Ravvivare il dono. Il papa parla al clero (di Roma e non solo…)

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di Francesco Vermigli · Lo scorso 19 febbraio, giovedì dopo le Ceneri, Leone XIV ha incontrato il clero di Roma nell’Aula Paolo VI: il discorso del papa ha preceduto un ampio confronto con i preti provenienti da tutta la diocesi. Lo spunto iniziale è stato preso da un brano molto celebre della Seconda Lettera a Timoteo («ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te»: 2Tm 1,6), ma la sua applicazione è stata pastorale; vale a dire, non tanto rivolta al singolo e al singolo prete in particolare. Paolo invita a ravvivare, ha detto Leone XIV, «una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale». L’abitudine, cioè, stanca la pratica pastorale e smorza il fuoco delle origini. Per questo – rivolgendosi ora invece direttamente alla diocesi di Roma – il papa dice che «il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo». Concretamente sono tre i modi con cui ravvivare il fuoco della pastorale a Roma e che potremmo sintetizzare in queste formule: precedenza all’annuncio, camminare insieme, vicinanza ai giovani.

Precedenza all’annuncio. La pastorale ordinaria delle parrocchie appare agli occhi del papa affaticata su qualcosa che può distogliere da ciò che conta e che rivendica la priorità. La pastorale (classica… aggiunge il papa) come quella che vivono le parrocchie ha necessità di un’inversione di marcia, per quanto attiene al rapporto tra annuncio e sacramenti. La priorità dei sacramenti dell’iniziazione, dice il papa, è concepibile in una società cristiana; ma in una società che chiede un nuovo annuncio e una nuova evangelizzazione, le parrocchie sono chiamate, proprio su questo, a invertire l’ordine delle priorità. E aggiunge, più in particolare, che «l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie».

Camminare insieme. È un tema che nel discorso del papa appare strettamente collegato a quello precedente. La priorità dell’evangelizzazione richiede collaborazione, unione, comunione; dal momento che tutto questo appare un compito che trascende le capacità di una singola parrocchia di oggi. La parrocchia non pare più misurata dalla residenza e dal legame del singolo e delle famiglie con il territorio, come accadeva in una società più statica; essa piuttosto conosce la fluidità e la mobilità dell’epoca moderna: proprio per questo nessuna parrocchia può bastare a se stessa, come se si trattasse di un monolite sufficiente per quel territorio e replicabile in ogni contesto; soprattutto non può bastare a se stessa per quanto attiene al compito del nuovo annuncio. Nella realtà sociale ed ecclesiale di oggi «occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative».

Vicinanza ai giovani. È il terzo ed ultimo argomento che viene ad articolare il discorso del papa. La consapevolezza di Leone XIV sui giovani di oggi è che essi richiamano la Chiesa ad una responsabilità nei loro confronti: «si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza». Proprio per questo è richiesto alla Chiesa di accogliere i giovani, condividere la loro vita, mostrarsi vicini in ogni occasione. Ma il tema dei giovani nelle parole del papa sfuma nel tema connesso dei giovani preti. A loro rivolge parole di incoraggiamento, a loro chiede di rinnovare la fedeltà alla relazione con il Signore e a non chiudersi mai in sé stessi; cercando rapporti sani e fecondi con i confratelli.

Queste ultime considerazioni con cui si chiude il discorso, hanno costituito l’ideale passaggio dall’intervento del papa al dialogo che Leone ha tenuto con il clero di Roma. L’appello alla comunione presbiterale, alla gioia dell’abitare insieme, alla vicinanza tra i preti, agli affetti sinceri e all’empatia è stato come il fil rouge delle risposte che il papa ha dato alle domande dei preti. Si potrà forse notare in questo invito accorato a vivere la dimensione comunionale dell’essere preti l’origine agostiniana di Prevost e l’antico sogno (concretizzatosi in una regola) del vescovo di Ippona alla fraternità presbiterale.

Quel che sia lo spunto di tale appello accorato, è proprio questo appello che esce dai confini della diocesi di Roma e raggiunge i preti di tutto il mondo. Perché è vero che il papa ha parlato al clero di Roma, ma il teologo e il canonista sanno che proprio in quanto vescovo di quella città, il papa è il pastore di tutta la Chiesa…

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Francesco Vermigli

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