in frantumi. Questo lavoro comincia nel piccolo. Dentro le proprie comunità ‒ il quartiere, la parrocchia, l’associazione, la scuola, la famiglia ‒ dove si può tornare a offrire ai ragazzi non solo servizi ma legami, non solo attività ma responsabilità vere. E dentro le imprese, che possono scegliere di essere non soltanto macchine di produzione, ma luoghi di formazione e di fiducia: spazi dove un giovane trova qualcuno che scommette su di lui, gli affida qualcosa, lo accompagna”.
Ma secondo Mauro Magatti, il piccolo, da solo, non basta. “Serve anche il livello politico e istituzionale. Le esperienze generative rischiano di restare isole se non incontrano politiche capaci di riconoscerle, sostenerle, moltiplicarle. Servono istituzioni che non si limitino a gestire l’emergenza, ma che indichino con chiarezza quali risorse intendono liberare e investire per aprire un nuovo ciclo di crescita che veda protagoniste le nuove generazioni. Un Paese che invecchia e che riserva ai giovani le briciole non può poi stupirsi del loro disagio. Piccolo e grande, insieme. È questa la sfida dei poeti sociali del nostro tempo: tenere unite la concretezza del gesto quotidiano e l’ambizione di cambiare le regole del gioco. I ragazzi non ci chiedono altre parole. Ci chiedono di vedere che qualcuno, finalmente, è davvero disposto a rimettersi in cammino insieme a loro”. E’ un buon promemoria per la politica, se non vuole che i giovani si allontanino sempre di più, creando allora sì – irreparabilmente – tutte le premesse di un nuovo Sessantotto.