Cosa Papa Francesco vorrebbe dire a Trump

muro-messico-2-755x478di Antonio Lovascio •Altro che “modello Reagan”. Donald Trump, nonostante il messaggio insolitamente sobrio e misurato pronunciato davanti al Congresso USA, sta superando nei fatti il presidente cowboy che ha segnato profondamente gli Anni Ottanta del secolo scorso. Il nuovo inquilino della Casa Bianca va ben oltre: costruisce ogni giorno nuovi “muri”, materiali e ideali, commerciali e politici, culturali e religiosi. “Punisce” la stampa che lo critica perché promette un massiccio riarmo nucleare (aumenta del 10 percento i fondi al Pentagono e taglia gli stanziamenti all’Agenzia degli Aiuti) ricevendo dure repliche da Mosca che minaccia un ritorno alla Guerra fredda. Bersaglia emigranti, mercanti, governanti, credenti. Confeziona persino «marchi» d’infamia verso popoli, comunità, etnie e organizzazioni sovrannazionali e li mette in circolazione con la forza mediatica della parola dell’«uomo più potente del mondo».

Per quanto cruciale per la sicurezza del mondo e gli equilibri internazionali, la questione del rapporto Usa-Russia nell’era Trump somiglia sempre più a una pièce teatrale col presidente-miliardario che un giorno difende Putin dall’accusa di essere un assassino sostenendo che l’America non si è comportata molto meglio, e il giorno dopo scandisce che gli Usa sono decisi a riaffermare la loro assoluta supremazia militare e atomica. Così come è ondivago con l’Europa: dopo aver ricreato un asse con Londra lanciata nella Brexit, provoca la Germania e cerca di blandire l’Italia e in Francia alcuni candidati all’Eliseo. Ma questonon fa che aumentare la diffidenza tra le due rive dell’Atlantico. Quasi tutte le capitali europee, a prescindere dall’orientamento politico dei suoi leaders e da alcuni plateali ammiccamenti, sono quantomeno perplesse davanti ai tweet, al comportamento e alle dichiarazioni martellanti del nuovo presidente Usa. Come molti americani e in generale come gli abitanti di tutto il pianeta, gli europei non si sono ancora abituati all’idea di dover trattare con un uomo imprevedibile.

Molto prudente è l’atteggiamento Vaticano, anche se l’offensiva contro gli immigrati tocca il cuore della strategia bergogliana. <Vedremo quello che farà. Non possiamo essere profeti di calamità. In tempi di crisi non funziona il giudizio>.  Così Papa Francesco ha riposto a una domanda del quotidiano spagnolo «El País» su Donald Trump, mostrando di non volersi associare, pur condannando i “pulismi”, a certe campagne preventive contro il neo-presidente. Anche se, com’era peraltro prevedibile, alcuni dei provvedimenti emanati dalla Casa Bianca nelle ultime settimane hanno suscitato fortissime proteste di ampi settori del mondo cattolico, a partire dall’ordine esecutivo ormai noto come «muslim ban». E lo stesso Segretario di Stato card. Pietro Parolin, primo collaboratore di Bergoglio, ha richiamato la necessità di “promuovere l’incontro e il dialogo tra uomini e donne appartenenti a gruppi etnici, culture e religioni differenti”, cercando di “unire idee diverse, opposte opinioni politiche, visioni religiose e persino ideologie differenti” per servire la causa dell’uomo, la pace, la giustizia. Citando nel suo intervento trasmesso da Radio Vaticana quanto il Papa ha detto al Corpo diplomatico il 9 gennaio scorso: “La pace si conquista con la solidarietà” e non rifugiandosi “nelle piccole nicchie di interesse, nelle chiusure individualistiche e nel nazionalismo più o meno mascherato, che colora ormai il paesaggio di un mondo post-globale”. “Il metodo più sicuro per costruire un avvenire migliore consiste nel ristabilire la dignità di quelli che soffrono”.

Fino ad oggi nessuna richiesta di udienza è arrivata in Vaticano da parte della Casa Bianca (che considera il Papa l’unico vero leader in Occidente) anche se alcuni osservatori ipotizzano una possibile data per l’incontro a fine maggio, quando il presidente americano parteciperà al G7 di Taormina. Il primo pontefice latino-americano si muove con prudenza e lungimiranza ( basti pensare al paziente canale diplomatico aperto con la Cina per la nomina dei Vescovi) ma verrà presto il momento del “faccia a faccia”. Il confronto viene spiegato da certi settori della stampa come scontro ideologico tra un presidente di destra (anche con la ripresa di temi cari ai cattolici, come la lotta all’aborto, fatta nella lettera del vicepresidente Pence alla marcia anti-aborto) e un Papa considerato “di sinistra”. Qualche osservatore azzarda addirittura la previsione che Trump potrebbe aggregare settori di cattolici e vescovi americani, legati alle battaglie culturali sui valori non negoziabili.

Ma come ha spiegato lo storico Andrea Riccardi le categorie destra/sinistra non spiegano molto. Anche perché il Papa – aperto alle posizioni di pluralismo – sta facendo i conti in modo rispettoso con i tradizionalisti (Lefevriani compresi) e con quegli ultraconservatori che crearono tribolazioni anche a Paolo VI. Francesco (che ha tollerato la permanenza delle opposizioni ai vertici curiali e l’affissione di locandine anonime contro di lui) è capace di decisioni ferme – ne è una prova quella con l’Ordine di Malta – quando si tratta del futuro di parti della Chiesa che strumentalmente richiamano con nostalgia Wojtyla e Ratzinger. Quest’ultimo certamente schierato con il suo successore.

Sarebbe un’ingenuità, strana per un realista come Trump, sopravvalutare le opposizioni al Papa da parte di vescovi americani con supporter anche in Italia e pensare di dividere la Chiesa con un’azione anti-Francesco. Una voce circolata nelle scorse settimane parlava d’incontri diretti tra il tycoon nato per essere Re e qualche cardinale americano non propriamente filo-Bergoglio. Ma pare non sia fondata. Invece i cardinali statunitensi vicini a Francesco si sono fatti sentire con sistematicità sui provvedimenti più discussi della Casa Bianca. Quello di Chicago, Cupich, ha parlato di «un momento oscuro per la storia degli Stati Uniti». Con lui, i cardinali O’ Malley e Tobin. Intanto con pazienza il Pontefice non alza, ma abbatte i muri, quando auspica “un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli” ; “ una pace vera… attenta ai bisogni autentici delle persone , che prevenga i conflitti, che vinca gli odi e superi le barriere con l’incontro e il dialogo”. Bergoglio certo non si stancherà di ripeterlo a Trump, se prima o poi varcherà i cancelli del Vaticano.




«Guardatevi dai pagani» – «Fate discepoli i pagani»: evoluzione di una prospettiva nel Vangelo di Matteo

541di Stefano Tarocchi Il primo vangelo nell’ordine del canone neotestamentario ha una struttura particolare, con cinque grandi discorsi, che vengono paragonati ai cinque libri di Mosè, ossia il Pentateuco.

Papia, vescovo di Ierapoli, una città la cui rovine si trovano nell’attuale Turchia (70-130 d.C.), scrive che «Matteo ordinò i detti (loghia) in lingua ebraica. Ciascuno poi li interpretò come ne era capace». Secondo s. Ireneo di Leone (140-200) «Matteo, tra gli Ebrei nella loro propria, lingua pubblicò un Vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e fondavano la chiesa». E Origene (185-254) aggiunge: «come ho appreso dalla tradizione riguardo ai quattro Vangeli, che soli sono ammessi senza controversia nella chiesa di Dio che è sotto il cielo: per primo fu scritto secondo Matteo, che era stato pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo, pubblicato per i credenti provenienti dal giudaismo, composto in lingua greca».

Tornando ai discorsi di cui abbiamo detto, il primo di questi è quello pronunciato davanti alla folla ed ai discepoli e, aperto dalla proclamazione delle otto beatitudini (più una nona ulteriore): il celeberrimo discorso del Monte, o della Montagna. Al suo interno, mentre l’evangelista riferisce il punto di vista di Gesù sulle pratiche della pietà del suo popolo (“elemosina”, “preghiera” e “digiuno”) leggiamo: «pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Gesù così conclude: «non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,8).

Alla lettera quest’insegnamento, coronato dalla preghiera del Padre Nostro, mette in guardia contro un vano inutile blaterare sillabe inutili, o un torrenziale elaborato sfoggio di parole, con cui i pagani credono di poter essere ascoltati solo per il fatto di aprire bocca. Anche gli antichi consideravano inutile una preghiera che arriva fino a mettere alla prova la pazienza della divinità. È il concetto dello “stancare gli dèi” con interminabili richieste.

È proprio il riferimento ai «pagani» a cogliere la nostra attenzione. In questo vangelo infatti essi vengono esclusi dalla missione dei discepoli del Signore avanti la sua Pasqua: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10,5-6). Mentre dopo la risurrezione, Gesù convoca sul monte (ancora una volta!) e a loro comanda: Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli [ossia «i pagani»], battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).

Nello stesso discorso della montagna prima Gesù aveva detto, parlando di un atteggiamento nuovo che deriva direttamente dall’insegnamento dell’amore per i nemici: «E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,47). Al termine dello steso discorso, come complemento dell’atteggiamento da tenere verso la provvidenza, e quindi dall’evitare ogni preoccupazione eccessiva, Gesù dice: «Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,32-33).

Peraltro, seguendo il filo dello stesso vangelo, nel secondo discorso, leggiamo «Sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,18). Si tratta delle istruzioni lasciate ai dodici apostoli nella loro missione.

Infine, nell’ultimo discorso, proprio mentre Gesù sale a Gerusalemme, a proposito di quanto lo attende nella città santa, dirà del Figlio dell’Uomo che «lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20,19). Un legame sottile unisce lo stesso Gesù e coloro che invia ad annunciare il Vangelo, prima al popolo d’Israele e poi ad ogni creatura umana.

Infatti, se nella visione iniziale del vangelo secondo Matteo, i pagani sono in origine la dimensione da cui i discepoli del Vangelo devono guardarsi e prendere le distanze, quando la comunità assume un nuovo orizzonte, come ad esempio nell’invio missionario post-pasquale (ma anche nella finale del libro degli Atti: «Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni [ossia i «pagani»], ed esse ascolteranno!»: At 28,28), i popoli stranieri, i «pagani» si vedono inopinatamente aperta la porta per essere accolti, mediante il battesimo, nella comunità dei discepoli di Gesù, la Chiesa.

