Secunda Clementis

papa-san-clemente-i-noto-anche-come-san-clemente-di-roma-il-vescovo-di-roma-egli-fu-il-primo-padre-apostolico-della-chiesa-incisione-di-cibera-pnwfkndi Carlo Nardi • Sono motivi di vita cristiana le parole della cosiddetta Secunda Clementis, ossia la Seconda lettera che il papa Clemente primo avrebbe scritta ai cristiani di Corinti. Perché avrebbe? Perché il condizionale? Mi spiego. Circa la Prima lettera c’è una considerevole certezza che Clemente ne sia effettivamente l’autore nel 96 d.C., suffragato da rilevanti testimonianze. Invece la Seconda lettera sembra opera più recente per una esortazione del terzo secolo ad una vita evangelica.

Ora, in questa Seconda lettera ho trovato una pagina significativa: non una quelle lamentazioni in “tempi calamitosi”, dove tutto sarebbe andato male in confronto con chissà quale tempo che fu in cui tutto sarebbe stato rose e fiori; ragionamenti, insomma, che, come la nebbia, lasciano il tempo che trovano. Invece, in questo documento dei primi secoli cristiani ci son parole saporose.

«Dice il Signore: Il mio nome è continuamente disonorato fra tutti i popoli (Is 52,5; cf. Rm 2,24), e ancora: Guai a colui per il quale è disonorato il mio nome. Ma in che cosa è disonorato? Nel fatto che voi non fate quello che io voglio da voi. I popoli pagani, infatti, ascoltano le parole di Dio dalla nostra bocca e le apprezzano perché le avvertono come belle e grandiose. Poi, però, vengono a conoscenza delle nostre opere, come se dicessero che non sono all’altezza delle parole che noi diciamo e da questo passano a gettare disonore su tutto, col dire che son tutte novelle e bugie. Di fatto, sentono parlare da noi che Dio dice: Non c’è nulla di speciale da parte vostra, se volete bene a quelli che vi vogliono bene, ma quello che è speciale per voi è se volete bene a chi ce l’ha con voi e vi vuole male (Lc 6,32); ed è quando sentono dire di queste cose, apprezzano come straordinaria quella bontà.

Però, quando si rendono conto che noi non solo non vogliamo bene a quelli che ci vogliono male, ma neppure a quelli che ci vogliono bene, si mettono a ridere di noi, e così viene disonorato il nome» ([Clemente di Roma?], Seconda lettera ai Corinzi 12), ossia il nome santo di Dio e, di conseguenza, il nome cristiano. Vale a dire l’essere cristiani.

Ho tradotto così dal greco, e tradurre è sempre un cercare di trasbordare da una lingua a un’altra il meglio possibile. Se – e vi invito a fare una prova – al posto del verbo disonorare o gettare disonore su mettete sputtanare, oltre ad evitare un perbenismo linguistico non immune da ‘devote’ infiltrazioni mafiose, c’è il caso che si renda meglio quello che intendeva dire, se non papa Clemente, piuttosto qualcuno per lui.220px-Giovanni_Battista_Tiepolo_094

Se ci avete provato, ecco ora una preghierina, perché piccina, perché breve: una del messale, per la quindicesima domenica del tempo ordinario, che mi pare in tono con quel che si è letto: «O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per Cristo nostro Signore» (Deus, qui errantibus, ut in viam possint redire, veritatis tuae lumen ostendis, da cunctis qui christiana professione censentur et illa respuere quae huic inimica sunt nomini et ea quae sunt apta sectari. Per Christum Dominum nostrum. Amen).

E la preghiera è tutt’altro che una preghierina, quanto a contenuto, anche se prova della parolaccia non l’avete fatta.




Appunti da Tessalonica

31ac3fe1cc8671a9a810b85b2c490335_XLdi Dario Chiapetti • La terra greca è ricca di memoria e di vita cristiana e ciò soprattutto grazie a San Paolo. Inoltre, è proprio la Grecia che segna l’inizio della diffusione del cristianesimo in Europa. Paolo nel suo secondo viaggio, iniziato sulla spinta della visione, a Troade, del Macedone (cf. At 16,9), da Antiochia sbarcò proprio a Cavala (ca 49 d.C.) per dirigersi a Filippi e da qui a Tessalonica e a Beria e poi a Atene e a Corinto. Si prova una certa commozione alle porte di Filippi sul luogo del battesimo di Lidia (cf. At 16,11,15). Quella donna risoluta che «costrinse» Paolo e coloro che erano con lui a farsi ospitare da lei, fu la prima persona – potremmo dire europea – a divenire cristiana. Dopo Paolo, venne il turno dei Padri greci che dettero un contributo determinante per la formulazione del dogma nei primi Concili Ecumenici realizzando l’incontro tra l’ellenismo e il cristianesimo, fecondo per entrambi. Ancor oggi, ad esempio, all’Università Aristotele di Tessalonica si distinguono la scuola di filosofia, ricca dell’eredità della classicità, e la scuola di filosofia, dove sono passati grandi teologi (si pensi al Metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas che ivi ha passato anni di studio e di insegnamento).

Senza voler qua percorrere la storia della Chiesa in Grecia, offro di seguito qualche “appunto” che ho potuto prendere durante un soggiorno a Tessalonica sulla situazione odierna della Chiesa Cattolica in Grecia e in particolare proprio in questa città.

Oggi giorno, i fedeli cristiani in Grecia, come noto, sono per la stragrande maggioranza ortodossi e per la precisione appartenenti alla Chiesa Ortodossa di Grecia, fondata nel 1833, separata dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, con Arcivescovo Geronimo II dal 2008. La Chiesa Cattolica invece rappresenta una minoranza, costituita, a sua volta, in buona parte da fedeli stranieri, soprattutto albanesi. Il numero di fedeli si aggira attorno ai 200.000, con maggiore concentrazione ad Atene e, a seguire, nelle Cicladi, Tessalonica, Volos, Cavala, Corfù. La maggior parte dei cattolici greci appartiene alla Chiesa latina, vi è poi una qualche migliaia di fedeli della Chiesa cattolica greca di rito bizantino (Esarcato apostolico di Grecia, Esarca apostolico Manuel Nin, OSB) e qualche centinaia della Chiesa armeno cattolica (Ordinariato di Grecia degli Armeni, Amministratore apostolico Hovsep Bezazian).spiteris

La Chiesa cattolica latina è organizzata in 4 Arcidiocesi e un Vicariato Apostolico: l’Arcidiocesi di Atene (Arcivescovo Sevastianos Rossolatos, presidente della Conferenza Episcopale greca e del Santo Sinodo dei Vescovi cattolici di Grecia), l’Arcidiocesi di Corfù-Zante-Cefalonia (Arcivescovo Yannis Spiteris, OFMCap), l’Arcidiocesi di Nasso-Andro-Tino-Micono – con Arcivescovo Nikolaos Printesis e 4 Diocesi suffraganee (Chio, Creta, Santorino, Sira-Milo) -, l’Arcidiocesi di Rodi (sede vacante, Vicario generale John Luke Gregory, OFM) e il Vicariato Apostolico di Tessalonica.

Quest’ultimo è abbastanza esteso (quasi 57.000 km2) e copre la zona della Macedonia occidentale, centrale, di quella orientale e Tracia e della Tessaglia. Eretto nel 1926 da Pio XI, ha inglobato a sé quindi i territori della Macedonia e della Tracia greche che appartenevano al Vicariato Apostolico di Costantinopoli. Esso ha sede a Tessalonica presso la Cattedrale dell’Immacolata Concezione ed è retto da un Amministratore Apostolico, il summenzionato Yannis Spiteris; conta 3 sacerdoti (di cui 3 regolari), 7 religiosi (padri Lazzaristi), 5 religiose (Missionarie della Carità), 4 parrocchie (Tessalonica, Volos, Cavala, Alessandropoli) e qualche Chiesa non parrocchiale (Salonicco, Larissa, Xhanti). Nel Vicariato di Tessalonica non sono presenti molti fedeli (circa 6.000 battezzati) se si pensa che il numero di abitanti del territorio è di circa 3.500.000.

Nonostante i numeri inferiori a quelli a cui siamo abituati in Italia (che comunque sono già da tempo in calo) la Chiesa Cattolica nel Vicariato Apostolico di Tessalonica è attiva. La pastorale è basata sugli elementi fondamentali (sacramenti, catechesi, opere di carità, educazione) ma allo stesso tempo presenta la peculiarità di vivere in un contesto di minoranza e multietnicità. I sacerdoti sono quasi tutti non greci, i fedeli greci, come detto, non sono la maggioranza.

Sul valore della multietnicità c’è poco da dire. Essa, di per sé, invita ad aprire la mente, il cuore, gli orizzonti e a render difficile alla minoranza di divenire autoreferenziale. Sulla minoranza invece spendo due parole in più. Innanzitutto essa non è un valore in sé. Non è qualcosa da desiderare sia perché è spesso indice di una vita che si situa in un contesto caratterizzato da molteplici difficoltà, sia perché per un cristiano ciò che è da desiderare dovrebbe essere il tutto-in-Cristo (cf. Col 1,15-20). Tuttavia credo che valga il detto sapienziale (che in quanto sapienziale, e non matematico, non è da ritenere valido sempre e comunque) secondo cui «l’uomo nella prosperità non comprende» (Sal 48/49,13). Essere minoranza può aiutare innanzitutto a riscoprire l’essenziale carattere comunionale-comunitario della fede. Quando questo è vissuto, ad esempio, l’Eucaristia domenicale torna più facilmente ad essere compresa – prima che come precetto o devozione – come azione pneumatico-comunitaria, come raduno della comunità dei battezzati la quale, inserita nella persona di Cristo e nel suo essere oblativo, rivela, nell’amore concreto tra i suoi componenti e verso la creazione, il suo essere segno escatologico del raduno nella comunione che è il Regno. E quando poi, dopo l’Eucaristia, la comunità si ritrova per stare insieme (in molti casi anche per un tempo prolungato), condividendo fattivamente gioie o difficoltà di qualche suo membro, allora sì che si assiste ad un luminoso compimento della liturgia. Solo a questo punto la celebrazione eucaristica, la trasfigurazione della creazione in virtù della comunione dei fratelli in Cristo per lo Spirito col Padre, è davvero fons et culmen della vita (cf. Sacrosanctum Concilium 10). È solo quando l’amore trinitario che la liturgia esprime prende campo nell’esistenza, quando la salvezza è sperimentata come comunione, che il tempo passato in Chiesa di Domenica non conosce orologio e la comunità si rivela come luce del mondo (cf. Mt 5,14).

Trovo tutto ciò molto stimolante anche per la situazione ecclesiale italiana la quale, in un modo o in un altro, sembra che si stia apprestando, dopo molti secoli, a tornare minoranza, quando non lo è ridivenuta già. Se tale nuova situazione che le Chiese locali devono affrontare porta con sé – come forse può essere – la possibilità di purificazione per la Chiesa da ciò che non è essenziale del Vangelo, da ciò che oscura la realtà del Regno, e di avvicinamento a ciò che fa risplendere l’essere amante proprio del Padre nella creazione ferita dal male e dal peccato, ecco, ben venga.




