Il cammino del desiderio e della libertà in Dante Alighieri

di Alessandro Clemenzia · Nel giorno in cui la liturgia celebra la solennità dell’Annunciazione, vale a dire il “dove” e il “quando” il Verbo di Dio assunse la carne nella Vergine Maria, giorno che coincide col capodanno nel calendario fiorentino, è uscita la Lettera apostolica Candor lucis aeternae di papa Francesco, in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri (25 marzo 2021). Questo evento cristologico è stato così cantato dal grande Poeta nel Paradiso della Divina Commedia: «Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore» (Par. XXXIII, 7-9).

In questa Lettera Francesco ha riportato alcuni interventi dei suoi predecessori in cui avevano onorato e celebrato il Poeta: da Benedetto XV a Paolo VI (soprattutto quest’ultimo, nella Lettera apostolica Altissimi Cantus, presentava Dante Alighieri come una fonte di ricchezza spirituale per gli uomini e le donne di ogni tempo), da San Giovanni Paolo II a Benedetto XVI.

La grandezza del Poeta non viene illustrata unicamente partendo da ciò che aveva scritto, ma da come aveva vissuto, un’esistenza colta come “paradigma della condizione umana”. Nel tracciare alcune tappe significative della sua biografia, il Papa allude principalmente al suo esilio forzato e a quella triste nostalgia che, da quell’evento, ha accompagnato Dante fino alla fine della sua esistenza. Egli, «riflettendo profondamente sulla sua personale situazione di esilio, di incertezza radicale, di fragilità, di mobilità continua, la trasforma, sublimandola, in un paradigma della condizione umana, la quale si presenta come un cammino, interiore prima che esteriore, che mai si arresta finché non giunge alla meta».

Nonostante la tristezza e l’angoscia per queste vicende personali e familiari, egli «non si rassegna mai, non soccombe, non accetta di sopprimere l’anelito di pienezza e di felicità che è nel suo cuore, né tanto meno si rassegna a cedere all’ingiustizia, all’ipocrisia, all’arroganza del potere, all’egoismo».

Ed è proprio attraverso uno sguardo di fede che Dante riesce a rileggere la sua fallimentare condizione umana, scoprendo in essa la sua vera missione di poeta, che lo porta a compiere un cammino di liberazione in vista del raggiungimento della propria felicità. In questo itinerario egli, come un profeta, si pone in modo critico verso la realtà politica e sociale, tanto da denunciare tutti coloro che, con la scusa di servire la Chiesa, si sono serviti di essa per i propri interessi personali.

Alla luce di questa sua personale esperienza si può cogliere con ancora maggiore intensità la bellezza di quel cammino del desiderio che lo ha portato dall’Inferno fino al Paradiso; in esso «egli si ferma ad ascoltare le anime che incontra, dialoga con esse, le interroga per immedesimarsi e partecipare ai loro tormenti oppure alla loro beatitudine. Il Poeta, partendo dalla propria condizione personale, si fa così interprete del desiderio di ogni essere umano di proseguire il cammino finché non sia raggiunto l’approdo finale, non si sia trovata la verità, la risposta ai perché dell’esistenza».

Tale cammino, tuttavia, non è utopico, ma “realistico”, in quanto è la strada aperta dalla misericordia di Dio come possibilità, offerta a ogni persona, di rialzarsi, di cambiare rotta, di “convertirsi”. Per il compimento di questo percorso deve entrare in gioco la libertà del singolo, nella consapevolezza che «anche i gesti quotidiani e apparentemente insignificanti hanno una portata che va oltre il tempo, sono proiettati nella dimensione eterna». Per questo il cammino del desiderio è anche il cammino della libertà, che ha come mèta la visio Dei. Tale esperienza porta il Poeta a una nuova comprensione dell’umano, e non a una sua censura: «Nell’itinerario della Commedia, come già sottolineato da Papa Benedetto XVI, il cammino della libertà e del desiderio non porta con sé, come forse si potrebbe immaginare, una riduzione dell’umano nella sua concretezza, non aliena la persona da sé stessa, non annulla o tralascia ciò che ne ha costituito l’esistenza storica. Perfino nel Paradiso, infatti, Dante rappresenta i beati […] nel loro aspetto corporeo, rievoca i loro affetti e le loro emozioni, i loro sguardi e i loro gesti, ci mostra, insomma, l’umanità nella sua compiuta perfezione di anima e corpo, prefigurando la risurrezione della carne».

In questo itinerario relazionale (e non psicologico), spiega ancora il Papa, Dante è guidato, oltre che da Virgilio, da significative presenze femminili: «Maria, la Madre di Dio, figura della carità; Beatrice, simbolo di speranza; Santa Lucia, immagine della fede».

In occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri, papa Francesco chiede di lasciarsi provocare da questo Poeta, senza fermarsi esclusivamente a una lettura delle sue opere e a un’analisi letteraria dei suoi testi: ciascuno è chiamato a farsi suo compagno di viaggio per raggiungere, attraverso le selve oscure della propria esistenza, quella felicità che è capace di riempire il cuore di ogni creatura in tutti i tempi. Conclude il Papa: «In questo particolare momento storico, segnato da molte ombre, da situazioni che degradano l’umanità, da una mancanza di fiducia e di prospettive per il futuro, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino».