Alcune sottolineature a partire dal sinodo sulla famiglia

z_sinodo_famiglia_2014_paoline.img_assist_customdi Stefano Liccioli • «Da Gerusalemme la famiglia scendeva verso Gerico. Scendeva per le vie tortuose e impervie della storia quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio di tanti altri Tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gusto la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio. Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa; infine le tolsero la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato, l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi. La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono. Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia, la studiò a lungo e disse: “Ormai è morta!” e andò oltre. La trovò un prete e si mise a sgridarla: “Dovevi opporti ai ladroni! Perché non hai resistito meglio? Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”. Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: “L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio così”. Passò alla fine il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e il vino del suo sdegno. Poi, caricatala sulle spalle, la portò fino alla Chiesa e gliela affidò, perché ne avesse cura, dicendole: “Ho già pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima, piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada, in balìa dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e il mio Pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei!” Quando si riebbe la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di lei. Assaporò la gioia di quell’amore».

Ho trovato in Rete questa metafora sulla famiglia, una parabola nella parabola che mi sembra esprima bene quello che ha fatto la Chiesa in questi ultimi due anni, prima con il Sinodo straordinario e poi con quello ordinario: chinarsi sulla famiglia, sulle sue gioie e sulle sue ferite. Direi che uno dei risultati più importanti del Sinodo è il Sinodo stesso, questo ritrovarsi, intorno al Papa, di oltre duecentocinquanta esponenti di rilievo della Chiesa, tra cardinali, vescovi, esperti, sposi, a parlare di matrimonio, a riflettere su come rafforzare l’istituto familiare. Mi viene da domandare quale altra istituzione diffusa a livello mondiale impieghi tante energie per un obiettivo ritenuto così importante per il bene comune.

L’attenzione dei mass media spesso si è concentrata su quegli elementi di novità che potevano nascere dal Sinodo o sulle possibili lacerazioni e contrasti tra i padri sinodali, divisi arbitrariamente tra conservatori e progressisti. Non è questa la sede per un’analisi puntuale della relazione finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco, ma guardando le votazioni dei singoli numeri della relazione emerge che sono stati approvati tutti con molti voti a favore. I numeri che hanno avuto più voti contrari (comunque meno di un terzo dei voti dei presenti) sono stati i nr 84, 85 e 86 riportati nel capitolo terzo, intitolato “Famiglia e accompagnamento spirituale”. Il tema è quello dei divorziati risposati che, secondo i padri sinodali, devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, «essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo». Nei nr 85 e 86 c’è un invito ai pastori a saper discernere le varie situazioni, ribadendo quanto afferma la Familiaris Consortio e cioé che «c’è differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». In attesa di capire quale sarà la posizione del Santo Padre su questi ed altri argomenti, credo che attraverso il Sinodo la Chiesa abbia rilanciato al mondo la visione della famiglia come una buona notizia, qualcosa di appetibile e attraente ed il matrimonio come un’occasione per accogliere la proposta evangelica dell’amore per sempre.




Abitare l’unità

2151027-02di Alessandro Clemenzia • L’unità spesso, in ambito ecclesiale, viene intesa come un obiettivo giuridico da raggiungere attraverso un intenso lavoro di dialogo teologico; eppure essa può essere anche un luogo abitabile nell’oggi. E di ciò è l’esperienza stessa a fare da verifica, come è accaduto lo scorso ottobre durante la visita del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, in occasione del conferimento del dottorato h.c. in Cultura dell’unità da parte dell’Istituto Universitario Sophia; evento preceduto da una visita del Patriarca nella città di Firenze.

Abitare l’unità. Questa è la frase che può fungere da sintesi del viaggio di Bartolomeo I nella terra di Toscana. L’unità come Luogo dei luoghi, spazio vivibile offerto all’uomo dove comprendere in modo esperienziale che la realizzazione di sé avviene attraverso l’affermazione dell’altro, nel riconoscere cioè alla diversità un valore inalienabile e insostituibile. Ed è proprio dall’abitare il luogo dell’unità che scaturisce una nuova cultura: in questo orizzonte trova il suo significato più autentico e profondo il conferimento del Dottorato.

Un primo luogo in cui si è fatta esperienza di questo “abitare” è stata la divina liturgia: la preghiera del vespro nel Battistero fiorentino, davanti allo splendore artistico di quei mosaici «in cui – ha spiegato in quell’occasione l’Arcivescovo Betori – la tradizione orientale si unisce ai primi passi dell’arte sacra occidentale, in una simbiosi che vuole essere segno di fraternità». Ed è proprio attraverso i mosaici che i credenti vengono raggiunti da quella Presenza che, sola, sa contemporaneamente unire distinguendo, e distinguere consumando in uno.

Perché questo “abitare” diventi cultura, è necessario che l’unità non sia limitata a quei presupposti teoretici che la generano e animano costantemente, ma che si sappia calare fino alle relazioni sociali. In altre parole, la cultura è tale là dove un pensiero sa tradursi in esperienza, sa darsi nella concretezza, generando così «uomini nuovi in un mondo nuovo», come ha affermato il Patriarca rivolgendosi ai giovani della Cittadella della pace Rondine (Arezzo). Anche l’unità, dunque, rischia di rimanere un astratto concetto teoretico filosofico e teologico, se non è capace di farsi evento relazionale, se non va a toccare, dal di dentro, le relazioni interpersonali quotidiane.

