“Psicologia, spiritualità e benessere vocazionale” un libro di Giuseppe Crea.

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di Francesco Vita • Un tempo sarebbe stato impossibile accostare questi tre concetti, non tanto per gli ultimi due, quanto per il primo in relazione agli altri. Freud infatti è stato considerato a lungo uno dei tre “maestri del sospetto”, insieme a Nietsche e Marx, determinando una sorta di contrapposizione reciproca tra la psicologia e la religione, in particolare il Cristianesimo. Il problema si è spesso annidato su entrambi i fronti, dalla parte della psicologia quando, assolutizzati certi propri principi, ha considerato la religione come non più di una qualsiasi superstizione e da parte della religione quando, assolutizzatene altri, ha considerato la psicologia come una sorta di usurpatrice del proprio campo.

La realtà che si viene a delineare in questa epoca che stiamo adesso vivendo è che le due non sono in opposizione, ma anzi possono aiutarsi a vicenda. Non si può dire neanche che siano complementari, non si completano infatti vicendevolmente; piuttosto che lavorano su piani diversi. È ancora assai diffuso il sentimento reciproco di diffidenza e non sono pochi i casi di assolutizzazione da entrambe le parti, tuttavia c’è una via di integrazione per la quale non è sufficiente il reciproco rispetto delle aree di competenza, ma si rende necessaria l’apertura alla trascendenza.

Questa è la via seguita dall’autore del libro in questione, edito da Edizioni Messaggero Padova; egli psicologo, psicoterapeuta e missionario comboniano espone in circa duecentocinquanta pagine una trattazione psicologica sul tema della vocazione e della sua crescita, dimostrando di avere alla base proprio questo genere di concezione dove psicologia e religione sono rispettose, integrate e aperte.

Chiunque abbia vissuto in una comunità, religiosa o di formazione che sia, conosce bene quali e quante siano le difficoltà che si incontrano riguardo alla convivenza quotidiana, alla comprensione reciproca, ai problemi di tolleranza di diversi atteggiamenti, finanche alle situazioni di attrito e di scontro. Il libro si propone di far affrontare questi problemi, che sono problemi di sempre e più o meno di tutti, nell’ottica particolare della crescita vocazionale. Nelle comunità di formazione infatti per la prima volta molti si trovano a dover affrontare o gestire questioni del genere, come educati o come educatori, ma che molto spesso non risolvono nella giusta maniera. La sfida che si lancia al lettore è quella di spingersi a conoscersi meglio tramite l’autosservazione e l’osservazione delle reazioni altrui; e attraverso l’attenzione all’altro e ai suoi atteggiamenti capirlo meglio, con lo scopo di affrontare positivamente le situazioni negative della vita di comunità e superarle crescendo.

È quindi evidente che i primi destinatari del libro sono i componenti delle comunità di formazione, siano essi formatori o formandi, ma non sono esclusi i membri delle comunità religiose e più in generale tutti gli altri. Anche in un contesto lavorativo infatti, quando è vissuto con lo spirito della vocazione e non soltanto con criteri contrattuali, per non parlare di un contesto familiare, le dinamiche possono essere simili se non le stesse.

Particolarmente utili sono gli esempi e le schede di lavoro presenti al termine dei capitoli ed in appendice. I primi aiutano a rendere meno astratta la trattazione e più vicina alla realtà quotidiana per poter esser meglio compresa anche da chi non è del mestiere, le seconde sono esercitazioni che portano il lettore ad applicare le nozioni apprese alla propria vita e alle proprie relazioni di comunità.

È oltremodo interessante leggere una psicologia imbevuta di Cristianesimo: non soltanto rispettosa di rimanere nella propria sfera, ma anche aperta al trascendente. Un linguaggio ed un atteggiamento molto costruttivo, diverso da quello a cui spesso siamo abituati di freddezza e diffidenza verso il sacro, che ci auguriamo faccia col tempo scuola.