È la stessa visione dell’apostolo Paolo, come questi dirà nella lettera ai Galati: «a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi (Gal 2,7).




L’inaccettabile assenza del padre. Attualità di un saggio di Claudio Risé

Foto02-Rise-320x320di Gianni Cioli • Il saggio Il padre: L’assente inaccettabile (Cinisello Balsamo 2003), pubblicato quasi quindici anni fa da Claudio Risé, psicanalista di formazione junghiana, offre un’analisi sempre vera e più che mai attuale.
Nella società odierna, afferma l’autore, il padre è sempre più assente sia in senso fisico che simbolico. Dal punto di vista psicanalitico, secondo Risé, il compito del padre sarebbe quello d’insegnare e testimoniare che la vita non è solo appagamento, conferma, rassicurazione, ma anche perdita, mancanza, fatica. «Le esperienze più profonde, a cominciare dall’amore, prendono origine e forma proprio da quella perdita. Nella vita dell’uomo, il padre trasmette l’insegnamento della ferita perché la sua prima funzione psicologica e simbolica è quella di organizzare, dare uno scopo, alla materia nella quale il figlio è rimasto immerso durante la relazione primaria con la madre, e che di per sé tenderebbe semplicemente alla prosecuzione dell’esistente. Per questo il padre infligge la prima ferita, affettiva e psicologica, interrompendo la simbiosi con la madre (in cui il bimbo rimane fino a quando l’intervento paterno diventa di vitale necessità), e proponendo, da quel momento, allo sviluppo del bambino, una direzione, un télos, una prospettiva. Ogni prospettiva, però, focalizza lo sguardo su alcune direzioni e ne esclude altre. Valorizza certi comportamenti a scapito di altri. L’intervento del padre, dunque, limita, in una prima fase, la vita del giovane; lo ‘ferisce’, rendendolo più forte» (p. 12).

Il compito del padre è comprovato a livello antropologico dalla presenza di riti d’iniziazione nelle più disparate culture, come testimonia abbondantemente la letteratura etnografica ed etnopsicanalitica. Questi riti simboleggerebbero al tempo stesso lo strappo dalle braccia della madre e l’elevazione verso il cielo, verso il significato trascendente dell’esistenza. La società occidentale avrebbe deciso, secondo Risé, «per la prima volta nella storia del mondo, di fare a meno d’iniziazioni. Si vuole crescere senza ferite, senza perdite» (p. 20). Ma «dal punto di vista psicologico, il prezzo pagato al rifiuto della separazione del figlio, compiuta dal padre, e della sua elevazione verso il cielo, diventa allora la rinuncia a una società di adulti. Ormai ‘eterni fanciulli’, uomini e donne rimangono tutta la vita sul piano orizzontale del bisogno, prigionieri di una continua infanzia, fatalmente segnata dalla depressione, e dalla nevrosi» (p. 21). Lo scenario psicologicamente insicuro prodotto da un modello culturale che ha soppresso il senso della figura paterna conduce il singolo a vivere con terrore ogni prova della vita – di fronte alla quale si sente carente e inadeguato – e a rifiutare l’esodo dalle proprie sicurezze nell’assunzione delle responsabilità. Il rapporto autentico con il padre dovrebbe invece portare «nella vita umana l’esperienza dinamica del muoversi, dell’andare. E, assieme a quella, una libertà dall’attaccamento, dall’egoistico trattenere e trattenersi, freno di ogni ricerca e divenire» (p. 41).

Questa eclissi del padre terreno si coniugherebbe, secondo l’autore, all’eclatante crisi del senso religioso che affligge l’esistenza di tanti nostri contemporanei.

Secondo Risé, uno dei compiti più autenticamente paterni è quello di comporre il rimprovero e la correzione con l’amore. Compito che sarebbe stato svilito dalla cultura della modernità, per la quale il rimprovero e la correzione sono divenuti prerogative degli Stati; e non a fine d’amore, ma per l’accrescimento del potere degli apparatati burocratici. Così oggi l’essere umano è meticolosamente amministrato ma non è più amato, ed è «corretto quando ormai è troppo tardi e la sua vita non è più una terra fertile» (p. 48). D’altro canto, la società postmoderna, con la sua crescente permissività che svaluta il significato costruttivo dell’esperienza della perdita, tende a essere percepita e rifiutata dall’inconscio collettivo come un «genitore cattivo», una madre malvagia che vuole possedere e sfruttare i figli. «Di qui anche le periodiche esplosioni di violenza patologica, di cui il terrorismo è oggi la più evidente» (p. 102).

La difficoltà a reggere le ferite prodotte dalle perdite che accompagnano la trasformazione e lo sviluppo umano emerge in particolare da alcuni sintomi tipici della nostra società. «Nessuno accetta, ad esempio, di non essere più ‘giovane’. La perdita dell’adolescenza è diventata un lutto insopportabile, anche per i padri, pateticamente impegnati a essere gli ‘amici’, simulati coetanei dei loro figli. Sarebbe invece necessario vedere il senso di queste perdite per trasformarle in forza progettuale, spinta individuativa, realizzazione del Sé» (pp. 120-121). Tra tutte le perdite, secondo l’autore, «quella più inaccettabile da parte della società che ha ‘rimosso’ il padre, e il suo senso, è naturalmente la morte. Che è anche d’altra parte, quella più significativa, l’immagine stessa della perdita, quella che dà significato a tutte le altre. È proprio la morte, infatti, il massimo simbolo di trasformazione, il ‘passaggio’ che in tutte le culture è ritenuto il più ricco, quello in cui si compendia il senso della vita passata e, per chi ha fede, quello della futura. “Ribellarsi alla propria fine”, dice le psicologo Carl G. Jung, equivale a non voler vivere, giacché non voler vivere e non voler morire sono la stessa cosa”». Nell’occidente contemporaneo la morte risulta invece sterilizzata della sua fecondità vitale: appare «soltanto perdita, esperienza ormai priva di senso, in una società acquisitiva, che vuole solo ottenere, aggiungere, guadagnare». L’uomo occidentale non sa più «vedere l’aspetto di rinnovamento rappresentato dall’altra parte del ciclo vitale: la malattia, la vecchiaia e quindi la morte» (pp. 121-122). Risé coglie una forma inquietante di delirio d’onnipotenza in quei settori della medicina e della genetica che pronosticano la vittoria sulla morte come prolungamento indefinito dell’esistenza terrena, a patto di rinunciare alla riproduzione sessuata. Quest’ultima sottolineatura costituisce forse uno degli aspetti più interessanti e stimolanti del libro.
La forza e, al tempo stesso, il limite del saggio stanno nell’impostazione psicanalitica che ne costituisce la peculiarità. Sempre affascinante e in parte comprovata dai risultati clinici, l’interpretazione psicanalitica risulta tuttavia, alla fine, teoreticamente debole e tendenzialmente ideologica nella sua pretesa totalizzante. Così il libro non si sottrae talora all’impressione di contrapporsi con toni ideologici alle ‘ideolgie’ che, anche in virtù delle teorie psicanalitiche (!), avevano decretato la fine del padre. D’altra parte le società patriarcali non erano l’età dell’oro: i mali sociali non sono sorti tutti con la modernità e con la postmodernità, e un pur auspicabile ‘ritorno del padre’ non potrebbe costituire la soluzione piena dei problemi dell’Occidente. Nonostante queste riserve il libro risulta alla fine stimolante per la riflessione e la discussione su alcuni problemi chiave della nostra società e sulle sue evidenti difficoltà educative: una scossa salutare proprio nel tono ‘non politicamente corretto’ che Risé si compiace di assumere su temi quasi tabù, che rischiano spesso di non essere affrontati con piena onestà intellettuale. In questo senso, anche il dibattito teologico potrà senz’altro trarre giovamento dalle proposte e dalle provocazioni di questo saggio. In particolare, la riflessione teologico-morale potrebbe essere stimolata a recuperare il valore pedagogico della norma nella sua dimensione eteronoma, associandola alla funzione paterna in vista della maturazione del soggetto agente verso l’autonomia, intesa come saggezza e responsabilità e non come arbitrio./span>




Trascendenza e persona, la sfida di Papa Francesco.