Importanza del foro interno e inviolabilità del sigillo sacramentale: Nota della Penitenzieria Apostolica

imagesdi Francesco Romano • Il Sommo Pontefice Francesco il 21 giugno 2019 ha approvato la “Nota” e ne ha autorizzato la pubblicazione.

La premessa della “Nota” parte dalla constatazione che una “bramosia” sempre più diffusa d’informazione va sacrificando l’amore alla verità, l’impegno alla sua ricerca e il senso di responsabilità davanti a Dio e agli uomini. La facilitazione nell’uso fuori controllo dei mezzi offerti dal progresso della tecnica pone problemi di etica, in primo luogo il sacrificio che subisce la verità quando la realtà soggiace al condizionamento della sua percezione e alla manipolazione della sua comprensione.

La “Nota” della Penitenzieria Apostolica ha per scopo di favorire una migliore comprensione di quei concetti che possono entrare nella comunicazione ecclesiale e sociale, quali il sigillo sacramentale, la riservatezza connaturata al foro interno extra-sacramentale e il segreto professionale, sempre più incompresi e talvolta avversati dall’opinione pubblica e dagli ordinamenti giuridici civili che tendono a ignorare che la Chiesa non riceve la sua legittimazione dai singoli Stati, ma da Dio stesso. “Forzare l’inviolabilità del sigillo sacramentale costituirebbe una inaccettabile offesa verso la libertas ecclesiae”, verso la libertà religiosa che fonda ogni altra libertà, inclusa la libertà di coscienza di ogni cittadino, sia penitente che confessore.

La prima preoccupazione è per una certa mentalità moderna che si va affermando, sempre più contraria alla sacralità del sigillo sacramentale. In passato per tutti, anche tra le persone prive di istruzione, valeva l’espressione “te lo dico come se fosse in confessione!” per invocare la massima tutela e inviolabilità del segreto confidato. A questo proposito, oltre a presentare le indicazioni offerte dalla “Nota” della Penitenzieria Apostolica, prendiamo al volo l’occasione per integrarle con alcuni importanti riferimenti sul tema trattato presenti nel Codice di Diritto Canonico.

L’inviolabilità del sigillo sacramentale è dettata dalla legge divina che si radica nel sacramento della Confessione e lo tutela, “indispensabile per la santità del sacramento e per la libertà di coscienza del penitente” che deve essere certo che qualunque momento del colloquio sacramentale resterà nel segreto della confessione. Nessuna potestà umana potrebbe dispensare da questa legge. Il sacerdote agisce in persona Christi capitis e quando pronuncia la formula “io ti assolvo” è Cristo stesso che gli permette di unirsi al suo “io”, perché nessuno uomo come tale potrebbe essere in grado di assolvere dai peccati.

La tutela da parte del sacerdote del sigillo sacramentale è incondizionata, al costo della sua stessa vita, non solo per motivi di lealtà verso il penitente, ma anche come atto di “martirio”, cioè come testimonianza all’unicità e universalità salvifica di Cristo. Il termine “sigillo” sacramentale vuole rappresentare l’inviolabilità del segreto come se fosse racchiuso in una busta sigillata da Dio stesso e recante l’iscrizione nemini, numquam, nihil, cioè “a nessuno, mai, nulla”, per cui nessuna persona o autorità umana per nessuna ragione avrebbe la potestà di rompere quel sigillo e aprire la busta.

La “Nota” nel ricordare che la materia del sigillo sacramentale è esposta e regolata dai cann. 983-984 e 1388 §1 delcq5dam.thumbnail.cropped.750.422 CIC, dal can. 1456 del CCEO e dal n. 1476 del “Catechismo della Chiesa Cattolica”, anziché dire la Chiesa “stabilisce” in forza della propria autorità, preferisce usare il verbo “dichiarare” per sottolineare che la Chiesa non fa altro che riconoscere quanto è intrinsecamente legato alla santità del sacramento della confessione.

Vengono ricordati due divieti dati in modo assoluto: “Al confessore non è consentito, mai e per nessuna ragione di tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa” (can. 983 §1), come anche, di “fare uso delle conoscenze acquisite dalla confessione con aggravio del penitente, anche escluso qualunque pericolo di rivelazione” (can. 984 §1). Il contenuto del sigillo sacramentale riguarda tutti i peccati del penitente o di altre persone, sia mortali che veniali, occulti e pubblici, conosciuti in confessione. È un principio assoluto che riguarda il sacramento della confessione, anche se l’assoluzione venisse differita, negata, oppure data invalidamente. A motivo di questa assoluta non disponibilità per il confessore di utilizzare in foro esterno le notizie acquisite in confessione, soprattutto qualora fosse costituito in autorità (cf. can. 984 §2), è fatto divieto “ad liceitatem” di ascoltare le confessioni sacramentali al maestro dei novizi, al suo assistente, al rettore del seminario o di un altro istituto di educazione (cf. can. 985).

L’inviolabilità del sigillo sacramentale risiede nella stessa natura ontologica del sacerdote che viene a conoscenza dei peccati “non ut homo, sed ut Deus”, non come uomo, ma come Dio. Il sacerdote agisce “mediante il ministero della Chiesa” dando voce al Signore nel pronunciare le sue parole: “io ti assolvo dai tuoi peccati”. Per cui, fuori dal sacramento della confessione è come se non sapesse o ricordasse ciò che ha ascoltato, al punto che potrebbe lecitamente arrivare a giurare il falso di non sapere quanto ha conosciuto in confessione pur tutelare il sigillo.

Il sigillo sacramentale vincola anche interiormente il confessore che è tenuto a sopprimere ogni involontario ricordo, non essendogli lecito ricordare volontariamente la confessione.

La profondità e l’estensione del sigillo sacramentale è resa ancor più evidente dal divieto imposto al confessore di fare parola, fuori dal sacramento, del contenuto della confessione anche con lo stesso penitente, “salvo esplicito, e tanto meglio se non richiesto, consenso da parte del penitente”. D’altra parte, l’inviolabilità del sigillo sacramentale tocca lo stesso penitente per quanto riguarda l’incapacità “di sollevare il confessore dall’obbligo della segretezza, perché questo dovere viene direttamente da Dio”.

Oltre a queste disposizioni assolutamente restrittive vogliamo ricordare anche la “incapacità” dei sacerdoti a essere testimoni, “per quanto sia venuto loro a conoscenza dalla confessione sacramentale, anche nel caso [per assurdo] che il penitente ne chieda la rivelazione; anzi, tutto ciò che da chiunque e in qualsiasi modo sia stato udito in occasione della confessione, non può essere recepito neppure come indizio di verità” (can. 1550 §2, 1).

Oltre al sigillo sacramentale che riguarda il confessore, esiste anche il “segreto” al quale sono tenuti sia l’eventuale interprete che tutti coloro che in qualunque modo siano venuti a conoscenza di peccati rivelati nella confessione (cf. can. 983 §2). La violazione del sigillo da parte del confessore comporta la scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, mentre la violazione del segreto legato alla confessione da parte dell’interprete o di altri soggetti comporta una pena obbligatoria e indeterminata che può arrivare fino alla scomunica (cf. can. 1388 §2).

Ci ricorda la “Nota” che l’esigenza intrinseca al sigillo sacramentale e la sua difesa, mai possono costituire una qualche forma di connivenza col male. La struttura stessa del sacramento della Riconciliazione, quale condizione per la sua validità, comporta il sincero pentimento, il fermo proposito di emendarsi e di non reiterare il male commesso. In presenza di peccati che sono anche reati, il confessare deve verificare le disposizioni del penitente per impartire l’assoluzione, ma non può porre come condizione che prima vada a costituirsi alla giustizia civile perché urterebbe con il principio di diritto naturale Nemo tenetur se detegere. Nei riguardi di un penitente che si dichiari vittima di un reato subito, il confessore dovrà istruirlo sui suoi diritti e sugli strumenti per ricorrere al foro civile ed ecclesiastico, ma senza condizionamenti lasciando la decisione alla sua coscienza.

La seconda parte della “Nota” illustra il foro interno extra-sacramentale, il cui ambito è esterno al sacramento della confessione, ma sempre occulto. Anche in esso la Chiesa esercita la sua potestà e missione salvifica non rimettendo peccati, ma concedendo grazie o liberando da censure, impedimenti, irregolarità ecc.

La direzione spirituale fa parte del foro interno extra-sacramentale in cui il fedele affida al sacerdote in forza del sacramento dell’Ordine, o a un laico in forza del sacerdozio battesimale, il proprio cammino di conversione e santificazione. Anche in questi casi deve essere tutelato il segreto di chi apre la propria coscienza al direttore spirituale che ascolta in forza del suo speciale rapporto con Cristo “che gli deriva dalla santità di vita e, se chierico, dallo stesso Ordine sacro ricevuto”. In questo ambito il diritto alla riservatezza e alla propria intimità, come è codificato dal can. 220, è prima di tutto di diritto naturale.

Il foro interno extra-sacramentale, non è vincolato e tutelato alla stregua del sigillo sacramentale, ma gli è comunque riconosciuta una speciale riservatezza per il diritto naturale dovuto al segreto “commesso” e “promesso”, anche in modo non esplicito. Ma vi è di più, nella direzione spirituale il fedele apre il segreto della propria coscienza per essere illuminato e orientato al compimento della volontà di Dio. Qualche esempio a dimostrazione di ciò è il divieto di chiedere al direttore spirituale il parere per l’ammissione agli Ordini sacri, o per la dimissione dal seminario dei candidati al sacerdozio (cf. can. 240 §2) e, per estensione, anche l’ammissione dei religiosi e dei novizi alla professione religiosa o la loro dimissione ai quali viene riconosciuta dai Superiori “la debita libertà per quanto riguarda il sacramento della penitenza e la direzione della coscienza” (can. 630 §1). L’Istruzione “Sanctorum Mater”, sullo svolgimento delle inchieste diocesane nelle cause dei santi, vieta di ammettere a testimoniare sia i confessori che i direttori spirituali del Servo di Dio.

La terza parte della “Nota” è dedicata ai “Segreti e altri limiti propri della comunicazione”.

Oltre al segreto legato al foro interno sacramentale ed extra-sacramentale, esiste anche il segreto professionale a cui sono tenute alcune categorie di persone che svolgono un particolare ufficio nella società civile o nella Chiesa. Il segreto professionale non è assoluto come nel caso del sigillo sacramentale tanto che il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (n. 2491) ammette la possibilità della rivelazione quando la custodia dovesse arrecare danno a chi si è confidato, a chi ne viene messo a parte o a terzi. Il Codice di Diritto Canonico esenta dall’obbligo di rispondere in qualità di testimone: “i chierici, per quanto sia stato loro confidato in ragione del sacro ministero; i magistrati civili, i medici, le ostetriche, gli avvocati, i notai e gli altri tenuti al segreto di ufficio anche in ragione del consiglio dato, per tutto ciò che cade sotto questo segreto” (can. 1548 §2, 1). Mentre il segreto derivante dal sigillo sacramentale non ammette neppure la liberatoria da parte del penitente (cf. can. 1550 §2, 1), chi è tenuto soltanto al segreto d’ufficio può avvalersi della liberatoria data dal proprio cliente o paziente per poter rivelare quanto ha conosciuto nell’esercizio del suo ufficio.