Abitare l’unità significa simultaneamente riconoscere alla diversità il suo presupposto e la sua condizione di possibilità. Durante la Lectio Magistralis, conferita in occasione del conferimento del Dottorato, Bartolomeo I ha ribadito la necessità, non solo in ambito ecclesiale, ma soprattutto antropologico e sociologico, «di diventare per il mondo icone di Cristo e come lui nell’unità essere anche diversità». In questo senso «il principio della diversità come ricchezza diviene possibilità di comprendere e di essere compresi, ricapitolati in Cristo». Essere icone della diversità significa riconoscere l’altro proprio per il suo valore di essere-altro; significativa per esprimere questo dinamismo relazionale è la rappresentazione dell’Ospitalità di Abramo di Andrej Rublëv, spiegata da Bartolomeo (e ripresa dal cardinale Giuseppe Betori durante il saluto ufficiale al Patriarca), in cui «ogni persona o angelo china teneramente il proprio capo di fronte all’eguale valore e alla consustanzialità delle altre due» (Gloria a Dio per ogni cosa, Edizioni Qiqajon, Magnano [Bi] 2001, p. 36). Unità significa saper teneramente chinare il proprio capo di fronte all’eguale valore dell’altro, tanto che è nel tu che l’io trova la sua specificità. E questo significa che la Chiesa è tale se conserva lungo i secoli un’identità aperta, se è sempre disponibile ad aspettare e ad accogliere la novità di Dio che la raggiunge attraverso l’altro.

Tale consapevolezza rende l’occhio credente idoneo a saper leggere la realtà in modo trasfigurato, ad avere cioè uno sguardo che sappia cogliere in profondità tutto ciò che è evidente; così che anche gli eventi che a primo impatto sembrano assumere un volto unicamente negativo, acquistano un significato nuovo. Incredibile, a tale proposito, è stato il riferimento del Patriarca, nel saluto durante la celebrazione del vespro in Battistero, al Concilio di Firenze, da sempre misconosciuto dalle Chiese ortodosse: anche quell’evento, ha affermato Bartolomeo I, è stata un’occasione per fare esperienza ecclesiale del “pensare insieme”.

Abitare l’unità, dunque, significa vivere l’evento relazionale di chi sa affermare l’altro proprio in quanto altro, e, contemporaneamente, sa riconoscere l’altro come insostituibile possibilità della propria esistenza. L’unità, dunque, non è una statica situazione giuridica, ma una dinamica che raggiunge l’uomo assetato di essa, il quale non si accontenta di accordi e compromessi per ottenere qualcosa, ma lascia che sia il Tutto ad accadere lì dove due o più sono riuniti nel Suo nome.




Il Risorgimento italiano e la crisi d’identità dei popoli europei. Alcune riflessioni da un libro di Alberto Mario Banti

ABantidi Francesco Vita • Trattiamo nuovamente il tema del Risorgimento d’Italia in quanto crediamo che, relazionato al tema della crisi d’identità dei popoli che esso suscita, sia alquanto urgente dopo i fatti recentemente accaduti a Parigi.Ovviamente le due cose non si collegano in modo diretto ma le riflessioni sul primo possono aiutare, nella misura in cui le vediamo trasposte dalla realtà italiana a quella europea.

Il libro in questione di Banti, “Il Risorgimento italiano” edito da Laterza non è né nuovo né innovativo ma tratta il tema in maniera interessante; ha la sua prima edizione infatti nel 2004 con riedizioni e ristampe successive e non propone tesi originali sulla genesi dello Stato italiano, tuttavia si sofferma abbastanza su documenti, contesti e premesse. In uno scorrere abbastanza snello fa comparire più che date e nomi, alcune situazioni di contorno che aiutano a capire e a comprendere meglio l’oggetto della nostra riflessione. Spesso si è attribuita molta importanza all’operazione culturale post-unitaria fatta dalla scuola di Stato e dalle Istituzioni per “fare gli italiani” che certamente da un dato punto di vista non c’erano in quanto mancavano di una lingua comune, di una storia veramente condivisa, ecc., ma da altri punti di vista invece sì. Come spesso accade la storia l’hanno fatta i vincitori e nel periodo successivo all’unificazione si è idealizzata l’Italia così come si era realizzata.

Invece i documenti storici nei quali ci imbattiamo durante la lettura, i particolari che incontriamo ci parlano di molte anime del Risorgimento, molti modi di immaginare la futura Italia anche sostanzialmente diversi da quello che poi si è effettivamente realizzato; ci parlano di una coscienza nazionale che precede la realizzazione statuale, di un popolo che benché non completamente consapevole, era già italiano, di un’Italia che in maniera complessa e a volte goffa emerge da ben prima del 1861 e se vogliamo anche del 1848. Non possiamo pretendere di trasportare i nostri modelli odierni in quella società: è ovvio che benché si cominciasse già a parlare di “opinione pubblica” le grandi masse rurali non potevano partecipare al modo di oggi e quindi sono sembrate piuttosto passive riguardo alla chiamata alle armi o ai moti insurrezionali, tuttavia è possibile affermare che il popolo o i popoli d’Italia esistevano già prima dell’unificazione.

