Tradizione: il peso di una parola

di Francesco Vermigli · Ci sono parole che più di altre hanno un peso nella Chiesa. Parole che appartengono alla sua storia, che stanno lì da sempre, ma che ritornano a galla talvolta all’improvviso: evocate, cioè, in contesti particolari o a partire da situazioni ed episodi specifici; parole che suscitano dibattiti teologici, parole che dividono. Tra queste, una ritorna con frequenza nell’esistenza quotidiana della Chiesa di oggi, eppure si tratta una parola che sa di antico. La parola è la parola “tradizione” e questo pezzo è dedicato a tale parola.

Negli scorsi mesi, le catechesi del mercoledì di papa Leone XIV sono state dedicate alla presentazione della Costituzione dogmatica Dei Verbum: ne abbiamo parlato in un precedente articolo su questa rivista: (vedi) La catechesi del 28 gennaio scorso è stata dedicata al rapporto tra Scrittura e Tradizione, per come esso viene presentato da quel documento conciliare. Quello del rapporto tra Scrittura e Tradizione fu uno dei punti più delicati dell’intera storia del Vaticano II; mediante il rigetto e il conseguente superamento dello schema presentato in aula, ancora ispirato alla dottrina delle due fonti della Rivelazione. Nella Dei Verbum la Tradizione appare come uno dei due modi – assieme, cioè, alla Scrittura – della trasmissione dell’unica Rivelazione che è avvenuta nella persona di Gesù Cristo. In altri termini, la Rivelazione è la persona di Cristo e la sua missione, mentre la trasmissione di quella unica Rivelazione che è Cristo, avviene attraverso la Scrittura e la Tradizione. Vi è un unico deposito della fede («la sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa»: Dei Verbum, 10), perché unica è la sorgente da cui Scrittura e Tradizione provengono («la sacra Tradizione, dunque, e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine»: Dei Verbum, 9).

Ora, l’immagine del sacro deposito – cioè, l’immagine di un tesoro che conserva le ricchezze e da cui esse possono essere estratte (un po’ sul modello dello scriba sapiente, di cui parla Gesù, che, come un padrone di casa, estrae dallo scrigno cose nuove e cose antiche, cf. Mt 13,52) – potrebbe dare adito ad una percezione un poco statica della Tradizione: la Tradizione sarebbe quell’atto ecclesiale che estrae qualcosa che c’è da sempre, ma che solo in determinati contesti e a partire da particolari necessità viene tolto dallo scrigno. La teologia più avveduta (questo già nell’Ottocento dei grandi: l’Ottocento dei Möhler e dei Newman, intendiamo…) ha preferito e preferisce rifarsi ad altre immagini, più dinamiche e più vitali della Tradizione. La Tradizione allora appare in questo caso come l’appropriazione storica e progressiva, sotto l’assistenza dello Spirito santo, che la Chiesa fa di se stessa e dell’unica Parola di Cristo. Se ci facciamo ispirare da immagini di questo genere – in cui la Tradizione acquista i tratti di uno sviluppo, di un approfondimento, di un’appropriazione – apparirà forse non del tutto convincente la celebre frase di Vincenzo di Lérins, secondo il quale è autentico quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est; perché quello che la Chiesa crede talvolta non riusciamo a sapere se sia stato creduto ovunque, sempre e da tutti.

Non v’è dubbio che uno dei punti più dolenti degli accesi dibattiti odierni sulla Tradizione è l’ambito liturgico: le recenti vicende lefebvriane hanno di nuovo riposto la questione liturgica (così implicata anche nella storia del Concilio, come si sa) al centro del dibattito intorno alla Tradizione. Non vorrei appesantire il pezzo con troppa erudizione; scelgo di fare un riferimento personale. Nelle scorse settimane, impegnato in un campo in Val Pusteria con un gruppo di adolescenti della mia comunità, in un giorno piovoso abbiamo scelto di andare a visitare Innsbruck: qui ho costretto questo gruppo di aspiranti maranza a visitare la Chiesa dei gesuiti della città tirolese, per pregare per la teologia sulla tomba di Karl Rahner (e la piazza davanti alla Chiesa è intitolata proprio al teologo originario di Friburgo in Brisgovia; non ho chiesto l’intercessione di Rahner, ci tengo a dirlo, ho pregato il Signore per la teologia cattolica, davanti alla sua tomba, semplicemente…). Ma la cripta accoglie anche le spoglie mortali di un altro grande gesuita del ‘900: Josef Andreas Jungmann (nato austriaco nel 1889, ma il cui paese di origine, Sand in Taufers è oggi la Campo Tures in Alto Adige). Ebbene, il suo capolavoro Missarum sollemnia costituisce uno di quei passaggi della teologia liturgica del ‘900 che ha mostrato come anche quell’ambito su cui si accendono dibattiti e discussioni spesso assai accese, ha conosciuto uno sviluppo.

Ecco, vorremmo concludere dicendo che “sviluppo” o “approfondimento” sono le parole con cui si può anche nominare la Tradizione. Sviluppo autentico, però; approfondimento interiore, però: come nelle immagini vitali tanto care alla grande tradizione (appunto!) teologica ottocentesca e novecentesca. Come un organismo vivente si sviluppa e cresce, rimanendo sempre se stesso; così è della Tradizione, che cresce e si sviluppa – nella storia e rispondendo alla storia – ma rimanendo sempre se stessa.