La guerra «sacrilega» , il ricatto del gas e le chiavi della Pace

di Antonio Lovascio · Si sparano missili e bombe. Nelle nostre case arrivano immagini di macerie e migliaia di morti, di massacri ed  esecuzioni sommarie, che potrebbero bloccare i colloqui diretti, finora contraddittori, a passo di gambero. Mentre Papa Francesco da Malta ci ha fatto sapere che “ è sul tavolo” un suo viaggio a Kiev, gli osservatori si interrogano se Putin – il quale sta facendo di tutto per provocare le reazioni della Nato e con cinismo ricatta Germania, Italia e Francia sulle forniture di gas – può davvero cadere. Se quella pronunciata da Biden nel castello di Varsavia sia solo una gaffe oppure un segnale che la Casa Bianca soffi su un colpo di Stato a Mosca. Tra gli scenari tratteggiati – lasciando spazio anche alla fantapolitica – non si intravvedono concreti spiragli per un rapido “cessate il fuoco” tra Russia e Ucraina. La pace, dunque, è lontana. Si parla invece di riarmo, peraltro condannato dal Papa Francesco. Di aumento della spesa militare motivandolo con l’urgente necessità di sostenere la Resistenza di Zelensky più che per creare una vera Difesa comune continentale.

Questo fa temere un’escalation del conflitto alle porte dell’Europa, chiamata ad una grande prova di accoglienza e solidarietà per assistere milioni di sfollati, donne e bambini in fuga per l’aggressione dell’esercito russo. E si dimentica forse quanto è accaduto in Afghanistan, Irak, Libano, Siria, Libia, nello Yemen. In Georgia e prima ancora in Bosnia, nelle tante guerre combattute a pezzi e all’infinito, per dirla con Bergoglio. Non a caso il Santo Padre, definisce l’invasione “barbara e sacrilega”: “La guerra è una sconfitta per tutti. Va abolita prima che cancelli l’uomo dalla storia”. Il rischio è una “guerra fredda allargata” e “minacce atomiche” che sembravano “ricordi oscuri di un passato lontano”. Ancora una volta, da Malta (“cuore del Mediterraneo, ora ridotto a cimitero”) il Pontefice ha respinto le “visioni ideologiche” e i “populismi” che “si nutrono di parole d’odio”. Ha citato il “sussulto profetico in nome della fraternità universale” di Giorgio La Pira. Usando le sue parole per denunciare “l’infantilismo” che “riemerge prepotentemente nelle seduzioni dell’autocrazia, nei nuovi imperialismi, nell’aggressività diffusa, nell’incapacità di gettare ponti e di partire dai più poveri”. E rimarcando che il conflitto in corso è stato preparato “da tempo con grandi investimenti e commerci di armi”.

In attesa che si possa realizzare il viaggio di Papa Francesco a Kiev, la “diplomazia sartoriale” del Vaticano guidata dal cardinale Pietro Parolin è da settimane all’opera, sotto traccia, per ricucire gli strappi, confidando che altri “costruttori di pace” autorevoli mettano da parte i singoli interessi e giochino le loro carte per indurre il Cremlino a ragionare. Facendo quello che non sono finora riusciti a compiere Macron, Scholz , il premier israeliano Bennet, Erdogan e l’oligarca Roman Abramovich.

Fermare Putin – che contro ogni regola ha già messo le mani su Crimea e Donbass e ora vuol concludere l’annessione con questa “operazione speciale” sanguinaria – significa prima di tutto bloccare il suo tentativo di estendere il conflitto, nell’illusione di poter poi recuperare, un “boccone” alla volta, almeno parte del territorio che apparteneva alla disciolta Unione Sovietica ed ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia, in barba al diritto di autodeterminazione dei Popoli sancito dall’Onu. Significa gettare le basi, evitando la guerra, di un nuovo ordine globale liberale, tenendo conto che si è rotto quello creato nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino e che in questi 33 anni gli equilibri internazionali sono profondamente cambiati. E che dal 2004 l’Unione Europea ha aperto le porte a ben otto Paesi che avevano vissuto e patito l’esperienza del socialismo reale.

L’Ue più che gli Stati Uniti (che pagano la “guerra fredda verso Pechino avviata da Trump e proseguita da Biden) in queste settimane si è mossa per spingere una Cina – pur contraria alle sanzioni occidentali contro Mosca e l’”amico Putin”- a collaborare per aprire un serio tavolo di trattativa; più consistente del balbettante negoziato tra le delegazioni russa ed ucraina ospitato dalla Turchia. Cosa ci si aspetta lo ha lucidamente spiegato in un editoriale su “Avvenire” il prof. Agostino Giovagnoli. Pechino non ha una tradizione di mediazioni internazionali e la disponibilità a collaborare con l’Europa occidentale potrebbe servire a bilanciare questo deficit. Ha invece – nel bene e nel male – una tradizione di interventi su Paesi con cui ha rapporti stabili, dal Myanmar al Pakistan. In questa guerra tra Russia e Ucraina, le sue relazioni con entrambi i belligeranti sono ottime e proprio questo dà a Xi Jinping la possibilità di esercitare forme efficaci di pressione verso tutt’e due.

La Cina, è risaputo, si muove solo sulla base dell’interesse nazionale, del business, ma questa volta proprio tale interesse potrebbe convincerla che ha l’occasione buona, oltre che per intensificare gli affari con le due Europe (quella occidentale e quella orientale) per veder riconosciuto il suo ruolo di Superpotenza anche quando si discuterà del nuovo ordine mondiale. Ma la stessa cosa vale, su scala minore, per l’India e la galassia islamica. Anche se rifiutano il modello culturale e di governo occidentale, e sovente non rispettano i diritti umani, dalla tragedia ucraina hanno molteplici insegnamenti per non incominciare a dubitare che la logica violenta e distruttiva di Putin è drammaticamente inadeguata.

Ma insegnamenti devono trarre anche i Paesi europei, Italia e Germania in primis, per la pesante dipendenza da Mosca, non solo energetica. Troppi parlamentari hanno strizzato e, silenti, tuttora strizzano l’occhio allo Zar del Cremlino. Abbagliati dalla narrazione revanscista e securitaria che ha caratterizzato l’ultimo decennio del leader russo al potere.