Capire questo è importante per non rimanere ingabbiati oggi in una sorta di tradizionalismo istituzionale o culturale dove benché in buona fede, si vuol restare fermi a modelli scolastici, di istituzioni o di laicità circoscritti storicamente al XIX secolo, senza comprendere che essi si sono realizzati così per motivazioni contingenti. Quanti preti hanno combattuto sulle barricate nelle Cinque Giornate di Milano nel ’48? Quanti intellettuali hanno scritto per una Nazione diversa? Ripensare oggi certe forme non è tradire i valori condivisi del Paese, ma tentare di declinarli di nuovo nell’oggi del mondo, dimostrando una fedeltà rinnovata alla Nazione in quanto viva e presente già prima che quei valori si manifestassero così come li conosciamo oggi.

Nel XIX secolo per tagliare con l’Antico Regime e difendere la società da quelli che venivano ritenuti gli eccessi della commistione tra la Corona e l’Altare vennero adottati modelli culturali indifferenti o addirittura ostili alla religione cristiana, che oggi nella società multiculturale e vessata adesso anche da forme aggressive di radicalismo religioso non sembrano reggere più. Per il troppo zelo di rimanere indifferenti i popoli europei rischiano di non ricordarsi più chi sono, e non ricordandosi più, di rimanere disorientati e impauriti di fronte a chi ostenta certezze di cui spesso si rimane allibiti, ma granitiche. Un processo di ripensamento interno alla nostra cultura nella direzione indicata, ci renderebbe più consapevoli di noi stessi e più sereni nell’affrontare il confronto con le altre culture.




A 50 anni dalla promulgazione della “Gaudium et spes”

gaudiumdi Leonardo Salutati • Possono aver destato sorpresa in alcuni certi passaggi del discorso che Papa Francesco ha pronunciato il 10 novembre scorso in Duomo a Firenze alla Chiesa Italiana riunita in convegno, quando ha ricordato che: «Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste»; oppure quando dichiara di preferire: «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».

In realtà tali esortazioni sono molto meno sorprendenti e dettate dalle circostanze di quanto non si pensi. Piuttosto esse sono in perfetta continuità con quanto indicato proprio 50 anni fa da Gaudium et spes, la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II approvata, alla vigilia della chiusura del Concilio, il 7 dicembre 1965.

Tale documento rappresentava un’assoluta novità nel corso dei duemila anni di storia dei Concili. Precedentemente vi erano stati costituzioni, decreti, dichiarazioni ma mai una costituzione pastorale. Gaudium et spes, infatti, non si occupa soltanto di problemi interni di fede e di disciplina, ma tratta anche delle questioni degli uomini d’oggi, rivolgendosi non soltanto ai propri fedeli ma a tutta la famiglia umana.

In particolare, la grande novità è stata quella di aver sentito come non mai in questa occasione: «il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento» (Paolo VI, Allocuzione, 07.12.1965). Un sentimento quanto mai significativo se si tengono presenti le «distanze e (le) fratture verificatesi negli ultimi secoli, nel secolo scorso e in questo specialmente, fra la Chiesa e la società profana». Questa inedita “apertura sul mondo” non era altro che un atteggiamento «suggerito dalla missione salvatrice essenziale della Chiesa» e profondamente guidato dalla carità, che fa della «dilezione ai fratelli il carattere distintivo» dei discepoli del Signore (cfr. Ibid.). Nuova è anche l’audacia con cui la Gaudium et spes ha voluto e saputo affrontare i molteplici problemi antropologici e sociali che da lungo tempo covavano sotto la cenere e che poi hanno trovato, soprattutto nelle pagine della sua seconda parte dedicata ad alcuni problemi più urgenti, una considerazione ampia e articolata

Vi è anche un modo nuovo della Chiesa di comprendere se stessa in relazione al mondo contemporaneo. Non come madre e maestra ma come una realtà parte del mondo e solidale con il mondo. Al n. 40 si dice: «la chiesa … cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana». Tale comprensione conduce ad assumere un nuovo atteggiamento, dialogale, non cattedratico, attento alle aspettative degli uomini con i quali si intende condividere gioie e sofferenze, gaudium et spes, luctus et angor. Inoltre, dando prova di una inedita capacità di autocritica, si riconosce la corresponsabilità dei cristiani in alcuni fenomeni del nostro tempo – per esempio quello dell’ateismo moderno (cf. n. 19) – anticipando così il mea culpa di S. Giovanni Paolo II che, a sua volta, sorprese la cristianità in occasione del giubileo del 2000.

L’intento di fondo è espresso al n. 10 quando si afferma che: «nella luce di Cristo… il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo». Sulla base di tale fondamentale convinzione Gaudium et spes intraprende una doppia riflessione. Da una parte legge i segni dei tempi alla luce del Vangelo (cf. n. 3 s, 10 s, 22, 40, 42 s, ecc.); dall’altra accetta la sfida che essi rappresentano (cf. n. 40, 44, 62), elaborando un’interpretazione del mondo, dell’uomo e delle modalità dell’annunzio evangelico, adeguata ai tempi, riconoscendo come suo compito specifico e oggetto della riflessione teologica quello di: «continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3). Appunto una chiesa, come ha ricordato Papa Francesco, che abbia gli stessi«sentimenti di Gesù».




