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Posted on 1Set, 2016

Tragedie, devastazione e morte. Ma Dio non ci abbandona

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30c6c74fe4ae4045b39d4b57af0d06e8-kKGI--896x504@Gazzetta-Webdi Francesco Cremona • Guerre, alluvioni, terremoti, epidemie portano morte, devastazioni, tragedie collettive. Dolore e sofferenze difficili da elaborare per intere popolazioni , come quando un’avversità colpisce una famiglia. Dinanzi alla realtà del male nel mondo, chi ne è colpito – forse portando dentro di sé l’illusione dell’immortalità – orienta la ricerca del “colpevole” verso Dio, messo sul banco degli imputati come “capro espiatorio”.

< Perché Dio ha permesso questo? – Perché Dio ce l’ha con me? – Perché Dio fa soffrire gli innocenti e non punisce i cattivi? – Perché Dio non risponde alle mie preghiere? – Perché Dio non interviene, se vuole veramente bene alle sue creature? – Che cosa vorrà Dio da questa sofferenza? – Che cosa abbiamo fatto di male? >. La litania dei “perché” si è consumata tra le lacrime sui luoghi del sisma che il 24 agosto nel Centro Italia si è portato via trecento vite umane (molti bambini, intere famiglie) e causato altrettanti feriti, cancellato villaggi, distrutto scuole e chiese. I vescovi di Rieti (mons. Domenico Pompili) e di Ascoli Piceno (mons. Giovanni D’Ercole ), i preti che si sono prodigati per portare conforto ed aiuto materiale ai loro parrocchiani non le hanno eluse, richiamando le fonti evangeliche dalle quali affiorano i racconti della passione di Gesù, con la sua duplice dimensione di umiliazione e di gloria, di morte e di vita. È il Salmo 22, secondo la tradizione ebraica, 21 secondo la tradizione greco-latina, una preghiera accorata e toccante, di una densità umana e una ricchezza teologica che ne fanno uno tra i Cantici più pregati e studiati di tutto il Salterio.

Come è noto, il grido iniziale del Salmo, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è riportato dai Vangeli di Matteo e di Marco come il grido lanciato da Gesù morente sulla croce (cfr Mt 27,46; Mc 15,34). Esso esprime tutta la desolazione del Messia, Figlio di Dio, che sta affrontando il dramma della morte, una realtà totalmente contrapposta al Signore della vita. Abbandonato da quasi tutti i suoi, tradito e rinnegato da discepoli, attorniato da chi lo insulta, Gesù è sotto il peso schiacciante di una missione che deve passare per l’umiliazione e l’annichilimento. Perciò grida al Padre, e la sua sofferenza assume le parole dolenti del Salmo. Ma il suo non è un grido disperato, come non lo era quello del Salmista, che nella sua supplica percorre un cammino tormentato sfociando però infine in una prospettiva di lode, nella fiducia della vittoria divina. Nella sua passione, in obbedienza al Padre, il Signore Gesù attraversa l’abbandono e la morte per giungere alla vita e donarla a tutti i credenti.

Molti sono turbati dinanzi a un Dio che tace di fronte alle ingiustizie umane, “permette le catastrofi naturali”, “lascia morire e uccidere i bambini”, “non interviene per impedire le crudeltà perpetrate dai diversi tiranni o da organizzazioni terroristiche che balzano sulla scena del mondo”. “Un suo intervento basterebbe a eliminare ogni dubbio sulla sua esistenza e alimenterebbe la fiducia in una giustizia al di là della temporanea oscurità provocata dalle sciagure sperimentate a livello personale, familiare, nazionale o mondiale”. Ma Dio, lo ha sottolineato con calore il vescovo D’Ercole, non è assente o indifferente ai dolori dell’umanità. Lo testimoniano appunto il mistero dell’incarnazione e della crocifissione: “Il dolore, la sofferenza, la morte, prima che essere un dramma della persona umana, sono il dramma di Dio” , come ci ricordava il grande teologo francese card. Yves Congar, domenicano , prima tra i precursori e poi tra i protagonisti del Concilio Vaticano II: “Dio non è spettatore delle tragedie umane, ma partecipe; non è osservatore del dolore, ma compagno nel cammino. Dio non risponde verbalmente al dolore. Dio è presente nel dolore e, in modi diversi e misteriosi, aiuta ad affrontarlo”. Di fronte alle tragedie del mondo, ce lo ricorda spesso Papa Francesco, che ogni giorno si informa sull’evolversi del post-terremoto che ha colpito Lazio, Marche e una piccola parte dell’Umbria , e”prima possibile” vuole raggiungere le popolazioni così duramente toccate. Per abbracciare e portare parole di sostegno spirituale e morale ai sopravvissuti, ai familiari delle vittime, agli abitanti dei comuni che hanno perso anche uno dei beni più preziosi, la casa. Per ringraziare i volontari che si sono prodigati nei soccorsi e saranno un prezioso supporto anche nella ricostruzione. Nella quale bisognerà tener presente che “ad uccidere non è il terremoto, ma le opere dell’uomo”; “disertare questi luoghi dell’Appenino sarebbe uccidere ancora” (mons. Pompili).

Sì, l’attenzione, il coraggio e la tenacia di Bergoglio incalzeranno le Istituzioni nel prossimo avvio della riedificazione, più silenziosa di un terremoto, perché il ritorno alla dignità ed alla normalità dell’esistenza sarà lento e lungo, senza strepiti. Si tratta di riedificare un futuro che abbia il volto umano della speranza. Dagli insegnamenti dell’anno giubilare della Misericordia dobbiamo trarre lo stile evangelico dell’impegno nel territorio. In concreto trovare quella spinta che pone la Chiesa al servizio di ogni uomo. Uno stile di cammino della carità che vuole dire farsi carico con gratuità del prossimo non solo nell’emergenza ma nella ferialità della vita.