Un caso particolare è il “segreto pontificio” che vincola in forza del giuramento connesso all’esercizio di determinati uffici al servizio della Sede Apostolica. La ragione ultima è il bene pubblico della Chiesa e la salus animarum.

Infine, la “Nota” richiama la sapienza della Chiesa riguardo alla linea da seguire negli altri ambiti della comunicazione, sia pubblici che privati, insegnata dal Signore: “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6, 31), ovvero di conformare la propria vita al precetto dell’amore fraterno quando chi pone una domanda non ha il diritto di conoscere la verità, avendo davanti agli occhi la regola preminente del bene e della sicurezza altrui, il rispetto della vita privata e il bene comune.

La correzione fraterna rappresenta un particolare dovere di comunicazione della verità nei vari gradi insegnati dal Signore: “Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità” (Mt 18, 15-17).

Una esortazione efficace con cui la “Nota” conclude è di re-impostare la forza della parola e il suo potere costruttivo, ma anche il suo potenziale distruttivo in questo tempo con cui con tanta rapidità ogni informazione viene “bruciata” e con essa a volte anche la vita delle persone. In modo particolare il richiamo è all’attenta vigilanza nel custodire il sigillo sacramentale e la riservatezza connessa all’esercizio del ministero ecclesiale “avendo come unico orizzonte la verità e il bene integrale delle persone”.




Leadership carismatica. Percorsi di formazione alla luce della Evangelii Gaudium

4322_6876di Alessandro Clemenzia • L’esistenza ecclesiale è costantemente chiamata a penetrare nelle “cose” degli uomini, risignificandole dal di sotto e dal di dentro: un dinamismo che trova nell’incarnazione del Verbo di Dio la sua ontologica condizione di possibilità. Non c’è nulla di veramente umano che non sia stato “contaminato” dalla presenza e dall’azione di Gesù di Nazareth. Questa logica di “entrata” e di “risemantizzazione” tocca gli ambiti più disparati della quotidianità umana. Tra questi, c’è anche l’esperienza della “leadership”. La Chiesa, quale effettivo contributo può offrire a tale riguardo? Sono già usciti in questi ultimi anni diversi saggi di natura teologica su questo argomento, soprattutto nel contesto dell’odierno recupero del tema della sinodalità.

È uscito recentemente un volume, intitolato Leadership carismatica. Percorsi di formazione alla luce della Evangelii Gaudium, a cura di Tiziana Longhitano e Theo Jansen (Urbaniana University Press, 2019), all’interno del quale sono presentati, in particolare nell’ambito della vita consacrata, alcuni interessanti contributi alla luce degli stimoli offerti da Papa Francesco. «Niente di più appropriato – ha scritto Piero Coda nella Prefazione –, per innervare questa coscienza e accompagnarne l’approdo a sempre più consistenti e orientatori guadagni, di una riflessione multidisciplinare e convergente […] sulla “leadership carismatica”. E cioè su quella funzione di orientamento e di guida che, nella missione della Chiesa e nel processo dell’esperienza culturale e sociale, viene offerta dai carismi quali liberi e gratuiti doni dello Spirito Santo, accolti ed esercitati dai singoli e dalle comunità, a servizio della promozione del bene comune» (p. 7).

Senza entrare nei singoli contributi offerti, che si muovono dall’ambito teologico a quello biblico, da quello spirituale a quello antropologico, fino al dialogo interreligioso, ciò che è interessante evidenziare, a partire dai risultati globali raggiunti da questo volume, è come la forma della leadership dipenda dalla natura di quei luoghi in cui essa viene esercitata: è da essi, infatti, che si intravede quale sia la modalità relazionale più appropriata per esercitare alcune funzioni di responsabilità. Una tale scelta è determinata in particolare dal fatto che il leader acquisisce una sua particolare “forma”, non in base a una previa teorizzazione della sua azione, ma in stretta interconnessione al contesto, vale a dire al “verso chi” tale leadership viene esercitata e da cui viene riconosciuta.maxresdefault (1)

Una tale articolazione del discorso porta con sé almeno due elementi distintivi e fondamentali: in primo luogo, viene suggerito che questi “spazi” relazionali sono il vero punto di partenza di una riflessione sulla leadership (cf. quanto ha scritto Fabio Ciardi a proposito del «creare i luoghi del Risorto», pp. 92-93); in secondo luogo, che la figura del leader è ontologicamente relazionale, in quanto il suo essere (e, dunque, il suo agire) è in qualche modo “ricevuto” da un riconoscimento da parte dell’altro o degli altri. Questi due elementi chiariscono che una riflessione sulle dinamiche sociali dell’uomo contemporaneo non può svilupparsi attraverso un’ipotesi aprioristica sulla leadership, come se, cambiando i parametri del vertice all’interno di una visione piramidale della realtà, tutta la base dovesse in qualche modo trasformarsi; è proprio a partire da un contesto in cui vengono attivati alcuni processi relazionali a determinare una particolare (e nuova) forma di leadership. E questo discorso riguarda in particolar modo la natura sinodale della Chiesa, di cui oggi tanto si parla.

I diversi contributi contenuti in questo volume presentano una particolare forma di relazionalità, che spesso è stata descritta attraverso un altro termine, assai frequente in ambito interdisciplinare: “comunione”. L’eccessivo uso, e a volte abuso, di questo lemma l’ha portato ad avere un significato non univoco, e a volte addirittura polisemico. Proprio per questo si è reso opportuno un rigoroso approfondimento, da parte degli autori, della dinamica più profonda che innerva questa parola-chiave, per cogliere il suo significato più preciso.

Come si diceva, si è voluta esplicitare la natura di alcune modalità relazionali che scaturiscono dalla vita carismatica ecclesiale, per offrire delle risposte valide alle sfide del nostro tempo, determinato da una frammentarietà esistenziale globale, come ha descritto Tiziana Longhitano nel suo intervento (cf. pp. 49-54). Tutti i saggi contenuti in questo volume si inseriscono all’interno del così denominato “paradigma relazionale”, che sembra ormai affermarsi trasversalmente, dall’ambito teologico a quello filosofico, da quello politico a quello sociologico ed economico. Tale paradigma chiede, nella fattispecie alla vita consacrata, riprendendo le parole di Carlos García Andrade «un nuovo modello sia di pensare sia di attuare il governo delle comunità con l’esercizio dell’autorità» (pp. 11-12).

Le proposte avanzate portano a una leadership co-agonistica, concetto che a un primo impatto potrebbe sembrare teorico e idealistico; eppure le forme relazionali proposte dai singoli contributi, in un modo o nell’altro, sono accompagnate da esperienze comunitarie concrete, che mostrano la reale possibilità di un cambiamento effettivo, senza obliare i limiti incontrati o possibili. Questo significa che quanto affermato dagli autori non cerca un’attualizzazione, in quanto nasce già da un’esperienza comunitaria concreta, dove la figura del leader assume la forma della comunità di cui fa parte: ciò conferma che è dall’experientia della realtà che scaturisce un’intelligentia, non viceversa.




Newman e il cammino nella verità. A due mesi dalla canonizzazione

John-Henry-Newmandi Francesco Vermigli • «Keep Thou my feet; I do not ask to see / The distant scene; one step enough for me» («Sostieni Tu i mie passi; di vedere non chiedo / l’orizzonte lontano; un passo per me è sufficiente»). Newman – ancora anglicano, ma in viaggio in Italia alla ricerca della radice profonda del cattolicesimo – scrive quel capolavoro della poesia inglese intitolato Lead, Kindly Light (Guidami, Tu, Luce gentile), da cui abbiamo tratto questi versi. A ben vedere, la vita di questo teologo di finissima intelligenza, uomo di virtù umane e teologali spiccate e di elevato senso ecclesiale può essere davvero rappresentata da queste parole, che abbiamo citato ad esergo del nostro articolo e che dicono della fiducia dell’uomo credente in Dio: quell’uomo che non chiede che gli si mostri l’orizzonte più lontano, ma chiede d’essere condotto a possedere lentamente la verità e a penetrarla progressivamente, con un semplice passo alla volta.

Giovane prete anglicano della fazione più ostinatamente liberale e razionalista dei noetics, quindi anglicano della High Church e zelante promotore del Movimento di Oxford vicino ai cattolici, si convertì al cattolicesimo dopo una lunga e combattuta riflessione, fu ordinato prete cattolico e creato cardinale: è stato beatificato da papa Benedetto XVI a Birmingham, il 19 settembre 2010. Ora, papa Francesco, con il decreto del 1 luglio scorso, ne stabilisce la canonizzazione, che si terrà a Roma, domenica 13 ottobre.

Newman vive nell’Inghilterra della rivoluzione industriale eppure ancora della ruralità diffusa, l’Inghilterra dell’alternanza tra tories e whigs e della politica ecclesiastica del Parlamento inglese, spesso chiamata a confrontarsi con il mondo cattolico, tra la proscrizione e una certa tolleranza; egli vive gli inizi dell’età vittoriana: in questa Inghilterra – come sospesa tra le nobili tradizioni antiche e i cambiamenti convulsi – egli è un uomo di grande profondità critica, sempre in ricerca, sempre in avanti, sempre in movimento; verso la verità che egli spera e anela, che persegue e che brama. Come reciterà l’epitaffio sulla sua tomba a Rednal: ex umbris et imaginibus in veritatem.71npLDuQ8eL

Non è un caso che la sua opera teologica maggiore vada sotto il titolo di  un’opera che trasmette una riflessione sulla dottrina come fatto dinamico, che progredisce sotto la custodia e la guida dello Spirito e che nella storia approfondisce la comprensione dei misteri cristiani. È l’opera che si segnala per l’abbandono della via media (la dottrina con cui Newman riconosceva all’anglicanesimo una posizione mediana ed equilibrata rispetto agli eccessi protestanti e cattolici): abbandono che sarà poi foriero della conversione al cattolicesimo nell’ottobre del 1845. Leggere la più tarda Apologia pro vita sua (1864) significa invece percorrere idealmente la grande parabola della vita di Newman e percepire almeno a longe la serietà della sua ricerca e il carattere combattuto del suo discernimento sulla pienezza della verità entro le diverse confessioni cristiane.

All’inizio di queste righe, abbiamo ricordato due versi del Lead, Kindly Light, la preghiera rivolta al Signore d’essere guidato sempre più avanti. Ebbene il luogo in cui questa luce ad un tempo potentissima e gentilissima agisce per indirizzare, sostenere e custodire colui che cerca con onestà e decisione, è quella sorta di inviolabile sacrario che è la coscienza. Nella Lettera al Duca di Norfolk, stesa dopo la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale al Vaticano I, il Newman rispondeva all’obiezione del Gladsone, che ebbe a dire che un cattolico inglese dopo tale dogma si trovava nella posizione di non poter essere un buon suddito inglese: qui scrive la frase assai famosa secondo la quale bisogna brindare prima alla coscienza e poi al papa; un passo su cui ha avuto modo di fermarsi proprio quel Ratzinger che da papa l’avrebbe beatificato.