Libera e aperta: la profezia di Yves Congar

ives congardi Dario Chiapetti Ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana Papa Francesco ha illustrato l’immagine di Chiesa, fedelmente allo spirito del Vangelo, che, attraverso un mutamento di prospettiva, occorre realizzare: “libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa”. Il teologo domenicano Yves Congar (1904-1995) è tra le figure che più hanno anticipato, e fondato teologicamente, i tratti fisionomici di tale Chiesa, incidendo sul percorso tracciato dal Concilio Vaticano II.
Luca Merlo – in Yves Congar, Morcelliana, Brescia 2014 – offre una ricostruzione dei tratti di tale figura, nella loro connessione causale con gli eventi della sua vicenda storica, e dei principali snodi teologici del suo pensiero. Un aspetto determinante che ha impresso forma alla sua personalità è la varietà delle istanze culturali che in essa sono confluite, dovuta anzitutto all’esperienza di contatto, al tempo della sua fanciullezza, con la pluralità religiosa presente nella sua terra, le Ardenne francesi.

Ciò ha fatto sì che Congar sviluppasse una naturale e forte sensibilità ecumenica e che, una volta entrato nell’ordine e addentratosi nel pensiero dell’Aquinate, ne elaborasse una riformulazione originale, senza rigettare niente della sua eredità ma senza cadere nella ripetizione meccanica di schemi acquisiti una volta per tutte. Il rigore del pensare fu coniugato con la complessità del pensare moderno, più attento alla dimensione soggettiva.

Le idee che il teologo man mano veniva elaborando gli costarono divieti di insegnamento, esili. Il periodo di sospetto terminò con l’invito di Giovanni XXIII a partecipare al Concilio Vaticano II come consultore e poi perito – incidendo, soprattutto, sull’elaborazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium – e, infine, con la creazione a cardinale, poco prima della morte, da parte di Giovanni Paolo II.

Venendo agli aspetti di maggior interesse del suo pensiero, occorre osservare la nuova elaborazione della nozione di cattolicità: tale proprietà essenziale della Chiesa è intrinsecamente connessa all’unità; e quest’ultima, a sua volta, non è ciò che si realizza attraverso un’inclusione dei dispersi, ma nella salvaguardia della necessaria distinzione dei vari soggetti ecclesiali.

A un tale nuovo modello ecclesiologico – “una Chiesa diversa dall’attuale Chiesa cattolica” – è connessa anche un’originale concezione di ecumenismo: esso è, innanzitutto, un’ulteriore dimensione intrinseca dell’essere della Chiesa e, perciò, non un optional, in quanto “la verità totale – egli afferma – non si trova che nella comunione totale”; inoltre, inizia col riconoscere l’altro come cristiano nella sua confessione; infine, la diversità – scrive in Chrétien en dialogue – è quell’elemento indispensabile per il dialogo e quindi per l’incontro.

Un ulteriore carattere della Chiesa risiede nella nozione di riforma. In Crétiens désunis Congar afferma: “La Chiesa si riforma continuamente; essa non vive che riformandosi”. La Tradizione non è l'”abitudine” o il “passato” della Chiesa ma “la presenza – afferma in Vraie et fausse réforme dans l’Église – del principio in tutte le tappe del suo sviluppo”.

Congar si addentra ancor di più nella riflessione ecclesiologica considerando la teologia del ministero sacerdotale e del laico. Egli evolve il binomio sacerdozio-laicato nel binomio comunità-ministeri: i sacerdoti sono ministri, sono tali non solo in rapporto all’eucaristia – associazione che ha portato all’eccessiva sottolineatura dell’aspetto cultuale della figura del sacerdote – e i ministeri sono molteplici e propri di ogni membro, così come la Chiesa francese sintetizzava con l’espressione: “Chiesa tutta ministeriale”. Congar supera la concezione ecclesiogenetica fino ad allora in auge, fondata sulla dinamica Cristo-sacerdozio-fedeli, nella quale i ministri appaiono mediatori tra Dio e i fedeli passivi. Congar afferma che “è nella comunità dei suoi discepoli che egli [Gesù] ha scelto i dodici”, per cui “i ministri ordinati – prosegue Merlo – non possono più collocarsi prima o al di fuori della comunità” e i primi esistono solo per servire la seconda. Tale visione fu accolta, di fatto, nella Lumen Gentium che antepose il capitolo sul Popolo di Dio a quello sulla gerarchia, e ciò anche grazie al Nostro.

La visione ecclesiologica di Congar rivela il passaggio dall’approccio cristologico della Mystici Corporis – che pur rappresentando un superamento della visione Bellarminiana è rimasta legata ad una visione giuridicista – a quello trinitario, per il quale la Chiesa è comunione nella distinzione.

Si può concludere che il valore dell’eredità di Congar consiste nell’elaborazione di una teologia che coglie i suoi oggetti nel vissuto e li spinge poi progressivamente verso i loro fondamenti dogmatici: egli muove la sua riflessione teologica dall’aspetto ecumenico per estendere la sua attenzione a tutto il campo ecclesiologico; arrivando, al termine del suo percorso, all’elaborazione della riflessione pneumatologica, così come è esposta nella sua monumentale opera Je crois en l’Esprit Saint, fondamento teologico di tutto quanto egli aveva formulato fino ad allora.




