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Posted on 1Mag, 2015

Capitalismo finanziario e immigrazione

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di Leonardo Salutati • Si è par­lato molto di Pirelli nelle scorse settimane in rela­zione alla ven­dita dell’intera impresa alla società cinese Chem-China, una mul­ti­na­zio­nale che figura al 276mo posto tra le 500 imprese glo­bali elen­cate da For­tune (21 luglio 2014) con 40 miliardi di dol­lari di ven­dite.

Un arti­colo di due esperte gior­na­li­ste de Il Sole 24 Ore del 26 marzo 2015, Laura Gal­va­gni e Mari­gia Man­gano, che hanno seguito passo dopo passo le evo­lu­zioni nel capi­tale Pirelli, rico­strui­sce in maniera attendibile quanto rice­vono i soci ita­liani di Pirelli, dopo il riassetto degli ultimi due anni che si concluderà con la ven­dita ai capi­ta­li­sti cinesi di Chem-China, attraverso la maxi opa che Chem-China si appresta a lanciare sul gruppo. Le giornaliste, confrontando i prezzi di carico dei principali soci della Bicocca e il possibile valore di realizzo a 15 euro per azione, mettono in luce come i soci ricavino un importo di 1,2 miliardi di euro di plusvalenza, sottolineando che gli interessi degli italiani e quelli dei cinesi sono parsi coincidenti fin da subito favorendo, per questo, una veloce intesa sul governo dell’azienda perché, si sottolinea, il partner cinese si è mostrato subito disposto a riconoscere i meriti dell’attuale guida.

In realtà i meriti di Marco Tronchetti Provera, alla guida dell’azienda da 24 anni, appaiono fortemente discutibili. Secondo quanto riportato dai giornali, dal punto di vista dell’azionista Pirelli, Tronchetti ha lavorato bene perché chi dieci anni fa avesse comprato azioni Pirelli oggi si troverebbe in tasca una forte plusvalenza, tuttavia non sarebbe in presenza di una effettiva – come si dice – “creazione di valore”. È di questa opinione addirittura Vittorio Malacalza, componente del “patto di sindacato” Pirelli, che all’assemblea della Camfin (la “holding” grazie alla quale Tronchetti comanda sullaPirelli con il 4-5 per cento del capitale) del giugno 2013 aveva contestato Tronchetti circa l’effettiva creazione di valore al di là delle speculazioni finanziarie. Infatti, borsa a parte, Pirelli nel 2003 controllava Telecom Italia, produceva pneumatici e cavi di gomma, puntava a fare soldi con gli immobili. In poco più di un decennio l’abilità di Tronchetti non ha impedito a Pirelli di vendere il controllo di Telecom rimettendoci oltre 3 miliardi di euro, di dare via per 1,2 miliardi la produzione di cavi che, abbandonata a se stessa, ha preso il nome di Prysmian, è diventata un colosso mondiale con 8 miliardi di fatturato e vale in Borsa 3,3 miliardi, mentre nel comparto immobiliare le azioni Prelios (ex Pirelli Re) sono a poco più di 44 centesimi quando dieci anni fa stavano sopra i 30 euro. Dopo dieci anni di cura Tronchetti l’impero Pirelli si è ridotto a un produttore di nicchia di pneumatici di qualità, il fatturato è sceso da 6,6 a 6,1 miliardi, il capitale investito da 6,4 a 4,4 miliardi (significa che l’azienda è più piccola), il patrimonio netto da 3,6 a 2,4 (significa che l’azienda è più povera), il debito finanziario netto a fine 2014 continua ad essere pesante con il suo passivo di 980 milioni nonostante solo tre mesi prima fosse di 2 miliardi! I dipendenti sono gli stessi, 36 mila (ma molto più spostati sull’estero) e le spese in ricerca e sviluppo sono calate da 204 a 179 milioni, che significa in termini reali un taglio di un terzo. Davanti a questi risultati (trascurando la Telecom “spolpata”, come disse Franco Bernabè quando la ereditò nel 2008) e considerando che, al termine del riassetto societario,Pirelli rimarrà sostanzialmente in mano alla multinazionale Chem-China, società statale cinese ed alla Rosneft, altra società di stato questa volta russa, partner di Tronchetti che comunque rimarrà alla guida di Pirelli fino al 2021, sorgono alcune domande. Per esempio c’è da chiedersi se la Pirelli non meritasse un’altra attenzione da parte degli addetti ai lavori italiani per garantire la sopravvivenza di molti posti di lavoro di alto valore, rilanciare finalmente Pirelli, festeggiare in modo degno, con Expo alle porte, 150 anni di storia italiana e milanese.

Se oggi di fronte al massiccio arrivo di immigrati sulle nostre coste c’è, a tutti i livelli, grande preoccupazione e il timore di una invasione non controllabile, riteniamo che altrettanta preoccupazione dovrebbe suscitare in coloro che sono responsabili del bene comune sia a livello politico che economico, la colonizzazione finanziaria in Italia di un capitalismo senza scrupoli (la Cina cui fa capo Chem-China, ad oggi non è il massimo esempio in tema di rispetto dei diritti umani anche se, riguardo agli scrupoli, il capitalismo italiano rivela aspetti comunque inquietanti) e fortemente controverso (i russi di Rosneft sono espressione di quella nuova oligarchia finanziaria russa abbastanza discutibile).

La dottrina sociale della chiesa non ha mai smesso di richiamare l’attenzione sul tema sensibile delle problematiche aziendali ed il rapporto tra lavoro e impresa. Lo fa fin dal 1931 quando al paragrafo 73 di Quadragesimo anno, dopo aver richiamato alla necessità di tenere conto dello stato dell’azienda in ambito di rivendicazione salariale, ricorda che se le difficoltà aziendali sono dovute «a indolenza, a inesattezza e a noncuranza del progresso tecnico ed economico, questa non sarebbe da stimarsi giusta causa per diminuire la mercede agli operai (…) Tutti adunque, e operai e padroni, in unione di forza e di mente, si adoperino a vincere tutti gli ostacoli e le difficoltà, e siano aiutati in quest’opera tanto salutare dalla sapiente provvidenza dei pubblici poteri». Detto altrimenti si invita a riflettere sul fatto che l’impresa, come tale, ha dei suoi equilibri che vanno rispettati da tutti, dipendenti e proprietari, ma soprattutto è posta attenzione al tema della responsabilità di imprenditori e manager nei confronti dell’impresa loro affidata e nei confronti della società in cui l’impresa vive, che devono essere al centro delle attenzioni e delle premure non solo economiche ma anche politiche, al fine di non ritrovarsi invasi da popoli e capitali, che dovrebbero invece vederci capaci di accogliere i popoli e di esercitare quelle partnership economiche e finanziarie per il bene di tutti e di ciascuno.