Che cosa resta del magistero teologico, spirituale ed ecclesiale di colui che a breve verrà iscritto nel numero dei santi? Pare certo cosa assai difficile raccogliere in brevi righe l’eredità di questo uomo di Chiesa e teologo. Egli fu innanzitutto un cristiano, uomo di grande onestà intellettuale e di ricerca appassionata. Fu un uomo di Chiesa, preoccupato di diffondere al meglio il Vangelo in un mondo, come quello inglese, in continuo cambiamento; come attesta l’opzione per l’Oratorio di san Filippo Neri come strumento ritenuto più adatto alla diffusione della Buona Notizia in Inghilterra. Fu infine un teologo tra i maggiori dell’intero ‘800. Ma davvero possiamo scrivere questo in ultima posizione? Perché nella sua ricerca della verità della dottrina cristiana e nella percezione di essa come in continuo sviluppo al modo di un organismo, si nasconde davvero tutta la vita di Newman. Un Newman che ad un tempo crede e spera, pensa e opera, nella certezza che sarà quella luce gentile che guida e non si impone, a condurlo dalle ombre e dalle immagini offuscate allo splendore della verità che non avrà mai fine.




Pasolini, il sacro e la morte in un saggio di Tommaso Subuni

9788885095403_0_500_0_75di Gianni Cioli • Lo scorso mese, dalle pagine di questa rivista abbiamo proposto la rilettura di un saggio di Gabriella Pozzetto sulla figura di Cristo nel cinema di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 2007. È interessante considerare anche un altro libro, complementare al primo e uscito lo stesso anno, quello di Tommaso Subini intitolato La necessità di morire. Il cinema di Pier Paolo Pasolini e il sacro, (Roma 2007).

Il titolo, La necessità di morire, mette bene a fuoco che l’interesse di Pasolini per sacro si collega al problema della morte, questione che ha sempre profondamente segnato la sua sensibilità fin dalla giovinezza, anche a causa della tragica scomparsa nel 1945 del fratello Guido, partigiano, percepita da Pasolini come una sorta d’immolazione.

Il libro si articola in tre capitoli. Il primo, Una religiosità ‘atipica’, evidenzia il modo singolare di rapportarsi al sacro da parte del regista: sotto la spinta delle proprie sofferte vicende autobiografiche, nella fascinazione per la religiosità popolare, ma anche mediante colti riferimenti a precise teorie di storia e fenomenologia della religione. «Ernesto de Martino e Mircea Eliade sono le due figure principali con cui, nell’ordine, la riflessione pasoliniana sul sacro entra in dialogo. Se i rapporti con il secondo sono stati già studiati, quelli col primo risultano ancora tutti da indagare» (p. 20). Proprio sotto l’influsso del pensiero di de Martino – in particolare dell’opera Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Torino 32000 – Pasolini elabora, secondo Subini, una religiosità concentrata sul problema della morte: «Alla vocazione centrifuga dell’esperienza religiosa tradizionale, la cui pervasività tende a irraggiarsi verso le più diverse dimensioni del vivere, si sostituisce in Pasolini una religiosità di natura centripeta, rigidamente circoscritta alla gestione del ‘problema della morte’» (p. 32), una religiosità che intende operare «non fornendo false illusioni alla ragione, bensì proteggendo la presa di coscienza dell’ineluttabile irreversibilità della morte» (p. 31).

Il secondo e più ampio capitolo, Una proposta di periodizzazione, ripercorre a grandi linee le tappe dell’itinerario artistico di Pasolini, dall’esperienza della scrittura poetica dei primi anni ’40 durante la permanenza a Casarsa in Friuli, all’approdo nel mondo del cinema nella Roma a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 e allo sviluppo della sua carriera di regista fino al 1975, anno della sua scomparsa tragica. Scopo del capitolo è proporre e motivare una periodizzazione della filmografia – e della stessa vicenda biografica – pasoliniana originale rispetto a quelle elaborate finora, riconoscendo come unitario il cinema sorto dalla collaborazione con la Pro Civitate Christiana, quello cioè compreso tra La ricotta (1963) e Uccellacci e uccellini (1965). Tramite l’associazione laicale assiaiate, nel periodo dal 1962 al 1966, anche sotto la fascinazione della figura di Giovanni XXIII e delle aperture conciliari, il regista ha potuto imbastire un dialogo sofferto ma significativo con l’ala progressista del mondo cattolico. Nel confronto con gli amici di Assisi, senza mai giungere a riconoscersi nella fede cristiana e volendo mantenere ferma l’identità d’intellettuale marxista, Pasolini ha trovato punti di convergenza profondi fra la sua ricerca artistico esistenziale, la sua elaborazione del sacro e il patrimonio della religione cattolica: un incontro che ha prodotto un opera di altissimo livello come Il Vangelo secondo Matteo (1964), fedele ad un tempo alla poetica pasoliniana, al dato scritturale e all’ortodossia. La collaborazione con la Pro Civitate Christiana prevedeva la realizzazione di un film su San Paolo ma il progetto non si è mai realizzato. Secondo l’autore, dopo Uccellacci uccellini (1965), inizia una nuova fase in cui Pasolini si distacca dalla prospettiva cristiana e «si rivolge al mito greco: sia nelle riscritture creative di Edipo re, dell’Orestiade e di Medea, sia nella stesura di tragedie di ambientazione contemporanea ispirate alla struttura del teatro greco. Secondo quanto affermato da Pasolini, anche Teorema fu originariamente concepito come tragedia in versi, prima di diventare un film» (pp. 81-82).tomasosubini-238x300

La controversa accoglienza di Teorema (1968) da parte degli ambienti cattolici pare aver sancito la fine del dialogo. «L’interrompersi del dialogo non determina tuttavia il venir meno della riflessione sul sacro, ovvero sul mistero della morte. Al contrario è proprio ora che essa si radicalizza, spingendosi, con Porcile [1968-1969] e soprattutto con Medea [1969-1970], oltre i confini confessionali, alle radici stesse del sacro, contrapposte, sia nel primo sia nel secondo film, alla religione borghese della società neocapitalista, che nella Chiesa cattolica trova la propria istituzione rappresentativa. Pasolini ha esplicitamente indicato nel Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade il presupposto teorico alla base di Medea» (p. 90).

Il terzo e ultimo capitolo, il più breve, s’intitola Il lavoro del cordoglio ne ‘Il Vangelo secondo Matteo’ e prende in esame alcune sequenze del film del ’64 in cui trovano particolarmente riscontro le premesse teoriche avanzate nel primo capitolo. Subini mette giustamente in evidenza che, distaccandosi non poco dalla sobrietà testo di Matteo, Pasolini si è notevolmente soffermato, attraverso la poetica pura delle immagini, su alcune scene di morte nelle quali si possono ritrovare stilemi già presenti nei suoi primi film, Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), e che sembrano confermare una elaborazione pasoliniana delle teorie dello storico della religione Ernesto de Martino.

Le sequenze esaminate sono quelle della morte di Erode, della morte di Giuda e della morte di Cristo. In quest’ultima Pasolini, allontanandosi dal testo matteano ma in continuità con la tradizione dell’iconografia e dalla religiosità popolare cristiana, ha voluto inserire la presenza della madre del Signore e del suo pianto. È significativo che il regista abbia chiamato la propria madre per interpretare il ruolo di Maria: «L’immagine di Susanna Pasolini che si erge composta di fronte alla morte del figlio nelle vesti della madonna addolorata del Vangelo giovanneo incarna nei termini più espliciti la volontà del cinema pasoliniano di “non passare con ciò che passa”» (p. 118).

Il saggio di Subini risulta certamente una ricerca di valore, in primo luogo perché coglie e mette a fuoco il rapporto fra tema del sacro e tema della morte nel cinema di Pasolini, in secondo luogo perché offre elementi originali alla conoscenza dell’opera e della vita del regista, sia nell’analisi delle fonti del suo pensiero, evidenziando l’influenza delle teorie di de Martino, sia nella proposta di riformulare la periodizzazione della filmografia pasoliniana in rapporto alla collaborazione con la Pro Civitate Christiana, documentando il tutto con accurate ricerche d’archivio.

Il libro di Subini appare quindi uno strumento utile allo studioso di storia del cinema, a chi voglia approfondire i rapporti fra cinema e teologia e, non ultimo, a chiunque sia interessato ad avvicinarsi alla figura e all’opera di uno dei più complessi, affascinanti e controversi registi del cinema italiano.




«Latine loqui»

image002di Andrea Drigani Dall’8 giugno di quest’anno la Radio Vaticana ha iniziato a trasmettere un notiziario settimanale in lingua latina dal titolo «Hebdomada Papae». Il radiogiornale in latino, della durata di cinque minuti, va in onda il sabato alle ore 12,32 e viene replicato la domenica alle 17,30 ed è disponibile in formato podcast sul portale «Vatican News». La rubrica è curata in collaborazione con l’Ufficio Lettere Latine della Segreteria di Stato. Si tratta di un’ulteriore dimostrazione dell’interesse della Chiesa e della Santa Sede per la lingua latina, non solo nella liturgia, ma in particolare per lo sviluppo della comprensione della storia ecclesiastica, dalla tradizione patristica, dell’esegesi biblica, del magistero, del diritto canonico. La lingua latina con la sua dimensione di universalità, resta la lingua ufficiale della Chiesa, al di là dell’uso rituale, con speciale riferimento ai documenti pontifici e alla normativa canonica. Una lingua universale, quella latina, che forse non ha mai spesso di ambire ad essere sovranazionale. Nei tempi recenti l’interesse dei Romani Pontefici, sull’importante ruolo della lingua latina, oltre all’ambito liturgico, prende l’avvio da San Giovanni XXIII con la Costituzione Apostolica «Veterum Sapientia» del 22 febbraio 1962, nella quale, appunto, si riafferma la necessità della conoscenza del latino per procedere negli studi teologici, storici, giuridici, a motivo del grande ed antico patrimonio dottrinale della Chiesa che dal passato si volge al futuro. San Paolo VI col Motu Proprio «Studia Latinitatis» del 22 febbraio 1964 istituiva il Pontificio Istituto Superiore di Latinità («Pontificium Institutum Altioris Latinitatis») inserito come Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche nell’Università Pontificia Salesiana. Ancora San Paolo VI con il Chirografo «Romani Sermones» del 30 giugno 1976, costituiva la Fondazione «Latinitas», conferendole la personalità giuridica, per la gestione e la diffusione dell’omonima Rivista, redatta in latino, raccogliendo articoli scientifici. Benedetto XVI col Motu Proprio «Lingua Latina» del 10 novembre 2012 ha eretto, collocandola nel novero delle Pontificie Accademie, la Pontificia Accademia di Latinità («Pontificia Academia Latinitatis») stabilendo, altresì, l’estinzione della Fondazione «Latinitas» ed il trasferimento del suo patrimonio e delle sue attività alla medesima Accademia. Proprio la constatazione del latino «rete d’Europa», in virtù della potestà imperiale romana, per la quale il latino è stato e resta la grande lingua delle istituzioni europee allargatasi poi a tutta la Terra, ha ispirato Paolo Cesaretti e Edicq5dam.thumbnail.cropped.1500.844 (1) Minguzzi ha pubblicare per i tipi di Scholé (Morcelliana) «il Dizionarietto di latino. La rete comune d’Europa». In quest’opera vengono proposte oltre 900 parole di origine latina, raggruppate in circa 300 voci, legate da un’affinità etimologica, che riguardano anche la vita quotidiana; vi sono pure dei termini presenti nella lingua inglese, largamente usati anche in Italia, che però sono di diretta derivazione latina. Gli autori con il verso di Dante, riferito all’avo Cacciaguida, che si esprime «per chiare parole e con preciso latin» (Par XVII, 34-35), rammentano che «latine loqui» significava per antonomasia «parlare con chiarezza» e ricordano pure l’espressione francese «perdre son Latin» («perdere il proprio latino»), ossia perdere la capacità di articolare con coerenza il proprio pensiero, rinunciare ad argomentare, persino non raccapezzarsi più in un’attivita e in un discorso.




