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Posted on 1Mar, 2015

Per una ermeneutica del Concilio Vaticano II: il contributo di Riccardo Burigana.

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riccardoburiganafotodi Francesco Vita • E’ una realtà che tutti hanno potuto costatare che negli ultimi decenni nel bene o nel male, ciò che ha appassionato o crucciato, diviso o unito, fatto sperare o disperare all’interno delle nostre comunità cristiane è stato se non il Concilio, qualcosa di connesso alla sua realtà. Il Vaticano II è pertanto ancor oggi una questione quanto mai attuale anche se non è possibile declinarla allo stesso modo di qualche decennio fa. Se infatti negli anni febbrili della preparazione e delle votazioni si fronteggiarono più o meno efficacemente uno schieramento di favorevoli e uno di contrari alle innovazioni e negli anni successivi rimase un forte contrasto fra chi riteneva questo evento come estraneo alla Tradizione e chi invece lo riteneva l’unico evento realmente tradizionale del secondo millennio, oggi questo problema sussiste ancora, anche se non più nelle stesse forme. Chi oggi negasse l’importanza e la valenza del Concilio Vaticano II per la Chiesa, non farebbe un’operazione né teologicamente né storicamente valida, tuttavia non tanto nella teoria quanto nella pratica, forse spesso neanche molto consapevolmente, vediamo che permane uno scontro, anche se molto più smorzato rispetto al passato, sull’interpretazione di esso.

Il libro in questione di Riccardo Burigana è una sintesi molto densa di fatti e avvenimenti occorsi dall’annuncio dell’indizione del Concilio da parte di Giovanni XXIII alla sua chiusura da parte di Paolo VI ed ha il pregio di essere a metà strada tra il tecnico e il divulgativo. Non vi troviamo infatti i riferimenti e la bibliografia presenti in altre famose “storie del Concilio”, tuttavia rinveniamo una descrizione di fatti molto puntuale e dettagliata, incline al soffermarsi sui particolari, senza però indulgervici troppo. Il risultato è che, sebbene il libro non sia adatto per una ricerca di tipo scientifico, può esserlo per individuare il punto o il momento sul quale si vuole approfondire e soprattutto che è accessibile al grande pubblico poiché scevro da tecnicismi e approfondimenti che al lettore non preparato renderebbero difficile se non impossibile la comprensione. Con queste caratteristiche l’opera si indirizza sia verso il lettore non specializzato dandogli gli strumenti per farsi un’idea sul periodo storico del Concilio, sia al lettore specializzato rendendogli più facile la ricerca, che dovrà però fare con altri testi.

Una peculiarità del testo è l’attenzione ai toscani nel Concilio; l’autore infatti da toscano qual è, sottolinea e si sofferma particolarmente sugli interventi e i contributi del cardinale Ermenegildo Florit e del padre Umberto Betti, senza dimenticare curiosità e aneddoti di altri Padri della sua terra. Ne viene fuori un quadro curioso dove oltre ad emergere l’attaccamento alle proprie origini e la propria formazione, si mostra come sia stato importante per i destini della Chiesa e del Concilio l’apporto di questa piccola terra che è la Toscana.

L’opera è infine significativa per l’impostazione che le viene data. Essa infatti comincia e termina con due testi che sono la chiave di lettura di tutta l’opera: nell’introduzione, con una citazione del celebre discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana per il Natale del 2005 e nell’epilogo con un commento ad un estratto di una lettera di monsignor Carlo Ferrari, vescovo di Molfetta. Attraverso il dipanarsi delle vicende, raccontato in modo mai fazioso, l’autore vuole mostrare il Concilio come il risultato di un processo cominciato ben prima e non calato dall’alto, come parte e sviluppo di una tradizione che viene da lontano e non come una rottura; allo stesso tempo però vuole mostrare la non piena buonafede di chi non vedendo riconosciute le proprie istanze e speranze in aula, ha provato negli anni successivi alla chiusura dell’Assise a promuovere idee e interpretazioni originali ma centrifughe, ad esaltare figure per ciò che avrebbero potuto voler fare più che per ciò che hanno fatto e a denigrarne altre per non aver fatto ciò che a loro avviso avrebbero dovuto fare.

Per la Chiesa di oggi l’utilità del testo è proprio quella di essere aiutata a capire nelle scelte pratiche più che in quelle teoriche, sulle quali fondamentalmente c’è accordo, quale sia l’ermeneutica più giusta e coerente, quella che porta migliori frutti, quella che maggiormente si confà a tutto il processo conciliare.

Segnaliamo che il libro, molto curato nei particolari e nella grafica contiene alcuni, molto pochi a dire il vero, refusi il più macroscopico dei quali è Coetus Internationalium Patrum al posto del corretto Coetus Internationalis Patrum per due volte.