Dopo la pubblicazione dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, il binomio carità intellettuale e custodia della persona umana è al centro del dibattito sull’etica. L’intento del Pontefice – che unisce in modo unico una rigorosa formazione scientifica a una solida preparazione teologica e filosofica – è chiaramente quello di proporre una bussola per orientare lo sviluppo tecnologico (soprattutto l’Intelligenza Artificiale) e il sapere umano verso la difesa della dignità e del bene comune. Questo concetto è stato rilanciato con forza per proteggere l’essere umano dalle derive informatiche. I progressi legati all’IA rischiano infatti di ridurre la persona a un mero dato. La carità intellettuale impone invece di indirizzare l’innovazione verso il rispetto della giustizia sociale e della destinazione universale dei beni. Occorre quindi non limitarsi a subire il cambiamento, ma educare a un uso consapevole, possiamo dire anche critico, delle nuove tecniche, ponendo sempre al centro il valore sacro della vita umana.

Docenti e studenti dell’ISIS “Gobetti-Volta” di Bagno a Ripoli (Firenze) alla celebrazione dell’80° anniversario della rivista “Città di Vita”
Lasciando a teologi e intellettuali culturalmente più attrezzati il compito di approfondire i contenuti dell’Enciclica, vorrei qui richiamare le radici storiche della Carità intellettuale, tema che ritorna appunto di grande attualità per raccontare solide esperienze. Come abbiamo visto recentemente a Firenze – con i contributi dell’Arcivescovo Gherardo Gambelli, del neuroscienziato Stefano Mancuso e di padre Antonio Di Marcantonio – nel convegno celebrativo degli 80 anni della rivista “Città di Vita” ora diretta da padre Franco Buonamano. Parliamo di una storica espressione di Carità intellettuale, legata al complesso monumentale francescano di Santa Croce, tuttora punto di riferimento di dialogo spirituale, culturale e civile non solo fiorentino, con uno sguardo rivolto pure a giovani e studenti delle scuole secondarie, con l’impegno in redazione di Silvia Bargellini. Per rappresentare la sua storia, basta ricordare le firme autorevoli di scrittori e intellettuali che nel tempo vi hanno collaborato per 40 anni sotto la guida di padre Massimiliano Rosito (che nella notte di Natale 1966 fece commuovere Papa Montini, accompagnandolo a visitare il Crocifisso di Cimabue ferito dall’inondazione) e poi sotto quella di padre Antonio di Marcantonio. Nomi importanti: Giorgio La Pira, don Luigi Sturzo, Piero Bargellini (sindaco ai tempi dell’alluvione, che abitando in via delle Pinzochere 3 sentiva la vicina Basilica come la sua casa) , Eugenio Garin, Carlo Betocchi, Nicola Lisi, Vittorio Vettori, Geno Pampaloni, Rodolfo Doni, Margherita Guidacci, Carlo Bo, Mario Luzi. Con loro il grande incisore Pietro Parigi (autore di numerose copertine) alle cui opere è stato dedicato un museo. Senza dimenticare l’apporto meno lontano offerto da Sergio Givone, Francesco Gurrieri, Cristina Acidini, Antonio Natali e dagli intellettuali che si sono succeduti nel consiglio dell’Opera. Nata nel 1946 come organo degli Studi Teologici, anticipando di fatto il Concilio Vaticano, la rivista ha saputo creare un incontro fecondo tra pensiero sacro e cultura laica. Nel più autentico spirito francescano, dimostrando – ieri come oggi – che la “carità intellettuale” si esprime non attraverso trattati accademici, ma come un amore vissuto che eleva la mente, educa alla bellezza del Creato e promuove un pensiero di Pace, che non dobbiamo stancarci di invocare oggi in un mondo devastato dalle guerre, che moltiplicano sofferenze, disuguaglianze e povertà.
Se Papa Leone XIV ci prospetta la Carità intellettuale in chiave moderna, i suoi predecessori dal secondo Novecento , a partire soprattutto da
San Paolo VI, ci hanno lasciato copiosi insegnamenti. Richiamando tutti una delle grandi figure dell’Ottocento, il Beato Antonio Rosmini, al quale si deve la definizione della “triplice dimensione della Carità”. Egli spesso usava i termini consueti, però il suo genio non si fermava a leggere l’etichetta, ma era capace di penetrare nella realtà profonda che questi termini indicavano, affermando che c’è una carità materiale, una carità intellettuale e una carità spirituale. Verità e carità sono unite da un legame fondamentale: la ricerca e lo studio della verità sono parte imprescindibile di un autentico servizio di carità e, al tempo stesso, la carità vissuta ed esercitata, porta l’uomo ad una conoscenza sempre più piena della verità, fino ad aprirsi al dono di Dio e a lasciarsene possedere. È per questo che bisogna: «custodire […] contemplare e indagare la verità, promuovendone in modo ottimo ed instancabile la conoscenza fra gli uomini» (cfr. Costituzioni dell’Istituto della Carità, n. 789).
Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo- lo ha efficacemente sottolineato l’arcivescovo Gambelli – la Carità intellettuale non può essere rinchiusa nei recinti dei Centri di ricerca o riservata solo agli “addetti ai lavori”, ma deve animare e sostenere la costruzione di una rinnovata prossimità, come Papa Francesco ha indicato nell’Enciclica Fratelli tutti (cfr. nn. 3-4). Urge, quindi, che quanti sono coinvolti nell’investigazione scientifica scoprano la responsabilità storica del loro impegno nei diversi ambiti del sapere, superando la tentazione di isolarsi in sfere particolari, per promuovere una nuova cultura della conoscenza. San Paolo VI parlava di tale sfida quando diceva: «L’uomo moderno ha la fame e il possesso dei mezzi, ma non ha l’ansia dei fini. È un gigante cieco». Papa Montini nutriva una profonda ammirazione per Rosmini. Ne studiò a fondo l’opera, incoraggiandone la divulgazione e promuovendone l’attualità spirituale e sociale, nonostante all’epoca alcuni scritti del filosofo fossero ancora all’indice. San Giovanni Paolo II ha difeso strenuamente la capacità della ragione umana di raggiungere la verità, mettendo in guardia dai pericoli del relativismo. Lo snodo fondamentale di questo pensiero è racchiuso nell’enciclica Fides et Ratio del 1998, dove definisce fede e ragione come “le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza alla contemplazione della verità”.
Benedetto XVI ha fatto della carità intellettuale un pilastro del suo pontificato. Ha valorizzato profondamente Rosmini (beatificato nel 2007), definendo la sua opera come un modello di “carità intellettuale”, intesa come lo sforzo di purificare l’intelligenza umana attraverso la fede, evitando che la ragione si chiuda in se stessa L’Enciclica Caritas in Veritate (2009) è la massima espressione della sua visione. Papa Ratzinger ha insegnato che la carità ha bisogno della verità per non diventare sterile o sentimentale. Senza una verità oggettiva, lo sviluppo umano, la giustizia e la globalizzazione rischiano di perdere il loro orientamento etico.
Ora nel suo magistero, in particolare nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas , Leone XIV non rifiuta il progresso tecnologico, quanto quella che lui chiama la “sindrome di Babele”, l’ideologia di un profitto, la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale. In parole povere: l’espressione della “cultura della potenza”. Ieri gli interlocutori erano gli Stati, oggi sono privati che con le grandi risorse a disposizione vogliono dettare l’agenda ai governi. Solo per profitto personale. Non certo per “Carità intellettuale”.