Le città dell’odio: la mappa dell’intolleranza sul Web

Com.-Soc.-2019-VERT.-per-webdi Antonio Lovascio • Papa Francesco aveva messo in guardia nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2019, celebrata il 2 giugno. Le Reti, se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, purtroppo si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti. Quando addirittura non riescono ad essere la corsia preferenziale per seminare spirali di odio nei confronti di gruppi minoritari, socialmente più deboli. E’ emblematica e merita qualche considerazione la “fotografia” del clima che si respira in Italia attraverso l’analisi dei tweet fatti tra marzo e maggio 2019, in piena campagna elettorale per le Europee, realizzata per il quarto anno consecutivo dal’Osservatorio Vox, insieme all’Università Statale di Milano, alla Sapienza di Roma, all’Università di Bari e al dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica. Da questa Mappa emerge un Paese sempre più incattivito, in cui il livore contro i migranti è salito del 15,1 per cento, rispetto al 2018, e sul totale dei cinguettii che hanno come oggetto i rifugiati quelli di odio sono il 66,7 per cento. Sul totale di cinguettii negativi, quelli contro i profughi sono il 32 per cento: vale a dire, spiegano i curatori del rapporto, che un hater su tre si scatena contro “lo straniero”. Sorprendente la crescita dell’intolleranza contro gli ebrei (quasi assente fino all’anno scorso), che registra invece un +6,4%, così come quella contro i musulmani (+6,9%). Non sono esenti dall’avversione online nemmeno le donne (+1,7% rispetto al 2018), così come gli omosessuali, che hanno visto però una flessione del 4,2% dei tweet negativi, segno forse anche delle campagne di sensibilizzazione dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili.vox

Le città più intolleranti sono Roma e Milano: su 18.284 tweet raccolti nella Capitale, quelli negativi sono 12.826. Nel capoluogo lombardo invece i tweet di odio sono 4.083 su un totale di 5.719. Bologna e Torino comandano la classifica dell’Islamofobia, Roma è al primo posto per l’antisemitismo, mentre la stessa Milano concentra il maggior numero di tweet contro disabilità (davanti a Napoli e Venezia), omofobia (prima di Napoli e Bologna), sessismo (battute Napoli e Firenze) e xenofobia.

Sale il livello di aggressività, ma purtroppo altrettanto significativa appare la correlazione tra odio sui Social e messaggi della politica: confermata dai primi risultati di un altro studio in corso, con Amnesty International, che sta analizzando i profili dei politici su Facebook. Imitando Trump, i populisti nostrani a tinte gialloverdi hanno trasferito il confronto-scontro dal Parlamento alla vasta platea della Rete. Non c’è quindi da stupirsi se poi le parole d’odio, che si moltiplicano sul web, si traducono in scelte politiche e normative che hanno un’incidenza sui diritti dei migranti in arrivo e sulle fondamenta dello Stato di Diritto. La conseguenza più allarmante è che oggi sembra bastare un tweet del ministro dell’Interno per chiudere i porti italiani alle navi che portano richiedenti protezione, potenzialmente titolari di un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione: il diritto d’asilo (art. 10, comma 3 Cost.).

Davanti a questo devastante scenario, appare evidente come sia necessario agire su più fronti: una qualche forma di auto-regolamentazione da parte dei social appare più che urgente; soprattutto da parte di Facebook qualcosa si sta facendo, ma è ancora poco, secondo gli esperti che hanno elaborato la “Mappa”. Un secondo fronte, fondamentale, è la prevenzione. Per questo, nel 2018 e nell’anno in corso “Vox Diritti” ha intensificato i suoi progetti nelle scuole, per educare i ragazzi al linguaggio dell’inclusione, anche per combattere fenomeni di cyberbullismo. Il risultato, è la campagna #Ispeakhuman, lanciata a inizio maggio su Facebook e Instagram, i cui contenuti, video, gif, post, sono stati pensati e realizzati dai ragazzi del Liceo Bottoni di Milano e dell’Università Cattolica. La campagna ha registrato un enorme successo, più di 200mila visualizzazioni, a conferma della necessità di creare contro-narrazioni efficaci per combattere ostilità e disprezzo.

Una goccia d’acqua pura in un mare inquinato: qualcosa si è fatto, ma il più resta ancora da fare per correggere queste deviazioni, senza peraltro demonizzare uno strumento che è fonte di conoscenze e relazioni. Ripartire dall’educazione civica, ritrovare le parole inclusive e i valori fondanti del patto sociale alla base delle nostre democrazie. Consapevoli che trasformare i ragazzi in cittadini è compito difficile; ma è la vera, grande sfida per costruire un futuro a misura di uomo. Anche la Chiesa deve avere un ruolo importante in questo progetto educativo, per passare dalla diagnosi alla terapia. Come ? La bussola è già stata suggerita da Papa Francesco: <Aprendo la strada al dialogo, all’incontro, al sorriso, alla carezza… Questa è la Rete che vogliamo. Una Rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere. La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui “like”, ma sulla verità, sull’“amen”, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri>.




L’Incontro tra Trump e Kim — Simbolo di vera pace o interessi personali?

imagesdi Mario Alexis Portella Il 30 giugno di quest’anno, il presidente Donald Trump ha attraversato da solo il confine intercoreano al villaggio di Panmunjom (la zona demilitarizzata al confine tra le due Coree), su invito del leader nordcoreano Kim Jong-un. È stato il primo presidente statunitense ad averlo fatto. La stretta di mano tra i due è avvenuta quindi in Corea del Nord. L’importanza ovvero la storicità dell’incontro è stata sottolineata da entrambi i leader. Kim ha definito “eccezionale” il suo rapporto con Trump e l’ha lodato per essere stato il primo presidente degli Stati Uniti a mettere piede in Corea del Nord, “un atto coraggioso e determinato”. Anche Papa Francesco a Roma ha affermato: <<Nelle ultime ore abbiamo assistito in Corea a un buon esempio di cultura dell’incontro. Saluto i protagonisti, con la preghiera che tale gesto significativo costituisca un passo ulteriore nel cammino della pace, non solo su quella penisola ma a favore del mondo intero>>. Purtroppo quel incontro, come i due precedenti tra Trump e Kim non era altro che l’ostopolitik — la politica di apertura verso i paesi orientali perseguita dal governo tedesco federale; promossa dal cancellierato di Willy Brandt (1969-74) e proseguita dai successori, era finalizzata, come la realpolitik, smettendo da le parte violazioni di diritti umani per l’allentamento della tensione con il blocco socialista e in particolare tra le due Germanie.

Isolata dal resto del mondo, la Corea del Nord è governata dalla famiglia Kim da tre generazioni e ai suoi cittadini è richiesto di mostrare completa devozione alla famiglia e al suo attuale leader, Kim Jong-un. Il paese rimane uno degli stati dittatoriale più rappresentativi al mondo. Nel suo settimo anno al potere, Kim continua a esercitare un controllo politico quasi totale. Il governo limita tutte le libertà civili e politiche, compresa la libertà di espressione, riunione, associazione e religione. Inoltre, vieta qualsiasi opposizione politica organizzata, media indipendenti, società civile e sindacati.

Il governo ricorre abitualmente all’arresto arbitrario e alla punizione di crimini, torture in custodia e esecuzioni per mantenere la paura e il controllo sulla popolazione. Il governo e le agenzie di sicurezza ottengano sistematicamente il lavoro forzato e non retribuito dei suoi cittadini – tra cui donne, bambini, detenuti e detenuti – per costruire infrastrutture, realizzare progetti e svolgere attività ed eventi che esaltano la famiglia dominante Kim e il Partito dei Lavoratori della Corea (WPK).

La dittatura di Kim ha continuato le sue severe restrizioni sui viaggi transfrontalieri non autorizzati verso la Cina, ha collaborato con le autorità cinesi per catturare e restituire i rifugiati nordcoreani e ha punito i nordcoreani entrando in contatto con il mondo esterno. Il governo non riesce a proteggere o promuovere i diritti di numerosi gruppi a rischio, tra cui donne, bambini e persone con disabilità. Si dice anche che la Corea del Nord sia il più grande campo di prigionia aperto del mondo. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato americano, ci sono tra 80.000 e 120.000 persone in prigione.

Ad annunciare il nuovo incontro era stato il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in: <<I presidenti degli Stati Uniti e della Corea del Nord si stringeranno la mano per la pace a Panmunjom, il luogo simbolo della divisione>>, aveva detto. Quindi aveva elogiato i due leader “per essere stati così coraggiosi” da accettare il meeting e ha auspicato che “Trump entri nella storia come il presidente che ha ottenuto la pace nella penisola coreana”. Ma questi due uomini, realizzeranno una vera pace?corea-parata-1000x600

Il loro incontro somiglia molto a quello di Richard Nixon quando è andato nella Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 1972 – il primo presidente statunitense a visitare la Cina da quando le relazioni cino-americane erano state interrote nel 1949. Dopo l’incontro storico tra Nixon e il presidente cinese, Mao Zedong, gli Stati Uniti hanno abbandonato la “teoria delle due Cine”, – quella di Pechino e Taiwan – favorendo il governo pechinese. Di conseguenza, entrambi i paesi sono stati in grado di ristabilire i rapporti diplomatici, il commercio e un’alleanza contro l’Unione Sovietica. Nonostante questi risultati, molti nell’occidente speravano che la RPC riconoscesse e promuovesse i diritti naturali del suo popolo. In retrospettiva, sembra che lo scopo della politica cinese-statunitense fosse il profitto economico in modo di poter isolare ancora di più i sovietici. In modo simile, nel maggio dell’anno scorso il Presidente Trump – con la vendita delle armi (350 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni) all’Arabia Saudita – oltre a cercare di isolare l’Iran, ha continuato la linea di Nixon: separare “l’economia” dalla “politica”, cioè lo sfruttamento economico a scapito della dignità umana.

Speriamo che l’Occidente guidato dagli Stati Uniti sotto Trump non solo affronti il problema nucleare ma anche le violazioni dei diritti umani. Il mio dubbio è che la politica di Trump sia piena di contraddizioni, sembra quasi indecifrabile nel suo complesso; Trump rilascia una quantità enorme di dichiarazioni, non ha una ideologia politica ben precisa, mettendo gli analisti in grande imbarazzo. Da l’atra parte, Kim è sostenuto dalla Cina, non ha ancora mostrato qualche intenzione di concedere diritti umani al suo popolo: l’unici intenzioni, per il momento sono di mantenere il suo potere nucleare e il lucro. Se lo scopo è realizzare un commercio, come Trump ha già detto che la Corea del Nord potrebbe diventare “una delle grandi potenze economiche mondiali” se abbandonasse il suo arsenale nucleare senza tenere in conto le trasgressioni umani si sarebbe semplicemente complici di tali violazioni.