Il Convegno di Firenze. La Chiesa italiana sulle orme di Cristo

Il-nuovo-umanesimo-secondo-Bergoglio.-Per-una-Chiesa-non-ossessionata-da-denaro-e-potere_articleimagedi Francesco Vermigli Sono passate alcune settimane dalla chiusura del Convegno ecclesiale nazionale – svoltosi a Firenze nella prima metà di novembre – e la distanza dai fatti forse aiuta a vederli con maggiore distacco. In effetti, la giornata della visita del papa a Prato e a Firenze ha come calamitato l’attenzione di un’intera città e dei mezzi di comunicazione; con il rischio di far dimenticare il resto di quella settimana di incontri. Qui si tratta di collocare proprio quella visita all’interno dell’intero Convegno: pensarla, cioè, in una prospettiva più ampia, per vedere come essa si sia posta in relazione al tema e alle discussioni su cui i delegati sono stati chiamati a intervenire e a confrontarsi.

Il Convegno, come noto, era intitolato «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» e non si è dovuto attendere l’inizio degli incontri, per vedere il tema associato al luogo in cui il Convegno si è svolto. Il discorso inaugurale pronunciato dall’arcivescovo di Torino Nosiglia, ma soprattutto il saluto del cardinal Betori in Cattedrale la stessa sera del 9 novembre non hanno fatto che confermare questo parallelismo tra il tema dell’umanesimo cristiano e Firenze; evocando momenti, nomi, testi, monumenti, in grado di render conto della convergenza di cultura e fede, arte e carità nella storia della città. E a ben vedere, è stata anche questa una linea non marginale del discorso del papa il giorno successivo; come ha rivelato l’iniziale contemplazione dell’affresco della cupola del Duomo o il singolare e poco conosciuto riferimento alla medaglia spezzata dello Spedale degli Innocenti. Ci soffermiamo in primo luogo piuttosto sulla relazione conclusiva di Bagnasco – tenuta venerdì 13 novembre – perché appare densa di significato in non pochi punti.

Com’è conveniente a una relazione conclusiva, l’intervento di Bagnasco ha avuto ad un tempo un carattere ricapitolativo delle giornate svolte e uno propositivo, pensando al futuro. Dopo l’iniziale analisi dell’uomo di oggi («Il bisogno di salvezza da parte di un’umanità fragile e ferita») e la presentazione della risposta che in Cristo viene offerta all’uomo («Lo sguardo a Gesù come ispirazione di un nuovo umanesimo»), l’attenzione dell’arcivescovo di Genova si è volta alle cinque vie proposte alla discussione dei delegati («Le cinque vie, per una Chiesa sempre più missionaria»). Ma, alla fine, ha colto in qualcos’altro il punto su cui la Chiesa d’Italia a suo giudizio sarà chiamata a riflettere e cercare concreti strumenti nel futuro: lo stile sinodale. Ed è forse proprio qui che veniamo a percepire un cambio di registro non piccolo, rispetto a quello che pareva annunciare il tema del Convegno. Il cuore del titolo del Convegno è antropologico (“nuovo umanesimo”) e cristologico (“in Gesù Cristo”). In verità, già la proposta delle cinque vie (“uscire”, “annunciare”, “abitare”, “educare” e “trasfigurare”) – che risale alla preparazione più remota dell’appuntamento ecclesiale – aveva reso un po’ più sfaccettato il panorama. Ma parlare di uno stile sinodale che deve essere messo in pratica dalla Chiesa italiana, tende a spostare il baricentro ancora un poco. Il punto è che questo spostamento pare esser dovuto all’influenza esercitata dal discorso del papa di martedì 10.

Le parole del papa sono apparse fin da subito vibranti; chiare anche nel mettere in guardia dal rischio di una percezione astratta dell’uomo da parte della Chiesa. Rileggere quel memorabile discorso permette anche di avvertire il lento spostamento del centro dell’attenzione: quello che viene progressivamente ad emergere sono le parole che pongono l’accento su un modo di essere Chiesa, che rischia l’autoreferenzialità e il fissismo. Sono le parole coerenti con l’insegnamento di Francesco, un magistero che si direbbe rivolto principalmente ad intra Ecclesiae: è della storia della Chiesa che vi siano papati che hanno visto maggiormente accentuato il versante interno, mentre altri pontificati hanno conosciuto un’attenzione primaria verso l’esterno. Anche quando papa Francesco parla di “Chiesa in uscita”, in ultima istanza sta parlando alla propria comunità, invitandola alla profonda conversione delle strutture e dei cuori.

Si potrebbe obbiettare che così facendo quella cifra antropologica e cristologica emergente dal titolo del Convegno, venga a perdersi. Tuttavia, a ben intendere il discorso, il momento cristologico non pare scomparire del tutto: anzi, forse è quello stesso discorso a tracciare una nuova configurazione della Chiesa italiana proprio a partire dalla persona di Gesù. Lo si vede, in modo specifico, nella ricerca dei tratti dello stile di Gesù proposti alla comunità e ai singoli credenti; laddove, all’inizio del suo discorso, il papa sottolinea nell’umiltà, nel disinteresse e nella beatitudine ciò che contraddistingue il fedele seguace del Signore. Quello che il Convegno di Firenze consegna alla Chiesa italiana è dunque qualcosa di un poco diverso rispetto al tema originario: la comunità ecclesiale italiana sarà chiamata a confrontarsi sull’assunzione dello stile di Gesù nella propria vita concreta. Si direbbe – parafrasando il titolo del Convegno – che sarà chiamata a riflettere, piuttosto, su: “In Gesù Cristo il nuovo stile di Chiesa”.




