Gomorra, giovani, chat e droga nell’estate degli orrori

images (1)di Antonio Lovascio · Passerà alla storia come l’estate del Covid e degli orrori. E, tra questi, ci mancava solo di veder replicare “Gomorra” nella caserma Carabinieri “Levante” di Piacenza, sequestrata dalla magistratura perché teatro di spaccio di stupefacenti, festini, abusi ed estorsioni, protagonisti militari dell’Arma. Con la fermezza che gli è nota, il generale Nistri ha subito azzerato i vertici della catena di comando in quella provincia. Siamo infatti di fronte ad uno scandalo raccapricciante, che per alcuni giorni ha tolto la scena ad un’altra vicenda assai degradante – pedopornografia via Chat – venuta alla luce in Toscana ma ben ramificata in altre regioni, grazie ad una “madre coraggio”: così sono stati denunciati venti minorenni, per lo più quindicenni, che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare filmati hard con giovanissime vittime, immagini di orribili violenze e con contenuti di alta crudeltà.

Come non bastasse, negli stessi giorni sull’onda di un altro fatto di cronaca (due ragazzi ternani di sedici e quindici anni morti nel sonno dopo aver assunto metadone credendo fosse codeina ) un inquietante Dossier ha fatto nuovamente scattare l’allarme-droga per adolescenti e giovani: coca, oppiacei e anfetamine sono i nuovi devastanti mix, grande disponibilità e prezzi bassi in un mercato alimentato però dagli adulti. Le statistiche dell’ultima relazione della Direzione centrale dei servizi antidroga (Dcsa) hanno registrato nel 2019 un aumento dell’11% dei decessi per overdose: 373 casi con Emilia- Romagna, Toscana, Lombardia, Veneto e Lazio in prima fila. Otto i morti sotto i 19 anni, venti quelli tra i 20 e 24 anni. In crescita, rispetto a un calo delle sostanze storiche, i sequestri di droghe sintetiche. Dato confermato dalla scoperta delle 14 tonnellate di metanfetamine a inizio luglio nel porto di Salerno. Sono stati 1.281 i minorenni denunciati per spaccio o traffico di stupefacenti nel corso del 2019. In questo caso a guidare la classifica è il Lazio, seguito da Lombardia, Piemonte e Veneto. Se le denunce riguardano soprattutto hashish e marijuana, non mancano eroina, coca e sostanze di sintesi. I giovani non sono consumatori inconsapevoli, conoscono le sostanze, le esplorano e le sperimentano. Sul web ci sono informazioni e addirittura “ricette”. L’età non si è abbassata, ma è aumentata la reperibilità di alcune sostanze che prima non erano diffuse. Oggi, dicono gli esperti, anche il pusher degli studenti offre, insieme a fumo e marijuana, farmaci oppiacei, benzodiazepine e viagra.unnamed (1)

C’è però uno scenario che preoccupa molto, ed è il futuro più prossimo legato agli sviluppi dell’emergenza-Covid, che in teoria avrebbe dovuto metterci giudizio ed invece ha accresciuto la nostra insoddisfazione, tanto che adesso troppi sono pronti a ricominciare come se niente fosse accaduto. Non è improbabile che in autunno ci attendano mesi di tensione sociale, di crisi economica, di depressione. Un fattore di forte spinta al consumo di droghe: i prezzi scenderanno per adattarsi alle disponibilità economiche ridotte, ma la platea si amplierà.

Ecco perché – come dice Papa Francesco richiamando al dovere di lottare contro i trafficanti di morte – “ non servono politiche isolate: è un problema umano, è un problema sociale; tutto dev’essere collegato”. Nel sollecitare un piano organico di misure urgenti (si dovrà scavare in profondità, visto il marcio affiorato, prima di Piacenza, in articolazioni dello Stato chiamate a far rispettare la legalità: ricordate i casi di Stefano Cucchi e Serena Mollicone?) dobbiamo però porci degli interrogativi. Perché questi giovani sentono l’esigenza di provare a oltrepassare i confini del lecito? Cosa li spinge a cercare emozioni speciali? Sanno di poter rischiare la vita affidandola a un pusher? Fino a che punto sono consci del pericolo che stanno correndo? Domande che devono farsi prima di tutto famiglie ed educatori, che non devono lasciare i loro ragazzi da soli, smarriti nel vuoto delle libertà. Dalle colonne di “Avvenire”, uno scrittore raffinato e sensibile come Eraldo Affinati, docente e quindi in costante dialogo con adolescenti e giovani, ha offerto qualche prezioso consiglio: <Avremmo bisogno di nuove esperienze vitali da offrire ai nostri figli: non magnifici campi fioriti, in cui le possibilità di affermazione personale si moltiplicano come cellule destinate a non fargli vedere più niente di autentico, bensì terreni aspri di confronto critico nei quali siano contemplate anche la sconfitta, il fallimento, la caduta rovinosa. Soltanto così potranno uscire dall’incantamento artificiale superando gli ostacoli con forze proprie, senza strumentazioni esterne. Per farlo servono adulti equilibrati, non intimamente insoddisfatti e insofferenti ma impegnati nell’esecuzione creativa della vita, capaci di mostrare ai ragazzi il valore della scelta, intesa quale rinuncia anche dolorosa a qualcosa che avremmo potuto fare e abbiamo deciso di sacrificare in nome di qualcos’altro a cui tenevamo di più>. Vedremo se i genitori ed il mondo della Scuola sapranno farne tesoro.




La dinamicità dello Spirito e l’azione missionaria della Chiesa

pomdi Alessandro Clemenzia · “Non dalla Chiesa si può ricavare un’intelligenza della missione, bensì dalla missione un’intelligenza della Chiesa”. Queste parole di Jürgen Moltmann (Kirche in der Kraft des Geistes, p. 23) illustrano chiaramente come l’autocoscienza ecclesiale cambi di tempo in tempo proprio per il diverso volto che la missione assume in relazione al mondo.

Tale premessa aiuta a introdursi all’interno dell’importanza che l’odierno magistero conferisce alla missionarietà come esperienza comunitaria capace di generare la Chiesa attraverso uno sguardo rivolto al tempo contemporaneo. Per questo, secondo Francesco, è importante avviare il processo di una ri-forma della Chiesa, per l’esistenza di «strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore» (EG 24).

Il messaggio che il Papa ha inviato, lo scorso 21 maggio 2020, alle Pontificie Opere Missionarie (POM) è un invito a cogliere la missione come nucleo fondamentale dell’odierna autocoscienza ecclesiale, alla luce, naturalmente, del contesto culturale e sociale in cui la Chiesa si trova a vivere. Partendo dall’evento dell’ascensione, dove gli apostoli tornarono «pieni di gioia» a Gerusalemme (cf. Lc 24,52) in attesa di quel dono dello Spirito che, nel giorno di Pentecoste, avrebbe realmente cambiato le cose, Francesco sottolinea come l’efficacia della missione ecclesiale è garantita dall’azione dello Spirito Santo: «Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a se stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori». La missione della Chiesa, dunque, è intimamente connessa con le missioni trinitarie del Figlio di Dio e dello Spirito Santo: muoversi in questo ambito non vuol dire speculare teologicamente sulle dinamiche sociologiche, ma ritenere che «la salvezza non è la conseguenza delle nostre iniziative missionarie, e nemmeno dei nostri discorsi sull’incarnazione del Verbo. La salvezza per ognuno può accadere solo attraverso lo sguardo dell’incontro con Lui, che ci chiama». L’azione missionaria, dunque, consiste nell’attestare, con la sua stessa esistenza, l’opera di qualcun Altro: in questo dinamismo “relativo” consiste la sacramentalità della Chiesa.

Ed è proprio attraverso le opere compiute dallo Spirito Santo nella compagine ecclesiale, che si può arrivare a una qualche conoscenza dell’identità della Terza persona divina: «È lo Spirito che accende e anima la missione, le imprime dei connotati “genetici”, accenti e movenze singolari che rendono l’annuncio del Vangelo e la confessione delle fede cristiana un’altra cosa rispetto ad ogni proselitismo politico o culturale, psicologico o religioso». La realtà che, nella Chiesa, ha il “fiuto” per riconoscere l’azione del Pneuma divino è il Popolo di Dio: quest’ultimo, in virtù dell’unzione, ha un “istinto” della fede – denominato sensus fidei – che lo rende infallibile “in credendo”.Papa-Francesco-alle-Pom-la-Chiesa-non-e-una-dogana_opengraph

Se il mondo è il destinatario della missione, dunque, il santo Popolo di Dio deve essere il primo interlocutore dell’azione missionaria.

Strumento a servizio del ministero petrino, che presiede nella carità, a sostegno di tutte le chiese locali soprattutto per quanto concerne l’annuncio del Vangelo, le POM, con la loro stessa azione, «hanno smentito gli argomenti di chi, anche negli ambienti ecclesiastici, contrappone in maniera impropria carismi e istituzioni, leggendo sempre i rapporti tra queste realtà attraverso una ingannevole “dialettica dei principi”. Mentre nella Chiesa anche gli elementi strutturali permanenti – come i sacramenti, il sacerdozio e la successione apostolica – vanno continuamente ricreati dallo Spirito Santo, e non sono a disposizione della Chiesa come un oggetto di possesso acquisito».

Riconoscere il primato dell’azione dello Spirito attraverso uno sguardo rivolto sul Popolo di Dio e il rimembrare che il destinatario è sempre il mondo, chiede certamente alle strutture ecclesiali, soprattutto quelle costituite in funzione dell’azione missionaria, di recuperare una dinamicità relazionale tale, da non farle ripiegare sulla celebrazione e la promozione di se stesse. L’autoreferenzialità, a cui spesso allude il Papa, ha delle immediate ripercussioni sul modo in cui la Chiesa pensa se stessa; citando le parole del cardinale Joseph Ratzinger, contenute in una relazione titolata Una compagnia sempre riformanda, scrive Francesco: «Per queste vie si alimenta anche l’idea ingannevole che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in strutture intra-ecclesiali, mentre in realtà quasi tutti i battezzati vivono la fede, la speranza e la carità nelle loro vite ordinarie, senza essere mai comparsi in comitati ecclesiastici e senza occuparsi degli ultimi sviluppi di politica ecclesiastica». La vita ordinaria, dunque, è il luogo in cui il Vangelo incontra le persone ed è il primo “territorio” di missione.

La Chiesa, dunque, nel presente e nel futuro, se vive lo slancio missionario come azione informante e performante dello Spirito, non potrà mai essere né rigida né statica.




Nostra Madre Terra

41ARYpuDL1L._SX334_BO1,204,203,200_di Giovanni Campanella · Alla fine di settembre 2019, la Libreria Editrice Vaticana ha dato alle stampe un libro intitolato Nostra Madre Terra. Una lettura cristiana della sfida dell’ambiente, all’interno della collana “Scambio dei doni”.

Tale collana ha una vocazione ecumenica e intende sottolineare i legami che uniscono i cristiani delle varie confessioni in numerosi ambiti della vita di fede e sociale. I volumi all’interno di essa raccolgono frasi, testi, discorsi e omelie di papa Francesco, tra cui un suo scritto inedito. Tutti questi brani sono introdotti dal contributo di un Rappresentante dei fratelli e delle sorelle delle Chiese e Comunità ecclesiali separate, con cui si è in cammino verso il ristabilimento della piena comunione. Nel caso specifico del libro suddetto, la prefazione è del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma, ed evidenzia l’intesa tra ortodossi e cattolici nella tutela della creazione e della vita. Infatti, il volume è proprio incentrato sulla sfida ecologica, sulla custodia del creato e sulla promozione di una vita degna per ogni uomo. Come facilmente intuibile, vari interventi sono tratti dalla Lettera enciclica Laudato sì sulla cura della casa comune. Il testo inedito finale del Papa riguarda la visione cristiana della creazione e la nostra missione in essa come credenti. Il volume è stato stampato con carta certificata proveniente da una foresta e da una filiera di approvvigionamento gestita secondo rigorosi standard di responsabilità ambientale, sociale ed economica.

Effettivamente, sull’argomento, un ruolo trainante e determinante è stato svolto proprio dalla Chiesa Ortodossa: già dal 1989, su iniziativa dell’allora Patriarca di Costantinopoli Dimitrios I, gli ortodossi celebrano la giornata per la salvaguardia del creato ogni primo settembre, capodanno ortodosso. Nel 2006, anche la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di celebrare in Italia la “Giornata per la salvaguardia del creato” nello stesso giorno degli ortodossi. Dal 2013, la CEI ha deciso di cambiare la dicitura con “Giornata per la custodia del creato”. Infine, pochi mesi dopo la redazione della Laudato sì (24 maggio 2015, Solennità di Pentecoste) e precisamente il 6 agosto 2015, Festa della Trasfigurazione del Signore, lo stesso papa Francesco ha istituito per tutta la Chiesa Cattolica universale la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, da celebrarsi sempre il primo di settembre.

Già nella Laudato sì, il Papa aveva scritto: «l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura, perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose» (LS 13 come citata a p. 16). D’altra parte, prendersi cura del creato, soprattutto oggi, implica un’inversione di tendenza in termini di abitudini che costa fatica e impegno. Il progresso tecnologico in direzione di una produzione più rispettosa dell’ambiente, l’impiego di economia circolare e di energie rinnovabili sono tutti obiettivi buoni e auspicabili ma non bastano. Cambiare e migliorare produzione e consumo non basta. È necessario cambiare e migliorare noi stessi, prima di tutto. Un’educazione ambientale che permetta di coltivare solide virtù è necessaria ma non sufficiente. Ci vogliono anche l’esame di coscienza, il pentimento e la confessione al Padre ricco di misericordia, che conducono a un fermo proposito di cambiare vita.cq5dam.thumbnail.cropped.750.422

Il dono della scienza, elargito dallo Spirito Santo, ci consente di entrare in sintonia profonda col Creatore e ci fa partecipare alla limpidezza del suo sguardo e del suo giudizio. È un tassello iniziale importante nella grande opera di cura del creato.

In fondo, anche la partecipazione alla Santa Messa ci insegna che la creazione è qualcosa di inestimabile. Pane e vino, frutto del lavoro congiunto di natura e uomo, diventano Cristo stesso, Dio stesso. «Così la creazione tutta (persone, cose, animali, piante, tempo e spazio) diventa una parola personale di Dio quando è usata per amore, per il bene dell’altro, soprattutto di chi ne ha bisogno» (p. 139)




Santa Sofia e la laicità dello Stato

downloaddi Andrea Drigani · Nel mese di marzo su questa Rivista ho scritto un articolo («Stato laico e Medio Oriente nel pensiero del cardinale Louis Raphaël Sako») nel quale commentavo un’intervista al Patriarca di Babilonia dei Caldei, che risiede a Bagdad, dove il porporato affermava che lo Stato laico era la soluzione per i problemi dei Paesi del Medio Oriente, rilevando che lo Stato laico è la fine del settarismo, notando, altresì, che l’Islam politico puntasse a fondare uno Stato teocratico, che tuttavia non può funzionare. Il cardinale Sako osservava, inoltre, che la religione e lo Stato sono due campi distinti, in quanto la religione ha principi, la politica ha interessi, purtroppo spesso personali e particolari. Il Patriarca concludeva dicendo di essere per uno Stato «civile», basato sulla cittadinanza, che abbia come obbiettivo l’integrazione e il servizio di tutte le sue componenti senza distinzione alcuna. Nel medesimo articolo rammentavo anche l’allocuzione di Pio XII del 23 marzo 1958 nella quale, tra l’altro, si faceva presente che la legittima sana laicità dello Stato era uno dei principi della dottrina cattolica, ulteriormente ribadito dalla Costituzione conciliare «Gaudium et Spes» al paragrafo 76. Tali riflessioni mi sono venute alle mente quando lo scorso 10 luglio il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha revocato il decreto del suo predecessore Mustafà Kemal Atatürk (1881-1938) che il 21 novembre 1934, aveva trasformato Santa Sofia, allora moschea, in un museo, ripristinando pure i mosaici cristiani. L’attuale edificio della basilica di Santa Sofia, dedicato al culto cattolico, era stato costruito nel 537, per volontà dell’imperatore romano d’Oriente Giustiniano, ma all’indomani della caduta di Costantinopoli nel 1453 il sultano Mehmet II lo fece diventare moschea e tale rimase fino alla suddetta decisione del presidente Atatürk. Questa determinazione si inquadrava in una forte politica di laicizzazione voluta da Atatürk per demolire lo Stato confessionale islamico e più in generale il ruolo dell’islam nella vita sociale e giuridica della Turchia. Atatürk abolì il califfato e abrogò ogni norma o pena che si richiamava alla legge islamica introducendo il codice civile e penale di origini occidentali. Le riforme di Atatürk, che concernevano58242976669af anche la proibizione di simboli e abiti religiosi, suscitarono perplessità e resistenze da parte del Patriarcato ecumenico ortodosso di Costantinopoli, mentre l’allora Delegato Apostolico in Turchia, l’arcivescovo Angelo Giuseppe Roncalli, comprese che tali decreti non erano contro i cristiani, peraltro un’esigua minoranza in Turchia, quindi potevano essere accolti anche come forieri di una qualche forma di libertà di culto. La scelte politiche di Erdogan, di cui la nuova islamizzazione di Santa Sofia è il simbolo, sono il rinnegamento totale della impostazione di Atatürk, per tentare di restaurare l’impero ottomano. Il piano politico di Erdogan crea grandi difficoltà sia per quanto attiene allo sviluppo delle relazioni internazionali come pure al dialogo interreligioso. Uno Stato confessionale, su qualsiasi religione si fondi, va inevitabilmente verso una deriva autoritaria se non totalitaria, dove i diritti umani sono scarsamente tutelati e anche compressi, non sussistendo alcuna garanzia giuridica, in quanto non si realizza quello che si denomina «Stato di diritto». In tali condizioni i rapporti internazionali, che dovrebbero favorire il rispetto dei diritti dell’uomo nel primato dei valori politici sugli interessi economici, rischiano di divenire solo contratti commerciali col rischio di rafforzare i regimi antidemocratici e non promuovere il retto ordine tra le nazioni e la pace. Per quanto riguarda il dialogo interreligioso è da rilevare, come già osservava il cardinale Sako, che l’Islam divenendo soverchiamente politico, rende assai complicati e ardui i rapporti, poichè essi appaiono non più tra confessioni religiose, bensì tra confessioni religiose e istituzioni statuali, dove l’elemento politico prevale di gran lunga su quello teologico. Il decreto di Erdogan (che qualcuno, non a caso, definisce il sultano) su Santa Sofia si contrappone, giova ribadirlo, al decreto di Atatürk, non può non preoccupare e addolorare in quanto è un duro colpo inferto al diritto alla libertà religiosa e ad una sana teoria dello Stato.




Il «Commento alla Divina Liturgia» di Nikolaos Cabasilas e la fase post lockdown

9756146di Dario Chiapetti · Presento di seguito il Commento alla Divina Liturgia del Padre della Chiesa greco Nikolaos Cabasilas (1320/22-1391/97), tradotto in italiano da M.M.E. Pedrone e M. di Monte (Monasterium, 2019). Come si desume dal titolo, si tratta di un testo di liturgia, materia che risulta, soprattutto oggi, quanto mai bisognosa di divenire oggetto di seria riflessione e catechesi per noi cristiani. Lo scollamento, inaugurato secoli fa, tra Parola di Dio e sacramento/liturgia, ha prodotto una, anche molto latente, radicalizzazione della comprensione di un termine a prescindere dall’altro e, come conseguenza, una scarsa conoscenza riguardo, non solo alla Parola di Dio, ma anche alla materia liturgico-sacramentale. Scindere ciò che costituisce un’unità non riguarda solo la Parola e il sacramento ma anche l’amore a Dio e l’amore al prossimo, il dogma e la pastorale, la verità e la misericordia, ecc. Gli esiti di ciò, sul piano spirituale ed esistentivo, sono incalcolabili. L’uomo che frammenta è un uomo frammentato: da ciò si comprendono i continui richiami di papa Francesco, volti a una ripresa dei contenuti dell’autocoscienza cristiana che fissino una visione d’insieme: l’appartenenza a una storia, a un popolo, a un creato, e primariamente a un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo e non ad un’astratta deità.

Dato che, sempre papa Francesco, in questa fase di ripartenza dopo il lockdown, ha messo in guardia dalla tentazione di voler tornare a “come era prima” – economia dello scarto, clericalismo, ecc. – credo sia opportuno guardare al “come era prima” della Tradizione dei Santi Padri. Dato poi che per il magistero della Chiesa cattolica la tradizione cristiana orientale costituisce un polmone di quella occidentale, onde evitare pericolose crisi respiratorie, sarà bene respirare sempre anche con quel polmone.

Cabasilas è un eminente rappresentante del nostro polmone orientale. Il Commento alla Divina Liturgia è considerato da alcuni l’apice del pensiero liturgico bizantino e opera di grande valore ecumenico, se si pensa che esso ha avuto una notevole diffusione non solo in ambito greco, ma anche russo e latino (il Concilio di Trento invocò la sua autorità). Composto da 53 capitoli, propone una spiegazione, passo passo, della Liturgia del Crisostomo in cui l’Autore espone la sua teologia sulla Liturgia, sia in generale che per quanto concerne temi specifici.