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Elia Carrai In due recenti interventi il Pontefice, rivolgendosi a due contesti culturalmente impegnati come quello dell’Università degli Studi di Roma Tre e la comunità scientifica dei Gesuiti che lavora alla Civiltà cattolica, è tornato delineare con toni decisi il momento storico attuale; un tempo col cui travaglio l’umanità e con essa in modo decisivo la Chiesa si trovano oggi a dover fare i conti. Così, rivolgendosi alla comunità accademica di Roma Tre, Francesco ha sottolineato quanto sia «importante leggere questo cambiamento d’epoca con riflessione e discernimento, cioè senza pregiudizi ideologici, senza paure o fughe. Ogni cambiamento, anche quello attuale, è un passaggio che porta con sé difficoltà, fatiche e sofferenze, ma porta anche nuovi orizzonti di bene» (DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALL’UNIVERSITÀ ROMA TRE, 17 febbraio 2017). E ai Gesuiti: «La crisi è globale, e quindi è necessario rivolgere il nostro sguardo alle convinzioni culturali dominanti e ai criteri tramite i quali le persone ritengono che qualcosa sia bono o cattivo, desiderabile o no»(DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALLA COMUNITÀ DE “LA CIVILTÀ CATTOLICA”, 9 febbraio 2017). Secondo il Papa, nel contesto in cui siamo immersi, ciò che è decisivo è poter comprendere in base a cosa e secondo quali criteri l’uomo si orienta oggi all’interno delle scelte della vita. Occorre, cioè, penetrare la cultura attuale senza soffermarci esclusivamente ad una sua critica superficiale, cogliendone, piuttosto, quei dinamismi che portano l’uomo di oggi a tante scelte e tanti passi contraddittori quanto rischiosi. Così, prendendo spunto dal complesso mondo dei social network, il Papa ha sottolineato la necessità di «interrogarsi su ciò che è buono, facendo riferimento ai valori propri di una visione dell’uomo e del mondo, una visione della persona in tutte le sue dimensioni, sopratutto quella trascendente». Alla complessità del contesto presente occorre far fronte senza censurare nessuna delle dimensioni costitutive la persona, senza accettare una comprensione semplicistica e ridotta di quest’ultima. La persona deve piuttosto ritrovare la sua collocazione reale nell’esercizio di un pensiero da cui neo-idealismi e neo-materialismi tentano, ancora una volta, di estrometterla. Oggi più che mai, ha così sottolineato il Pontefice, è decisivo «recuperare il valore centrale della persona umana»: solo questo può consentire un adeguato discernimento circa quei criteri orientativi che agiscono in profondità nell’uomo, quei criteri per i quali qualcosa è desiderabile e qualcosa non lo è. Occorre, pertanto, assumersi l’impegno di discernere cosa muove intimamente l’uomo, interpretarne e decifrarne i bisogni profondi che oggi lo animano e lo agitano e cosa può chiarire tali bisogni e a quali distorsioni essi siano sottoposti: solo immergendosi a questo livello della questione sarà possibile affrontare il tempo presente in un dialogo reale con ogni uomo, senza preclusioni, mettendo al centro cosa lo animi in profondità, cosa egli, sotto tante superficialità, cerchi e desideri. Per questo «Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come lʼuomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento». In un contesto sociale in cui la valutazione morale cede sempre più il posto ad un moralismo a posteriori, in definitiva un sistema di valutazione/misura, è più che mai decisivo recuperare la coscienza di come la moralità giochi un ruolo chiave proprio laddove l’uomo orienta intimamente la sua volontà, laddove -per riprendere Agostino- l’uomo come essere coincide col suo volere. In tal senso il non trascurare la centralità e della realtà personale nel suo “volume totale” (E. Mounier) coincide con il primo vero atto morale per ogni intrapresa conoscitiva e tentativo di azione. Il Papa non impone, quindi, un programma metafisico compiuto e, parlando ai Gesuiti, indica nell’incompletezza del pensiero il segno di una reale necessaria apertura al trascendente: «Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero». Solo una consapevolezza reale della dignità trascendente dell’uomo libera la ragione da quelle paure che portano alla chiusura sistematizzante su piano intellettuale e alla coercizione, finanche violenta, su quello della prassi: «Proprio a partire dalla necessità di un’apertura al trascendente, intendo affermare la centralità della persona umana, altrimenti in balia delle mode e dei poteri del momento»(DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL PARLAMENTO EUROPEO, Strasburgo, 25 novembre 2014). Ci si chiede allora come si introduca nella storia universale e personale questa possibilità di abbracciare il trascendente, con tutto l’allargamento e spalancamento di coscienza che implica; con la conseguente messa in crisi di tutti i “sistemi di quiete”. Non è una trascendenza pensata, quella di cui scrive il Papa agli studenti di Roma Tre, è una trascendenza incontrata: «[…] la trascendenza alla quale mi apro e guardo ha un nome: Gesù. […] una Persona che mi è venuta incontro, quando avevo più o meno la vostra età, mi ha aperto orizzonti e mi ha cambiato la vita. Questa Persona può riempire il nostro cuore di gioia e la nostra vita di significato». La trascendenza stessa è “trascendenza personale”: solamente l’incontro con una Persona in cui la pienezza di quella dignità trascendente risplende può introdurre un’ipotesi realmente nuova sulla scena del mondo e del vivere personale. Seguendo così il Pontefice cogliamo l’attualità, profetica per i nostri tempi, del Vaticano II: «Cristo […], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22). Dove il rapporto col mistero del Padre ci dice proprio il cuore di quella trascendenza e di quella dignità che Cristo, con la sua presenza, rivela ad ogni uomo. Cogliamo così una profonda sintonia tra la sfida di Francesco e quella del suo predecessore ad una razionalità che rischia di soffocare nelle proprie chiusure; i cui propri limiti non divengono occasione decisiva di apertura ad altro da sé. È il richiamo non tanto ad allargare la ragione, quanto a lasciare che questa venga allargata dall’incontro Cristo; un invito a non rimanere in balia dei poteri del momento riscoprendo la profondità e vastità del proprio bisogno personale: «non abbiate paura di aprirvi allʼincontro con Cristo e di approfondire il rapporto con Lui. La fede non limita mai lʼambito della ragione, ma lo apre a una visione integrale dellʼuomo e della realtà, preservando dal pericolo di ridurre la persona a “materiale umano”. Con Gesù le difficoltà non spariscono, ma si affrontano in modo diverso, senza paura, senza mentire a sé stessi e agli altri; si affrontano con la luce e la forza che viene da Lui». L’esito di una simile apertura del pensare è un modo nuovo di affrontare la realtà, non vengono meno le contraddizioni della vita quotidiana e, tuttavia, all’uomo è possibile sperimentare una liberazione reale. I problemi non definiscono la persona quanto, piuttosto, ne rivelano l’intima irriducibilità: quella dignità trascendente, come la chiama il Papa, grazie alla quale è possibile per ogni uomo anche nella peggiore delle circostanze «fare appello alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male, a quella “bussola” inscritta nei nostri cuori e che Dio ha impresso nell’universo creato». Questa è la strada che permette di non “scappare” dal rapporto con la realtà complessa del momento presente. Quello a cui invita così il Pontefice è «vivere il confronto “tra le esigenze brucianti dellʼuomo e il perenne messaggio del Vangelo”(Paolo VI)».

 




Si è detto (tutto) nella carne. Teologia e neuroscienze di L. Paris

maxresdefaultdi Dario Chiapetti Il «tentativo» compiuto da Leonardo Paris nel suo Teologia e neuroscienze. Una sfida possibile (Queriniana, Brescia 2017, 334 pp.) – che in quanto tale comporta inevitabilmente «l’esporsi al rischio del fallimento» – ben si inquadra nelle declinazioni dell’invito di papa Francesco a far sì che la paura di sbagliare non superi quella di rinchiudersi in strutture che danno falsa protezione quando fuori c’è gente affamata (cf. Evangelii Gaudium 49). Di cosa? Di una comprensione credibile della realtà, di condizioni dignitose di vita, e certo, di Dio. Cristo «svela l’uomo all’uomo» (cf. Gaudium et Spes 22) mostrando ed esaltando, come l’immagine evangelica del «sale» evoca, le proprietà dell’altro, non misconoscendole o combattendole. Questo “altro” è la realtà creata con i suoi dinamismi, e i saperi con i propri statuti epistemologici. Occorre allora comprendere la relazione con questo “altro”, colta nel suo aspetto dinamico-storico per non rischiare «di farsi male e fare male». Il muro cartesiano tra scienza e teologia è rotto e quindi «scavalcarlo non ha senso». Il «mondo riunificato» spinge la teologia e la scienza a incontrarsi, non più però in modo interdisciplinare – un medesimo oggetto è spiegato dalla scienza secondo il suo proprio punto di vista, ad esempio, l’aspetto materico, e dalla teologia secondo il suo, quello spirituale; la teologia interviene laddove c’è «il buio» per la scienza e loda quest’ultima laddove c’è «la piena luce» per entrambe – ma in modo transdisciplinare – secondo la presa in considerazione dell’unitaria «complessità dei sistemi» che reimposti dal punto di vista epistemologico gli statuti di entrambe e permetta l’approfondimento della comprensione dei loro oggetti. Ora, un ambito particolare della scienza che sempre più pretende di dire, «in modo talvolta aggressivo», qualcosa alla teologia, e viceversa, è quello delle neuroscienze. Paris tenta l’operazione di considerare le prospettive di questi due saperi, segno di fiducia verso le capacità conoscitive di entrambi. Tale tentativo nasce dalla presa in considerazione dell’urgenza di quello che l’Autore ritiene essere il mutamento del paradigma conoscitivo, e ancor di più esistenziale, dell’uomo contemporaneo. Per l’uomo di oggi, di fatto, Dio è per lo più non indispensabile e quasi mai nemico. L’uomo starebbe meglio con Dio? Ne sono fermamente convinto. Ma allora: o il cristiano presenta agli uomini una risposta a una domanda inesistente, o cerca di far sorgere in questi le domande, oppure, più semplicemente, accoglie come una benedizione il passaggio dello schema «uomo/domanda-Dio/risposta» a quello, se vogliamo più biblico, «Dio/proposta-uomo/risposta» e cerca di comprendere meglio e Dio e l’uomo e la loro relazione.

L’uomo di oggi dice che Dio è assente, non necessario e non presente evidentemente nella creazione. Tra le varie prospettive neuroscientifiche, la materialista non determinista sembra per Paris quella che pone la sfida «intellettualmente più interessante, esistenzialmente più urgente e teologicamente più problematica». Ecco le domande cruciali e poco considerate sulle quali occorre riflettere: se l’uomo, mettiamo il caso, fosse costituito solo da materiale biologico e anche il suo spirito, la sua anima, la sua libertà, la sua coscienza, fossero frutti di meccanismi neuronali, ciò non avrebbe nessun “alto” significato teologico? Non ci direbbe ciò nulla “di grande” su Dio e sull’uomo? Ciò che dice la scienza è così in contraddizione con una riflessione teologica? Se sì, che valore dare agli enunciati teologici? Cosa chiedere alle persone che guardano alla “terra” e non sono conquistate da un Dio che ha la pretesa di darsi in essa ma di non dirsi tutto in essa? La carne è mero strumento del dirsi di Dio, magari anche estraneo ad esso? Non è più radicalmente suo proprio contenuto?

Delle nozioni prese in esame dalla teologia di anima, coscienza e libertà, la prospettiva materiale-sistemica coglie, da un lato, il loro fondamento biologico, dall’altro, l’interpersonalità del modo del loro funzionamento. È così che l’Autore ripensa i suddetti concetti offrendone una comprensione che nulla toglie alla dignità e potenzialità e di Dio e dell’uomo e del creato.

Autonomia e relazione. Paris passa a mostrare che la lettura profondamente teologica della Scrittura operata dalla Tradizione mostra che le suddette nozioni dicono il mistero dell’incarnazione e, ancor di più, della vita intratrinitaria.

In Cristo è possibile distinguere due espressioni della sua libertà e autonomia in relazione al Padre. Prima della croce, caratterizzata dal chiedere-avere. Nell’evento della croce, nell’autonomia adulta. Al Figlio è data l’occasione dal Padre di autocostituirsi liberamente in relazione a lui, nell’autonomia dovuta alla sua assenza, e così sperimentare nella biologicità della carne la sua figliolanza divina, così come ci è attestato dal fatto che tale aspetto fu colto proprio dal pagano centurione (cf. Mc 15,39). È tale autonomia adulta del Figlio per il quale Dio è assente che crea quello spazio di fraternità solidale con l’uomo per il quale Dio è assente, e quindi quello spazio di libertà accessibile alla relazione di figliolanza nei confronti di un Padre caratterizzato da quella che Piero Coda ha definito una «paternità non paternalistica».

