Si è appena celebrata la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che Papa Leone XIV ha intitolato “Custodire voci e volti umani”, espressione emblematica dal forte appello alla necessità di coniugare il rispetto della dignità umana, la giustizia sociale e la solidarietà universale con la sfida della tecnologia digitale dei nostri giorni, l’Intelligenza Artificiale, richiamando a un’etica della tecnologia centrata sull’uomo per “un nuovo umanesimo digitale”.
La tecnologia, in modo particolare oggi per le novità di cui parla il Papa, richiama gli operatori dei media, alla necessità di un’etica, “in un tempo segnato da guerre e sofferenze, in un contesto di rapido sviluppo tecnologico e automazione”. Ma l’etica dei media è il problema di sempre per la finalità e la responsabilità che ha l’informazione e per i mezzi con cui essa si diffonde.
Nel 1931, Giovanni Papini, introducendo una pubblicazione fiorentina dal titolo Il ragguaglio dell’attività culturale e letteraria dei cattolici in Italia, poteva scrivere: “I cattolici italiani esistono, studiano, scrivono e pubblicano più che la turba dei periodicisti e dei critici non immagini. Da qualche tempo a questa parte, anzi, ci son segni di rinvigorimento e d’una più fresca fioritura: ai religiosi si aggiungono sempre più folti e ardenti, i laici e i veterani, i giovani o quasi giovani. Siamo arrivati al punto che certi libri cattolici son letti perfino dai non cattolici – avvenimento inaudito per l’Italia moderna – e che in quei medesimi giornali dove non si parlava di religione, anche soltanto dieci anni fa, che a proposito di preti o di pettegolezzi vaticani, compaiono articoli dove si discorre di mistica e di tomismo, di liturgia e di santità” (G. PAPINI, Entratura, in AA. VV., Il ragguaglio dell’attività culturale e letteraria dei cattolici in Italia, Firenze, 1931, pp. VII-VIII).
L’affermazione di Papini trovava non pochi riscontri nella realtà editoriale e culturale cattolica di quegli anni ove è possibile individuare una crescita non trascurabile sul piano di un impegno culturale serio e solido. Basti qualche esempio.
La casa editrice Desclée di Roma riproponeva in quegli anni i suoi studi teologici, filosofici, storici, completava la stampa della monumentale Storia dei Papi di von Pastor e pubblicava l’opera del Grisan, Roma alla fine del Medio Evo.
Nel campo dell’editoria scolastica prendeva piede e si affermava la Società Editrice Internazionale di Torino, sia per quanto attiene alla pubblicazione dei testi di religione, sia sul piano degli studi umanistici, con le sue collane di classici, ma anche con opere di carattere agiografico, mistico, storico e filosofico.
A Brescia dal 1926 era nata e si era affermata la Morcelliana, frutto di un forte impegno culturale, civile ed ecclesiale che ebbe protagonisti uomini come Fausto Minelli, Mario Bendiscioli, G. B. Montini, padre Bevilacqua, Alessandro Capretti.
La Morcelliana ebbe il merito di far conoscere alla cultura e al pensiero cattolico italiani i fermenti e le voci del cattolicesimo europeo, soprattutto tedesco e francese. Nel 1927, tradotto da Bendiscioli, usciva L’anima cristiana dell’Europa di Hilaire Belloc, Santa Teresa d’Avila di L. Bertrand, San Paolo del Baumann, San Bernardino del Goyau. Sarebbero seguiti autori come Adam, con Cristo nostro fratello, Maritain con I tre riformatori, Guardini con Lo spirito della liturgia. Nel 1938 veniva affidata alla acuta sensibilità culturale di don Giuseppe De Luca, la collana “Per verbum ad Verbum”, dedicata alla pubblicazione di opere ascetiche.
Nel 1928 era nata, per iniziativa della FUCI, la Società anonima cooperativa editrice Studium, la cui produzione appare orientata, nella fase iniziale, a pubblicazioni utili alla formazione culturale e religiosa degli iscritti, ma con il non nascosto obiettivo di far sentire una voce nel dibattito culturale contemporaneo e nelle università italiane.