Cabasilas mostra come la Liturgia sia – in linea con Palamas e la prospettiva occidentale – la ripresentazione di tutta l’opera salvifica di Cristo, della Parola di Dio che appare, si fa carne e la santifica. La Liturgia rappresenta quindi l’inserimento dell’uomo nella storia della salvezza – come Cabasilas mostra nelle sue spiegazioni, ad esempio, sulle antifone – la quale è la storia redenta e ciò in cui è significata la Chiesa: da ciò la formulazione del principio teologico secondo cui tra Chiesa ed eucaristia non v’è un’analogia di somiglianza ma un’identità di realtà, quella del corpo di Cristo. Cabasilas identifica, a tal proposito, l’efficacia dei vari momenti della Liturgia, massimamente quello della consacrazione delle specie, che consiste nel purificare e santificare l’uomo, e che portano questi a contemplare (e non a riflettere intellettualisticamente) l’opera cosmica (e non di incontro privato io-Tu) redentrice di Cristo. Dalla santificazione nasce – è questo un aspetto molto sottolineato da Cabasilas – l’impegno e la responsabilità del cristiano che riguarda l’oblatività della vita e che si concretizza anche nella buona disposizione e nella preparazione alla Liturgia.Cabasilas

Entrando più nel dettaglio della Liturgia, essa, fino a prima della preghiera eucaristica, risulta figurativa, di preparazione a ciò che segue. Le specie eucaristiche che vengono offerte simboleggiano la vita, in tal senso l’uomo offre le primizie della vita a Dio che Questi trasformerà nella vera vita, il corpo di Cristo. E tuttavia quest’offerta è già simbolo dell’offerta di Cristo nella prima tappa della sua vita, così come la presentazione del vangelo simboleggia il manifestarsi di Cristo alle folle e la processione dalla protesi all’altare il maltrattamento di Gesù. Tutto ciò è manifestato, però, quale Liturgia celeste, come espresso dal Trisagion. La preghiera eucaristica e l’epiclesi – il centro della Liturgia – rendono Cristo presente, mentre dall’anamnesi fino al termine è simboleggiato l’effetto della redenzione, ossia l’invio dello Spirito Santo alla Chiesa, è questo il significato dell’acqua calda (acqua e fuoco sono immagini dello Spirito) nel calice.

In tale quadro generale, emergono poi aspetti specifici in cui Cabasilas apporta il suo originale contributo.

Il sacrificio. Cabasilas è stato il primo a commentare, dal punto di vista dogmatico, il fatto che la Liturgia è un vero sacrificio, ripresentazione dell’unico sacrificio del Golgota, che avviene nell’atto della consacrazione. Teologi come Ioannis Zizioulas, a dire il vero, ravvisano in tale lettura i primi segni del formarsi di una comprensione della Liturgia come ripresentazione di un evento passato, la quale attenua l’orientamento escatologico del simbolismo liturgico originale, un primo sintomo di quel sentire teologico medievale con le sue tendenze “cosificanti” e “individualizzanti”.

Epiclesi. In polemica con i latini, Cabasilas mostra, mettendo in parallelo il «prendete e mangiate» di Gesù con il «crescete e moltiplicatevi» della Genesi, come la consacrazione avvenga nell’epiclesi, riconoscendo tuttavia che le parole di istituzione del Signore sono necessarie per l’efficacia di essa. È così fornita un’attestazione di applicazione di una cristologia pneumatologica quale, di per sé, deve essere.

Partecipazione dei giusti non ancora santi. Cabasilas teorizza – non sulla base dei Padri ma della sua lettura della Scrittura e del principio secondo cui la santificazione ha come sede l’anima e non il corpo (pur raggiungendo, da essa, il corpo) – la comunione ai sacri misteri dei defunti non ancora santi. Da ciò si ha che partecipare alla Divina Liturgia, e il ricordo di questi defunti, è comunione con essi; che il luogo di tale ricordo, e la luce che illumina esso, è, quindi, la storia di salvezza di un popolo e della creazione tutta e non un sentimento di un individuo; che ogni Liturgia è per/con tutti i defunti.

Partecipazione dei Santi. Il ricordo dei Santi interviene più volte ed è esso stesso motivo del rendimento di grazie che è la Liturgia. «I loro beni sono i nostri», perciò «ringraziamo il Donatore» e «anch’essi ricevono i doni» che è «oblazione fatta per amore loro». Essi non sono un contorno accessorio (il culto verso di loro non può essere slegato dal significato comunionale, di esso e dell’Eucaristia), ma questi sono compresi nella comunione tra loro, nella comunione con i fedeli in quanto Chiesa e nel quadro eucaristico, ossia della storia della redenzione, e non devozionalistico/individualistico.

Da questi rapidi rilievi si constata la profondità teologica della Liturgia e l’urgenza di una quanto più precisa comprensione di questa per il cristiano. Altresì, si evidenzia come occorra una seria, e sempre critica, riconsiderazione del dato della Tradizione, nonché un approfondimento di quest’ultima, tale che sia rivelata più chiaramente la costituzione trinitaria ed ecclesiale dell’essere del cristiano e del creato. Torniamo alle celebrazioni, “non come prima”: superando – nella sempre più piena ricezione del dato della Tradizione, soprattutto patristica, e quindi, di fatto, del magistero conciliare – ogni concezione cristomonista della fede, devozionalista della Liturgia e individualista dell’uomo, smascherata ogni qualvolta quest’ultimo si rivela dittatore e schiavo e non figlio libero e fratello.




Carlo Coccioli cercatore di Dio

carlococciolidi Giovanni Pallanti · Cento anni fa nasceva a Livorno Carlo Coccioli. Dopo un soggiorno adolescenziale in Libia con la famiglia tornò in Italia e visse per lungo tempo a Firenze. Abitava all’ultimo piano di un palazzo dello Sdrucciolo dei Pitti al numero 2. Abitavo vicino a lui e mi capitava di incontrare quest’uomo piccolo con gli occhiali e dei baffetti sottili accompagnato da due piccoli cani. Pensavo fosse un solitario pensionato come c’erano tanti in quei tempi. Una volta Orazio Costa, uno dei maestri del teatro italiano, mi disse “Verresti a cena con un grande scrittore mio amico?”: era Carlo Coccioli quell’omino che a me appariva insignificante. Costa e Coccioli si erano conosciuti a Parigi dove avevano frequentato e collaborato con lo scrittore e drammaturgo francese Jean Cocteau. Carlo Coccioli arrivò all’”Antico Fattore” con un piccolo cane. Dopo pochi convenevoli gli domandai come mai era con un solo cane perché lo avevo visto sempre passeggiare con due in Piazza Pitti. Mi disse che gli era morto e che provava un grande dispiacere: “i cani sono come gli angeli ti stanno accanto e ti perdonano sempre anche quando sbagli”. Coccioli è stato uno dei più grandi scrittori del’ 900. Scriveva perfettamente in italiano, francese e spagnolo. Prima di conoscerlo avevo letto un suo capolavoro “Il cielo e la terra” una storia della Resistenza al nazi-fascismo vista da un cattolico. Infatti Coccioli fu un eroe della Resistenza: medaglia d’argento al valor militare. Era un omosessuale dichiarato, timido e riservato e affamato di Assoluto. Tutto fu noto quando nei primi anni cinquanta pubblicò in francese il romanzo “Fabrizio Lupo” la storia di un omosessuale tormentato dalla fede. I suoi libri sono stati tradotti in 17 lingue. In Messico diventò un giornalista e scrittore famoso come lo fu a Parigi. Da Città del Messico inviava ogni tanto degli articoli che venivano pubblicati sulla terza pagina de “La Nazione”. Nel Luglio del 2020 è uscita una sua biografia scritta da Alessandro Raveggi: “Il grande karma”, edita da Bompiani. Raveggi ha ripreso il titolo di un’opera del Coccioli, “Il piccolo karma”,download significativo per capire lo spirito di ricerca che animava lo scrittore toscano. Coccioli è stato un esploratore delle religioni, un compagno di strada per chi ricercava Dio sotto qualsiasi nome e forma religiosa. In questo Carlo Coccioli era veramente cattolico, nella accezione di universale. Per questa forma mentis lo scrittore toscano è passato attraverso l’ebraismo, l’islam, il buddismo e l’hari krishna. Qualcuno potrebbe dire che egli fu un girovago dello spirito. I suoi detrattori non mancarono, né mancano oggi. La verità credo che consista nella sua ricerca tumultuosa della vera fede e del vero unico Dio. In questo senso un suo libro molto importante è “Davide“. Un personaggio inquieto e inquietante: questo è stato Carlo Coccioli. Soprattutto un ottimo scrittore. 




Il ministero dell’esorcismo. Le linee guida dell’Associazione Internazionale Esorcisti

41VqrzlAsNL._SX329_BO1,204,203,200_di Francesco Vermigli · Sono state pubblicate di recente le Linee guida per il ministero dell’esorcismo. Alla luce del rituale vigente, a cura dell’Associazione Internazionale Esorcisti. Si tratta di uno strumento redatto come sostegno agli associati per il ministero dell’esorcismo e ha come punto di riferimento l’edizione emendata nel 2004 del Rituale Romanum de Exorcismis et Supplicationibus quibusdam. Il testo si segnala per alcuni aspetti rilevanti, non solo ad un livello rituale.

Nella «Presentazione» padre Francesco Bamonte, presidente dell’Associazione pensa l’esorcismo in chiave cristologica; soffermandosi sulle modalità diverse con cui i Vangeli presentano gli episodi in cui Gesù guarisce dalle malattie fisiche rispetto agli episodi in cui obbiettivo dell’azione di Gesù è la liberazione degli indemoniati, nei quali si imbatte predicando il Regno: «Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il Regno di Dio» (Lc 11,20).

Percorrendo il testo, si apprezza innanzitutto la preoccupazione a dare definizioni esatte dei termini usati dalla tradizione, connotati spesso da una certa imprecisione semantica: così ad esempio è il caso delle definizioni di “possessione”, “ossessione”, “vessazione”, “infestazione”; oppure la distinzione tra “esorcismi pubblici” (“esorcismi minori”: battesimo; “semplici”, “solenni”) ed “esorcismi privati”, con la conseguente distinzione circa i ministri che producono queste diverse tipologie di esorcismi. Ancora più a monte sta però la distinzione tra l’azione ordinaria del demonio che tenta l’uomo (secondo il celebre adagio di Gb 7,1 così passato nella traduzione latina: militia est vita hominis super terram) e l’azione straordinaria: sotto quest’ultima categoria stanno le distinzioni ricordate sopra, che indicano il diverso modo della presenza ostinata e malefica del diavolo nella vita dell’uomo.

Qui due osservazioni si impongono. Prima di tutto che “straordinario” non indica tanto l’eccezionalità delle manifestazioni demoniache, ma il fatto che colpisca alcuni in maniera ulteriore a quello che accade nella comune condizione dell’uomo, che deve subire la tentazione del principe di questo mondo. In secondo luogo, che tale presenza straordinaria nella vita dell’uomo (talvolta nel corpo stesso, nel caso della possessione) non è indizio di una condizione morale degradata.

Il testo, ampio e ben articolato, si segnala in particolare per un paio di aspetti; se non rimaniamo al piano prassistico e andiamo piuttosto allo sfondo teologico su cui si costruiscono le Linee guida. Da un lato, si apprezza lo sforzo costante a mantenere il giusto mezzo tra la vana credulità e la superbia razionalista: la prima che riconduce ogni fenomeno non spiegato – o anche solo al momento non spiegabile – come pervasiva presenza del demonio; la seconda come pregiudiziale avversione al riconoscimento di qualsivoglia azione del diavolo.