Le Persone Divine sussistono nella libertà, e quindi nella non necessità, mossa da stupore e desiderio del reciproco volersi dare, ricevere, auto-costituirsi in relazione alle altre e dirsi all’altro mediatamente in un terzo distinto, «espressione della libertà divina […] nell’affermazione della pluralità delle relazioni». È tale evento di libertà che fonda e forma il suo analogo sul piano creazionale con le implicazioni capitali per cui: «Dio ci dona alle nostre relazioni, alla nostra libertà», «Dio si dona alle nostre relazioni, alla nostra libertà», «Dio ci dona nelle sue relazioni, nella sua libertà».

L’osservazione dell’autonomia dell’umano e libertà adulta del Cristo, da un lato, e la relazionalità costitutiva della libertà e relazionalità trinitaria, dall’altro, tenta di mostrare alle neuroscienze e alla teologia come la sfida di riflettere l’una nell’altra, non solo sia possibile ma ne accresca la dignità epistemologica, e pertanto sia doverosa nei confronti di quel Dio libero e uomo libero che, non nell’autonomia dal rapporto tra loro ma nell’autonomia nel rapporto tra loro possono incontrarsi, scegliersi e unirsi ancora oggi, soprattutto oggi, nell’epoca del disincanto costruttivo.




La convenienza della pace

maxresdefault (1)di Giovanni Campanella • di L’economia della pace è una branca della scienza economica relativamente nuova. I temi che essa affronta non sono nuovi. Sono studiati i rapporti tra economia e strutture politiche, sociali e geografiche per ridurre conflitti inter-statali, intra-statali e terrorismo. Si analizza l’impatto dei conflitti sul comportamento e sul benessere di società, governi, consumatori e imprese. Si indagano misure per ridurre le spese militari e utilizzare le risorse nuovamente disponibili per usi costruttivi. La novità sta nella sistematicità e nel rigore con cui questi argomenti sono esaminati.

Proprio Economia della pace è il titolo dell’ultimo libro di Raul Caruso, docente di Politica Economica ed Economia Internazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (collabora con il quotidiano “Avvenire” e, negli USA, dirige la rivista specializzata “Peace economics, Peace Science and Public Policy”, il Network of European Peace Scientists e il capitolo italiano degli Economists for Peace and Security). E’ stato pubblicato dalla casa editrice Il Mulino alla fine di gennaio 2017, all’interno della collana “Studi e ricerche”. E’ un saggio tecnico, che corrobora le sue tesi con numerosi modelli econometrici costruiti su ampi panel di dati (con tanto di appendici con modelli più matematici). Per questo, comprensibilmente, il libro non è di lettura immediata. Tuttavia si prefigge con successo il meritevole obiettivo di contribuire ad ampliare la base scientifica della convenienza della pace.

Caruso distingue tra attività improduttive transattive e attività improduttive distruttive.

«Le prime non contribuiscono alla creazione di nuova ricchezza per la società, ma non risultano distruttive se non nella misura in cui si consideri la perdita di valore aggiunto futuro. (…), le attività improduttive distruttive depotenziano in maniera decisiva lo sviluppo, poiché distruggono le diverse forme di capitale destinate all’attività produttiva, in particolare il capitale umano. Tutte le attività predatorie, violente o anche destinate al contenimento della violenza ricadono in questa seconda categoria. (…). Nella realtà occorre riconoscere che possono esistere livelli desiderabili di attività improduttive distruttive, ma un’economia caratterizzata da eccessiva violenza (attuata o minacciata) o dal suo contenimento è in ogni caso improduttiva o destinata al declino» (p. 24)

Le spese militari distolgono risorse da attività produttive, facendo sì che l’output finale collettivo (di tutti gli Stati messi insieme) sia assai ridotto rispetto allo scenario in cui non si spende in “cannoni”. Le guerre aumentano il debito pubblico. In passato si era sviluppato il falso mito dell’effetto benefico delle spese militari per l’economia. Caruso lo smantella senza mezzi termini citando vari studi statistici.

Un altro falso mito è quello che associa crescita economica al “dittatore benevolente”. Anche tale tesi non regge ad attente analisi e ricerche empiriche. La democrazia rimane il migliore degli scenari possibili anche dal punto di vista economico.

La pace favorisce lo sviluppo economico. Questa affermazione è vera anche nel senso inverso: lo sviluppo economico favorisce la pace. E’ un circolo virtuoso. Se infatti un’economia dipende troppo dalle materie prime è maggiormente soggetta a instabilità dovute a variazioni climatiche e di prezzo, aumentando le probabilità di malcontento.

Anche relazioni commerciali all’interno di una cornice istituzionale ben strutturata favoriscono la pace. La World Trade Organization (organizzazione per il commercio mondiale) cerca di sostenere tale cornice. L’operato della WTO non sortisce sempre effetti positivi ma rappresenta in sé pur sempre un tentativo nella direzione giusta. Statistiche dimostrano invece che sanzioni commerciali punitive contro “stati canaglia” rafforzano il gruppo dirigente al potere perché agli occhi del popolo può dimostrare la cattiveria degli esterni, esacerbando pure nascostamente la loro condizione e dando poi colpa alle sanzioni (così si rafforzò il regime fascista dopo le sanzioni del 1935 inflitte dalla Società delle Nazioni).

Si cade sempre lì: è la relazione ciò che conta. Interrompere le relazioni porta assai difficilmente benefici.




Una sana teoria dello Stato

senato-della-repubblica01di Andrea Drigani • La necessità di una sana teoria dello Stato per assicurare il normale sviluppo delle attività umane, sia quelle materiali che quelle spirituali, fu affermata da Papa Leone XIII nell’Enciclica «Rerum novarum» pubblicata nel 1891. Nella medesima Enciclica si presentava l’organizzazione della società secondo i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e ciò in quel tempo costituì una novità nell’insegnamento della Chiesa. Questo invito di Leone XIII di contribuire ad elaborare una sana teoria dello Stato, viene recepito da San Giovanni Paolo II con l’Enciclica «Centesimus annus» edita nl 1991. Papa Wojtyła osserva che l’ordinamento dello Stato deve riflettere una visione realistica della natura sociale dell’uomo, la quale richiede una legislazione adeguata a proteggere la libertà di tutti. A tal fine – prosegue la «Centesimus annus» – è preferibile che ogni potere sia bilanciato da altri poteri e da altre sfere di competenza, che lo mantengano nel suo giusto limite. San Giovanni Paolo II nel constatare che la radice di ogni totalitarismo è da individuarsi nella negazione della dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile, e proprio per questo soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la nazione o lo stato, rileva che neanche la maggioranza di un corpo sociale li può violare, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla. Papa Woitjła annota, inoltre, che la Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. La memoria di queste considerazioni è profondamente utile per cercare di comprendere le questioni, non solo tecniche, circa le leggi elettorali, i sistemi proporzionali e maggioritari, nonchè il rapporto tra rappresentatività e governabilità. Gli stati democratici non si fondano ordinariamente sullo strumento referendario (che permane solo in contesti eccezionali), bensì sull’istituzione parlamentare. I parlamenti, pertanto dovrebbero rappresentare, nella maniera più ampia possibile, le opinioni politiche dei cittadini elettori. Questo avviene, come scrive il politologo Domenico Fisichella nei suoi «Lineamenti di scienza politica», nel sistema elettorale proporzionale, laddove, lo dice la parola, vi è proporzione (più o meno esatta a seconda di alcuni accorgimenti legislativi) tra il numero dei voti ottenuti e quello dei seggi parlamentari. In tale sistema tuttavia, come si evince dall’esperienza, non è quasi mai accaduto che un partito da solo conquisti la maggioranza assoluta dei seggi, di qui l’esigenza di formare alleanze e coalizioni per raggiungere il quorum. Le difficoltà di stipulare e mantenere un accordo di governo, conseguenza di un parlamento proporzionalmente rappresentato, sono per qualcuno un ostacolo alla governabilità e alla stabilità politica, ritenute essenziali per lo sviluppo della società. Di qui la prospettiva di un sistema maggioritario, dove con i collegi uninominali, soprattutto a turno unico, o con premi di maggioranza, si consente l’immediato costituirsi di un governo. Nel sistema maggioritario, i voti dei perdenti sono veramente persi, nel senso che non vengono utilizzati. In effetti una delle conseguenze delle leggi elettorali maggioritarie è il sensibile calo dell’affluenza alle urne. In Italia, nel 1946, fu scelto il sistema elettorale proporzionale che è rimasto in vigore fino alle elezioni del 1992. Tale sistema è stato applicato, con qualche variante, per entrambi i rami del Parlamento. Nel 1994 fu introdotto un sistema maggioritario per i tre quarti dei seggi (con i collegi uninominali) e per il restante quarto con la proporzionale. Nel 2005 si varava una riforma elettorale apparentemente proporzionale, poiché si stabiliva un premio di maggioranza (cioè in seggi) alla coalizione di liste che avesse raccolto comunque il maggior numero di voti, quindi anche con la maggioranza semplice. Questa legge, nel 2014, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale eliminando il premo di maggioranza. Nel 2015 fu emanata una nuova legge elettorale (peraltro per la sola Camera dei Deputati) denominata «Italicum», consistente in un sistema proporzionale corretto, tuttavia, da un premio di maggioranza accessibile al partito che raggiunge il 40% dei voti al primo turno o al ballottaggio ma con qualsiasi numero di voti. Anche questa legge, nel mese scorso, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, abolendo il ballottaggio. E’ evidente che il Parlamento deve predisporre una nuova legge elettorale omogenea sia per la Camera che per il Senato. Le proposte in tal senso sono numerose e differenti, anche se si scorge una propensione per il proporzionale, attesa la consistente pluralità di formazioni politiche. Se si dovesse andare in questo senso, occorre recuperare una cultura del proporzionale, cioè del confronto e della convergenza, lasciando da parte estremismi e particolarismi, anche per dimostrare che la rappresentatività e la governabilità non si oppongono, ma possono stare insieme.