Da ricordare ancora editrici minori come la Libreria del Sacro Cuore di Torino che nel 1930 pubblicava la Teologia morale e dogmatica del Berthier, assieme a opere dedicate alla pietà, alla devozione, alle indulgenze, dirette soprattutto ai sacerdoti e ai giovani. Sempre a Torino non va dimenticata la Lice di Roberto Berruti, per i testi sacri e i catechismi di ascetica.
A Firenze operava la casa editrice di Giulio Giannini con opere di dantesca, ascetica e mistica (affidata a Guido Battelli), francescana, agiografica con succinte vite di santi e con libri illustrati per bambini. Particolare attenzione l’editrice Giannini dedicava al teatro offrendo non solo i classici italiani dal Seicento in poi, ma anche una collana di lavori teatrali morali che dovevano rappresentare “una preziosa risorsa per filodrammatici”, dimostrando “come sia possibile fare del teatro divertente e anche commuovendo senza l’adulterio, il suicidio o l’omicidio, senza isterismi né frenologie”, (Le case editrici cattoliche, in AA. VV., Il ragguaglio dell’attività culturale e letteraria dei cattolici in Italia, Firenze, 1931, pp. 481-484).
A Brescia, oltre la Morcelliana, troviamo la Queriniana e la Libreria editrice Vittorio Gatti che nel 1931 pubblicava le Meditazioni sul Vangelo
di Bossuet e la collana di agiografia “I grandi cuori”. Infine, va ricordata l’attività editoriale della Pia Società San Paolo per l’apostolato della stampa, mentre, nel Mezzogiorno, si segnalava la vecchia casa editrice Michele D’Auria, affermatasi soprattutto in campo liturgico e in materia di oratoria sacra e ascetica. Né va dimenticato il peso e l’importanza di una casa editrice come la Marietti di Torino e Vita e Pensiero fondata da padre Gemelli durante la prima guerra mondiale, divenuta poi l’editrice dell’Università Cattolica di Milano.
Ma accanto all’editoria erudita e culturalmente più avvertita esisteva anche una editoria popolare che si espande e prende piede, comincia a circolare tra i giovani dell’Azione Cattolica e tra i sacerdoti, in ambienti popolari, spesso refrattari alla letteratura, offrendo sussidi e strumenti alla preghiera, alla meditazione spirituale, offrendo con linguaggio semplice e accessibile momenti di storia della Chiesa, biografie di personaggi, di pontefici, di martiri, di santi, di giovani esemplari. Si privilegia l’immagine della fortezza dei santi, l’obiettivo della costruzione della civiltà cristiana con il rifiuto dei falsi miti del mondo moderno, presenti nello spettacolo, nella moda, nei divertimenti, nell’edonismo dilagante. La cultura religiosa assume forme soprattutto catechistiche in grado di offrire definizioni e formule sicure. Gli avversari sono individuati nel comunismo e nel liberalismo e, a partire dal 1938, nel neopaganesimo predicato dal nazionalsocialismo hitleriano.
Indubbiamente, in molti casi, i temi ricorrenti nella stampa e nell’editoria popolare cattolica degli anni Trenta possono apparire funzionali agli scopi e agli interessi del fascismo. Si parla di patria con accenti palpitanti, si richiamano i cattolici al rispetto delle autorità, ai propri doveri di cittadini, si sottolineano i valori della famiglia, della sobrietà dei costumi, del risparmio, del sacrificio, si condanna il celibato e il controllo delle nascite, la vita frivola e borghese, si esalta il lavoro, la vita sana, la famiglia numerosa. Si stigmatizza con parole di fuoco e spesso con immagini truculente la politica ateista in Unione Sovietica, gli eccessi anticlericali nella Spagna repubblicana, si esalta il mito di Roma. Queste coincidenze tra le tematiche cattoliche e la propaganda fascista di quegli anni riflettono, in realtà, aspetti tradizionali e tipici di una cultura nazionale popolare con precise connotazioni rurali, più che aspetti peculiari dell’ideologia fascista. In effetti quegli stessi valori, principi, giudizi sono presenti nella cultura popolare d’ispirazione cattolica dall’Ottocento in poi, soprattutto nell’ambito di una società contadina rimasta estranea ai processi di industrializzazione capitalistica e sociale tale da influenzare la cultura, il comportamento, il costume.
