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Il desiderio e la liturgia

di Alessandro Clemenzia · Nel bel mezzo dell’estate è uscita, anche abbastanza inaspettatamente, una Lettera apostolica di Papa Francesco, Desiderio desideravi, al fine di sensibilizzare una rinnovata educazione «per contemplare la bellezza e la verità del celebrare cristiano» (n. 1). Il tema centrale riguarda la formazione liturgica di tutto il Popolo di Dio (e dunque non soltanto dei pochi addetti ai lavori), per invitare «a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza della celebrazione cristiana» (n. 16).

Si tratta di una visione realmente teologica della liturgia, andando oltre a due riduzionismi dello spirito liturgico: gli inefficaci rubricismi, da un lato, e un modo superficiale e sciatto di vivere la celebrazione del Mistero cristiano, dall’altro. La prospettiva della Lettera è antropologica, come si può cogliere dal titolo e dal contenuto proposto, e uno degli autori più citati è Romano Guardini; autore nel quale, secondo lo studio del filosofo Massimo Borghesi, possono essere rintracciati alcuni spunti teoretici per interpretare la riflessione dell’odierno Pontificato. Proprio per questa attenzione antropologica, il punto di partenza della Lettera apostolica è la realtà più tipicamente umana, vale a dire il “desiderio”, espressione che scaturisce prima di tutto dalla consapevolezza che tutto ciò che si ha si è ricevuto da qualcun Altro nella totale gratuità, e questo richiama quella inesprimibile «sproporzione tra l’immensità del dono e la piccolezza di chi lo riceve» (n. 3).

Si tratta, entrando nel contesto più propriamente liturgico, dello stupore davanti a qualcosa che, pur essendo fatto di gesti umani, ha comunque a che fare con la grandezza sconfinata di Dio, capace di penetrare nella quotidianità di ogni creatura; di fronte a questo costante “accadere” divino nella storia umana, che si è inaugurato con l’evento dell’incarnazione e che continua ininterrottamente nell’evento liturgico, tutta la realtà viene percepita in questa nuova luce, generando – per quanto una persona ne possa essere consapevole – uno stupore inaudito. Tale reazione umana davanti all’azione divina, tuttavia, non nasce attraverso lo studio di un particolare teorema teologico (capace di riconosce la grandezza di Dio rispetto alle potenzialità umane), ma scaturisce dall’incontro personale proprio con quella Presenza che si dà nella liturgia. È scritto nella Lettera: «Se fossimo giunti a Gerusalemme e avessimo sentito il desiderio non solo di avere informazioni su Gesù di Nazareth, ma di poterlo ancora incontrare, non avremmo avuto altra possibilità se non quella di cercare i suoi per ascoltare le sue parole e vedere i suoi gesti, più vivi che mai. Non avremmo avuto altra possibilità di un incontro vero con Lui se non quella della comunità che celebra» (n. 8).

Di fronte a una mondanità spirituale sempre più dilagante, che – recuperando Evangelii gaudium – potremmo denominare gnosticismo (che riduce l’individuo ai giochi della propria ragione e del proprio sentimento) e neo-pelagianesimo (che imprigiona lo sguardo più sullo sforzo umano per ottenere la salvezza che sulla gratuita grazia divina), la liturgia viene qui presentata come un vero e proprio antidoto. Certamente essa può essere considerata tale unicamente se colta nella sua portata teologica, e non come «cerimoniale decorativo o mera somma di leggi e di precetti» (n. 18). La celebrazione liturgica, infatti, è capace di liberare l’uomo, sia dalla sua autoreferenzialità, in quanto il vero soggetto non è il singolo io ma il noi ecclesiale (contro ogni forma di gnosticismo), sia da un soggettivismo schiacciante che ripiega i singoli credenti su se stessi, e li apre alla gratuità del dono che viene offerto loro comunitariamente (contro il neo-pelagianesimo). Tale antidoto, tuttavia, per arrivare davvero a una sua efficacia, chiede a ogni membro della comunità credente «di riscoprire ogni giorno la bellezza della verità della celebrazione cristiana» (n. 21). Siamo ben lontani da un approccio moralistico, che fonda la riflessione sul semplice assolvimento di un precetto; nella Lettera si parla, infatti, della bellezza della verità, capace di toccare il cuore di ogni uomo e donna, e di aprirli a quel Mistero per il quale ciascuno è fatto. Tale visione della liturgia permette di oltrepassare due tendenze entrambe presenti nel contesto ecclesiale attuale: un mero estetismo rituale, da una parte, e una scritta e banale semplicità nel celebrare, dall’altra. Al centro del discorso sta proprio l’incontro personale con Cristo.

Per vivere in modo consapevole tutto ciò, aggiunge la Lettera, occorre una formazione alla Liturgia e una formazione dalla Liturgia. La prima è chiamata a fuoriuscire da un ambito meramente accademico per raggiungere tutti i fedeli; essa, spiega il Papa, «non è qualcosa che si possa pensare di conquistare una volta per sempre: poiché il dono del mistero celebrato supera la nostra capacità di conoscenza» (n. 38); si tratta, dunque, di una formazione che richiede un coinvolgimento esistenziale e che si traduca in un cammino comunitario di fede, capace di toccare la concretezza della vita di ogni giorno. La seconda, la formazione dalla Liturgia, intende formare ogni credente, ciascuno secondo la propria vocazione, attraverso la partecipazione alla celebrazione liturgica: «Anche la conoscenza di studio di cui ho appena detto, perché non diventi razionalismo, deve essere funzionale al realizzarsi dell’azione formatrice della Liturgia in ogni credente in Cristo» (n. 40). Ciò significa che la vera educazione non consiste nell’accumulo di concetti, ma nel conformarsi pienamente a Cristo, o meglio, dal lasciarsi conformare a sé da Cristo: «Non si tratta di un processo mentale, astratto, ma di diventare Lui» (n. 41).

Questa Lettera apostolica non vuole essere un invito (seppure importante) a vivere bene la celebrazione liturgica, ma intende ridestare nell’esperienza credente quel desiderio di bellezza che solo la verità può offrire. Una verità che continua a farsi contemporanea di ogni credente proprio attraverso l’azione liturgia della Chiesa.