di Filippo Meli · Fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia dal 2024, ha conseguito la Laurea in Scienze Bibliche a Roma e il dottorato in Teologia Biblica e attualmente è docente di esegesi biblica alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale. Di recente ha pubblicato per Rizzoli “Quello che siamo basta. Il libro di Ester e l’arte di esserci davvero” il quale è un testo di carattere più spirituale che di esegesi in senso stretto.
Il punto di partenza, esplicitato direttamente dall’autore, sembra essere il tema dell’apparenza e del come mostrarsi agli altri: secondo Pasolini viviamo in un’epoca in cui l’imperativo categorico sembra essere l’esposizione costante. Sui social network, nei rapporti professionali e persino in quelli affettivi, siamo spinti a mostrarci, a performare e a indossare maschere per timore di non essere all’altezza. Questa premessa così esplicita, ci permette di dedurre in modo semplice chi siano i principali destinatari di questo libro. Si tratta evidentemente di un testo rivolto a giovani in formazione o comunque a chi cerca un libro di spiritualità, ma vive in un contesto dove il tema dell’apparenza e della visibilità sono costanti.
Per fare questo percorso Pasolini sceglie di partire da un testo biblico spesso trascurato, ossia il libro di Ester. La storia di questa giovane donna orfana e abituata a vivere ai margini accompagna il lettore passo dopo passo verso una vera e propria “grammatica interiore”; ci mostra che le maschere, all’inizio, possono fungere da scudi protettivi necessari per entrare nelle trame complesse della società; tuttavia, il vero traguardo umano e spirituale consiste nell’imparare a deporle progressivamente.
Ciò che rende il testo particolarmente affascinante è il realismo con cui Pasolini guarda alle vicende umane. Il libro di Ester non edulcora la realtà, non promette soluzioni magiche e non nega la violenza o l’ingiustizia del potere. Al contrario, ci ricorda che il destino non è mai totalmente sottratto alla responsabilità degli esseri umani. Esiste sempre un margine fragile, fatto di gesti quotidiani, parole pronunciate con coraggio e scelte di autenticità, attraverso cui la storia può svoltare.
In questo contesto narrativo in cui il nome di Dio non compare mai esplicitamente, l’autore evidenzia una presenza divina discreta, che agisce silenziosamente nelle pieghe degli eventi. Questo rende il libro universale, capace di parlare tanto ai credenti e non solo.
Quello che però è importante comprendere è che questo libro non è un manuale di auto aiuto intriso di ottimismo superficiale, ma un invito rigoroso e al tempo stesso profondamente empatico a riscoprire il valore del silenzio, della vulnerabilità e della discrezione. Un testo accessibile che accompagna il giovane lettore ad uscire dall’ansia della perfezione, ricordando che per fare il bene ed essere autenticamente presenti non occorre travestirsi da eroi, ma accettare coraggiosamente la misura di ciò che si è.
La struttura stessa del libro è evidentemente pensata per un pubblico giovane o per un itinerario spirituale strutturato: brevi capitoli di poche pagine ciascuno che permettono per esempio una lettura quotidiana in modo accessibile, oppure di selezionare un passaggio piuttosto che un altro, magari come punto di partenza per una riflessione.
In conclusione, questo libro, anche nella sua parte di stampo filosofico, è estremamente interessante anche e soprattutto perché lo è la domanda di partenza. Accessibile e di buon utilizzo per chiunque voglia approfondire l’argomento, ma soprattutto un ottimo commento al libro di Ester da leggere e riscoprire.

