di Gianni Cioli · Ha suscitato una certa curiosità e non poche perplessità la serie di quattro conferenze tenuta da Peter Thiel a Palazzo Taverna, nel centro storico di Roma, promossa dall’Associazione culturale bresciana Vincenzo Gioberti e dedicata all’inquietante tema dell’anticristo. Gli incontri, annunciati senza un titolo ufficiale e circondati da un’aura di esclusività, si sono svolti a porte semichiuse. Più che lezioni, gli incontri sono sembrati – da quanto è trapelato – momenti pensati per costruire un certo immaginario: esercizi di costruzione simbolica in cui l’imprenditore della Silicon Valley, fra i fondatori di PayPal, fondatore di Palantir e creatore di Founders Fun, ha intrecciato teologia politica, immaginari apocalittici e retoriche dell’innovazione davanti a una platea selezionata, lasciando volutamente nell’ombra i temi più concreti del suo potere tecnologico che, in realtà, pare invece il lato più inquietante di tutta la vicenda. È in questo contesto che vanno comprese le categorie di anticristo e katechon, evocate con disinvoltura dal tecnocrate.
Nel ricorso di Peter Thiel a concetti come anticristo e katechon (ciò, o colui, che – secondo 2Ts 2,6-7 – tratterrebbe il mistero dell’iniquità che è già in atto), si intrecciano genealogie teologico‑politiche molto diverse, accostate ecletticamante, che vanno da Vladimir Sergeevič Solov’ëv a John Henry Newman, da Carl Schmitt a Leo Strauss, da René Girard a Curtis Yarvin. L’anticristo, per Thiel, esprime, per così dire, il volto oscuro della modernità democratica che, come l’Anticristo nel noto racconto di Solov’ëv, sotto la maschera di una falsa filantropia irenica prometterebbe un’emancipazione ingannevole, caratterizzata peraltro da quella frammentazione dottrinale che, secondo le riflessioni di Newman, potrebbe contrassegnare la fine dei tempi. Il katechon, al contrario, assume per Thiel la forma dell’élite tecnologica e teconocratica, a cui egli stesso si fregia di appartenere: una reinterpretazione dell’idea schmittiana della forza che trattiene il caos, combinata con l’idea straussiana di una conoscenza riservata ai pochi e con la proposta yarviniana di un’aristocrazia tecnocratica capace di governare senza i vincoli della democrazia. Sullo sfondo emerge la lettura girardiana della crisi come perdita dei meccanismi di contenimento della violenza, lettura che Thiel riprende e modifica per affermare che solo l’innovazione (anzi l’accelerazione tecnologica) potrà impedire il precipitare della società nel conflitto generalizzato. Il risultato è una “teologia politica” che demonizza la democrazia come principio dissolutore (e con essa il diritto internazionale e i relativi Organismi che lo gestiscono, l’ambientalismo, la cultura woke ecc.), mentre sacralizza l’élite tecnologica come unico potere in grado di trattenere il collasso dell’Occidente. (M. Dotti, I pericolosi azzardi della teologia politica di Peter Thiel, in .Con, la rivista del Centro Culturale di Milano, numero 85, 13 marzo 2026: vedi ).
L’aura di mistero che circonda gli interventi di Thiel – inviti selettivi, luoghi appartati, un linguaggio che mescola teologia politica, apocalisse e cultura start‑up – funzionerebbe, a giudizio dei critici, come una cortina che distoglie lo sguardo dai terreni più concreti e controversi del suo potere, come le applicazioni militari della sua tecnologia in grado analizzare dati complessi (Palantir) e il suo ruolo nelle politiche di sorveglianza e deportazione negli Stati Uniti (M. Lentini, La finanza europea scommette su Palantir: 27 miliardi di dollari per la “creatura” di Peter Thiel, in InsideOver: vedi). Come osserva Alessandro Mulieri, in una recente intervista, questa strategia non è un semplice vezzo stilistico: è la forma contemporanea di un marketing politico che si nutre di suggestioni premoderne e di un immaginario esoterico, per costruire un’élite di “iniziati” e legittimare un progetto apertamente antidemocratico. La nostalgia per gerarchie naturali e ordini immutabili, combinata con l’esaltazione dell’iper‑moderno tecnologico, produce così una nuova grammatica dell’autoritarismo: un fascismo aggiornato all’era dei big data, che trasforma la retorica della stagnazione tecnologica in un argomento ideologico contro ogni forma di regolazione pubblica (G. Branca, Peter Thiel a Roma, «Marketing politico sotto mentite spoglie», in Il Manifesto,16 marzo 2026: vedi).
A queste allarmate considerazioni politiche aggiungerei un’osservazione di ordine teologico spirituale. Avevo a suo tempo esposto le mie perplessità di fronte all’emergere di questi “cristi” (nel senso sarcastico di aspiranti salvatori dell’umanità) “ricchi” e “tecno-mistici” e al decisivo contributo offerto da Theil alla affermazione politica dell’attuale amministrazione USA (vedi). Ora se si guarda ai valori che paiono affermarsi, sempre più nettamente, nella prassi e nelle esternazioni di quella classe politica al cui successo i tecnocrati di Silicon Valley hanno concorso, si fatica a riconoscervi qualcosa dello spirito evangelico. Sono portato a definire tali valori “anticristiani”, non nel senso che siano riferibili alla figura dell’anticristo, la cui prerogativa, secondo l’epistolario giovanneo è quella di negare che Gesù sia il Cristo (1Gv 2, 22) e non riconoscere che egli sia «venuto nella carne» (2Gv 1, 7), ma nel senso che si contrappongono nettamente allo spirito del vangelo.
A ben vedere, l’interesse suscitato dagli interventi di Thiel non riguarda tanto l’anticristo, quanto la disponibilità di alcuni ambienti (anche cristiani!) a lasciarsi affascinare da una visione del mondo che con il cristianesimo ha ben poco a che fare.
Per mostrare il paradosso, ho provato a riscrivere le Beatitudini secondo la logica di quel mondo:
Beati i ricchi di beni materiali perché di essi e il dominio del mondo.
Beati i gaudenti perché non necessitano di consolazione.
Beati i violenti perché s’impadroniscono della terra.
Beati quelli che si pascono dell’ingiustizia perché non mancano di che saziarsi.
Beati gli spietati perché non inciampano nella misericordia.
Beati gli insinceri perché non vedono se stessi.
Beati gli artefici di guerra perché sono chiamati padri dell’uomo.
Beati i persecutori privi del senso della giustizia perché di essi è il regno della terra.
Beati voi quando vi loderanno, vi acconteranno e mentendo diranno ogni sorta di bene nei vostri confronti…
Se questo è l’immaginario che si propone come argine al caos, allora la domanda non è chi sia l’anticristo, ma quanto siamo disposti a diventare anticristiani.
Per questo, più che moltiplicare le speculazioni apocalittiche, sarebbe forse il caso di tornare all’essenziale: meno anticristo, più cristianesimo, più vangelo.