Lo stato giuridico del catecumeno nella sua vita già ispirata alla fede, speranza e carità

battesimi 07_85di Francesco Romano • Lo stato giuridico dei fedeli cristiani appartenenti al Popolo di Dio non indica separazione o supremazia rispetto ad altri contesti umani che ne sono fuori, anzi esso deve renderci alieni da qualsiasi tentazione di chiusura, cosa che sarebbe contraria alla natura missionaria della Chiesa e alla sua funzione salvifica universale. I catecumeni, per esempio, pur non essendo ancora nella piena comunione, sono congiunti alla Chiesa in modo speciale e, pertanto, non possiamo negare che abbiano anche loro una posizione giuridica con gli effetti che in tal senso ne conseguono. Di questo se ne fa premura il Decreto conciliare “Ad Gentes” nell’esortare “affinché nel nuovo Codice dovrà essere più esattamente definito lo stato giuridico dei catecumeni perché essi sono già congiunti alla Chiesa, appartengono già alla famiglia del Cristo e spesso conducono una vita già ispirata alla fede, alla speranza e alla carità” (AG 14).

L’individuazione dello status giuridico del catecumeno sollecitato dal citato Decreto conciliare corrisponde alla determinazione di diritti e doveri da riconoscere anche a coloro che ancora non sono battezzati, ma che neppure possono essere ritenuti infedeli per la loro manifesta volontà di fare un primo passo che li introduca nel percorso del catecumenato. Avendo in qualche modo già ricevuto il dono della fede, la Chiesa li considera prossimi ad essa.

Resta fermo che il catecumeno nella Chiesa non è ancora divenuto un soggetto con titolarità giuridica di cui soltanto il battesimo ne è la scaturigine e mediante esso è incorporato alla Chiesa di Cristo e in essa è costituito persona, cioè soggetto di relazioni giuridiche fatte di diritti e obbligazioni (can. 96). Al tempo stesso “i fedeli sono coloro che sono stati incorporati a Cristo mediante il battesimo” (can. 204 §1). I catecumeni, invece, sono coloro che mossi dallo Spirito Santo chiedono di essere incorporati alla Chiesa e “per questo desiderio, come pure per la vita di fede, speranza e carità che essi conducono, sono congiunti alla Chiesa, che già ne ha cura come suoi” (can. 206 §1).

La distinzione nel testo conciliare (AG 14) e nel Codex dell’uso dei termini “incorporare” e “congiungere” segna la distinzione tra l’essere cristiano o catecumeno al quale manca il fatto della incorporazione, mentre “per un titolo particolare” è già congiunto alla Chiesa (can. 206 §1).

Per la titolarità di alcuni diritti e doveri, in dottrina si riconosce ai catecumeni una “soggettività giuridica secondaria” che consente al battezzando di trovare il suo posto nella Chiesa, essendone già congiunto, di partecipare alla vita dei cristiani e di intessere iniziali relazioni giuridiche nell’esercizio della fede e della carità, di partecipare ad alcune azioni liturgiche e svolgere attività di apostolato. Per contro, non è consentito al catecumeno di accedere ad associazioni pubbliche di fedeli perché esse operano nomine Ecclesiae (can. 116 §1) mentre il battezzando non si trova ancora nella piena comunione con la Chiesa e non può soddisfare i requisiti previsti dal can. 316 §1.

Pertanto, se è vero che nella Chiesa il non battezzato non è ancora persona, intesa come categoria relazionale di tipo giuridico (can. 96), a esso è attribuita una personalità incipiente detta appunto “incoativa” con alcuni diritti e doveri iniziali in virtù della loro ordinazione a far parte del Popolo di Dio e della Chiesa (LG 13). Proprio su questo punto la distinzione tra lo status giuridico del battezzato e del catecumeno è ancora rimarcato nel Codex con il differente uso terminologico per cui mentre al battezzato sono riconosciuti i diritti, per il catecumeno si parla di prerogative come ad esempio al can. 206 §2 dove si legge “già ad essi elargisce diverse prerogative”; e al can. 788 §3 “quali prerogative si debbano loro riconoscere”.

L’incipiente personalità del catecumeno prende l’iniziale forma giuridica nel riconoscimento di alcune attribuzioni nel momento in cui esprime il desiderio di ricevere il battesimo ed entrare nella Chiesa cattolica. Innanzitutto come il diritto all’istruzione e al tirocinio della vita cristiana, l’iniziazione al mistero della salvezza e l’introduzione a vivere la fede, la liturgia, la carità del popolo di Dio e l’apostolato (can. 788).

Al catecumeno, se possiede tutti i requisiti, è riconosciuto il diritto di ricevere il battesimo avente come fonte l’universale convocazione di Dio a far parte del suo Popolo e, in modo più specifico, la volontà fondazionale di Cristo espressa nell’istituire la Chiesa per ogni uomo senza discriminazioni e nell’inviarla ad annunziare il messaggio evangelico e a battezzare. Da qui ne deriva che la relazione dei non battezzati con la Chiesa, seppure a livello iniziale, si fonda sul loro riconoscimento come soggetti di attribuzioni giuridiche di rilievo costituzionale.