Dall’altro lato, si segnala la ricerca del significato teologico profondo dell’esistenza stessa di un’azione straordinaria del diavolo su uomini, luoghi, cose, animali. In altri termini, in molti punti le Linee guida si pongono la domanda su come tale azione possa stare assieme alla fede in un Dio che è amore. Il testo invita più volte a porre ogni opera esorcistica alla luce della Provvidenza di Dio, che se tollera una presenza demoniaca straordinaria nella vita degli uomini, lo fa perché la sua potenza può trarre un bene anche a partire da un male: la qual cosa appare ancora più evidente quando la possessione è slegata dalla degradazione morale, ma addirittura convive in taluni casi con una vita cristiana solida ed equilibrata.San Michele

Questa fede nella potenza di Dio che opera nell’esorcismo, aiuta anche a sfuggire ad un pericolo in cui talvolta può incorrere il ministero dell’esorcismo: far discendere la liberazione dell’uomo o dei luoghi o delle cose dalla potenza taumaturgica delle res sacrae utilizzate a vario grado nel rituale. Solo Dio può comandare e imporre al diavolo di andarsene: per dirla con Gesù, è qualcosa che solo il “dito di Dio” può compiere.

Nella seconda parte delle Linee guida molta attenzione è rivolta al discernimento circa l’azione straordinaria del demonio (per il quale discernimento si segnalano prove e indizi), alla messa in guardia su alcuni passaggi del rito particolarmente importanti, al posto che maleficio e superstizione occupano nel favorire l’azione straordinaria del diavolo. Particolarmente importante risulta infine la descrizione del profilo pastorale e spirituale del ministro dell’esorcismo: egli viene presentato ad un tempo come impegnato ad accompagnare con fiducia, competenza e delicatezza la persona posseduta o vessata dal diavolo e come uomo a cui è richiesta continua conversione del cuore e dei comportamenti.

Anche quest’ultima sottolineatura rende conto di come il ministero dell’esorcismo in fondo a null’altro appartenga che alla promozione e alla dilatazione del Regno di Dio tra gli uomini; in questo caso, attraverso la sconfitta di colui che di quel Regno è diventato un misero scimmiottatore.




Il contributo di Paolo VI nell’elaborazione dell’ecclesiologia di comunione. Uno studio di Renato Marangoni

21vQCm7AJ3L._BO1,204,203,200_di Gianni Cioli · Fra i numerosi studi sull’ecclesiologia di Paolo VI quello di Renato Marangoni (La Chiesa mistero di comunione. Il contributo di Paolo VI nell’elaborazione dell’ecclesiologia di comunione, Analecta gregoriana 282, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2001) si distingue per ampiezza e profondità. Si tratta di una tesi dottorale elaborata sotto la guida del prof. Angel Anton e discussa presso la Pontificia Università Gregoriana. L’oggetto dello studio, come risulta dal sottotitolo, è il contributo di Paolo VI nell’elaborazione dell’ecclesiologia di comunione, scaturita dal Vaticano II. Il principio ermeneutico è ripreso da un’affermazione della relazione finale del Sinodo dei vescovi del 1985, secondo cui: «l’ecclesiologia di comunione è l’idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio» (p. 19). L’idea sviluppata da Marangoni è che Paolo VI abbia fortemente contribuito a condurre il Concilio verso quest’approdo ecclesiologico e che, a sua volta, sia stato condotto dal Concilio a comprendere e amare sempre più la Chiesa come mistero di comunione. La tesi si divide in due parti: la prima («Sensus ecclesiae»: Paolo VI e la Chiesa del Concilio) approfondisce il rapporto fra papa Montini e l’evento del Vaticano II; la seconda («Communio in Ecclesia»: dati ecclesiologici e principio teologico della comunione in Paolo VI) considera invece il contributo montiniano all’ecclesiologia di comunione sul piano dei contenuti, quasi abbozzando un vero e proprio trattato sistematico sulla chiesa.

Lo studio del rapporto fra il Papa e il Concilio si articola in cinque capitoli ben sintetizzati dall’autore nell’introduzione generale: «Il primo capitolo tenta di delineare la prima fase del rapporto con il Concilio Vaticano II, quando G.B. Montini è ancora Arcivescovo di Milano. A partire dall’annuncio di Giovanni XXIII, G.B. Montini si impegna a indicare la novità che esso rappresenta: la Chiesa è chiamata a prendere coscienza di sé e della propria missione. Nel secondo capitolo prosegue la considerazione del rapporto con il Concilio, dopo che G.B. Montini viene eletto Vescovo di Roma. Egli appare del tutto proteso a continuare e a portare a compimento l’opera iniziata dal predecessore. È il momento in cui il Concilio riprende con nuova determinazione il suo percorso. Paolo VI ne diventa il primo ermeneuta. Egli spiega i caratteri salienti, gli scopi e i primi frutti del Concilio. È in atto l’aggiornamento della Chiesa. Con il capitolo terzo diventa più preciso che cosa intenda Paolo VI per “Chiesa del Concilio”: è la Chiesa che pone alla propria origine e al proprio centro Gesù Cristo e che si dona nel servizio al mondo. Queste due coordinate tracciano le linee portanti del pensiero ecclesiologico di Paolo VI. Il quarto capitolo considera l’impegno di Paolo VI nella trasmissione dei contenuti del Concilio. L’intento che egli persegue, è più pastorale e catechistico che dottrinale e sistematico. Egli mette in luce l’ecclesiologia del Concilio, ne recupera l’aspetto pneumatologico, ne mostra l’approccio trinitario e l’orientamento comunionale. Assume le categorie portanti di “sacramento”, “popolo di Dio”, “mistero”. Appare già la comunione come connotazione fonadamentale. Nel quinto capitolo si considera la proiezione dell’opera del Concilio nella Chiesa postconcilare. Matura un sensus Ecclesiae, ancorato al Concilio e che Paolo VI indica come condizione per il rinnovamento della Chiesa, conforme alle istanze postconciliari, soprattutto quella fraterna e comunitaria. Egli invita ogni fedele alla partecipazione attiva alla vita nella vita ecclesiale. Sempre più, dunque, si radica e si estende la caratterizzazione comunionale della Chiesa del Concilio» (pp. 24-25).Renato-Marangoni-1-web

Gli ultimi tre capitoli, sesto, settimo e ottavo, hanno per oggetto lo studio dei contenuti del contributo montiniano all’ecclesiologia di comunione e costituiscono la seconda e più ampia parte del lavoro di Marangoni.

Nel sesto capitolo, intitolato Il fondamento teologico della comunione, si «mostra la fondazione trinitaria del contributo ecclesiologico di Paolo VI (…): la Chiesa è innanzitutto mistero di comunione in quanto partecipazione alla vita trinitaria» che matura nel rapporto con le singole persone divine. In questo capitolo vengono messe in luce alcune problematiche ecclesiologiche importanti che caratterizzano il pensiero montiniano, come l’uso frequentissimo dell’immagine di corpo mistico. «Il cosiddetto cristocentrismo di Paolo VI qui è pienamente evidenziato». Risalta in particolare anche l’indirizzo pneumatologico. Nel settimo capitolo, La manifestazione sacramentale della comunione, si esamina come papa Montini ha accolto la categoria ecclesiologica conciliare di Chiesa-sacramento mettendo in evidenza «la sua portata comunionale in rapporto al mondo. La comunione poi segna radicalmente il significato ecclesiale che assumono soprattutto i sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia». Nell’ottavo e ultimo capitolo, La struttura comunionale della chiesa, si affrontano alcune problematiche ecclesiologiche che, evidenziate dal dibattito conciliare, hanno coinvolto la sollecitudine di Paolo VI, impegnandolo «a imprimere una configurazione e una struttura comunionali alla Chiesa». In questo capitolo, viene messa in luce la «logica delle tensioni tra elementi complementari della struttura ecclesiale: unità e pluriformità, aspetto comunitario e (…) gerarchico, dimensione universale (…) e (…) particolare/locale, unicità della Chiesa e pluralità di Chiese, primato del vescovo di Roma e collegialità episcopale». Di fronte a queste polarizzazioni papa Montini, nella sua azione come nel suo insegnamento, si è fatto costantemente guidare da un’ispirazione di fondo: «nella Chiesa tutto è comunione e tutto è amore». (pp. 26-27). Lo stesso esercizio del primato petrino – come testimoniano anche i suoi gesti ecumenici più significativi, quale l’incontro col patriarca Atenagora – è stato vissuto da Paolo VI nella ricerca di nuove attuazioni sempre più conformi all’ecclesiologia di comunione.

Nello studio di Marangoni, come ha rilevato il Card. Silvestrini nella presentazione, «emerge che dal pensiero di questo Papa si può ricavare, nell’esuberante ma convincente messe di formulazioni, un sistema pressoché completo di teologia della Chiesa, frutto di una progrediente riflessione e di una convinta esperienza. Si deve, davvero, riconoscere in Paolo VI un effettivo doctor ecclesiae» (p. 7).

La ricerca, che Marangoni ha condotto con ammirevole acribia attraverso il vastissimo materiale dei testi montiniani, costituisce uno strumento fondamentale per lo studio del pensiero di Paolo VI e può risultare anche un contributo prezioso per la ricerca ecclesiologica in genere, sia dal punto di vista storico che da quello sistematico.




Il Presidente Woodrow Wilson: Un cristiano per la libertà dei popoli e le alleanze internazionali degli USA

unnamed (1)di Mario Alexis Portella · Allo scoppio della prima guerra mondiale il 28 luglio 1914, il presidente statunitense Woodrow Wilson, di religione presbiteriano, grande intellettuale e docente universitario, proclamò la neutralità dell’America tentando di porsi come mediatore tra i belligeranti, ma si trovò ben presto impegnato a combattere una battaglia diplomatica in difesa dei diritti degli stati neutrali, osteggiati dal blocco navale inglese sulle coste della Germania, e soprattutto, dalla indiscriminata guerra sottomarina condotta dai Tedeschi. Nel corso dei successivi due anni e mezzo, l’America fu gradualmente trascinata nella guerra da diverse fattori, in particolare l’aggressione sottomarina tedesca (U-boat):

  • Nel 1915, un U-boat tedesco silurò la RMS Lusitania, una nave mercantile britannica che probabilmente trasportava munizioni, uccidendo 128 americani;

  • Nel marzo del 1916, un attacco al traghetto francese Sussex;

  • Nel gennaio del 1917, la Germania annunciò una politica di guerra sottomarina senza esclusioni.

Dopo tanti sforzi diplomatici senza esito, il presidente Wilson fu spinto a rompere le relazioni diplomatiche con la Germania—ed anche con il suo alleato, l’impero Austro-Ungarico. Wilson, pur sapendo che ai suoi tempi erano ben pochi i paesi democratici—la Gran Bretagna, la Francia e il Governo Provvisorio Russo: la Repubblica Russa (prima della rivoluzione comunista fondata il 17 settembre 1917). Wilson, essendo un politico che vedeva lontano, dopo aver tenuto una sessione congiunta del Congresso il 2 aprile 1917 chiese al Congresso la dichiarazione di guerra argomentando che «Il mondo deve essere reso sicuro per la democrazia.»

