Pages Menu
Categories Menu

Posted on 1Nov, 2014

Povera per i poveri di G.L. Müller

image_pdfimage_print

CKxyiqRA3izh_s4di Francesco Vita • Qualche decennio fa pronunciare le parole “teologia della liberazione” in certi ambienti avrebbe potuto creare molti problemi. Oggi ci troviamo davanti ad un libro, quello in questione, nel quale è addirittura il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a parlarne e non per denigrarla.

E’ certamente un segno che i tempi sono cambiati, non solo nella Chiesa, ma allo stesso tempo non è prudente giungere a troppo facili conclusioni. All’esterno di essa infatti, il connubio che storicamente c’è stato e che per molti sarebbe più corretto chiamare strumentalizzazione, tra teologia della liberazione e prassi rivoluzionaria di stampo marxista oggi è definitivamente superato con la fine della Guerra Fredda; l’avvento poi al Soglio Pontificio di un uomo proveniente dalla realtà nella quale e dalla quale detta teologia ha avuto origine ha contribuito alla stesura di questo testo e in futuro alla continuazione del dibattito.

Con queste premesse oggi è il tempo favorevole per un discorso più pacato sull’argomento, senza rinnegare l’atteggiamento passato della Chiesa e tuttavia senza cadere nell’errore di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca.

Il cardinale Müller, assieme al teologo Gutierrez guidano il lettore in un viaggio tra passato, presente e futuro alla scoperta di quello che essi sostengono essere il nucleo vero e buono della teologia della liberazione al di là delle strumentalizzazioni esterne, delle derive di alcuni teologi e dei fraintendimenti di chi non vivendola non ha capito certe sue domande e pretese o vivendola si è lasciato prendere solo da alcuni aspetti di essa.

Il libro è diviso in tre grandi sezioni, due delle quali scritte da Müller e una da Gutierrez, più una sorta di appendice di Josef Sayer.

La prima sezione ha un approccio prevalentemente teologico-retrospettivo e si occupa della missione liberatrice della Chiesa. Attraverso alcuni rimandi al magistero di Giovanni Paolo II, ai documenti della Congregazione, ad alcuni passi biblici e alla Dottrina Sociale della Chiesa si vuole mostrare come il nucleo centrale e le intuizioni profonde della teologia della liberazione non siano né in contrasto con la missione della Chiesa, né con i suoi documenti e anzi, siano in un certo senso una delle traduzioni di ciò che ne è l’essenza.

La seconda sezione, più riflessiva e propositiva, si occupa della missione evangelizzatrice della Chiesa attraverso una ponderazione sulla fede non solo creduta ma anche vissuta e delle sfide che detta fede e il pensiero teologico possono giocare in una società post-moderna, neo-atea e pluralista come l’attuale.

La terza, quella a cura di Gutierrez, prima della conclusione di Sayer a proposito dell’esperienza fatta da Müller della teologia della liberazione, parte dal Documento di Aparecida e prende l’occasione per riaffermare alcuni dei temi classici della teologia in questione quali l’opzione preferenziale per i poveri, la liberazione integrale dell’uomo, l’evangelizzazione, la Chiesa come sacramento di liberazione per il popolo, che in questo contesto così pacato e precisato non possono più far paura.

Precisazione, appunto; sembrerebbe questa la parola chiave del libro, almeno nella sua prima parte che ne è la presentazione e l’avvio. E’ qui che secondo il Prefetto ha radice il grande sospetto dell’Occidente riguardo alla teologia della liberazione; a causa del linguaggio, del fatto che essa rimane una teologia “in contesto” e delle congiunture storiche, esso non avrebbe capito le ragioni profonde, le domande cariche di significato e il grido assordante che provengono dal suo nucleo centrale il quale non è mai stato condannato da Roma. E’ del resto necessario che essa si spogli di orpelli, di derive e di alcuni nomi che le vengono dal passato e che sono, quelli sì, oltre che inconciliabili con la fede anche con la storia.

Tuttavia, seguendo la proposta che Gutierrez fa nel libro è doveroso domandarsi come possa contribuire la teologia della liberazione fuori dal contesto latinoamericano e guardando alla situazione presente e futura del mondo ci domandiamo se anche nel nostro mondo ricco e sviluppato non vi siano delle povertà atroci che gridano a Dio giustizia e verso le quali si possa esercitare quell’opzione preferenziale: l’emarginazione degli anziani, che improduttivi sono lasciati ai confini di una società dove si vale non per ciò che si è ma per ciò che si produce, il silenzio colmo di vergogna di chi fino a ieri poteva permettersi delle vacanze e ora fatica ad arrivare a fine mese, il buio della schiavitù di donne e ragazze che sono costrette con ogni genere di violenze a vendere i propri corpi sulle nostre strade ogni sera, l’odore dei cassonetti nei quali vengono abbandonati bambini appena nati da madri sole e senza riferimenti che una società individualista ha educate e forse costrette ad avere tutto programmato.

Non è forse possibile proporre per loro una liberazione integrale? Dove alla liberazione dal peccato e dalla morte corrisponda anche un’effettiva emancipazione fisica, culturale, economica, intellettuale? Non può forse essere la Chiesa liberatrice per loro, che attraverso la prassi cristiana, percorrerebbero un cammino di vera liberazione integrale?

E non potrebbe esserlo anche per tutti?

L’autore del libro crede di sì, un sì che non è scontato. Esso è il frutto di un cammino che egli stesso ha intrapreso negli anni passati e che è documentato in poche pagine da Sayer. Comprensibilmente scettico all’inizio, attraverso la frequentazione dei luoghi fisici, oltre che teologici della teologia della liberazione, egli si è convinto della fondamentale bontà del nucleo centrale di essa, senza cedere a facili irenismi. Un cammino fatto di lunghe scarpinate per raggiungere i paesotti andini nei mesi di pausa dall’insegnamento, di notti passate a dormire per terra nelle capanne dei contadini e di messe celebrate a diverse migliaia di metri sopra il livello del mare per fare pastorale con chi la teologia della liberazione la viveva…magari senza neanche saperlo.

Una fonte autorevole quindi, ma allo stesso tempo anche vissuta e disillusa…e per questo avvincente.