La Chiesa ha il dovere di accompagnare il catecumeno nel suo percorso formativo, così come il diritto-dovere di giudicare la preparazione dei battezzandi e, infine, l’obbligo di ammetterli al battesimo se ne hanno tutti i requisiti.

Il diritto del non battezzato di entrare a far parte del Popolo di Dio si integra con il diritto di essere immune dalla costrizione ad abbracciare la fede cattolica contro la sua volontà (can. 748 §2). In questo diritto non deve essere colto soltanto l’effetto negativo, cioè l’assenza di giurisdizione della Chiesa sul non battezzato (can. 11). Il dato positivo, invece, deriva dalla stessa natura umana la cui libertà religiosa appartiene alla dignità della persona (DH 3), deriva anche dalla natura della chiamata divina che si indirizza alla responsabilità dell’uomo e quindi alla sua libertà (DH 3).

Il can. 788 §3 rimanda al diritto particolare, ovvero alle Conferenze Episcopali, la potestà di definire quali siano le prerogative e i doveri dei catecumeni. Inoltre, il can. 1183 §1 annovera tra i fedeli anche i catecumeni relativamente alla celebrazione delle esequie. Questa prerogativa viene riconfermata dall’Ordo Initiationis Christianae Adultorum (OICA) 14 bis, avendo già ricevuto il dono della fede. Anche le benedizioni possono essere impartite ai catecumeni (can. 1170), mentre l’ OICA 102 ne specifica il beneficio spirituale: “si offrano ai catecumeni anche quelle benedizioni che significano l’amore di Dio e la viva sollecitudine della Chiesa perché, mentre sono ancora privi della grazia dei sacramenti, possano ricevere dalla Chiesa incoraggiamento, gioia e pace per la prosecuzione del loro laborioso cammino”. Per quanto riguarda la celebrazione del matrimonio tra un cattolico e un catecumeno si seguirà la forma canonica (can. 1108) come prevedono i cann. 1059 e 1117. Si tratta di un matrimonio non sacramentale che necessita la dispensa dall’impedimento di cultus disparitas (can. 1086 §1). Circa il matrimonio tra catecumeni o tra un catecumeno con una persona non battezzata l’OICA 18 sembra cadere in una incongruenza giuridica rispetto ai cann. 1059 e 1117 estendendo la forma canonica a soggetti non battezzati nel rinviare al Rito del Matrimonio.

Il catecumeno, pur non essendo ancora persona nella Chiesa, gode della soggettività giuridica che gli deriva dalla condizione umana secondo la legge divina e naturale come per esempio la capacità processuale di agire in giudizio in un tribunale ecclesiastico (can. 1476). Inoltre, anche il catecumeno, se sposato con una persona battezzata, può chiedere al Papa la dispensa super rato (can.1142). Anche chi non è battezzato, non essendo presente nel Codex un espresso divieto, ha la capacità di impetrare un rescritto (can. 60), di amministrare il battesimo in caso di necessità (can. 861 §2) e la capacità di testimoniare nel processo (can. 1549).

In conclusione, il Codex Iuris Canonici, “essendo strumento che corrisponde in pieno alla natura della Chiesa, specialmente come viene proposta dal magistero del Concilio Vaticano II in genere, e in particolar modo dalla sua dottrina ecclesiologica” (Cost. ap. Sacrae disciplinae leges) ha dato un inquadramento giuridico del catecumenato con alcune norme di diritto universale e, attraverso il can. 788 §3 nello spirito del Decreto conciliare Ad Gentes, ha demandato alla Conferenze Episcopali il compito di emanare statuti per ordinare il percorso del catecumenato determinandone gli obblighi e le prerogative. Non sono più le terre di missione l’interesse prevalente, ma anche la nostra società, così variegata e multietnica, dove in tante parti la fede si è spenta, ma per altri versi trova nuove adesioni. Le esperienze giuridiche condivise che hanno portato a formulare i vari pronunciamenti delle Conferenze Episcopali possono essere l’inizio di un nuovo percorso giuridico de iure condendo.




Le due grandi domande di Gesù ai discepoli. Le risposte di Francesco

Papa-a-Firenze-allo-stadio-la-Chiesa-come-Gesu-vive-in-mezzo-alla-gente-e-per-la-gente_articleimagedi Stefano Tarocchi • L’omelia di papa Francesco nella sua celebrazione allo stadio fiorentino Artemio Franchi – luogo per sé stesso, ha detto, che ricorda alla Chiesa, che «come Gesù, vive in mezzo alla gente e per la gente», – ha seguito lo stringente filo narrativo di Matteo, il discepolo divenuto scrittore, commentando il brano del suo Vangelo che la liturgia assegna alla memoria di s. Leone Magno.