L’ingresso americano nella prima guerra mondiale aiutò gli alleati a sconfiggere la Germania e l’Impero Austro-Ungarico, mettendo gli USA sulla strada per assumere la leadership globale di oggi. Un ruolo, che sarebbe stato assunto sostanzialmente solo dopo la seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, nonostante il loro isolamento geografico dall’Europa e dall’Asia, hanno stabilito un forte equilibrio internazionale per la sopravvivenza della democrazia:

  • L’occupazione e la ricostruzione del Giappone (1945-1952)—sotto la guida dal generale Douglas A. MacArthur, gli Stati Uniti attuarono riforme militari, politiche, economiche e sociali, così il Giappone ha potuto creare infrastrutture per il suo popolo.

  • Il Piano Marshall — ufficialmente chiamato piano per la ripresa europea, fu annunciato con un discorso del segretario di Stato statunitense George Marshall, il 5 giugno 1947; fu uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale nel quale furono fatti stanziamenti per oltre 12 miliardi di dollari.unnamed

  • L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico Nord (NATO)—fu la concretizzazione della Società delle Nazioni concepita dal presidente Wilson dopo la prima guerra mondiale, essa prevedeva che in caso di attacco ad un paese aderente, i membri dell’alleanza—oggi costituita de 28 paesi—fossero tenuti a riunirsi e a decidere quali misure adottare, per “ristabilire e mantenere la sicurezza” dei contraenti contro ogni attacco esterno. 

Con la creazione della NATO, l’America ha impedito all’Unione Sovietica di conquistare tutto il continente europeo. Così in Asia, come in Afghanistan (nonostante esse siano fuori del Trattato). Ancora oggi, il Patto Atlantico continua a difendere quei paesi suscettibili di una minaccia russa come i paesi baltici. Attualmente, però, il mondo libero è di fronte a una nuova minaccia rappresentata dalla Cina. Tanto che il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha recentemente chiesto la formazione di una “nuova alleanza tra democrazie” per contrastarla.

In un discorso nella Biblioteca Presidenziale Richard Nixon, Pompeo ha detto: «Non possiamo affrontare questa sfida da soli. Le Nazioni Unite, la Nato, il G7, il G20, il nostro potere economico, diplomatico e militare combinato sono certamente sufficienti per far fronte a questa sfida se sfruttati chiaramente e coraggiosamente…. Forse è il momento di un nuovo gruppo di persone affini, una nuova alleanza di democrazie. Abbiamo gli strumenti. Ora ci vuole volontà

Pompeo nel suo discorso ha fatto intendere che non si poteva più contare sulla NATO a causa della Turchia—lo stato più potente militarmente della NATO dopo gli Stati Uniti. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha convertito la chiesa di Hagia Sofia in moschea—fin dal 1934 era stata convertita da mosche in museo—e si è rivelato come un ottomano con lo scopo di implementare l’hakimiyyat Allah, cioè è il regno di Allah sulla terra; una politica completamente contro la democrazia e lo stato laico turco fondato da Kemal Mustafa Atatürk.

Per concludere, Woodrow Wilson con i suoi 14 punti presentati nel 1919, proponeva l’indipendenza per ogni nazione, la democrazia politica e le libertà individuali per ogni persona. L a fine del colonialismo europeo in Africa e in Asia. Tutto questo per garantire una pace solidale tra tutti i popoli della terra.

Se si confrontano i 14 Punti di Wilson, in verità già proclamati prima della Conferenza di Versailles, si noteranno molti punti in comune che il papa S. Giovanni XXIII, molti anni dopo, proclamerà nell’enciclica Pacem in terris. Questo dovrebbe essere in fine la missione ideale di tutti i paesi democratici compresi gli USA.




Il «Vademecum» della Congregazione per la Dottrina della Fede per aiutare i Vescovi e gli Ordinari sulle procedure da seguire nei casi di abuso sessuale di minore commesso da un chierico

Congregazione-per-la-Dottrina-della-fede-755x491di Francesco Romano • La Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) ha pubblicato il 16 luglio 2020 un nuovo documento molto significativo già a partire dalla scelta del titolo “Vademecum su alcuni punti di procedura nel trattamento dei casi di abuso sessuale di minori commessi da chierici a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede”.

Non si tratta di un testo normativo perché non viene promulgata alcuna nuova legge, né emanata una nuova norma. Le fonti del Vademecum (Vad) restano il Codice di Diritto Canonico (CIC) e il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO); le norme sostanziali e processuali sui delitti riservati alla CDF promulgate da Giovanni Paolo II il 30 aprile 2001 con il motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela (SST), aggiornate da Benedetto XVI con il motu proprio De Gravioribus Delictis il 21 maggio 2010; dai due Rescriptum ex audientia del 3 e 6 dicembre 2019; dal motu proprio di Papa Francesco del 7 maggio 2019 Vos Estis Lux Mundi (VELM); dalla prassi della CDF.

Lo scopo di questo Vademecum è di offrire uno strumento che possa aiutare coloro che non possiedono una sufficiente conoscenza o competenza giuridica per questo specifico ambito di lavoro oppure ne ignorano la prassi seguita dalla CDF. Da qui le richieste giunte alla CDF da parte di Vescovi, Ordinari, Superiori di Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica di avere a disposizione indicazioni pratiche per istruire i processi, dalla notitia criminis fino alla irrogazione della pena, a carico del clero accusato di aver commesso abusi sessuali su minori.

La CDF è competente su tutti i delitti riservati a essa contro la fede e su quelli più gravi contro la morale e l’amministrazione dei sacramenti, detti appunto “delicta graviora”. Il Vademecum prende in considerazione solo il delitto previsto da SST, art. 6, cioè l’abuso contro il sesto precetto del Decalogo commesso da un chierico su un minore. Il Vademecum però avverte che questo documento con i necessari adattamenti dovrà essere osservato per tutti delitti riservati alla CDF (Vad, sub “Nota bene”) e sarà soggetto a periodici aggiornamenti con i cambiamenti introdotti nella normativa e nella prassi.

Il Vademecum cerca di rendere comprensibili in modo sintetico ed elementare alcune nozioni basilari di delitto e di tipologia di delitti che possono essere oggetto di denuncia e di giudizio, in modo particolare il significato di abuso sessuale, di minorenne, di uso imperfetto di ragione, di persona vulnerabile e di capacità di resistere all’offesa. Nella nozione di abuso sessuale viene introdotta anche la fattispecie di delitto commesso nelle tre tipologie di “acquisire”, “detenere” e “divulgare” immagini pornografiche di minori di 18 anni. L’età è stata innalzata a 18 anni da VELM rispetto ai 14 anni previsti da SST. Vengono date anche sintetiche spiegazioni sul significato di misure disciplinari non penali, di precetto penale, di rimedi penali e penitenze, di processo penale giudiziale ed extragiudiziale, di accusa, di prove ecc.

Per venire in soccorso dell’Ordinario e dei suoi collaboratori che si trovano a dover gestire, forse per la prima volta, la notizia di un delictum gravius presumibilmente commesso, il Vademecum elenca le incombenze alle quali è tenuto necessariamente a provvedere spiegando il concetto di notitia criminis in qualunque forma possa pervenire, inclusa quella anonima, che “anche se vaga e indeterminata, essa deve essere adeguatamente valutata e, nei limiti del possibile, approfondita con la debita attenzione” (Vad, n. 13). La notizia del delitto porta obbligatoriamente l’Ordinario ad avviare l’indagine previa per verificare se la verisimiglianza sia fondata.

L’indagine previa segna un momento importantissimo, spesso sottovalutato o trascurato, della procedura perché, quantunque non appartenga alla fase processuale, deve essere accuratamente svolta osservando le dovute formalità giuridiche, secondo i criteri e le modalità indicati nel can. 1717 CIC, richiamati dal Vademecum (Vad, n 32), raccogliendo informazioni dettagliate circa i fatti, le circostanze e l’imputabilità, da essere completati nell’eventuale processo (Vad, 34). L’omissione di questo dovere potrebbe costituire un delitto perseguibile a carico dell’Ordinario competente (Vad, n. 21; VELM, art. 1 §1, b).download (3)

L’indagine previa rappresenta lo snodo più delicato perché da essa dipende la decisione di dare avvio al processo penale o archiviare la notizia del delitto. Da essa, se l’accusa risultasse verosimile, dipende anche la decisione di presentare la denuncia alle autorità civili competenti se ciò sia “indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di ulteriori atti delittuosi” (Vad, n. 17). Inoltre, “a chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti” (Vad, n. 30).

Altri due elementi fondamentali che il Vademecum mette in rilievo sono l’autonomia della giurisdizione ecclesiastica rispetto alle indagini civili e il tempo di prescrizione dell’azione criminale.

L’indagine previa deve essere svolta indipendentemente dall’esistenza di una corrispondente indagine svolta dalle autorità civili. Può essere utile attendere la conclusione dell’indagine previa per poter essere integrata acquisendo le risultanze dell’indagine svolte dalle autorità civili (Vad, n. 26). In alcuni casi le risultanze delle indagini dell’autorità civile potrebbero rendere superflua l’indagine previa canonica facendo attenzione alle differenze determinate dal diritto penale canonico rispetto a quello dello Stato (Vad, n. 36). Potrebbe essere superflua nel caso di delitto notorio o per confessione del chierico accusato (Vad, n. 37).

Altro punto da prendere preliminarmente in considerazione è la prescrizione dell’azione criminale, cioè il tempo trascorso dal momento in cui fu commesso il delitto. La prescrizione non è un dato assoluto, ma spetta alla CDF deciderne il mantenimento o la deroga (Vad, 28).

Un terzo punto non presente nel Vademecum, ma che ritengo importante fare presente, ha come fonte il noto brocardo “tempus regit actum”, quale principio regolatore delle norme penali, secondo il quale il fatto delittuoso deve essere giudicato secondo la legge in vigore quando fu commesso. Nell’Ordinamento canonico qualsiasi legge penale emanata dalla Sede Apostolica viene abrogata entrando in vigore il Codex del 1983, a meno che non sia ripresa da esso (can. 6, n.3). La legge penale potrebbe essere ripresa da quella successiva in modo peggiorativo, per questo secondo il citato brocardo si applica la precedente, quella in vigore al momento della commissione del delitto, più favorevole al reo. Per esempio questo caso può ricorrere riguardo all’innalzamento dell’età della vittima da 16 anni (can. 1395 §2) a 18 anni (SST, art. 6 §1, n. 1), oppure la produzione, esibizione, detenzione e distribuzione di materiale pornografico che hanno per oggetto minori, passando da 14 anni (SST, art. 6 §1, n. 2) a 18 anni (VELM, art. 1 §1, a. iii; §2, a.) Nel caso del delictum gravius di cui ci stiamo occupando, per essere imputabile si dovrà tenere conto di tutte le deroghe e aggiornamenti normativi introdotti dopo la promulgazione del CIC nel 1983 fino al motu proprio VELM del 2019.

