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Posted on 2Mar, 2015

Un ricordo del Card. Ermenegildo Florit, a trent’anni dalla morte

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florit_672-458_resizedi Silvano Piovanelli • Sapevamo bene che l’arcivescovo Florit era Coadiutore con diritto di successione, ma il Card. Elia Dalla Costa era l’arcivescovo che ci aveva imposto le mani consacrandoci sacerdoti, tutta la Diocesi aveva come punto di riferimento i suoi insegnamenti, la stima che avevamo di lui, della sua santità austera e luminosa, era tale che davvero copriva tutto, le persone e le situazioni.

Fu dunque Florit che mi chiamò in arcivescovado e mi chiese di lasciare il Seminario Minore, dove per dieci anni con Mons. Enrico Bartoletti e un biennio con Mons. Gino Bonanni ero stato il vicerettore. Mi nominava parroco a Castelfiorentino, al posto di Mons. Giovanni Bianchi scelto come vicario generale.

Per questo cambiamento, per me del tutto imprevisto, ebbi bisogno di confrontarmi con Mons. Raffaele Bensi, mio direttore spirituale, ma non ci furono incertezze e il “sì” fu immediato e sereno. Solo il tempo di scendere le scale del palazzo e salire quelle di San Michelino Visdomini. Non so fino a che punto la nomina del nuovo parroco di Castelfiorentino preoccupava l’arcivescovo coadiutore, ma vidi che il “sì” della mia obbedienza di presbitero lo fece molto contento.

Vi è stato un altro momento molto positivo di contatto diretto con Florit, succeduto ormai al Card. Dalla Costa come arcivescovo di Firenze, e fu quando egli fece la visita pastorale nella zona della Valdelsa, dove, appunto, io ero da poco parroco. Egli vi si dedicò in maniera piena e totalmente libera. Non solo celebrazioni eucaristiche e incontri con i gruppi , ma visita ai singoli malati, specialmente nella parte più povera del paese. Io notavo che si trovava a suo agio e si esprimeva con tutta libertà. Anzi, quando gli capitava di trovare soprattutto donne che in cantine e in sottosuoli erano al lavoro nel rivestimento di fiaschi, si fermava volentieri e si tratteneva amabilmente in conversazione. La gente lo sentiva come uno dei suoi ed anche lui, l’arcivescovo, si sentiva affezionato. Tanto che quando la terribile alluvione del 1966, contemporanea all’alluvione di Firenze,portò alla casa di riposo un danno gravissimo costringendoci ad abbandonare temporaneamente la struttura, fu proprio lui che destinò alla Casa di riposo una buona somma di denaro per poter intervenire da subito.

Poco tempo dopo avvenne l’episodio triste dell’Isolotto, con la ribellione dei due preti e della parrocchia.

Ricordo bene che in una riunione di vicari, il Card. Florit domandò il nostro parere ed io, per l’esperienza che avevo avuto con lui, gli suggerii di andare lui direttamente ad incontrare la gente, come la strada migliore per capire la situazione e superare le incomprensioni. Purtroppo altri, più autorevoli, dettero un consiglio diverso e non lo incoraggiarono a seguire questa strada. Sappiamo tutti come, allora, si complicarono le cose.

Gli anni del dopo Concilio furono fecondi di vita ed insieme tesi fra mille contrasti. Penso che quanto di positivo e di molto bello è venuto fuori, sia certamente da attribuire all’impegno e alla buona volontà di tante persone del clero e del laicato, ma anche – e forse di più – alla pazienza con cui molti, vescovi, preti, fedeli, hanno, come si dice, portato la loro croce, propiziando per tutti una stagione migliore, a cominciare proprio dal card. Florit, che aiutò il rinnovamento della Chiesa Fiorentina nell’autentica linea del Vaticano II.

Dopo le dimissioni visse appartato per otto anni, fino all’8 Dicembre 1985. Il documento deposto nella sua cassa funebre dice “vere silendo nos docuit”.

A 30 anni da quel giorno conservo ancora nel cuore le sue parole scritte pochi anni prima di morire : “Fratelli e figli amatissimi, la Vergine Annunziata, nel cui santuario tante volte ho pregato per voi e con voi, protegga ciascuno da ogni male, conforti ed aiuti voi e me a vivere e a morire nell’amore di Cristo. Vi attendo lassù”.

Grazie Eminenza, per il suo luminoso esempio di fede, di speranza e di amore per la Chiesa !