«Saremo capaci di rinunciare a vincere?» (Card. Martini)

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di Leonardo Salutati · Circa 30 anni fa, nel novembre del 1993, a 50 anni di distanza dalla fondazione del Movimento Federalista Europeo, il Card. Martini intervenne ad un convegno internazionale dedicato al destino dell’Europa, offrendo una riflessione (qui) incentrata su come poter trasformare i conflitti in convivenza, le identità in dialogo, le nazioni in una casa comune fondata sul diritto, sulla responsabilità e sulla pace, e ponendo provocatoriamente una domanda: «saremo capaci di rinunciare a vincere?».

Un interrogativo che si poneva in modo dissonante rispetto al comune modo di pensare dei tempi di allora, ma che offre motivi di ispirazione e di incoraggiamento con sorprendente attualità anche ai tempi odierni, caratterizzati da profonde incertezze, dall’arretramento del diritto internazionale di fronte al “diritto del più forte”, dalla difficoltà dell’Unione Europea a definire la propria identità.

Radicalmente lontano dalle logiche di potere e dai nazionalismi esasperati, Martini indicava nel federalismo europeo, nella maturità morale dei popoli e nella centralità della persona, le condizioni per un futuro condiviso, non solo per l’Europa, ma per l’intera comunità internazionale.

Il momento che a quell’epoca il continente europeo stava attraversando era cruciale, trovandosi «di fronte a un’autentica ora storica, scattata quasi inaspettatamente verso la fine del 1989» che si era incontrata «con un lungo processo di unificazione in atto da diversi anni, almeno in Europa occidentale».

La popolazione europea si trovava «in una situazione inedita di libertà» che, tuttavia, poneva una domanda cruciale circa la direzione che questa libertà avrebbe dovuto assumere. Il percorso si presentava pieno di ostacoli perché il tentativo di costruire una casa comune era chiamato a confrontarsi con regole di convivenza spesso non condivise, «antiche diversità e rivalità etniche e culturali, sopite, calpestate e non risolte durante il dominio comunista, risorgevano con veemenza, ponendo l’interrogativo circa il valore e il significato delle nazioni e delle loro culture e circa i limiti e il superamento dei risorgenti nazionalismi».

Nel frattempo, si stava assistendo all’«assurdo conflitto» nella ex Jugoslavia, una parte di Europa in cui si presentava un problema di nazionalità e di etnie che non riuscivano a trovare un “modus vivendi” accettabile da tutte le parti. Contemporaneamente era latente un conflitto tra due tradizioni europee, quella dell’ovest e quella dell’est, a cui si aggiungeva il confronto tra la vecchia Europa e l’Islam.

Tra gli aspetti fortemente negativi della situazione dell’epoca, ma anche di quella a noi contemporanea, si poneva il risorgere di nazionalismi esasperati, che stavano trascinando molti popoli in una spirale dolorosa di violenze. Perciò, annotava il Cardinale, «dovremmo tutti e ciascuno, avvertire la necessità e l’urgenza di distinguere adeguatamente tra nazionalismo e patriottismo; di discernere tra sentimenti nazionali positivi e negativi, valutando adeguatamente l’idea di “identità nazionale”; di riconoscere e difendere i diritti delle minoranze contro la tendenza a ogni uniformità schiavizzante; di ricercare formule che, superando l’immediata identificazione tra “stato” e “nazione”, consentano a popoli diversi di vivere in un’unica entità statale vedendo pienamente salvaguardati i propri diritti e la propria identità».

Ne emergeva che la vera sfida con la quale, ancora oggi, dobbiamo confrontarci, consisteva «in un interrogativo che non è: chi vincerà tra est e ovest, tra nord e sud, bensì: saremo tutti capaci di rinunciare a vincere, cercando una nuova integrazione che trasformi il conflitto in una gara di mutuo servizio e di accoglienza tra culture diverse, in una sintesi a misura di uomo e di cittadini, in una grande federazione, patria di tante piccole nazioni e culture?». Il Card. Martini vedeva tale situazione come una «”resa dei conti” che è posta davanti ai cittadini europei e di questa “resa dei conti”, l’alternativa tra federalismo o nazionalismo è indubbiamente un aspetto importante e nevralgico».

Se, come proponeva Pacem in terris; per realizzare la pace sulla terra occorrono poteri pubblici in grado di operare in modo efficace sul piano mondiale (cf. n. 45), il Cardinale osservava che «L’Europa nella quale è sorto lo stato nazionale con le sue ideologie e i suoi limiti, può e deve offrire l’esempio di un vero governo sovranazionale e di un’autentica democrazia internazionale. La sua missione storica consiste anche in questo, nel realizzare una tappa ulteriore verso la costituzione auspicata dal Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes di “un’autorità pubblica universale da tutti riconosciuta la quale sia dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia, rispetto dei diritti (n. 82)”».

In particolare, agli Europei, cui il Trattato di Maastricht riconosce una cittadinanza comune, bisognava «garantire una partecipazione reale, da cittadini, alle grandi scelte dell’Europa, togliendo la sensazione che l’Unione europea sia solo un’opera di vertice, che non interessa la gente. Solo così sarà possibile una sintesi politica fondata sul rispetto delle persone e dei gruppi, ma nello stesso tempo sulla disponibilità di persone e gruppi a compiere sacrifici per il bene comune dell’intero Continente».

A tale riguardo, ricordava ancora Martini «che se l’unità europea si potrà realizzare, non sarà per la geografia, né per la storia o la lingua e neppure per il convergere di diversi interessi emergenti. L’unità sarà piuttosto il frutto della libera volontà dei popoli, che a sua volta presuppone ed esige un’autentica maturità morale. Occorre, perciò, che si operi per realizzare un’autentica e diffusa democrazia, dove il libero consenso dei cittadini sia mosso da valori ideali a dalla scoperta e suscitazione di interessi comuni, cioè di un bene comune europeo, e dove gli strumenti istituzionali, anche a livello continentale, siano autentica espressione della sovranità popolare».

Libera volontà dei popoli, autentica maturità morale, autentica e diffusa democrazia, libero consenso, valori ideali, bene comune, autentica sovranità popolare, volontà di rinunciare a vincere, centralità della persona, erano i temi richiamati dal discorso del Card. Martini che, da sempre appartengono al ricco bagaglio della Dottrina sociale della Chiesa, che oggi più che mai converrebbe studiare e meditare.

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Leonardo Salutati

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