In memoria di Michael Novak. Una riflessione su un personaggio controverso

michael-novak800di Leonardo Salutati • Lo scorso 17 febbraio è morto Michael Novak, grande fautore della «santa alleanza» tra il capitalismo d’impronta americana e la fede cristiana, considerato una figura di spicco del cattolicesimo liberale statunitense, amico e consigliere di Ronald Reagan che lo volle, tra l’altro, ambasciatore degli Usa alla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo nel 1981 e nel 1982, nonché amico di Margaret Thatcher. Più volte insignito di prestigiosi Premi internazionali, per anni ha diretto la Cattedra di Religion and Public Policy all’American Enterprise Institute di Washington DC, presentandosi come teologo e politologo.

Con il suo libro Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1982), cercò di dimostrare che il sistema americano è il frutto della inscindibile fusione tra il sistema politico democratico, il sistema economico liberale e il sistema culturale cristiano, impegnandosi a convincere i cattolici ad accettare il capitalismo di mercato. Un personaggio per molti aspetti controverso, acclamato dal mainstream politico-culturale liberale ma fortemente criticato da pensatori autorevoli ed esperti.

Novak infatti per anni ha inteso stabilire una relazione diretta ed immediata tra il capitalismo storico e il cristianesimo, ritenendo di poterne individuare i fondamenti all’interno dei testi del Magistero sociale della Chiesa, salvo il sorvolare sulle condanne presenti negli stessi documenti per quei meccanismi di sfruttamento attraverso il debito e la monopolizzazione, con i quali diversi Paesi in via di sviluppo (ma non solo loro) devono convivere, dando prova di un funambolico tentativo di “cattolicizzare” il liberalismo capitalistico e di “liberalizzare” il cattolicesimo.

All’indubbia bizzarria della sua applicazione delle parole del canto del Servo sofferente di Isaia 53 all’impresa moderna (in inglese corporation dunque un’attività imprenditoriale), considerata «un’incarnazione della presenza divina in questo mondo tra le più disprezzate» che condivide con Gesù l’umiltà, il rifiuto e il disprezzo degli uomini (Novak 1981), si aggiunge la sua considerazione di intellettuali e sacerdoti (chi più chi meno) come di oscuri e talvolta inconsapevoli alleati del sistema socialista che ha invaso come zizzania il florido campo del liberismo economico (Novak 1987). Non sfugge a questo giudizio Leone XIII, che osò pareggiare il liberismo e il socialismo come errori contrapposti, come pure Pio XI ritenuto funestamente complice delle ubbie socialiste, con la sua preoccupazione di riconquistare alla Chiesa la classe operaia tragicamente perduta nel secolo XIX, senza rendersi conto che la vera tragedia per la Chiesa fu il non aver capito la suprema bontà «eticoculturale» dell’economia liberista (Ibidem). Per non parlare degli ultimi papi (incluso l’attuale), i cui documenti magisteriali continuano a blaterare di «giustizia sociale», pace, sviluppo e solidarietà, ma senza venirne a capo, perché «procedono come se il capitalismo democratico non esistesse» (Ibidem). Una visione, in definitiva, che porta a ridimensionare moltissime pagine del magistero sociale della Chiesa, dimenticando che esistono «strutture di peccato», come quelle denunciate nel 1987 da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis.

Quando uscì la Centesimus annus, Novak e i suoi seguaci ne valorizzarono al massimo il passaggio su un presunto “consenso” al capitalismo, che tuttavia era fortemente condizionato nel testo. Novak scrisse: «Nel concilio Vaticano II Roma ha accettato l’idea americana di libertà religiosa, nella Centesimus annus ha assimilato l’idea americana di libertà economica». In realtà l’enciclica, al n. 42, ragionava adottando il metodo della distinzione. Si considerava ammissibile il capitalismo come «espressione della libera creatività umana nel campo dell’economia», con tutti i relativi corollari, ma non accettabile se inteso come «un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale». Del resto, la stessa enciclica era stata esplicita circa «il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta persino di prendere in considerazione i fenomeni di emarginazione e di sfruttamento che permangono nel mondo e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato» (Ibidem).

Con la stessa pervicacia nel 2003, Novak tentò di convincere Giovanni Paolo II dell’utilità e della legittimità della 2° Guerra del Golfo, ottenendo però soltanto il rifiuto ad essere ricevuto in udienza dallo stesso Papa in veste di Inviato dell’allora presidente degli USA George W. Bush.

Il problema, ancora oggi, è che di questioni così gravi, e tuttora aperte, si parli con poca efficacia al fine di attivare un’opinione pubblica, almeno nella Chiesa, in grado di offrire utili, se non necessari, motivi di riflessione in una situazione di crisi di fede, che sta allargandosi nella società secolarizzata occidentale e in particolare negli ambienti di quel ceto medio tutto dedito agli affari, per il quale la religione cristiana è uno scolorito sfondo di memorie sconnesse, di simboli indecifrabili, o al più di cerimonie suggestive e di probi insegnamenti morali sempre un po’ astratti e utopici.




I giovani, la fede ed il discernimento vocazionale. La Chiesa verso il Sinodo

Quel-filo-tra-Vaticano-II-e-Sinodo-dei-Vescovi_articleimage-e1475749011329di Stefano Liccioli • Si svolgerà nell’ottobre del 2018 il sinodo dei vescovi, che nella sua XV assemblea generale ordinaria, affronterà il tema “I giovani, la fede ed il discernimento vocazionale”. Intendo qui offrire una presentazione del “Documento preparatorio” o “Lineamenta”, mettendo in luce i passaggi, a mio avviso, più significativi. Una prima osservazione riguarda la struttura del documento articolata in tre parti, secondo un metodo che invita ad ascoltare attentamente la realtà, fornire dei criteri ed infine proporre delle strategie pastorali. Compito dei “Lineamenta” non è quello di dare delle soluzioni valide per tutte le Chiese del mondo, ma di stimolare la riflessione ed il discernimento di ogni Chiesa locale.

Illuminante è l’icona biblica che introduce il testo. Si tratta del “discepolo amato” le cui orme tutti i giovani sono invitati a seguire. La figura dell’apostolo Giovanni è stata scelta perché «può aiutare a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amoree la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della Buona Notizia».

Il primo capitolo contestualizza il mondo giovanile nei nostri tempi, «non si tratta di un’analisi completa della società e del mondo giovanile, ma tiene presenti alcuni risultati delle ricerche in ambito sociale utili per affrontare il tema del discernimento vocazionale». Una delle sottolineature presenti in questo capitolo concerne il fatto che non esistono i giovani in modo astratto e sempre uguale, ma ci sono una pluralità di mondi giovanili, molto differenti tra di loro in base ai diversi contesti. Anche per quel che concerne l’arco temporale che viene scelto per indicare l’età giovanile (dai 16 ai 29 anni) si precisa come esso sia suscettibile di variazioni a seconda delle diverse circostanze locali. Vengono inoltre messi in luce gli aspetti che caratterizzano il mondo giovanile: complessità, vulnerabilità, flessibilità, precarietà e quel fenomeno preoccupante dei NEET (Not (engaged) in Education, Employment or Training, cioé giovani non impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione). Infine un altro tratto che accomuna ragazzi e ragazze a livello globale è «il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste, oltre che di luoghi e occasioni in cui mettere alla prova la capacità di relazione con gli altri».

Nel secondo capitolo intitolato “Fede, discernimento e vocazione” si entra nel vivo del tema oggetto del Sinodo, osservando come le giovani generazioni abbiano bisogno di un’attenzione particolare che li aiuti ad impiegare al meglio la loro libertà, un aspetto su cui sono fragili: nasce dunque l’esigenza della custodia, dell’accompagnamento e del discernimento. Il discernimento vocazionale viene spiegato come «quel processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita. […] Come vivere la buona notizia del Vangelo e rispondere alla chiamata che il Signore rivolge a tutti coloro a cui si fa incontro: attraverso il matrimonio, il ministero ordinato, la vita consacrata? E qual è il campo in cui si possono mettere a frutto i propri talenti: la vita professionale, il volontariato, il servizio agli ultimi, l’impegno in politica?». Sottolineo come il discernimento sia considerato un processo che si sviluppa nel tempo, scandito in tre tappe ognuna di esse associata ai tre verbi di Evangelii gaudium n. 51: riconoscere, interpretare, decidere. L’aiuto delle persone nel discernimento è un lavoro “artigianale”, mai ripetitivo, volto a favorire «la relazione tra la persona ed il Signore, collaborando a rimuovere ciò che la ostacola». L’accompagnamento, si precisa, non può sostituire il dialogo intimo della persona con Dio.

Infine il terzo capitolo dal titolo “L’ azione pastorale” fa riferimento ad una fase progettuale a cui, fin dall’inizio viene dato un orientamento preciso che riguarda l’inclusione reciproca tra la pastorale giovanile e quella vocazionale. Alla Chiesa, per incontrare tutti i giovani (non solo quelli che “ci stanno”, ma proprio tutti, nessuno escluso) viene chiesto di avere un atteggiamento missionario e testimoniale, di sapere indicare figure di riferimento:«Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento». Tra i luoghi della pastorale giovanile vengono indicati la vita quotidiana, ma anche «gli ambienti specifici della pastorale», dove la Chiesa offre servizi particolari per i giovani (la GMG, gli eventi diocesani, gli oratori..) ed il mondo digitale. Il capitolo termina con una riflessione sugli strumenti per fare pastorale: si va dai linguaggi che valorizzino lo sport e la musica, visti come modalità espressive privilegiate dai giovani, per arrivare alla contemplazione ed alla preghiera (la Lectio Divina considerata «un metodo prezioso che la tradizione della Chiesa ci consegna»).

Conclude il “Documento preparatorio” un questionario che chiede di raccogliere i dati del proprio territorio, leggere la propria situazione, condividere le pratiche che si ritengono più interessanti, ponendole all’attenzione della Chiesa universale.

Si tratta di un lavoro preparatorio impegnativo che spero veda tra i protagonisti anche i giovani stessi, evitando così il rischio di limitare a parlare dei giovani piuttosto che parlare con i giovani. Questo passaggio dell’introduzione al documento, in tal senso, è di buon auspicio: il Sinodo stesso desidera «chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia».