Questa editoria e questa stampa penetrarono nelle case degli italiani e rappresentarono a volte l’unica lettura di una famiglia e l’unica fonte di informazione, gli unici modelli sicuri da imitare, soprattutto nella provincia, nei centri rurali dove la parrocchia si era assunta anche il compito di fornire gli strumenti della informazione, della acculturazione, dell’evasione, del gioco, dello sport, del tempo libero.
Nel contesto dell’Azione Cattolica la maggiore vivacità culturale è offerta dalla FUCI di Montini e Righetti che in qualche modo sembrano porsi su una linea divergente rispetto alle posizioni di padre Gemelli e della Cattolica. Alla Base di Montini e Righetti c’è la convinzione che ogni discorso culturale doveva passare attraverso l’apertura al mondo moderno, all’incontro con i suoi valori e al rifiuto di qualsiasi avventura che portasse a dissapori con l’autorità ecclesiastica, ma anche di qualsiasi scelta che togliesse all’organizzazione cattolica la sua autonomia dal regime.
Questo ambiente vivace e preparato dell’azione Cattolica Italiana si interrogò, in particolare, sulla crisi della civiltà verso la quale appariva avviato il mondo contemporaneo. Fallimentari vengono giudicate le esperienze totalitarie di destra e di sinistra. Nazismo e comunismo vengono accomunati in un unico giudizio negativo. Le stesse democrazie occidentali sono giudicate esperienze fallimentari. Una crisi che rendeva palesi le conseguenze dell’abbandono di Dio da parte degli uomini e della necessità di un recupero in chiave cristiana, attraverso un nuovo umanesimo e la ricerca di una nuova cristianità. Una prospettiva nella quale si coglie con evidenza l’influenza del pensiero cattolico francese da Mounier a Maritain.
Al di là dei diversi orientamenti culturali e delle diverse esperienze vissute dal mondo cattolico fra le due guerre, l’obiettivo centrale e comune sembra essere senza dubbio quello di ricristianizzare il mondo che sembrava aver smarrito gli antichi valori della fede. Su questa linea si mosse la Chiesa di Pio XI e su questa linea si muovono anche uomini di cultura come don Giuseppe De Luca che si fece portavoce di questa profonda esigenza di cristianizzare il mondo in tutte le sue espressioni, compresa la cultura, che occorreva viverla, come lui affermava, da “cristiani autentici, integrali”.
Su questa base nasceva nel 1929 la rivista fiorentina “Il Frontespizio”, di cui De Luca fu in gran parte l’ispiratore. I temi che lo caratterizzarono, soprattutto nei primi anni di vita, furono innanzi tutto la necessità che la cultura cattolica “si presenti come integrale, onnicomprensiva, indifferente ai generi, ai modi, ai campi di studio e riassuntiva di tutta una tradizione che solo alla luce del cattolicesimo stesso diveniva predominante ed esauriente, al tempo stesso che era verificata”.
Questa complessa e articolata realtà del mondo cattolico italiano era destinata a subire l’impatto duro e traumatico della seconda guerra mondiale, di cui si fece fatica a cogliere le ragioni, di fronte alla quale ci si pose nella convinzione di dover subire una nuova e severa “punizione divina”, che solo l’arma della preghiera e il ritorno al rispetto dei valori cristiani poteva attenuare.
La guerra contribuì a fare della Chiesa, proprio di fronte al crollo di tanti miti e tante illusioni, un punto di riferimento credibile. Ma la guerra fu anche alimento per una fede e una pietà popolare ricca e spontanea, che si alimentava nella speranza e nell’attesa del miracolo e della salvezza.