Don Facibeni, Lercaro, Dossetti: precursori della Chiesa povera per i poveri

Torrini_Fotogiornalismo_s.n.c_9404-kgrH-U46020352772825MsC-1224x916@CorriereFiorentino-Web-Firenze-593x443di Carlo Parenti • Affronto sinteticamente il percorso di alcuni uomini della nostra amata Chiesa Cattolica che nati tridentini, cioè formatesi in una Chiesa forgiatasi quasi come immutabile nel concilio tenutosi a Trento dal 1545 al 1563, hanno anticipato nel pensiero e nell’azione il Concilio Vaticano II del XX secolo. Concilio nel cui solco innovatore si colloca oggi nel XXI secolo la coraggiosa spinta riformatrice di papa Francesco.

Don Giulio Facibeni è una di queste figure. Per dirla con il compianto don Carlo Zaccaro (in Osservatore Toscano del 4 maggio 2006): «La profezia di don Facibeni è costituita dall’annuncio, in tempi ancora lontani dal Concilio, di una nuova linea pastorale nella quale il sacerdote diventa il testimone della paternità di dio e lui stesso padre […] Egli realizzava il munus apostolicum del sacerdote secondo il Vangelo, rimanendo immerso nelle attese e nei bisogni della povera gente e nella speranza missionaria di salvezza della nostra Santa Chiesa. In una comunità presbiterale, missionaria, don Facibeni ha cercato anticipando di anni, lo slancio e la franchezza per l’evangelizzazione dei più poveri in una fedele lettura dei segni dei tempi». Evangelizzazione dei poveri, degli ultimi, che passava dalle parrocchie, specie di periferia. Oggi però questa periferia non è solo geografica, ma è antropologica e esistenziale. È laddove si perde il senso della vita reale – sostituita da una falsa virtuale esperienza – e dove si affacciano le nuove povertà, materiali e spirituali. Francesco insegna. Furono uomini come il cardinal Lercaro e don Giuseppe Dossetti che riuscirono (anche ben conoscendo il Padre e esperienze quali quelle della Madonnina del Grappa o del Prado) a farsi veicolo per introdurre nei testi conciliari, con solo i pochi richiami consentiti dai tempi, il discorso della Chiesa povera e dei poveri a partire dal mistero del Cristo povero. Tutto da studiare sarebbe il rapporto tra Lercaro e Facibeni che si conoscevano bene. Sia don Zaccaro, sia don Corso Guicciardini mi hanno riferito di incontri tra i due. Giacomo Lercaro (1891-1976) fu dal 1952 al 1968 Arcivescovo di Bologna. Cardinale nel 1953. Dal 1962 partecipò ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II. Membro dal 1963 della commissione per il coordinamento dei lavori del Concilio diventò nello stesso anno uno dei quattro moderatori del Concilio medesimo. Dossetti, costituente con Lazzati e La Pira, vicesegretario della Dc con De Gasperi, poi presbitero, partecipò al Concilio come segretario del collegio dei citati moderatori. Con Facibeni ebbe un rapporto strettissimo tanto che per la Madonnina del Grappa fu consulente nella redazione delle bozze delle Costituzioni dell’Opera.CardinaleGiacomoLercaro

Per trovare dunque il primo riferimento, che si deve a Lercaro e Dossetti, alla Chiesa povera, occorre riferirsi all’ottavo punto del capitolo I della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium:

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo «che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo» (Fil 2,6-7) e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. Ma mentre Cristo, «santo, innocente, immacolato» (Eb 7,26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Eb 2,17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento».”

Spogliarsi; farsi poveri; diffondere con l’esempio; riconoscere nei poveri e nei sofferenti l’immagine di Gesù. È cioè la strada di carità già percorsa da Giulio Facibeni annullatosi per farsi strumento del Signore; dal suo successore Corso Guicciardini; da papa Francesco. È l’istanza evangelica della povertà, non solo come ideale di vita personale, ma come strada obbligata dell’annuncio evangelico della Chiesa tutta. Solo una Chiesa che ha il suo riferimento nei poveri potrà essere lievito di una storia che cresce in dimensione messianica.

Papa Francesco ci ricorda (quali belle assonanze coi temi facibeniani ) – nell’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate (Rallegratevi ed esultate) sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo – il valore della povertà, di spirito e materiale. In particolare mi riferisco ai punti 68-70.02-origins-dossetti_uno

Per approfondire il tema da me introdotto consiglio la lettura del libro dell’attuale arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice: Dossetti e Lercaro. La Chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Paoline 2011 (con prefazione di Giuseppe Ruggieri).




«Alzo gli occhi verso i monti». La montagna come spazio di contemplazione del Creato

papa-cima-coleseidi Stefano Liccioli • «Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda. Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano il mio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica. Uscivamo all’aurora, strofinandoci gli occhi, dalla portina del bivacco Martinotti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove». Si tratta di un passaggio del racconto “Ferro” contenuto ne’ “Il sistema periodico” (1975), scritto da Primo Levi di cui quest’anno, proprio l’ultimo giorno di luglio, è ricorso il centenario della sua nascita. L’autore di “Se questo è un uomo” aveva un rapporto intenso con le montagne che si stagliano nei dintorni della sua Torino. La citazione di Levi mi dà l’occasione di parlare, in questo numero estivo de’ “Il mantello della giustizia”, della montagna e del valore anche spirituale che ha questo paesaggio naturale per la vita dell’uomo.

Per accompagnarci in questa breve riflessione ho scelto due testimoni, il Beato Pier Giorgio Frassati e San Giovanni Paolo II, entrambi amanti delle alte cime.

«Montagne montagne montagne, io vi amo» ripeteva il giovane torinese Frassati, beatificato nel 1990 e socio, tra l’altro, anche del Club Alpino Italiano. Di lui conosciamo la sua attenzione ai poveri ed i bisognosi, la sua adesione a varie associazioni cattoliche come la Fuci. E’ altrettanto noto però il suo amore per le scalate alle alte vette, viste non solo come esercizio fisico, ma soprattutto come momemto di contemplazione del Creato. Scriveva il giovane:«Ogni giorno m’innamoro sempre più delle montagne e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la Grandezza del Creatore». La frase famosa di Frassati “vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità, non è vivere ma vivacchiare” si capisce meglio, a mio avviso, alla luce della sua passione per la montagna che è una vera maestra di vita, che insegna a misurarsi con sfide sempre più alte, a non abbattersi davanti alle difficoltà, a confidare nell’aiuto dei propri compagni di cammino, ad essere autentici con se stessi e con gli altri. Annotava ancora il Beato Pier Giorgio:«Sempre desidero scalare i monti, guadagnare le punte più ardite; provare quella gioia che solo in montagna si ha».1435584337

A beatifcare Frassati è stato Papa Giovanni Paolo II che lo definì “il ragazzo delle otto Beatitudini”, ma pure appunto “alpinista tremendo”. Anche di Papa Wojtyła conosciamo il suo amore per la montagna, il suo essere un infaticabile camminatore. Mons. Alberto Maria Careggio, che dal 2014 è vescovo emerito di Ventimiglia-Sanremo, quando era sacerdote è stato incaricato di curare l’organizzazione dei soggiorni papali in Valle d’Aosta. In un’intervista rilasciata ad Avvenire nel 2009 ha ricordato:«Papa Wojtyla era una sintesi vivente di azione e contemplazione. La fatica non lo impensieriva, abbiamo fatto gite che sono durate anche dieci ore. Anzi, più di una volta ci chiese di prolungare l’itinerario che era stato programmato per raggiungere un luogo che l’aveva colpito durante l’ascensione:“Possiamo salire fin lassù?”. Quando s’incontrava qualcosa di affascinante non usava espressioni banali (“che bello…”): ti fissava negli occhi con quel suo sguardo profondo e luminoso, poi ti invitava a guardare insieme a lui. Camminando al suo fianco c’era sempre molto da imparare: era un maestro della montagna». Alla sua esperienza di compagno di cammino di Giovanni Paolo II Monsignor Careggio ha dedicato il libro “L’uomo delle alte vette”. Nel luglio del 1999, proprio in un’occasione di un soggiorno in Valle d’Aosta, dopo aver recitato l’Angelus Giovanni Paolo II pronunciò queste frasi:«Ogni volta che ho la possibilità di recarmi in montagna e di contemplare questi paesaggi, ringrazio Dio per la maestosa bellezza del creato. Lo ringrazio per la sua stessa Bellezza, di cui il cosmo è come un riflesso, capace di affascinare gli uomini e attirarli alla grandezza del Creatore. La montagna, in particolare, non solo costituisce un magnifico scenario da contemplare, ma quasi una scuola di vita. In essa si impara a faticare per raggiungere una meta, ad aiutarsi a vicenda nei momenti di difficoltà, a gustare insieme il silenzio, a riconoscere la propria piccolezza in un ambiente maestoso».2_big

Non si può che dar ragione al Papa ed apprezzare la bellezza del camminare nella natura, nel verde, senza fretta, ogni tanto fermarsi per guardare intorno, vicino e lontano, lasciarsi stupire dai segni del bosco e della montagna. E’ un’esperienza che c’invita a guardare il Creato con rispetto e con un senso di cura.

Secondo il Touring Club Italiano nel 2018 il 15% degli italiani che sono andati in vacanza hanno scelto la montagna. A tutti coloro che quest’anno trascorreranno le vacanze in alta quota il mio augurio di viverle con quella profondita che sia Frassati che Giovanni Paolo II ci suggeriscono. In generale a tutti il mio auspicio perché il periodo delle ferie sia anche l’occasione per ritrovarsi con se stessi ed evitare così il rischio paventato da Sant’Agostino:«Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi».




Il giudizio di Cristo sulla storia degli uomini

220px-BambergApocalypseFolio013vLambAndBookWith7Sealsdi Stefano Tarocchi • Il libro dell’Apocalisse descrive con lucidità estrema la scena dell’abbraccio finale tra l’umanità e Dio: siamo nella visione del sigillo sopra i centoquarantaquattromila (dodici per dodici per mille), rappresentanti delle dodici tribù d’Israele che ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Il numero significa la totalità (mille) dell’antico (il primo dodici) e del nuovo Israele (la chiesa di Cristo, il secondo dodici).

Essi sono seguiti da una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9).

È il motivo per cui letteralmente il testo originale suona come «dopo queste cose io vidi: e guarda anche tu» (Vanni), quando «uno degli anziani allora si rivolse a me [ossia a Giovanni] e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi». (Ap 7,13-17).

Il libro di Giovanni ripropone quasi al suo epilogo una visione analoga: «e vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,1-5).

Il linguaggio è naturalmente quello tipico del libro della rivelazione di Giovanni – “apocalisse” significa esattamente questo –, ma il tema è percorso nella lunga sezione del vangelo di Matteo che descrive gli avvenimenti dei tempi ultimi.SMat

L’evangelista Matteo ha negli occhi la distruzione della città santa del 70 d.C., quando inserisce l’invito di Gesù alla vigilanza (Mt 24,42: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»), nell’attesa della venuta del Signore, che avverrà al momento in cui «il Figlio dell’uomo [verrà] sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (Mt 24,30).

Questo insegnamento procede anche nella parabola delle dieci ragazze sagge (Mt 25,1-12), che non a caso ripete il medesimo invito: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt 25,13; cf. Mc 13,35.37; Lc 12,37).