Il cieco nato. L’inusitata lettura di sant’Ireneo

gnosis_2di Carlo Nardi • Un disagio presente tra devoti lettori dell’Antico Testamento è ricorrente. Non solo. Lettori con sensibilità parassitarie al cristianesimo non scusano Chi ha ispirato quelle pagine per gli ammazzamenti che vi si trovano. Tant’è che fin dal secondo secolo ci fu chi pensò – Marcione e gnostici vari – che il Vecchio Testamento non fosse ispirato dallo stesso Dio del Nuovo, ma che l’antica Legge rispecchiasse il pensiero e il carattere – un caratteraccio – di un dio inferiore che, secondo loro, si credeva il Padreterno senza esserlo. Con notevole fantasia a questo dio di second’ordine, venuto fuori in modo strano, ma identificato con il Dio degli ebrei, si attribuiva non solo di aver promulgato la legge di Mosè con i dieci comandamenti, ma anche di aver creato, o meglio riassettato, questo mondo materiale e infine plasmato la nostra natura umana: il tutto, dunque, e tutti noi ‘figli di un dio minore’, finché col Nuovo Testamento non si fosse fatto conoscere, finallora ignorato, il Padre che inviava a parlarci di lui altri ‘personaggi’ divini, fra cui Cristo e lo Spirito.

Ora, in questa sottovalutazione o meglio dispregio sostanziale della creazione dal nulla e del processo della vicenda umana non c’era posto per una concreta storia della salvezza con tappe, smacchi, risultati donati dall’unico vero Dio. Per gli gnostici, non c’era un avanzare lento ma mirato verso la pienezza dei tempi in Cristo, vero Dio e vero uomo.

Con questi signori che pensavano a due esseri divini, a un dio a suo modo ‘giusto’ ma crudele della Legge, e al Dio Padre buono, tutto pace e gioia per chi è in grado di conoscerlo, si confrontò sant’Ireneo, vescovo di Lione, alla fine del secondo secolo. Ireneo si rifà al miracolo del cieco nato, che leggeva nel Vangelo secondo Giovanni, il quale era stato maestro del vescovo Policarpo, a sua volta suo maestro.

Nel miracolo del cieco nato Gesù dona la vista a quell’uomo che non l’aveva mai avuta. La dona non mediante una parola, come avrebbe potuto fare, ma «facendo del fango» per spalmarlo su quegli occhi morti prima d’essere mai stati vivi. Il Figlio di Dio lavora, si sporca le mani di mota e modella il fango per integrare quanto mancava alla plasmazione intrauterina del cieco, «perché l’opera di Dio fosse portata a compimento», come Gesù aveva detto agli apostoli che si domandavano il perché di quella cecità fin dalla nascita (Gv 9,16). E Ireneo deduce: «e questa è l’opera di Dio: la plasmazione dell’essere umano», e così Gesù, modellando o rimodellando, intendeva mostrare che è Lui quello stesso Dio, creatore e artefice, che un tempo aveva plasmato Adamo ed Eva.

In tal modo unità della storia della salvezza e rivelazione divina sono mostrate con i fatti, il lavoro di Gesù e così l’unità di Dio che crea, anzi che plasma non solo i progenitori ma tutti i «figli d’Eva» (Manzoni) e quel cieco in modo specialissimo; ed è Lui che riplasmerà i nostri corpi mortali nella futura risurrezione della nostra carne, anch’essa a immagine di quel Dio plasmato nel grembo della Vergine Madre, anche Lui fattosi nostra pasta, Dio nella nostra carne. Difatti – dice Ireneo – «quando il Verbo di Dio si fece carne, mostrò la sua vera immagine, diventando Lui stesso ciò che era la sua immagine», ossia diventando uomo plasmato nel suo corpo a immagine del Figlio di Dio, se medesimo che da sempre si sarebbe fatto uno di noi (Contro le eresie V,16,2; cf. 15,2-16,2). Nel modellare Adamo il Figlio di Dio pensava a quella realtà – la nostra, umana – che avrebbe assunto facendosi uomo.

Conclusioni anche per la quarta domenica di Quaresima, dell’anno A e, a discrezione, pure degli anni B e C con il testo evangelico (Gv 9,1-41), e sempre per l’anime nostre: unità in un cammino ampio quanto la storia del mondo verso la pienezza della vita, «la rivestita carne alleluiando» (Dante); rispettoso amore per la nostra carne, quanto più è fragile; concretezza di un Dio con le mani motose.




Le persecuzioni ai cristiani: non bastano le parole

978885665733HIG_3e4ad6e0e30409aac14d71b808c38014di Giovanni Pallanti •Ogni mese nel mondo vengono uccisi 322 cristiani: più di 10 al giorno. Le comunità cattoliche, ortodosse e protestanti, nel 2016 che sono state colpite sono oltre 2400. Più del doppio rispetto al periodo precedente. Per dare un idea del massacro in atto basta ricordare che tra il novembre del 2015 e l’ottobre 2016 sono stati assassinata 7100 cristiani. Sia in Asia,  Africa, Medio Oriente, Iraq e America del Sud tutte le tensioni sociali e tutti gli odi di classe si scaricano contro i cristiani. Nella Cambogia di oggi, per esempio,  un antica immigrazione vietnamita di religione cristiana  deve vivere nella semi clandestinità  sulle sponde del fiume Mekong facendo lavori umili in condizioni  di  oggettiva schiavitù e sottoposta ad ogni tipo di violenza.
In Iraq la caccia ai cristiani è l’attività preferita dei terroristi islamici dell’ISIS:  decapitazioni, crocifissioni, violenze sessuali,mercato delle schiave e degli schiavi di cui sono vittime i cristiani. Di queste persecuzioni parla in un documentatissimo libro Nello Scavo, reporter internazionale per il quotidiano “Avvenire”. Il libro “Perseguitati” è edito da Piemme (298 pagine 18,50 euro). Un altro libro che parla sostanzialmente delle solite cose l’ha pubblicato Filippo Grandi – Alto commissario dell’Onu  per i rifugiati. Il libro è  pubblicato da Mondadori “Rifugi e ritorni. Storia del mio viaggio tra rifugiati, filantropi e assassini” (pagine 324 euro 19,50). Questi due libri a cosa servono ? A nulla. Tutti sanno che i cristiani sono appartenenti alla religione più perseguitata del nostro tempo. Chi ferma questi massacri? Chi prende qualche iniziativa per salvarli ? Solo la Russia di Putin si è battuta per difendere i cristiani della Siria sopravvissuti ai massacri dell’ISIS.
Papa Francesco ha detto “ preghiamo per i cristiani che sono perseguitati, spesso con il silenzio vergognoso di tanti.” Il Papa sottolinea il silenzio e quindi la non difesa dei cristiani dalla persecuzione a cui sono sottoposti da tutti i regimi politici e religiosi che non tollerano il seme di libertà che è insito nella confessione cristiana. Un dato interessante è che i perseguitati sono  quasi sempre laici, preti e suore.
Raramente si ha notizia di vescovi perseguitati . Come mai?  I vescovi vengono scelti, molto spesso, tra quelli provenienti dal tutto il mondo che hanno studiato a Roma. E della “romanità “ prendono soprattutto l’aspetto più deteriore: l’impassibilità.  Giulio Andreotti diceva:  “ i Romani nella loro storia ne hanno viste di tutti colori e quindi non si preoccupano e non si entusiasmo per nulla”. Anche per questa ragione, oltre ad altre apparenti motivazioni, i vescovi cattolici sono prevalentemente  in seconda linea  tra le vittime della persecuzione anti cristiana.
Gli unici episcopati che sono oggetto di rare ma violente persecuzioni, dopo la fine della caccia ai cristiani nell’Est  Europeo, dopo la caduta del  Comunismo, sono quelli latino –americani che hanno meno respirato l’aria di Roma  e che si schierano spesso con le popolazioni indigene contro i ladri di terra , i narcotrafficanti e ogni regime autoritario.
L’Onu e le grandi potenze cristiane in realtà stanno a guardare questi massacri che rimangono sostanzialmente impuniti in tutte le parti del mondo, salvo forse nell’area siriana irachena.
Fino a che non si userà lo stesso metro che San Giovanni Paolo II usò per i musulmani del Kossovo e della Bosnia perseguitati dai cristiani serbi (invocando l’ingerenza umanitaria ovvero un’azione militare contro i serbi )  i massacri contro i cristiani non termineranno.
Si dovrà dichiarare guerra a tutti i persecutori? No. Basteranno degli esempi significativi per fare diminuire una persecuzione anti umana e nemica della madre di tutte le libertà: quella religiosa.La tattica adottata dalle truppe di terra russe in Siria può essere un buon esempio per altri interventi del genere nelle nazioni dove si perseguitano massicciamente le popolazioni cristiane.




Francesco ci fa riflettere sull’importanza sacrale, simbolica ma soprattutto essenziale dell’acqua.

Logo Giornata mondiale dell'acquadi Carlo Parenti • La nostra specie sta cambiando il pianeta alterando i complessi sistemi terrestri e se stessa in un gigantesco esperimento di cui è difficile prevedere l’esito. I detriti dell’umanità moderna sono così pervasivi che i nostri “tecnofossili” -ad esempio plastica e cemento- permeeranno le rocce che si stanno formando oggi. Tant’è che a causa di questa impronta devastatrice dell’uomo si inizia a parlare di una nuova epoca geologica: l’ Antropocene!1

La terra –a causa dell’uso dei combustibili fossili e dell’aumento conseguente dell’anidride carbonica- diventerà più calda e si prevedono centinaia di milioni di rifugiati climatici che cercheranno di entrare nei paesi più fortunati. I ghiacci si scioglieranno, i mari si innalzeranno e entro il 2100 scompariranno le nazioni insulari più basse, mentre intere regioni costiere saranno sommerse (come in Florida, in Italia e nel Bangladesh meridionale). Il cambiamento climatico intensificherà la siccità (specie in Europa mediterranea , Africa Meridionale, centro-sud del Nord America). L’impatto sulla possibilità di rifornirsi ed usare l’acqua sarà drammatico in tutto il pianeta. Di converso in altre zone del mondo come nel sud est asiatico aumenteranno le precipitazioni e le alluvioni e i raccolti saranno drasticamente ridotti .

I cristiani sono chiamati a riflettere dal punto di vista di Gesù di Nazareth, sull’importanza sacrale, simbolica ma soprattutto essenziale dell’acqua. Gli uomini sono costituiti per il 70% di acqua ed essa è il bene più prezioso che Dio ha donato, poiché laddove non c’è acqua, non c’è vita. Ci illumina Papa Francesco.

