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Giona, Rut e il romanzo dell’ascolto. Sulla scia di Papa Francesco

di Antonio Lovascio · Un romanzo dell’ascolto, che ben si accompagna col Messaggio di Papa Francesco per la 56esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, celebrata domenica 29 maggio nella Solennità dell’Ascensione. E’ “La saga dei Tomasi”, nel quale si fondono armonicamente Bibbia e Letteratura, un binomio che parte da molto lontano nella storia che ha fatto la nostra civiltà e la nostra Cultura. Don Vincenzo Arnone, scrittore e critico di lungo corso, attraverso personaggi vari di generazioni diverse , ci propone un altro affascinante “viaggio” reso piacevole da una narrazione in stili e luoghi differenti, che va dal VI secolo a.C. fino ai nostri giorni, sconvolti dalla pandemia e dalle guerre combattute “a pezzi” in tutto mondo. Frutto di una creatività profonda, che si declina in ogni aspetto della vita, il libro edito da Giuliano Ladolfi – presentato a Firenze nella Sala di Luca Giordano a Palazzo Medici Riccardi dal direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio e dal filosofo Sergio Givone dopo il saluto del card. Giuseppe Betori e dell’assessore Alessandro Martini – in fondo ci aiuta a comprendere cosa intende Papa Bergoglio quando invita ad “ascoltare con l’orecchio del cuore”. Esortazione che parte proprio nel momento in cui “stiamo perdendo la capacità di ascoltare chi abbiamo di fronte, sia nella trama normale dei rapporti quotidiani, sia nei dibattiti sui più importanti argomenti del vivere civile”. Un richiamo assai penetrante “in un contesto di comunicazione sociale confuso, per la diffusione di falsità e per l’incapacità di confrontarsi con libertà e nella ricerca sincera della verità”. Un appello che va oltre i confini dei Media e tocca la stessa Chiesa. Con l’ascolto che appunto è divenuto un carattere distintivo del processo sinodale già avviato: “La comunione infatti – scrive il Pontefice – non è il risultato di strategie e programmi, ma si edifica nell’ascolto reciproco tra fratelli e sorelle”.

Un dialogo costante (come ci insegnano alcuni protagonisti dell’opera di don Arnone, accomunati dalla passione per l’Assoluto, la Vita, la Luce e l’arte) che emerge dai quattro romanzi brevi, nei quali si stagliano in modo suggestivo le voci possenti di Giona e Rut. Ne “La spigolatrice moabita” ci coinvolge un pensiero tramandato dal mistico fiorentino don Divo Barsotti: ”In tutta la Bibbia – affermava il fondatore della Comunità dei Figli di Dio per il quale è in corso la Causa di canonizzazione – non c’è un libro che più di quello di Rut esalti la pietà familiare, la dolcezza della vita patriarcale, la semplicità di una vita ancora legata alla terra. Come il suo insegnamento ci libera dalla tentazione di credere che la vita spirituale ci distacchi dalla natura e l’elezione divina ci sperai dagli uomini”. Ci aiuta a scoprire il volto di un Dio amico, protettore dei poveri. Mentre “Il predicatore di Ninive” ci riporta alla figura di Giona, esempio di conversione, il profeta antico “ testardo e rigido che voleva insegnare a Dio come si fanno le cose”, così evocato da Papa Francesco per aprire gli occhi all’uomo d’oggi. Ai suoi contemporanei invece don Vincenzo parla attraverso la saggia centenaria Zelinda, sorpresa anch’essa dall’arrivo del Covid 19, portatore di paure e morte, purtroppo ancora non sconfitto. Esasperato da troppe parole, da tante immagini scaricate nelle nostre case dove purtroppo ora entrano pure gli orrori della guerra, mentre non riesce ad imporsi un globale desiderio di pace. Troppe parole volate su nel cielo e ritornate sulla terra come pietre violentemente scagliate.

La “sicilianità fiorentina” (che dai rimatori del XIII secolo porta a Giovanni Gentile e Giorgio La Pira) si accende invece in Arnone, originario di Agrigento, quando segue le orme di Omero nelle coste presso Trapani o nelle vicinanze dell’Etna. Ci riporta, per il linguaggio e l’efficacia del racconto, ai romanzi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e forse ancor più a Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia, che hanno lasciato pagine memorabili ed avuto una indubbia influenza sul nostro amico scrittore. Don Vincenzo quasi si diverte in questo gioco narrativo con i fari puntati sui Casati, sulla storia e i mille misteri dell’isola. E’ quindi uno spasso leggere le finzioni o le reminiscenze di canti dialettali effusi da viuzze e piazzette paesane; le evoluzioni diplomatiche e militari dei suoi “attori” tra Spagna e Francia, tra Borboni e Savoia; o il colorito carteggio del 1699 (a tratti lezioso, di pura vanità) tra due fratelli della famiglia Tomasi , don Giuseppe Maria che vive a Roma, e suor Maria Crocifissa, che scrive dal barocco Monastero di Palma di Montechiaro.

Il senso di questo “romanzo dell’ascolto” lo dà anche in modo incisivo la divertente, amichevole prefazione dello storico Franco Cardini, quando evidenzia con un calore ed una vivacità tutta personale “la tragicità severa del senso storico siculo e la feroce ironia – solo in apparenza bonaria – dei fiorentini: unite e distese nei quattro megacapitoli che, in altrettanti ben distinti ed estranei scenari trattano da una parte della disponibilità dell’essere umano ad accettare i disegni divini con la tenace volontà di adattarli al meglio della sua vita; dall’altra dall’implacabile , serena severità con la quale Dio persegue giorno per giorno l’attuazione del suo disegno stabilito ab aeterno”.