Durante lo svolgimento dell’indagine previa dovrà essere tutelato il diritto alla buona fama da lesioni illegittime perché in questa fase non si può ancora definire l’eventuale colpevolezza della persona segnalata (Vad, nn. 44-46). Inoltre, va ricordato il segreto d’ufficio cui sono soggetti i processi, le decisioni, le denunce relative all’art. 6 di SST, restando integra la facoltà del denunciante di ricorrere alle autorità civili o di rendere pubblica la propria azione (Vad, n. 47).

In questa fase previa non esiste un criterio uniforme riguardo alla comunicazione della denuncia da dare alla persona segnalata, occorre tenere presente il rischio di inquinamento degli indizi, lo scandalo dei fedeli ecc. (Vad, n. 53), ma l’Ordinario può già imporgli misure cautelari tra quelle previste dal can. 1722 del CIC (Vad, n. 58).

Dopo la conclusione dell’indagine previa, qualunque ne sia l’esito, l’Ordinario deve trasmettere gli atti insieme al suo votum alla CDF con i suoi suggerimenti sul modo di procedere, per esempio se attivare la procedura penale amministrativa o giudiziale, se sia sufficiente la pena imposta dalle autorità civili oppure se sia preferibile imporre misure amministrative, invocare la prescrizione o concedere la deroga (Vad, n. 69).

La CDF dalle risultanze degli atti dell’indagine previa può decidere se archiviare il caso o richiedere un approfondimento, imporre misure disciplinari non penali mediante un precetto penale, imporre rimedi penali o penitenze, ammonizioni o riprensioni, aprire un processo penale giudiziale o amministrativo, detto anche extragiudiziale (Vad, n. 77).

Il Vademecum, dopo aver distinto tra i due tipi di processo penale, si sofferma nel dare indicazioni pratiche solo sullo svolgimento del processo extragiudiziale non trovando riscontro nel CIC sufficienti norme relative alla procedura a differenza del processo penale giudiziale. Pertanto vengono esemplificati i passaggi da compiere nell’istruttoria per la raccolta delle prove, la contestazione delle accuse alla persona accusata, il diritto di difesa attraverso la presa di visione degli atti (Vad, nn. 95-114, sotto il titolo “Come si svolge un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?”).

Fa seguito l’esemplificazione pratica degli ulteriori passaggi: l’esercizio e l’invio di un memoriale, la sessione di valutazione delle prove svolta dall’Ordinario e il ruolo degli assessori. Il Vademecum da anche indicazioni sulla redazione del decreto penale, sulla notifica all’accusato o al suo patrono, sulla procedura da seguire in caso di ricorso contro un decreto penale (Vad, nn.115-129, sotto il titolo “Come si conclude un processo penale extragiudiziale secondo il CIC?”).

Il Vademecum fornisce istruzioni anche sui percorsi da compiere per impugnare la sentenza, in caso di processo penale giudiziale (Vad, nn. 142-149), oppure per inoltrare ricorso contro un decreto penale, nel caso di processo penale extragiudiziale (Vad, nn. 150-154).

L’ultima parte del Vademecum prende in esame l’eventualità di ottenere la dispensa dagli oneri derivanti dallo stato clericale, incluso il celibato, e dagli eventuali voti religiosi. L’Ordinario deve informare l’accusato fin dalla notizia del delitto che ha la possibilità di indirizzare al Santo Padre la richiesta di dispensa (Vad, n. 157).

Infine, il Vedemecum spiega come deve comportarsi l’Ordinario in caso di decesso della persona accusata in fase di indagine previa, nello svolgimento del processo (Vad, nn. 160-162), oppure nel caso che l’accusato abbia perso la stato clericale in fase di indagine previa o nel corso di un processo penale già avviato (Vad, n.163).

Se una Conferenza episcopale ha già provveduto a scrivere le proprie linee guida su questa materia, secondo l’invito fatto dalla CDF nel 2011, esse dovranno essere tenute presenti.

L’iniziativa di redigere questo Vademecum è da considerarsi senz’altro pregevole per l’urgenza manifestata da Vescovi, Ordinari e Superiori di Istituti di vita consacrata di sapere come comportarsi di fronte a denunce a carico di chierici, purtroppo sempre crescenti sia nelle diocesi che negli istituti di vita consacrata. A questi vorrei aggiungere anche le associazioni di fedeli, benché del tutto distinte dagli istituti di vita consacrata e dalle società di vita apostolica (can. 298). Esse sono oggi abbastanza diffuse assumendo in non pochi casi al loro interno uno stile di vita comunitario sul modello degli istituti religiosi. Anche in questo caso la competenza è del Vescovo diocesano in quanto Ordinario competente che dovrà farsi carico di tutta la procedura fin dal giungere della notitia criminis.

L’amministrazione della giustizia è uno dei punti cardine della vita della Chiesa, certamente non seconda a nessun’altra realtà che le è propria. Con insistenza, già dalle prime pagine, la Sacra Scrittura in modo categorico sprona alla giustizia e al ristabilimento di essa nei tribunali e nella società fino ad assurgere a beatitudine per coloro che hanno fame e sete di essa.

La conoscenza del diritto penale e processuale insieme a una buona pratica forense sono indispensabili e preliminari per affrontare con responsabilità situazioni in cui è in gioco la vita di una persona accusata, ma ancora presuntivamente innocente. Il Vademecum è certo uno strumento utile per essere introdotti alla prassi in uso presso la CDF, ma per realizzare una esaustiva istruttoria su cui dovrà essere pronunciato con la dovuta certezza morale il giudizio di condanna o di assoluzione serve anche una capacità investigativa maturata sul campo che permetta di acquisire al processo prove certe o di svolgere una indagine previa da cui fare emergere il fumus delicti scevra da condizionamenti dovuti a pressioni mediatiche spesso presenti. Su questo punto posso esprimermi con il mio contributo di esperienza riferendomi a quei casi in cui solo con una indagine condotta con acribia è stato possibile riconoscere la non colpevolezza di persone verso le quali sembrava che tutto fosse contro di loro. Non debba mai accadere che un giudice, all’inizio o nel corso del processo, abbia già pronunciato il giudizio nella sua mente o nel suo animo. Questo sarebbe un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio.




Il regno dei cieli e il buon seme

unnameddi Stefano Tarocchi · La parabola della zizzania (Mt 13,24-30), che recentemente la liturgia ci ha posto davanti agli occhi, è sicuramente una delle pagine più intriganti del Vangelo secondo Matteo. Accanto alla parabola della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47-50), che chiude il lungo discorso di Gesù (ben sette parabole), la parabola della zizzania fornisce una delle chiavi di interpretazione più lucide del vivere dei credenti nell’esistenza concreta.

Essa segue immediatamente quella forse più nota del seme che il seminatore getta nel terreno, apparentemente senza nessun criterio, ma che mette in luce la potenza della parola che nella terra buona porta un frutto straordinario (Mt 13,3-9). “Zizzania” (letteralmente al plurale) è il nome che designa collettivamente le piante nocive che spesso accompagnano la crescita del grano. La si è identificata nel loglio: i semi della pianta, molto simili a quelli del grano, se ingeriti provocano fenomeni di un vero e proprio avvelenamento. Da qui il nome: Lolium temulentum loglio ubriacante.

Nel racconto di Matteo, quando la zizzania si rivela come infestante, i servi del padrone del campo chiedono la ragione di questa presenza importuna e inattesa: lo stesso padrone della casa, che seminato il grano, chiama in causa il suo “nemico”. Lo sa bene chi ha ascoltato la parabola – o chi la trova oggi nel Vangelo: «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13,25).

I servi vorrebbero subito estirpare la pianta maligna per non mettere a repentaglio la crescita del grano, ma il padrone del campo lo impedisce perché non venga estirpato anche il seme buono. Infatti, la zizzania nella sua rapida crescita, fuori e dentro il terreno, si è intrecciata inestricabilmente alle radici delle piante del grano; e questo impedisce una separazione delle piante senza creare danni.

Bisogna quindi attendere fino alla mietitura, ossia alla maturazione piena del frutto: solo a quel punto ci può essere una netta separazione fra grano e zizzania. Questa viene gettata nel fuoco, il grano, invece, sarà riposto nel granaio. La coesistenza fra bene e male diventa estremamente chiara nella spiegazione allegorica che segue il racconto della parabola (Mt 13,36-43), da cui traspare la prima interpretazione della parabola, legata alla comunità dell’evangelista della città di Antiochia.download (1)

Come in ogni allegoria, e a differenza della parabola, ciascun elemento ha il suo significato specifico: il Figlio dell’uomo è colui che semina, il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico è il diavolo stesso.

Attraverso questa lettura si avverte un un’incursione nel momento dei tempi ultimi – lett. «alla fine del tempo» –, quando Dio giudicherà il mondo e si produrrà una duplice sorte per gli uomini. Prima ancora che, in un’altra celebre parabola, si descriva il giudizio finale (Mt 25,31-46), l’evangelista sembra dirci che il bene coesiste accanto al male. Questo paradosso è sotto i nostri occhi: mentre tutte le vicende umane sono nelle mani del Signore, in esse il bene coesiste inestricabilmente con il male, fino a che Dio non decide di chiedere il conto all’umanità.

Così ci dice anche la pagina successiva, sempre in riferimento al regno dei cieli: la parabola della rete che “raccoglie” – il verbo usato è significativo – ogni genere di pesce (Mt 13,47-50): anche qui la cernita viene fatta al momento del raccolto, quando la rete è tirata a riva. Allora i pesci buoni finiscono nei canestri e quelli che non sono buoni a nulla vengono gettati via.

Si potrebbe addirittura interpretare che il tempo dell’attesa tra la semina e il raccolto (o la pesca e il suo risultato) è il tempo in cui l’elemento negativo avrebbe modo di passare all’altro campo. Sappiamo che in natura questo non è possibile, ma nella mente di Dio ogni uomo può cambiare vita, e anche che il Signore lascia un congruo tempo per poterlo fare. Il Dio magnanimo, che tante volte traspare nelle Scritture, attende senza punire nessuno che ogni creatura umana percorra la strada verso la conversione.

Tuttavia non c’è un regno parallelo del bene accanto al regno del male, e il «nemico», il diavolo, non è una sorta di divinità al negativo che si contrappone al Dio di Gesù Cristo. Questo anche se c’è un male sotterraneo – e dunque nascosto –, che opera in maniera ancora più subdola. Per capirne gli effetti basta vedere gli attacchi che su ogni fronte vengono rivolti all’attuale vescovo di Roma, e non a lui soltanto.

Il regno dei cieli che viene richiamato in queste parabole è già in mezzo a noi, e tuttavia dobbiamo sempre invocare il Padre: «venga il tuo regno». Non a caso dopo questa parabola ne vengono raccontate due, molto più brevi ma non meno rivelative: quella del tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44) e della perla preziosa (Mt 13,45-46). Colui che trova questi tesori, rispettivamente inattesi oppure ricercati a lungo, farà ogni sforzo, e metterà in gioco tutte le proprie energie per poterli ottenere.