Il 22 marzo 2015, nella Giornata Mondiale dell’acqua (istituita dall’Onu nel 1993 e ripetuta annualmente), al termine dell’Angelus, il Pontefice ha detto: “ L’acqua è l’elemento più essenziale per la vita, e dalla nostra capacita di custodirla e di condividerla dipende il futuro dell’umanità. Incoraggio pertanto la comunità internazionale a vigilare affinché le acque del pianeta siano adeguatamente protette e nessuno sia escluso o discriminato nell’uso di questo bene, che è un bene comune per eccellenza. Con san Francesco d’Assisi diciamo: ‘Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua, / la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta’”.

Il Santo Padre l’11 giugno 2015, rivolgendosi ai partecipanti alla 39esima sessione della Conferenza della Fao, ha di nuovo affrontato il tema del diritto all’acqua (e alla terra) ha ricordato che i “cambiamenti climatici ci riportano ai forzati spostamenti di popolazione e ai tanti drammi umanitari per mancanza di risorse, a iniziare dall’acqua già oggetto di conflitti che in prospettiva aumenterannoNon basta affermare che esiste un diritto all’acqua senza agire per rendere sostenibile il consumo di questo bene-risorsa e per eliminare ogni spreco“. Bergoglio ha infine insistito anche sull’importanza di contrastare i meccanismi della speculazione finanziaria da parte delle multinazionali che non devono saccheggiare la nostra terra.

Da ultimo Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì 22 febbraio 2107 ha detto: Il creato non è «una nostra proprietà, un possedimento che possiamo sfruttare a nostro piacimento e di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno». Purtroppo però «quando si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle». In proposito ha invitato a pensare in particolare alla difesa delle risorse idriche. «L’acqua è una cosa bellissima e tanto importante: ci dà la vita, ci aiuta». Eppure «per sfruttare i minerali si contamina l’acqua, si sporca e si distrugge la creazione». E ciò, ha chiarito, è conseguenza dell’«esperienza tragica del peccato» a causa della quale «rotta la comunione con Dio, abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola schiava, sottomessa». Con le conseguenze che sono «drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno» in quell’ambiente devastato «dove tutto prima rimandava al Padre creatore e al suo amore infinito» e che «adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani».

Ma è nell’ enciclica Laudato si’, pubblicata il 18 giugno 2015, che Francesco ha compiutamente espresso la posizione cristiana per la custodia del Creato. “1.« Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia2. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che « geme e soffre le doglie del parto » (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

A “La Questione dell’acqua” sono dedicati i punti da 27 a 31. Ne estraggo alcuni passaggi: 27. Altri indicatori della situazione attuale sono legati all’esaurimento delle risorse naturali…. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà. 28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza … ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile… La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa…29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno…. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento…30. …in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile…31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. …. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo”

Voglio infine sottolineare l’importate punto 235 sui segni sacramentali riportandone un passaggio: “I Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso. L’acqua, l’olio, il fuoco e i colori sono assunti con tutta la loro forza simbolica e si incorporano nella lode…L’acqua che si versa sul corpo del bambino che viene battezzato è segno di vita nuova. Non fuggiamo dal mondo né neghiamo la natura quando vogliamo incontrarci con Dio..”.

Concludo con un pensiero di Giorgio la Pira sulla natura e sull’acqua: “non c’è un solo mistero cristiano, un solo ‘fatto’ del cristianesimo che non si rapporti alla vita terrestre dell’uomo: la vita che di là fluisce e qua perviene è come l’acqua destinata ad irrigare la terra dell’uomo”…” Nessuno capisce che la cosa più importante è pregare; quando voi avete bisogno dell’acqua bisogna che andiate a prenderla. Che cos’è la preghiera? È l’acqua, e il campo non fiorisce se non c’è l’acqua”.

1 Si veda Le Scienze, novembre 2016, n.579.




Il luogo ecclesiale dell’Università

UNIVERSITA':A SAPIENZA PROTESTA CONTRO TEST E NUMERO CHIUSOdi Alessandro Clemenzia In occasione della visita all’Università Roma Tre, avvenuta lo scorso 17 febbraio 2017, Papa Francesco aveva preparato un discorso scritto, in realtà poi mai pronunciato, in quanto ha preferito parlare a braccio e in modo più colloquiale, pur ribadendo gli stessi concetti: il valore sociale che può assumere l’Università quando viene colta non soltanto nella sua funzione temporale, ma anche in quella spaziale. In altre parole: l’Università non è soltanto un “tempo” di formazione, ma è anche un “luogo” all’interno del quale può germinare la fecondità di uno sguardo nuovo sulla realtà.

Ed è proprio il legame con la realtà il primo punto messo in luce dal discorso del Papa. L’istruzione accademica è la risposta adeguata alle esigenze e alle provocazioni che provengono dalla società odierna; quest’ultima, seppure innervata da una silenziosa rete di solidarietà, è spesso caratterizzata da un “agire violento”, radicato su interessi economici che riescono a prevaricare sugli aneliti di pace e libertà che abitano nel cuore di ogni uomo. Ed è proprio all’interno di tale contesto che l’Università può avvalersi realmente del suo essere «luogo privilegiato in cui si formano le coscienze, in un serrato confronto tra le esigenze del bene, del vero e del bello, e la realtà con le sue contraddizioni».

Il negativo della realtà, contro cui l’Università ha il dovere di formare coscienze che sappiano intelligentemente e culturalmente opporsi, è visto dal Papa come una vera e propria contraddizione interna a quell’esigenza, tipica dell’uomo, di cercare il bene, il vero e il bello. Invece di censurare tale negatività, il primo richiamo di Francesco è proprio quello di volgere lo sguardo su di essa, andando al di là di quella precomprensione etica o religiosa, che, a prescindere dall’esperienza, rischia di diventare mera ideologia: è necessario partire dalla realtà per intervenire dal di dentro di essa «con riflessione e discernimento, cioè senza pregiudizi ideologici, senza paure o fughe».

I nuovi modelli economici, culturali e sociali, di cui la ricerca universitaria si fa carico per ricentrare il valore della persona umana, devono essere progettati e costruiti proprio a partire dalla negatività contestuale, attraverso il recupero di quel «senso di appartenenza a una “patria comune”» che può incrementare l’incontro e la solidarietà.

Non è, dunque, un’aprioristica accoglienza dei valori cristiani ciò che rende “ecclesiale” la missione universitaria, ma è il rivolgere lo sguardo verso l’esistenza individuale e sociale dell’uomo, nella costante pretesa di una sua promozione, nella consapevolezza che «la fede non limita mai l’ambito della ragione, ma lo apre a una visione integrale dell’uomo e della realtà».

Un’Università tutta proiettata verso la realtà, incrementando nei diversi ambiti del sapere un processo di umanizzazione, è anche «luogo di formazione alla “sapienza” nel senso più pieno del termine, di educazione integrale della persona».

Per assumere, tuttavia, un tale sguardo sulla realtà, l’Università deve riuscire ad essere essa stessa un «luogo in cui si elabora la cultura dell’incontro e dell’accoglienza delle persone di tradizioni culturali e religiose diverse». L’ambiente accademico, infatti, è spesso segno di quella pluriforme e contraddittoria realtà in cui esso vive, anche se la ricerca della promozione umana, attraverso un’incessante opera di carità intellettuale, fa sì che tale pluriformità e contraddizione siano di per se stesse “rinnovate”, e dunque trasfigurate (anche se non ancora risolte). Uno sguardo nuovo, infatti, può scaturire unicamente da una vita rinnovata, non chiusa autoreferenzialmente in se stessa, ma costantemente aperta all’altro; e tale apertura si realizza attraverso un’esperienza di dialogo.

Per questo Papa Francesco incoraggia sia docenti che studenti a vivere l’Università come «ambiente di vero dialogo, che non appiattisce le diversità e neppure le esaspera, ma apre al confronto costruttivo». Oltre allo sguardo rivolto verso la realtà, anche il dialogo è la dinamica che meglio esprime la natura e la missione della Chiesa: un dialogo che, prima ancora di essere rivolto verso l’esterno, è realizzato e consumato all’interno come modalità attuativa per entrare in relazione con l’altro (questa volta esterno a sé), assumendone in primo luogo la sua condizione, per quanto negativa essa possa essere.

In questo modo l’Università, pur non menzionando esplicitamente la figura di Cristo, vive la stessa dinamica cristologica che il Concilio Vaticano II ha messo in luce a proposito della natura e della missione della Chiesa.




“Legge divina e fallibilità umana”. Spunti da un’omelia del Card. Pietro Parolin

parolindi Francesco Romano • Il Segretario di Stato Card. Pietro Parolin nell’omelia della Messa del 18 febbraio scorso, celebrata nella cappella del Governatorato per l’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha detto che “una pena senza speranza” dovrebbe scomparire dagli ordinamenti giuridici, riferendosi non solo alla pena di morte, ma anche all’ergastolo. La fallacia della giustizia umana deve ispirare gli operatori della giustizia alla cautela. Non a caso l’articolo che ne riporta la notizia, pubblicato su L’Osservatore Romano del 18 febbraio 2017, è stato intitolato in modo molto appropriato “Legge divina e fallibilità umana”.

Commentando il brano evangelico della Trasfigurazione, il Card. Parolin ha colto lo spunto per dire che la luce che ci dona il Signore deve impegnarci in un’opera di trasfigurazione del male per sradicarlo, di combattere l’odio per sostituirlo con l’amore, la vendetta e la ferocia con la misericordia, la pietas e il perdono. “La giustizia terrena tramite lo sforzo onesto dei suoi operatori deve diventare come un Tabor dove Elia rappresenta la carica profetica di novità e di apertura, mentre Mosè la legge naturale scolpita nel cuore degli uomini, alla quale deve ispirarsi la legge positiva umana”.

Rispetto alla legge civile, la legge canonica esprime un diverso orizzonte. Il diritto canonico regola una comunità nell’ambito di una esperienza ecclesiale che ha come principio fondamentale la communio fidelium che si realizza in forza della grazia. Si tratta di un diritto che ha per fine la salus animarum non come conquista personale, ma come possibilità vista nella dinamica di comunione. E’ evidente che il diritto canonico non garantisce la salvezza delle anime, ma per il suo carattere teologico coinvolge la comunità ecclesiale a restare fedele alla sua missione e a realizzare la comunione.