La vigilanza che esclude il sonno ritorna nell’agonia di Gesù al Getsemani: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38; cf. Mt 26,41; Mc 14,34.38). Il termine greco deriva dal perfetto intransitivo del verboeghéirô, “risvegliarsi”, particolarmente significativo perché è uno dei verbi usato per la risurrezione di Gesù.

La vigilanza è quella di chi (il servo «servo buono e fedele») ha fatto fruttare ogni dono ricevuto – ecco così nel seguito del racconto di Matteo la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) –, a differenza del servo «malvagio e pigro (Mt 25,26). Naturalmente il “talento” evangelico indicava una moneta assai preziosa del tempo. Pare infatti che un “talento” equivaleva a seimila denari, cioè al salario di seimila giornate lavorative: ovvero fino a venti anni di lavoro.

È a questo punto che Matteo racconta la parabola del giudizio (Mt 25,31-46), quando si compirà il tempo dell’attesa, che è sconosciuto a tutti eccetto al Padre: «quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).

La parabola, come è ben noto, si svolge di fronte al trono della gloria del Figlio dell’uomo, quando davanti a lui nella sua condizione definitiva, si raduneranno tutti i popoli della terra.

Egli separerà come il pastore le “pecore” dai “capri” – la traduzione CEI (“capre”) non è esatta –: infatti, solo le prime devono essere munte. Analogamente non può esserci nessun contatto con coloro che vengono chiamati alla destra del Figlio dell’uomo – i benedetti del Padre – a ricevere il regno che è stato preparato per loro fino dalla creazione del mondo e gli altri, alla sinistra.

Il racconto si distende attraverso sette elementi diversi, e tuttavia coerenti fra sé e perfettamente misurabili con le esperienze dei nostri giorni: la fame, la sete, la condizione di straniero, la nudità, la malattia e il carcere. In particolare, il dar da mangiare agli affamati e il vestire gli ignudi, particolari opere di misericordia, sono menzionate particolarmente nella letteratura profetica, e non solo nella religione ebraica…

Queste condizioni di inferiorità sono state soccorse da coloro che hanno compiuto un solo gesto nei confronti di uno solo dei fratelli più piccoli del Signore che giudica: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi più piccoli l’avete fatto a me. Il bene che è stato fatto, oppure negato, raggiunge il figlio dell’uomo attraverso la condizione di coloro che ne prendono il posto. «L’identificazione di Gesù con i fratelli bisognosi si radica nella dedizione senza confini che egli ha rivolto a questi uomini». Il testo dice «questi» (uno solo di questi miei fratelli più piccoli»: Mt 25,40), quasi a significare la loro presenza nel momento del giudizio: sarà questa presenza a rendere concreto l’incontro con Gesù, che giudica le azioni umane in quella «solidarietà sconfinata con tutti i bisognosi sia nella Chiesa sia anche nel mondo» (Gnilka). Sta qui la fonte di un giudizio in atto perennemente sul passato e, soprattutto sul presente, pena la riduzione del messaggio cristiano a pura convenzione.

Successivamente la narrazione evangelica racconta la condizione di coloro che non hanno saputo accogliere le situazioni disagiate dei loro fratelli. La risposta di questi è eloquente è eloquente quanto senza speranza: quando mai ti abbiamo visto in quelle condizioni e non ti abbiamo servito? Il verbo usato qui è quello del servizio ecclesiale, ossia la diakonìa.

La risposta del Figlio dell’uomo non ammette nessuna replica, e difatti si conclude con l’avvio degli ultimi chiamati in causa al supplizio eterno, mentre, gli altri, i giusti andranno verso la vita eterna.

Voglio concludere richiamando la prima lettera di Giovanni: «se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). È la medesima logica che si evidenzia già nel Padre nostro: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Mt 6,12).

La condizione del discepolo è sempre consapevole del comando del Signore: «se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24), e contemporaneamente egli prende coscienza del fatto che – ancora la prima lettera di Giovanni – : «noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19).




Scacchi al servizio della catechesi

51qm8C7W6dL._SX352_BO1,204,203,200_di Giovanni Campanella • Nel mese di ottobre 2017, la casa editrice Youcanprint ha pubblicato, all’interno della collana “Youcanprint Self-Publishing”, un libro molto particolare e originale, intitolato Scacchetesi. Gesù maestro… di scacchi. È stato scritto da Andrea Rossi, originario di Ancona, istruttore FSI (Federazione Italiana Scacchi) e delegato istruttori della Regione Marche. Si dedica da diversi anni all’insegnamento degli Scacchi in Oratorio ed a Scuola. È alla costante ricerca di tecniche che semplifichino l’apprendimento e la trasmissione di un gioco che è anche sport ma fatica a diffondersi, perché ingiustamente ritenuto “troppo difficile”. La prefazione è di padre Gennaro Cicchese, missionario oblato di Maria Immacolata, che insegna Antropologia filosofica ed Etica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” dell’Università Lateranense e filosofia e teologia al Centro Sant’Agostino di Dakar (affiliato all’Università Salesiana). È consigliere nazionale dell’“Associazione docenti italiani di filosofia”, membro dell’“Associazione Teologica Italiana”, segretario dell’area di ricerca “Scienza e Fede sull’Interpretazione del Reale” (SEFIR). È stato campione italiano per vari anni, campione mondiale 2014 e vicecampione 2016 della “Clericus Chess”, torneo riservato a sacerdoti e religiosi di tutto il mondo, che si svolge a Roma ogni due anni.

Scacchetesi figura tra i vari manuali per chi intendesse muovere i primi passi nel mare magnum del Nobil Giuoco. Tuttavia, esso guida il principiante con un metodo che lo rende davvero unico nel suo genere. Le primissime nozioni di tattica e strategia degli scacchi sono accompagnate da metafore e simboli tratti dalla Bibbia. Alcune situazioni che si riscontrano nel gioco sono assimilate a passi scelti dei Vangeli e in qualche caso a brani dell’Antico Testamento e delle lettere paoline. In fondo al volume si trova un’appendice con esercizi e diagrammi pensato come sussidio didattico per educatori d’oratorio, catechisti, docenti ma anche genitori.

Naturalmente questo testo non può certo essere adottato come sussidio principale per un corso di catechismo: l’elemento didattico-scacchistico prevale su quello catechetico. Nondimeno, Scacchetesi è ricco di suggestioni curiose e affascinanti. Anche il solo fatto che certi scenari che vediamo nella scacchiera ci richiamino alla mente dei passaggi della Parola di Dio o alcuni aspetti dell’insegnamento cristiano potrebbe essere cosa utile e non di poco conto.
Lungi da concezioni manicheistiche di contrapposizioni paritarie tra Bene e Male, è già comunque possibile ricordarsi di una cosa nel vedere i pezzi saldamente posti su una casa:20170630173744_io-bw

«(…) è evidente come il colore del pezzo bianco o nero o, ancora, la scelta di una casa chiara o scura, rappresentino sulla scacchiera il bisogno e l’esigenza di definirsi: o si sta sul bianco o sul nero. Anche i pezzi devono selezionare la casa di un colore e abbracciarla interamente: non possono collocarsi a cavallo tra due o più case. Non vi sono, insomma, posizioni intermedie e questo fatto è chiarito proprio dalle regole del gioco. Per giocare la partita della nostra vita, occorre sapersi muovere tra il bianco e il nero con consapevolezza e verità» (p. 31).

Arrivando a trattare del potenziale della coppia degli Alfieri, Rossi ricorda Marta e Maria. Un Alfiere campochiaro controlla in diagonale le case chiare mentre un alfiere camposcuro controlla in diagonale le case scure. Insieme, sono una grande risorsa per il giocatore e possono anche dare Scacco Matto. Se invece uno dei due è “caduto in battaglia”, le capacità di controllo del giocatore ne risultano assai depotenziate, data la sopravvenuta debolezza delle case precedentemente controllate dall’Alfiere mancante. Tutto ciò, può essere figura degli importanti contributi che vita contemplativa e vita attiva danno alla Chiesa. Gesù attribuisce maggiore dignità alla prima ma è anche vero che senza il sostegno dei chiamati alla vita attiva si va poco lontano.
Trattando invece del Cavallo, la sua singolare mossa a L è accostata alla folgore che, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo (cfr. Mt e Lc).

L’autore accosta il pezzo del Re a Gesù, naturalmente. Per difendere o per controllare il Re, si deve essere disposti a sacrificare tutti gli altri pezzi, tutto il resto, come il mercante che vende tutto per acquistare la perla preziosa. Inoltre, il Re è l’unico pezzo che deve essere necessariamente presente sulla scacchiera dall’inizio alla fine…. e d’altra parte Gesù ha promesso di rimanere con noi fino alla fine dei tempi. Nella particolare mossa dell’arrocco, Rossi vede un richiamo alla sepoltura di Gesù. Il fatto che poi, quasi sempre, nel finale del gioco, il Re esce dal rifugio per buttarsi nella mischia, può essere figura della Resurrezione.

La metafora della casa sulla roccia è accostata al saper costruire buone difese con le strutture pedonali. Inoltre, più in generale, è accostata alla pazienza e alla tenacia nell’imparare anche dalle sconfitte.

Esistono poi particolarissime situazioni negli scacchi in cui certi pezzi del nostro stesso schieramento sono paradossalmente di ostacolo alla vittoria. Ciò richiama Mt 5 e 18 con le varie esortazioni a liberarsi del superfluo.

Il tema del pezzo sovraccarico, cioè che svolge troppe funzioni, è spiegato con altri passi di Matteo e Luca dove si condanna chi accumula: «non accumulate per voi tesori sulla terra» o «nessuno può servire due padroni». Il tema della deviazione di un pezzo o di un difensore e il tema dell’adescamento (“cattivo”) negli scacchi sono temperati dall’adescamento buono di Gesù e da tutti i vari racconti di vocazione. Il tema dello sgombero per far posto a pezzi più efficaci richiama tutti i passi che esortano all’umiltà, come ad esempio la parabola degli invitati che scelgono i primi posti (Lc 14, 7-14), la “caduta di stile” dei figli di Zebedeo (presente nei sinottici), la parabola del banchetto di nozze (in Lc 14 e Mt 22) e l’elogio dei vari carismi da parte di Paolo in 1Cor 12.

Riconoscere i pattern o scenari tipici ricorda a Rossi le varie apparizioni del Risorto.

Come è vero che la chiamata di Gesù è rivolta anche ai più menomati, è ugualmente vero che gli scacchi sono per tutti e non per chi è o si crede intelligente (Rossi cita Mt 9,12-13). Nella strategia ci vuole pazienza e tenacia, come quelle del vignaiolo di Lc 13, 6-9. Bisogna allontanare le distrazioni e stare attenti al momento presente, come ci ricordano anche Lc 12,29, Mt 6, 19-21, Mt 10, 28-31 e la stessa parabola del seminatore.

