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Paolo Grossi, Maestro Autentico

di Carlo Parenti · “Non stia lì a infiascare nebbia!” Così Paolo Grossi ad un suo allievo filosofeggiante e irrealistico che si era lanciato in un ragionamento molto teorico e assai poco concreto.

Quell’allievo ero io, allora studente di giurisprudenza nel 1972. Gli devo molto: mi ha dato le chiavi dei criteri per un rigoroso metodo scientifico e per la comprensione del senso della storia e del diritto con i suoi istituti; è stato poi prodigo di insegnamenti umani e di inviti ad affrontare sempre il lato reale dei fenomeni giuridici. Gli devo molto.

Vorrei qui ricordare il professor Grossi, scomparso il 4 luglio scorso a 89 anni. È certamente stato il più grande storico del diritto italiano e uno dei maggiori al mondo. Grossi si laureò nel 1955 nell’Università di Firenze e nelle Università – Siena. Macerata, Firenze, Napoli) ha insegnato dal 1960 al 2009. Dal 2009 è stato giudice della Corte Costituzionale su nomina del presidente della Repubblica Napolitano e dal 2016 ne è diventato presidente fino al 2018. Devo al prof. Grossi l’onore della nomina ad assistente incaricato presso la sua cattedra dal 1975 al 1977, anno in cui compresi però che la mia vocazione era altra ed entrai nel mondo delle imprese; certamente lo delusi. Ha fondato nel 1971 e diretto sino a tutto il 2002 il Centro studi per la storia del pensiero giuridico moderno editore ad oggi di oltre 100 monografie storico-giuridiche e della rivista Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno.

“Pochi studiosi sono stati maestri autentici come lo è stato Paolo Grossi”, così Giuliano Amato, attuale presidente della Corte Costituzionale. Per l’ateneo fiorentino egli ha “segnato la storia del diritto italiano con importanti innovazioni: sino al suo arrivo, nel mondo universitario la storia del diritto era storia del diritto medioevale; con lui quel ‘grande polmone storico’ si apre al moderno e sino al contemporaneo, e muta anche, con il suo arrivo al Consiglio universitario nazionale, il nome stesso della disciplina accademica. Fermamente convinto del dialogo interdisciplinare e della unitarietà della scienza giuridica, Grossi ha applicato la propria attività di studioso a un diritto socialmente orientato ed analizzato all’interno della dimensione costituzionale”.

Per me -e non solo- in realtà era un acuto e raffinato cultore della storia del pensiero giuridico in senso universale. I fatti e gli istituti giuridici certamente erano ricostruiti nei dettagli, ma poi essi venivano olisticamente considerati all’interno di una riflessione che collegava considerazioni storiche, politiche, economiche, giuridiche, scientifiche, filosofiche, psicologiche, religiose. Apriva così affascinanti finestre sul mondo, spiegando il senso profondo delle norme. Ricordo a proposito che quando ne divenni assistente mi fece dono di un libro scritto a Berlino nel 1923: Il senso della storia, di Nikolaj Berdjaev (autore nato nel 1874 presso Kiev e espulso dalla Russia leninista nel 1922 per la sua fede). Prendendo “per modello le ‘prime’ filosofie della storia che sono il Libro di Daniele e la Civitas Dei di sant’Agostino, Berdjaev vede nello ‘storico’ la manifestazione del ‘metafisico’, mette a nudo le insufficienze del metodo illuministico nello studiare la storia, anche se ne riconosce i meriti scientifici, ne mostra le aporie insolubili.” (Così P. Modesto nell’introduzione nella edizione italiana del 2019, Jaka Book)

Per Grossi il diritto non piove dall’alto sulle teste dei cittadini. Al contrario, è qualcosa che si trova nelle radici di una civiltà, nel profondo della sua storia, nell’identità di una coscienza collettiva. Deve essere identificato negli strati profondi della società, laddove allignano i valori fondamentali.

Ricordo anche le sue lezioni (ne conservo gelosamente gli appunti) del corso di diritto canonico. In esse ci fece capire il “senso” profondo di tale ordinamento giuridico e la sua attenzione alla singola concreta persona in carne ed anima. Mi colpì una certa sua perplessità sulla codificazione canonica, nel senso che la norma cristallizzata poteva non esaurire tutta la possibile realtà del caso concreto. Però poi superava tale pensiero ricordando che comunque era stato fatto salvo l’istituto della dispensa, unitamente a quello della equità canonica. Si tratta di specialissimi istituti che non hanno uguali in altri ordinamenti laici poiché nell’ordinamento della Chiesa Cattolica occorre avere “presente la salvezza delle anime, che deve sempre essere nella Chiesa legge suprema”. Questo è un punto fondamentale che introduce il tema dell’elastico adattamento delle norme al caso concreto con una flessibilità del tutto estranea agli altri ordinamenti statali laici.

In particolare, la dispensa (Cann. 85 – 93) è “l’esonero dall’osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso particolare” verso i fedeli. Vi si “ricorre ogniqualvolta si giudichi che ciò giovi al loro bene spirituale”. Ma si avverte di non dispensare “dalla legge ecclesiastica senza giusta e ragionevole causa, tenuto conto delle circostanze del caso e della gravità della legge dalla quale si dispensa; altrimenti la dispensa è illecita e, se non fu data dal legislatore stesso o dal suo superiore, è anche invalida. Nel dubbio sulla sufficienza della causa la dispensa è concessa validamente e lecitamente”.

Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, nella sua omelia per le esequie del professor Grossi, celebrate nella basilica della Santissima Annunziata a Firenze, ha ben sottolineato la «fortissima fede cristiana, mai ostentata, ma profonda e convinta» del giurista scomparso, che gli ha consentito «di imprimere alle sue ricerche uno spessore oltre la parcellizzazione dei saperi, per porre le conoscenze in una cornice capace di farne percepire un significato pieno. Sta qui la differenza tra un intellettuale e un saggio, tra un docente e un maestro, tra un funzionario dello Stato e un servitore del bene comune, testimone di verità e di veracità in grado di offrirci chiarezza e indicarci cammini sicuri».

Paolo Grossi era un cattolico rigoroso di grande fede e ricordo alcuni suoi incontri in cui ero presente col professor Giorgio La Pira di cui aveva grandissima stima e con l’amico fraterno don Carlo Zaccaro. Del primo diceva con riferimento all’insegnamento: “L’approccio coi giovani discenti esaltava La Pira. Negli ultimi anni di insegnamento – che caddero proprio sotto la mia Presidenza della Facoltà – la sua assiduità era rigorosa […]. Quell’approccio era per Lui consolante, rasserenante: e me lo diceva con empito, quando spesso veniva a farmi una visitina amichevole”. Di don Zaccaro mi disse recentemente che gli mancava tanto e che ne aveva grandissima nostalgia.

Chi volesse solo per punti principali approfondire la figura di Paolo Grossi veda