Perciò, tutte queste parabole contengono un insegnamento che va ricavato con la propria personale osservazione, come – sono ancora parole del Vangelo, forse un’auto-descrizione dello stesso evangelista – fa lo «scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli» che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).




Scifoni, la famiglia ed il profumo del pane

Giovanni-Scifonidi Stefano Liccioli · Da alcuni mesi sta spopolando sempre di più sul web Giovanni Scifoni. Nato a Roma, classe 1976, attore poliedrico capace di muoversi con disinvoltura tra spettacoli teatrali, film e fiction televisive di successo, ma anche drammaturgo e regista, nel 2015 Scifoni si è fatto apprezzare su TV2000 con i suoi monologhi teatrali nella trasmissione “Beati voi”, di cui nel 2017 è diventato poi conduttore. In questa trasmissione l’attore si è fatto notare anche per il suo modo originale ed efficace di raccontare le vite dei santi. Le sue “narrazioni agiografiche”, sotto forma di brevi e divertenti filmati pensati per Facebook e Youtube, hanno riscosso grande successo nella Rete consentendo a centinaia di migliaia di persone di conoscere meglio la vita del santo del giorno, raccontata, al tempo stesso, in modo ironico ed ortodosso, leggero e profondo. In un’intervista del 2018 per la rivista “Famiglia cristiana” Scifoni ha dichiarato:«Per le storie non seguo mai uno schema fisso di racconto. Solo l’approccio è il medesimo: ogni volta mi domando “come faccio a parlare di quel santo a un bambino ateo?”. Il mio interlocutore immaginario è una persona che non ha i rudimenti della teologia e non è nemmeno credente». Sappiamo però che Giovanni Scifoni è credente e la fede cristiana che si percepisce in lui (da quello che dice e scrive) sembra matura e profonda, scevra di devozionalismi. In questi ultimi mesi la piattaforma digitale “Raiplay” sta trasmettendo le puntate, a cadenza quindicinale circa, di un nuovo lavoro di Scifoni, il programma intitolato “La mia jungla”. Forse proprio come Kipling con “Il libro della jungla” l’attore romano cerca di far riflettere gli spettatori su valori, vizi e virtù dell’uomo, ma si occupa, sempre in modo originale, anche di temi sociali e di attualità. Ne nascono, come nel suo stile, brevi ed ironici filmati che alla maniera di un novello Fedro degli anni Duemila, vogliono lasciare allo spettatore degli insegnamenti o, quanto meno, degli elementi su cui pensare, rifuggendo però facili moralismi. Uno degli aspetti interessanti de’ “La mia jungla” è il punto di osservazione che Giovanni Scifoni usa per i suoi racconti ovvero la sua famiglia. Così come nei video sui santi, anche nelle puntate di questo nuovo programma partecipano, e non come mere comparse, anche la moglie ed i tre figli (una femmina e due maschi) di Scifoni. A mio avviso si tratta di un modo per rendere la famiglia protagonista, una lente d’ingrandimento con cui osservare chi siamo e ciò che avviene nella nostra società. Troppo spesso, infatti, la famiglia è solo oggetto di discorsi ed anche nel mondo dellaBeati-voi-984x402 comunicazione se ne parla tanto, ma spesso in termini sbagliati. Il cinema italiano (tanto per limitarsi al nostro Paese) non è immune da questa tendenza tanto è vero che quando racconta di dinamiche familiari, lo fa mettendo in luce più le ombre che le luci, più i problemi del vivere in coppia ed avere figli che la ricchezza rappresentata dal matrimonio e dal crescere ed educare dei figli. Tutto ciò, a mio parere, ha delle conseguenze, in primo luogo il calo demografico che sta caratterizzando l’Italia. Se la mentalità comune sulla famiglia rimane quella sopra descritta non dobbiamo sorprenderci se il 60% delle nostre famiglie ha una o due componenti, il 36% dei giovani non vuole sposarsi, il 40% non vuole avere figli. In un recente intervento Mons. Meini, vescovo di Fiesole e delegato per la Famiglia e la Vita della Conferenza episcopale toscana ha opportunamente osservato su questo argomento:«La responsabilità non è solo politica: la prospettiva è soprattutto di ordine culturale. Quante volte abbiamo detto e sentito dire: il problema della famiglia, il problema dei figli, i problemi dei genitori, essere genitori oggi è difficile. Queste espressioni fanno parte del linguaggio comune. Se nostri genitori o i nostri nonni avessero ragionato così, noi non saremmo nati, non saremmo qui a parlare, a incontrarci, a vivere. Eppure avevano un lavoro precario con redditi bassi e alcuni di loro avevano anche sofferto la fame». Poi aggiunge:«È necessario un forte impegno a livello della comunicazione. Non si può solo cercare audience mettendo in evidenza problemi, contrasti, liti, drammi di ogni genere. Proprio attraverso il mondo della comunicazione deve passare il senso della gioia di vivere, la bellezza del bimbo che nasce, la soddisfazione di educare un ragazzo che cresce. Non mancano persone capaci e sensibili nel mondo della comunicazione, dell’arte e dello spettacolo. Certamente possono fare molto per formare una cultura della vita». Credo che Giovanni Scifoni sia proprio una di queste persone capaci di far trasparire, nei suoi lavori, la bellezza della vita matrimoniale e di avere dei figli. Se è vero quello che diceva Benedetto XVI a proposito della grande famiglia di Dio, la Chiesa, che cresce per attrazione e non per proselitismo, affermando dunque che la fede si trasmette per testimonianza e non in forza di convincimenti. Ciò, a mio avviso, è vero anche per “la famiglia degli uomini” che può tornare ad affascinare i giovani non grazie a perorazioni particolari o se ne vengono esaltati, individualmente, solo alcuni aspetti che la costituiscono (la vita che nasce, l’amore di coppia), ma se si torna a sentirne il profumo. Per usare un’immagine cara a Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, ci viene voglia di mangiare il pane se ne sentiamo il profumo e non se vediamo solo i singoli ingredienti che lo formano.




L’Occidente sta andando verso la «democrazia totalitaria»?

Dichiarazione-dei-diritti-delluomodi Leonardo Salutati · Stiamo assistendo oggi ad una grave situazione di crisi degli ordinamenti giuridici civili nel loro rapporto con l’ordine dei valori morali e spirituali. L’origine di tale situazione è da rintracciarsi nella separazione, progressivamente sempre più ampia, tra la morale e il diritto positivo, tra l’etica e l’attività legislativa e conseguentemente giurisprudenziale ed esecutiva di governo.

Indubbiamente l’aspetto più importante della moderna scienza giuridica e delle legislazioni democratiche è stato lo sviluppo dottrinale e normativo sui diritti fondamentali dell’uomo maturato nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1947, che ha messo al centro della realtà giuridica il suo vero protagonista, non lo Stato ma la persona umana con la sua inalienabile dignità e libertà.

Paradossalmente però, negli ultimi anni, stiamo assistendo al prevalere nelle leggi ordinarie di numerosi ordinamenti civili occidentali del principio giuridico-positivo, frutto del relativismo morale, secondo cui in una società democratica la razionalità delle leggi dipenderebbe soltanto e unicamente da quello che viene stabilito, permesso o proibito dalla maggioranza dei voti, con scarsa se non nulla attenzione alla corrispondenza della norma con la natura umana. Siamo di fronte a quella che è stata chiamata una “deriva totalitaria” della democrazia (J. Talmon, 1952), ovvero un sistema in cui, come ai tempi dell’assolutismo monarchico, si pretende di attribuire al legislatore, che rappresenta in parlamento il “popolo sovrano”, un potere illimitato, assoluto, capace sia di limitare i diritti innati e inalienabili dell’uomo, sia di inventarsi “nuovi diritti”, sulla base di teorie che sovente si trasformano in ideologie. Basti pensare alla legislazione permissiva dell’aborto, alle leggi che liberalizzano la droga, che facilitano il dilagare della pornografia, che indeboliscono la famiglia come istituzione naturale, che permettono l’eutanasia, la manipolazione eugenetica dei geni e degli embrioni e altri attentati contro la dignità dell’essere umano; fino alle leggi che vogliono equiparare a chi commette o incita a commettere «violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi», le opinioni diverse dal “mainstream” riguardo a “identità di genere” e “orientamento sessuale”. È il caso per esempio di quanto successo nel 2014 all’arcivescovo di Malaga (Spagna), card. Fernando Sebastián Aguilar, che fu indagato penalmentecq5dam.thumbnail.cropped.750.422 (1) perché, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che all’interno di una relazione omosessuale tale finalità era preclusa; è anche il caso di quanto potrà succedere in Italia se verrà approvato il Ddl Zan-Scalfarotto contro i reati di omotransfobia, in discussione in questi giorni in parlamento.

Al riguardo una nota della CEI del 10 giugno scorso metteva in guardia sul fatto che l’approvazione di un tale ddl rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui più che sanzionare la discriminazione, comunque già adeguatamente tutelata dall’ordinamento vigente, si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, limitando di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Già nel 1993 Giovanni Paolo II, parlando al mondo accademico in occasione della sua visita in Lituania, metteva in guardia dal rischio dei regimi democratici «di risolversi in un sistema di regole non sufficientemente radicate in quei valori irrinunciabili, perché fondati nell’essenza dell’uomo, che devono essere alla base di ogni convivenza, e che nessuna maggioranza può rinnegare senza provocare funeste conseguenze per l’uomo e per la società», ricordando che «totalitarismi di opposto segno e democrazie malate hanno sconvolto la storia del nostro secolo» quando non si è più vincolata la razionalità delle leggi alla corrispondenza della norma con la natura umana, con la verità oggettiva sulla dignità dell’uomo, con i valori morali oggettivi e permanenti, che invece il diritto dovrebbe difendere e tutelare per poter ordinare rettamente i comportamenti sociali, proteggere istituzioni basilari ed evitare il progressivo sviluppo di una società selvaggia.

Purtroppo dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi, ideologie varie fondate sul relativismo morale, nel togliere alla democrazia il suo fondamento di principi e di valori oggettivi, hanno sfumato pericolosamente i limiti della razionalità e della legittimità delle leggi, indebolendo profondamente l’ordinamento giuridico democratico di fronte alla tentazione di una libertà senza i limiti, veramente liberatori, della verità oggettiva sulla dignità e i diritti inalienabili dell’uomo e della donna.

Sempre Giovanni Paolo II, in una allocuzione del 1992, ricordava che la democrazia «non implica che tutto si possa votare, che il sistema giuridico dipenda soltanto dalla volontà della maggioranza e che non si possa pretendere la verità nella politica. Al contrario bisogna rifiutare con fermezza la tesi secondo la quale il relativismo e l’agnosticismo sarebbero la migliore base filosofica per una democrazia, visto che quest’ultima per funzionare esigerebbe da parte dei cittadini l’ammettere che sono incapaci di comprendere la verità. […] Una tale democrazia rischierebbe di trasformarsi nella peggiore delle tirannie».