Il concetto di preferire il vantaggio non materiale (spazio, iniziativa, controllo, etc. etc.) a quello materiale sarebbe andato a nozze con Gesù! La necessità di prendersi cura del pedone debole richiama la parabola della pecorella smarrita. La difficoltà di gestire un pedone avanzato ricorda i primi slanci di certe vocazioni morte sul nascere come quelle in Lc 9,57-62 (parallelo a Mt 8,18-22) e quella del giovane ricco. Il tema del pedone esca richiama ancora i passi riguardanti la liberazione dal superfluo. Gli attacchi di scoperta (spostare un pezzo affinché quello dietro esplichi il suo potenziale) richiamano naturalmente l’annuncio del Battista.

Secondo Rossi, a Gesù piacerebbe molto offrire gambetti (cioè sacrificare un pedone nelle prime mosse per capitalizzare vantaggi non materiali):

«il giocatore che accetta il Gambetto, catturando il pedone offerto dall’avversario, gioca fino in fondo cercando di far prevalere il materiale sullo Spirito. Egli vuole dimostrare che, conservando fino alla fine quel vantaggio, o convertendolo in un altro vantaggio al momento opportuno, può vincere. Il giocatore che offre il Gambetto invece sa bene che, se non riuscirà a compensare il materiale ceduto, alla fine sarà sconfitto. Per tale motivo egli interpreta il match in maniera totalmente diversa: dovrà far prevalere lo Spirito (mobilità e centralizzazione dei pezzi, maggiore iniziativa, capacità di portare attacchi più agilmente dell’avversario) sul materiale. Deve giocare insomma senza rimpiangere il pedone perso e, anzi, vincere proprio grazie a quest’apparente vantaggio. Molti istruttori propongono quest’ottima scelta ai loro allievi, in tale modo costringendoli a ragionare su squilibri di gioco che non derivano da differenze di materiale, ricercando attacchi brillanti per mettere in difficoltà l’avversario» (pp. 182-183)

A molte sensibilità questo libro potrà sembrare troppo dissacrante. Certi accostamenti sono effettivamente un po’ arditi sia dalla parte di Gesù e sia anche dalla parte degli scacchi. Ma se in qualche modo gli scacchi possono riuscire un pochino a ricordare Gesù, è tanto di guadagnato su questo fronte. Che Gesù venga prima degli scacchi è fuor di dubbio anche per Rossi. Egli infatti mette in guardia da certi tipi seriosi che si abbruttiscono con gli scacchi facendone il centro della propria vita, disprezzando gli opponenti e disperandosi per le sconfitte. Bisognerebbe giocare a scacchi sempre con l’atteggiamento di scoperta e gioia di un bambino: un’altra occasione per richiamare i versetti in cui Gesù incontra i bambini. Sciocco è disperarsi per una sconfitta. «Nel messaggio cristiano c’è anche di più, e cioè la vera consolazione da ogni sconfitta della vita, altro che Scacchi!» (p. 90)




I soldi della Chiesa

maxresdefaultdi Leonardo Salutati • I soldi della Chiesa edito dalle Paoline è un libro di Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana del quotidiano Avvenire, presentato a Roma a fine maggio scorso che intende fare chiarezza sul mito, alimentato da una insufficiente informazione, di favolose ricchezze possedute dalla Chiesa. Molti infatti parlano della Chiesa senza conoscerne la struttura, il diritto, le articolazioni, la storia, le molteplici attività. A volte c’è la precisa volontà di colpirla, evidenziandone le incoerenze attribuibili alla responsabilità di suoi singoli membri che, indubbiamente, hanno dato scandalo. Muolo non nega che tali incoerenze vi siano state, che con tutta probabilità ci saranno ancora, ma cerca di documentare anche e soprattutto il bene spesso taciuto, che viene compiuto usando i soldi e le risorse a disposizione. Al riguardo fa indubbiamente chiarezza la presentazione del profilo dello IOR, con la sua storia, le vicende che lo hanno portato alla ribalta della cronaca e i recenti interventi che lo hanno adeguato agli standard di trasparenza internazionali, consentendogli di entrare nel circuito bancario europeo Sepa (Single Euro Payments Area) nel marzo 2019.

L’autore si domanda se, quando si favoleggia di un patrimonio immobiliare da capogiro, vi siano comprese anche le chiese parrocchiali, la Basilica di San Pietro, i musei, le biblioteche, i conventi e altri monumenti, oppure si parli solo di case e terreni. La distinzione non è di poco perché i primi non sono beni produttivi di rendite, inoltre consumano risorse per la loro manutenzione ordinaria e straordinaria (si veda Notre Dame a Parigi) mentre, se tra i secondi vi sono anche i locali adibiti a centro di ascolto o a mensa Caritas per i poveri, è difficile parlare di rendita. Certamente vi sono anche rendite immobiliari frutto di donazioni e legati di fedeli lungo i secoli, che sono amministrate da chi ne è proprietario (l’ente diocesi, l’ente parrocchia o altri enti ecclesiastici) e i cui proventi però, al netto dei costi di manutenzione e unitamente a tutti i beni materiali a disposizione, sono destinati ai fini istituzionali della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, l’esercizio del culto e della carità. Muolo ricorda in più occasioni che bisogna considerare attentamente non solo le “entrate” ma anche le “uscite” e soprattutto le finalità per cui le ricchezze, vere o presunte, vengono impiegate. Nel qual caso potremmo constatare che i bilanci sono spesso in “rosso”!0

Di grande utilità l’illustrazione del meccanismo di destinazione dell’8xmille del gettito fiscale in base alle preferenze dei contribuenti, di cui beneficia in Italia anche la Chiesa Cattolica, che va a sostegno della sua attività istituzionale. Da quando è entrato in vigore nel 1990 ha sempre fatto registrare percentuali plebiscitarie a favore della Chiesa Italiana, espressione tra l’altro della fiducia, confermata dai rendiconti annuali di impiego delle risorse ricevute, che essa gode e continua a godere tra credenti e non. Al riguardo l’autore ripropone anche un’interessante analisi del giornalista G. Rusconi del 2013, che ha calcolato nella proporzione di 1 a 11 quanto la Chiesa restituisce dell’8xmille a beneficio dell’Italia, in termini di attività socialmente utili e necessarie, che spaziano dall’educazione alla carità.

Il libro affronta anche la questione dell’Imu. Un tema che è tornato alla ribalta dopo che, nel novembre 2018, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che la Commissione europea sbagliò a suo tempo a non chiedere all’Italia il recupero dell’Ici non versata da enti non profit, inclusi gli enti ecclesiastici. Al riguardo, annota Muolo, «emerge sempre più il dubbio da un lato che si sia trattato di una sentenza “fine a se stessa”, poiché tra calcoli da fare, impossibilità di ricostruire dati del passato, prescrizioni finali, valutazioni politiche e così via, nessuno sa dire con certezza in quale modo possa essere applicata, dall’altro che quel pronunciamento sia servito solo a rinfocolare vecchie polemiche, mistificando la reale identità dei soggetti coinvolti (non solo la Chiesa) e arrecando di fatto un danno a chi con tanta buona volontà porta avanti attività di grande valore sociale».

Chiarificatrice anche la riflessione sulla povertà della Chiesa e su come intendere lo slogan: «una Chiesa povera per i poveri». La povertà evangelica, infatti, non è caratterizzata dall’assenza di beni ma dal grado di distacco del cuore da questi. Un Chiesa povera è una Chiesa non attaccata a privilegi e mondanità, bensì materna e accogliente, attenta alle necessità degli uomini e delle donne di ogni tempo, che prima di tutto evangelizza e realizza opere, espressione e segno della propria fede nell’Unico Signore Gesù. «Uso e distacco contemporaneamente» dunque, per conseguire i propri fini istituzionali di «ordinare il culto divino, provvedere ad un onesto sostentamento del clero e degli altri ministri, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri» (can. 1254 §2 CJC).




Il martirio di Don Alcide Lazzeri

Civitella2di Giovanni Pallanti • Chi sceglie di farsi prete risponde ad una vocazione che lo sottopone ad una vita difficile: in tempi di pace il prete, quale sia la sua condizione nell’ambito della Chiesa, rischia di essere accerchiato da un gruppetto di amici e/o fans  che oltre ad affaticarlo lo isolano dal resto dell’umanità. In tempo di guerra il prete può essere il primo a morire se vuole rimanere fedele alla sua missione o, se Parroco, alla sua comunità. La sorte di Don Alcide Lazzeri  fu proprio questa: il 29 giugno 1944 ,festa dei Santi Pietro e Paolo, fu il primo ad essere fucilato dalla truppa tedesca che compì una strage, per ritorsione, erano stati uccisi dei soldati tedeschi, a Civitella Val di Chiana. Quel giorno morirono 244 persone. Don Alcide Lazzeri, 57 anni, aveva da poco finito di celebrare la messa delle 7, quando quattro soldati tedeschi irruppero in chiesa ordinando a tutti i presenti di uscire. Intuendo quello che stava per succedere don Alcide, in testa a tutti, proclamò l’innocenza del suo popolo e chiese di essere ucciso lui solo e di salvare la vita a tutti gli altri. Un testimone di eccezione ha voluto con tutta la sua forza che 75 anni dopo la strage di Civitella fosse aperto il processo di beatificazione per don Lazzeri. Il testimone in questione è il Vescovo Emerito di Fiesole Mons. Luciano Giovannetti, nativo di Civitella Val di Chiana, che assistè al martirio del suo Parroco. Mons. Giovannetti nel 1944 aveva 10 anni ed era uno dei chierichetti all’altare dell’ultima messa di don Lazzeri. Si salvò per miracolo dalla strage perché la sua mamma con grande destrezza riuscì a farlo allontanare dalla chiesa mentre i tedeschi facevano uscire le oltre duecento persone presenti creando una inevitabile confusione. Il vescovo Giovannetti ha raccontato: “ … ancora sogno quello che accadde. La sofferenza è sempre la stessa. Ci siamo salvati perché la mamma, che  era alla Messa, mi prese per mano e fuggimmo nell’orto della canonica. Usciti abbiamo visto i primi cadaveri in strada. Ci siamo nascosti dietro le mura che circondano Civitella nella macchia. Dietro a noi grida, fischi dei proiettili e morte. Si dice che il sangue dei martiri porta frutti: ecco il mio ministero, prima presbiteriale poi episcopale, è uno dei frutti della santità eroica del mio Arciprete don Alcide Lazzeri,che offrì se stesso per  tentare di salvare l’intera comunità che gli era stata affidata….” . Pochi giorni fa il  vescovo di Arezzo Mons. Riccardo Fontana ha aperto il processo di beatificazione del martire cristiano don Alcidedon-Alcide-Lazzeri Lazzeri. Un esempio di coraggio fiorito nel mezzo di una tragedia che non va dimenticata. Il martirio di Don Lazzeri è molto simile a quello di altri due sacerdoti uccisi, in odio alla fede, in tempi recenti: mons. Oscar Arnulfo  Romero arcivescovo di San Salvador ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa in una cappella di un ospedale. Mons Romero fu colpito da una fucilata sparata da un cecchino al servizio della dittatura militare di El Salvador .Papa Francesco il 14 ottobre  del 2018  lo ha elevato agli altari come santo. In Francia è stato ucciso da due giovani islamici, il 26 luglio 2016,  il prete ottantacinquenne Jacques Hamel mentre celebrava la santa messa. Papa Francesco ha disposto l’immediata apertura del processo di beatificazione per martirio. Il sangue di questi martiri riscatta molti peccati della Chiesa di ieri e di oggi.