La legge canonica e la legge civile, pur nelle loro differenti finalità, hanno in comune di essere di diritto umano, ma allo stesso tempo di recepire anche formulazioni che non sono il prodotto dell’uomo. Il diritto canonico, oltre alle leggi che la Chiesa si da per regolare la sua vita nel tempo, recepisce anche il diritto divino naturale e il diritto divino positivo. Quanto alle norme che gli ordinamenti civili degli Stati recepiscono, se ne possono rinvenire numerose con una valenza universale riconducibili ai principi primi come per esempio, “pacta sun servanda”, “bonum est faciendum et prosequendum, malum vitandum”, oppure il rispetto della vita che si concretizza prima di tutto nella norma “non uccidere”.

L’intrinseca dignità della persona umana, vuoi che abbia come fonte il diritto divino, naturale o positivo, oppure che sia percepita come immanente alla natura umana, pur senza riconoscerle un’origine trascendete come nel pensiero giusnaturalista moderno, si muove su linee comunque convergenti nel riconoscere il valore fondamentale del suo primato. Fatta questa premessa, non può lasciare senza preoccupazione l’inadeguatezza e la fallibilità degli operatori della giustizia umana nel dover risolvere problematiche in punto di diritto riconducibili a norme che hanno come fonte il diritto divino o comunque un orizzonte universale, quantunque immanente nella natura umana fatto di principi validi per tutti.

Il diritto, avendo come fondamento e fine la persona umana, è chiamato a rispondere ai bisogni primari dell’uomo e della società per la promozione del bene comune senza trascurare la singola persona. Il carattere coattivo della norma ha il suo fondamento non semplicemente nell’appartenenza a un ordinamento giuridico, ma nella norma in se stessa quando si tratta di determinazioni su ciò che è giusto. Solo la giustizia giustifica l’obbligatorietà della norma, non solo come regolatrice di relazioni tout court, ma in quanto guidata del criterio che pone al centro il riconoscimento della dignità della persona umana senza discriminazioni.

Nel rapporto giuridico è insita la relazione con l’altro regolata dal diritto. Il diritto è la prima forma di apertura al prossimo, ma lo è anche la carità vista dal versante non laicista, “caritas ergo inchoata, inchoata iustitia est; caritas provecta, provecta iustitia est; caritas magna, magna iustitia est; caritas perfecta, perfecta iustitia est”, come afferma S. Agostino (De natura et gratia, 70). La giustizia non è alternativa alla carità, ma si muove nella stessa direzione nel riconoscere il primario valore della persona umana, il nesso tra diritto e dignità.

L’obbligatorietà di una norma risponde alla necessità giuridica dei membri di una società di predisporre, mediante sanzioni e misure coercitive, l’osservanza delle norme. Tuttavia, la sanzione non è un elemento costitutivo della norma e neppure della sua obbligatorietà. La finalità del diritto penale non è soltanto l’espiazione della colpa, anzi questa ha senso se è congiunta al recupero del reo. Per il primato della dignità della persona umana nessuna colpa potrà mai cancellare fino in fondo l’obbligo di portarle rispetto offrendo al reo attraverso la pena la possibilità di riflettere sulla propria responsabilità e prendere coscienza di aver abusato della libertà. L’ordinamento canonico, all’aspetto vendicativo delle pene, privilegia l’aspetto pastorale delle sanzioni al punto di contraddistinguere le più gravi con l’appellativo di pene “medicinali”. La pena della scomunica ne è la dimostrazione. Con la sanzione del reo la Chiesa non ha come finalità la sua espulsione dalla comunità. Al contrario, la punizione è espressione del carattere tutto pastorale e salvifico della Chiesa che sostiene il reo nella maturazione del suo pentimento e lo riconduce al suo seno.

Questo è anche un possibile argomento contro la pena di morte o dell’ergastolo, come accennava il Card. Parolin. Non esiste un limite oltre il quale una persona come tale abbia completamente esaurito la sua dignità fondamentale da perdere il diritto di appartenenza al genere umano e alla comunità. Inoltre, il diritto è permeato dalla giustizia e, se è autentico, non può attuarsi senza di essa. Significative sono le parole di S. Agostino: “remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? […] Placiti lege, preda dividitur” (De civitate Dei, IV, 4).

L’ordinamento di una convivenza sociale deve essere operato dalla legittima autorità secondo giustizia per il bene comune e la promozione della persona. La virtù della giustizia integra il diritto nella dimensione etica, ma la sua applicazione rimane nelle mani di uomini fallibili, quand’anche si tratti di legittima autorità. Quanto è infinitamente lontana la giustizia umana dalle esigenze del diritto divino e, quindi, dalla giustizia divina? O dai principi universali che riconoscono e tutelano la dignità della persona umana?

Quando ci troviamo di fronte al diritto divino e alla protezione che egli estende alla creatura umana nel renderla partecipe di tali diritti, la cautela del giudice deve essere la norma per eccellenza. E’ nota la massima di presunzione d’innocenza “in dubio pro reo”. Per questo il Card. Parolin nella sua omelia concludeva con queste parole: “sappiamo bene che quella umana è una giustizia parziale e fallibile”. Da ciò la “doverosa cautela da parte degli operatori della giustizia e, in primo luogo, dei giudici”.




I quaresimali. Solo nostalgia di un tempo che fu?

mercoledi-delle-ceneridi Francesco Vermigli • Il titolo del presente articolo è forse ambiguo: chi si fermasse a quello, non è detto associ in prima battuta il termine “quaresimali” a quello di cui tratteremo. È possibile che la mente vada altrove, ad alcune tradizionali soluzioni culinarie che sono state escogitate, per segnare il tempo liturgico che precede la Pasqua. Ma per quanto non disdegneremmo di parlare nelle nostre righe di biscotti e di dolcetti di varia foggia, altro è l’intento dell’articolo.

Con “quaresimali” intendiamo piuttosto quell’uso – assai radicato nella storia – di tenere prediche connotate da una certa forma e da un determinato stile, in quel periodo di quaranta giorni nel quale la Chiesa vive la preparazione al Triduo pasquale. Nel corso dei secoli, alcuni dei più grandi scrittori si sono esercitati nella predicazione di omelie quaresimali, che nel tono e nella struttura interna si distinguevano nel generale panorama della loro stessa omiletica. Schiere di più o meno famosi predicatori hanno richiamato le folle alla conversione dei cuori; talvolta, raccogliendo poi – o facendo raccogliere da solerti redattori – le proprie prediche, che potevano così circolare anche al di fuori della più o meno ristretta cerchia degli astanti. È sufficiente spulciare i cataloghi di antiche biblioteche, per poter apprezzare la diffusione di questo genere che da orale qual era in origine, diventava letterario; nel momento in cui quelle omelie quaresimali venivano messe su carta. Ripensare a quei sermoni, significa dunque riandare con il pensiero a chiese piene, a oratorie accorate e accese, a voci stentoree; quelle che sole potevano essere in grado di raggiungere tutti, in assenza dei moderni sistemi di amplificazione.

In questo contesto, a qualcuno, forse, tornerà alla mente l’opinione di Marshall McLuhan su cosa abbia significato nella storia della liturgia – e dell’oratoria ecclesiastica in modo specifico – l’introduzione del microfono; medium, ai suoi occhi, per eccellenza freddo e asettico, che schiaccia e appiattisce le capacità espressive di chi parla e colloca in quella che definiva una “bolla di suono” avvolgente e indistinta, coloro che ascoltano.

Si potrà dire allora che tornare a quella storia di prediche di grande impatto e di notevole emotività sia semplicemente un’operazione nostalgica. Non sappiamo se sia così. Tuttavia notiamo come quei sermoni avessero una qualità che non deve essere lasciata passare. Vale a dire che – senza disperdere le forze tanto di chi scrive quanto di chi legge nella presentazione dettagliata, ma in definitiva un po’ pedante, di tale vicenda storica – se andiamo al cuore della funzione di questa tipologia omiletica, possiamo cogliere qualcosa di utile ancora per i nostri giorni.

A cosa servivano i quaresimali? In ultima istanza, a cosa miravano? Si direbbe, in sintesi, che i quaresimali avevano lo scopo di far comprendere con tutta l’arte di cui era capace l’oratore, quale sia il significato del tempo di Quaresima. Al netto del tema concreto o del particolare episodio della storia sacra che poteva essere affrontato nella singola predica, quest’ultima tendeva a richiamare l’attenzione sull’essenziale di tale periodo liturgico. Si potrebbe allora spostare la domanda: se le prediche quaresimali servono a porre attenzione all’essenziale della Quaresima, a cosa serve e a cosa mira quest’ultima? Non v’è chi non sappia che il cuore della Quaresima è l’appello alla conversione e al cambiamento di vita; siglato, come si sa, da una delle due formule che – all’inizio dello stesso cammino quaresimale – il celebrante pronuncia nel rito dell’imposizione delle ceneri. La Quaresima ha lo scopo di far prendere coscienza al cristiano che una vita che subisce le fascinazioni di un mondo di illusioni e falsità, è una vita dispersa. Compiendo un passo ulteriore, ci si potrebbe allora chiedere se il messaggio della Quaresima non sia in definitiva lo stesso messaggio cristiano, quello che invita alla metanoia e alla trasformazione del cuore e della mente.

In ultima analisi, le prediche quaresimali appaiono come una sorta di amplificazione di un appello radicale e interiore, che impatta direttamente sul cammino di vita cristiano. L’appello alla conversione di tali sermoni richiama il verbo ebraico šuv, che indica il movimento di colui che torna sui propri passi e segue il Signore; risuona delle parole accorate e mai dome dei profeti dell’Antico Testamento. Ricorda che la fede cristiana è fede che chiede la comunicazione di un messaggio; che chiede che all’uomo di ogni tempo sia fatto conoscere cosa significa porsi alla sequela del Signore. Quelle omelie ricordano alla Chiesa che la conversio – tanto quanto la fides – è ex auditu; dal momento che, parafrasando Paolo (cfr. Rm 10,14-15), nessuno potrà dare credito all’appello alla conversione, se nessuno gliel’ha mai annunciato.

L’appello alla conversione – pur in presenza di immagini che hanno fatto forse il loro tempo – è, ci pare, ciò che di più forte l’antica tradizione delle prediche quaresimali lascia al cammino della Chiesa di oggi.