Tutto questo senza considerare le tante contraddizioni in cui incorre sfacciatamente il “pensiero dominante contemporaneo” in quanto, come ha chiaramente denunciato Benedetto XVI: «Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l’altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanità» (CV 43).




Una novella sull’umiltà. Cronin insegna

AJ_CRONINdi Carlo Nardi · Dal mio bailamme ho tirato fuori vari scritti di anni fa. Tra questi è una piccola storia, adatta a fanciulli e non solo, grazie a Archibald Joseph Cronin (1896-1981).

La grazia più grande

Più di 200 anni fa, in una remota campagna dell’Italia meridionale, vivevano due ragazzi che erano compagni inseparabili. Mario, intelligente e sicuro di sé, figlio d’un ricco possidente, era il capo; Anselmo, non molto dotato per lo studio, figlio del ciabattino del paese, era il fedele gregario.

Mentre, gironzolando per la campagna, Mario parlava con serietà del suo avvenire. I suoi genitori, molto religiosi, lo avevano destinato alla carriera ecclesiastica, prospettiva questa che a Mario non dispiaceva, giacché era incline alle cerimonie e spesso si era esaltato davanti alla solennità e allo splendore del rito. In particolare, ambiva diventare un grande predicatore. Un giorno, mentre stavano sdraiati all’ombra dei pampani su una collina arsa dal sole, Mario, esclamò: “Non so davvero che cosa darei pur d’avere il dono dell’eloquenza!”

Anselmo guardò l’amico con occhi pieni d’affetto e di devozione, e Anselmo mormorò: “Mario, io pregherò tutti i giorni affinché tu possa avere quel dono”. Colpito dalla stranezza d’una simile promessa – poiché Anselmo non era particolarmente religioso – Mario scoppiò in una risata. Con affettuosa condiscendenza mise il braccio intorno alle magre spalle del compagno.

Amico mio, ti sono profondamente grato; ma credo che studierò ugualmente retorica”.

A questo punto Mario entrò nel Convento dei cappuccini. Per alcuni mesi Anselmo ciondolò sconsolatamente per il paese; poi, incapace si sopportare, seguì l’amico nel convento, dove fu accolto come converso, cioè come uno di quei servi dell’Ordine che adempiono ai più umili servizio. La differenza delle loro mansioni teneva separati i due amici, ma almeno Anselmo stava sotto lo stesso tetto di Mario, e mentre lavorava nei campi, o governava il bestiame o lavava il pavimento del refettorio, poteva scambiate col diletto compagno uno sguardo d’intesa e magari qualche parola.

Al momento dovuto, Mario ricevé gli ordini. La vigilia di Pasqua, il giorno in cui doveva tenere la prima predica, mentre passava per il chiostro, un’umile figura l’aspettava.

Buona fortuna, Mario … Ci sarò anch’io … e pregherò per te”.

La mattina dopo, salendo il pulpito, la prima persona che Mario vide proprio sotto di sé, addossata ad un pilastro nell’angolo della navata, gli occhi ardenti e pieni di aspettazione fissi su di lui, era Anselmo. Incoraggiato da quell’omaggio silenzioso, Mario dette il meglio di sé. Fu una predica ispirata: se ne erano sentite ben poche, di migliori, nella vecchia chiesa del convento. E ne seguirono altre, a intervalli, ancor più eloquenti e vigorose, che commossero i membri del capitolo e fecero salire lagrime di orgoglio agli occhi del converso, sempre lì all’oscuro, addossato contro il pilastro ai piedi del pulpito.

La fama di Mario come predicatore crebbe sempre più. Quando fu invitato a predicare nelle altre chiese della provincia, il Superiore gli permise di accettare, e, poiché di regola nessuno poteva allontanarsi dal convento senza essere accompagnato, acconsentì volentieri alla preghiera di Mario che Anselmo andasse con lui.

Passarono gli anni, e i due percorsero insieme l’Italia per lungo e largo. Era inevitabile che i meriti di padre Mario fossero ricompensati. Fu nominato predicatore ordinario del re di Napoli, e infine vescovo dell’Aquila. Colà, nel suo palazzo episcopale, visse da grande signore. Blandito dalla nobiltà, ricercato dai principi della chiesa, divenne una potenza. La sua figura si fece imponente, le sue maniere solenni. Ora, per dire il vero, si degnava appena di accorgersi dell’umile e volenteroso fraticello che, seppur curvo e raggrinzito, seguiva ancora a servirlo con abnegazione, prendendo amorevolmente cura dei suoi splendidi paramenti, lucidandogli le fibbie ingioiellate delle scarpe, preparandogli a perfezione la tazza di cioccolata che interrompeva il digiuno episcopale.

Ma una domenica, mentre predicava, il vescovo avvertì vagamente che qualcosa mancava intorno a lui. Era una sensazione strana, sconcertante; e guardando in giù, s’accorse che Anselmo non era al solito posto. Sorpreso, il vescovo s’interruppe per un attimo, né gli fu facile riprendere il filo del sermone. Fortunatamente la predica volgeva al temine. Appena l’ebbe finita, il vescovo si affrettò in sacrestia, e ordinò che chiamassero subito Anselmo.

Ci fu un momento di silenzio. Poi un vecchio prete rispose con calma.

È morto poco fa”.

Un’espressione di profondo stupore passò sul viso del vescovo mentre il vecchio prete continuava:

Da mesi soffriva d’una malattia incurabile. Non aveva mai voluto farlo sapere a vostra eccellenza per timore si disturbarla”.

Un’onda di dolore salì al cuore di Mario ma più acuta del suo dolore era quella strana sensazione d’aver perso qualcosa di suo. Con voce mutata disse:

Conducetemi da lui”.

Il silenzio fu accompagnato dietro le stalle, in una cella nuda e angusta dove, su un tavolaccio coperto di paglia, ravvolte una tonaca consumata, giacevano le spoglie mortali del suo amico d’infanzia. Il vescovo sembrava meditare. Paragonava forse quella nuda povertà al fasto sei suoi appartamenti? Rivolse uno sguardo interrogativo al vecchio prete.

Abitava qui?”

Sì, Eccellenza”.

E … come passava le sue giornate?”

Eccellenza”, rispose sorpreso il prete: “Vi serviva”.

Ma oltre a questo?”

Non gli rimaneva molto tempo libero, Eccellenza. Ma ogni giorno, in giardino, dava da mangiare agli uccellini dalla sua stessa scodella. Parlava spesso con i bambini ai cancelli del palazzo; e credo che, nelle cucine, sfamasse i mendicanti. E poi … pregava”.

Pregava?” mormorò il vescovo come se questa parola gli riuscisse strana.

Sì, Eccellenza, per essere un povero converso pregava da non credere. E sempre, quando gli domandavano per che cosa pregasse, mormorava: Per una buona intenzione”.

L’espressione del vescovo era imperscrutabile; ma era come se un pugnale gli trafiggesse il cuore. E tuttavia, pur se non aveva apprezzato debitamente quel che Anselmo valeva, e pur se, negli ultimi anni, lo aveva trattato con superbia, non poteva soffermarsi, ora, a farsi dei rimproveri. Doveva partire immediatamente per Roma, dove, in San Pietro, doveva predicare a un Concilio episcopale.

Quando, il giorno dopo, salì lentamente sul pulpito, l’immensa basilica era gremita. Era un onore ambito da gran tempo, un fulgido momento della sua splendida ascesa. Ma appena cominciò a parlare nel silenzio pieno d’aspettazione, le parole gli uscirono a fatica dalle labbra. Sentì sorpresa e la delusione dei fedeli. Il sudore gli imperlò la fronte.

Disperato, guardò sotto di sé, ma non c’erano più quegli occhi estatici, nell’ombra del pulpito. Smarrito, Mario finì il sermone balbettando: poi, confuso, uscì da San Pietro.

Profondamente ferito nella propria superbia, furente per essersi lasciato turbare da una così stupida ubbia, si mise all’opera per preparare la prossima predica con meticolosa cura. Che lui, il vescovo dell’Aquila, il più grande predicatore d’Italia, dovesse tutto a uno sciocco e oscuro converso: quale pazzia! Eppure, giunto al punto di pronunziare il nuovo sermone, le sue parole furono senza vita. Quell’ossessione s’aggravò e, un giorno, egli crollò completamente e dovette esser sorretto per scendere dal pulpito. Balbettò, affranto:

E però … la sostanza era lui … io non sono che il vuoto ricettacolo”.

I medici convennero che si era affaticato troppo, che aveva bisogno di cambiare aria; e affinché potesse riacquistare più rapidamente la salute e le forze, gli suggerirono un viaggio negli Alti Pirenei. Ma Mario non ne volle sapere: preferì, invece, andare al convento dove aveva ricevuto gli ordini, dove Anselmo era entrato per servirlo, dove il piccolo converso era adesso sepolto.

Colà Mario trascorse il tempo in clausura, passeggiando in solitaria meditazione nel giardino del convento, visitando ogni giorno il camposanto ombreggiato dagli ulivi. Un profondo mutamento era avvenuto in lui: la sua iattanza terrena s’era, il suo contegno s’era fatto dimesso. Un pomeriggio, il Superiore lo sorprese inginocchiato presso la tomba di Anselmo. Quando si alzò, il Superiore gli posò la mano sulla spalla.

E allora, figlio mio”, gli chiese con un sorriso tra il deferente e l’affettuoso: “Preghi che ti sia resa l’eloquenza?”

No, Padre”, rispose Mario gravemente: “Chiedo una grazia molto più grande”. E a bassa voce soggiunse: “L’umiltà”.

A.J. Cronin.

Una bella storia, e subito fa pensare, a san Francesco con i poveri e i bambini. Ma non solo.santalfonso Proprio nel settecento a Napoli sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Napoli, 27 settembre 1696 – Nocera dei Pagani, 1° agosto 1787) era dottore in utroqe ed autore della Theologia moralis e La pratica del confessore, e di molti altri scritti. E del santo sono figli la Congregazione del Santissimo Redentore, le missioni al popolo e i canti con voci napoletane come Quanno bascette Ninno e del Tu scendi dalle stelle in toscano. Il tutto per gustare l’amor a Gesù e i suoi piccoli e grandi, seppur lazzeroni in vari modi con quel povero Lazzaro di fronte al ricco Epulone secondo la parabola di san Luca (16,19-31).

E giova un po’ d’ironia:

Intesi allora che i cipressi e il sole

una gentil pietade a aven di me,

e presto il mormorio si fe’ parole:

ben si sappiano un pover uom tu se’.

[oppure Intesi allora che i cipressi e il sole / una gentil pietade a aven di me, / ecc.]

In Davanti San Guido (33-36) di Giosuè Carducci, nel dicembre del 1874.

E mi ricordo bambino, di prima o non di più, sulla darsena di Viareggio col nonno. Mi fece notare una scritta che mi parve buffa:

Saranno grandi i papi,

sarann potenti i re,

ma quando qui si siedono

fan tutti come me.

[oppure Saranno grandi i papi, / sarann potenti i re, / ecc.]

Parola di madre natura.