Ha così esordito Francesco: «Gesù pone ai suoi discepoli due domande. La prima domanda, “la gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16,13), è una domanda che dimostra quanto il cuore e lo sguardo di Gesù sono aperti a tutti». Per se stesso e il suo posto nella chiesa ha riservato una prima testimonianza: «Alla domanda di Gesù risponde Simone: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16). Questa risposta racchiude tutta la missione di Pietro e riassume ciò che diventerà per la Chiesa il ministero petrino, cioè custodire e proclamare la verità della fede; difendere e promuovere la comunione tra tutte le Chiese; conservare la disciplina della Chiesa». Ma Francesco aveva già anticipato: «Mantenere un sano contatto con la realtà, con ciò che la gente vive, con le sue lacrime e le sue gioie, è l’unico modo per poterla aiutare, di poterla formare e comunicare: è l’unico modo per parlare ai cuori delle persone toccando la loro esperienza quotidiana, … l’unico modo per aprire il loro cuore all’ascolto di Dio. In realtà, quando Dio ha voluto parlare con noi si è incarnato».

Anche perché i «discepoli di Gesù non devono mai dimenticare da dove sono stati scelti, cioè tra la gente, e non devono mai cadere nella tentazione di assumere atteggiamenti distaccati, come se ciò che la gente pensa e vive non li riguardasse e non fosse per loro importante». Si tratta della stessa ansia apostolica di s. Leone, «che tutti potessero conoscere Gesù, e conoscerlo per quello che è veramente, non una sua immagine distorta dalle filosofie o dalle ideologie del tempo».

Su questo terreno scivoloso la comunità dei discepoli di Gesù dovrà guardarsi dalla tentazione dello «gnosticismo», lumeggiata nel discorso mattutino in s. Maria del Fiore. Questa tentazione – ha spiegato Francesco – porta [la Chiesa] a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» (Evangelii gaudium 94).

Del resto ha ripetuto ancora una volta Francesco: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium 49).

C’è tuttavia una nuova domanda che Gesù pone ai discepoli, la seconda: «Ma voi, chi dite che io sia? (Mt 16,15)». Essa «risuona ancora oggi alla coscienza di noi suoi discepoli, ed è decisiva per la nostra identità e la nostra missione … La Chiesa, come Gesù, vive in mezzo alla gente e per la gente. Per questo la Chiesa, in tutta la sua storia, ha sempre portato in sé la stessa domanda: chi è Gesù per gli uomini e le donne di oggi?».

Francesco aveva già richiamato al mattino anche la tentazione del «pelagianesimo», che «ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività». Il papa aveva aggiunto che «davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». Questo perché «la dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, animare». Con una felicissima espressione il papa aveva aggiunto che la medesima dottrina «ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: si chiama Gesù Cristo», per poi affidare un compito: «innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante».

Per ritornare all’omelia, in cui ha Francesco ha riscaldato il cuore della chiesa (e della città) di Firenze, che lo hanno accompagnato nel suo intenso percorso, ha proseguito il papa che «la nostra gioia è di condividere questa fede e di rispondere insieme al Signore Gesù: “Tu per noi sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. La nostra gioia è anche di andare controcorrente e di superare l’opinione corrente, che, oggi come allora, non riesce a vedere in Gesù più che un profeta o un maestro. La nostra gioia è riconoscere in Lui la presenza di Dio, l’inviato del Padre, il Figlio venuto a farsi strumento di salvezza per l’umanità». Ha poi aggiunto che «alla radice del mistero della salvezza sta infatti la volontà di un Dio misericordioso, che non si vuole arrendere di fronte alla incomprensione, alla colpa e alla miseria dell’uomo, ma si dona a lui fino a farsi Egli stesso uomo per incontrare ogni persona nella sua condizione concreta».

Ha quindi concluso: «lo stesso volto che noi siamo chiamati a riconoscere nelle forme in cui il Signore ci ha assicurato la sua presenza in mezzo a noi: nella sua Parola, che illumina le oscurità della nostra mente e del nostro cuore; nei suoi Sacramenti, che ci rigenerano a vita nuova da ogni nostra morte; nella comunione fraterna, che lo Spirito Santo genera tra i suoi discepoli; nell’amore senza confini, che si fa servizio generoso e premuroso verso tutti; nel povero, che ci ricorda come Gesù abbia voluto che la sua suprema rivelazione di sé e del Padre avesse l’immagine dell’umiliato crocifisso». Tutto questo è vero perché «Dio e l’uomo non sono i due estremi di una opposizione: essi si cercano da sempre, perché Dio riconosce nell’uomo la propria immagine e l’uomo si riconosce solo guardando Dio».

E Francesco ha quindi lasciato questo piccolo e tuttavia grande segnale di speranza, per «creare un’umanità nuova, rinnovata»: il suo segnale preciso si trova dove nessuno è lasciato ai margini o scartato; dove chi serve è il più grande; dove i piccoli e i poveri sono accolti e aiutati». « Non per nulla l’umanesimo, di cui Firenze è stata testimone nei suoi momenti più creativi, ha avuto sempre il volto della carità».




Sempre Natale. Con o senza poesia.

2680437-TertullianoAPOLOGIA_300-283x431di Carlo Nardi • Che dire in questo Natale, se non l’unica ed eterna Parola di Dio fatta carne? Subissata ora da fantasmagorici ed evanescenti lustrini ora da disperate paure, l’onnipotente Parola del Padre, fattasi fragile bambino, sembra continuare il suo nascondimento, anzi l’annullamento (kénōsis) di Betlemme, di Nazareth, del Calvario. Ed è ancora quella Parola fatta carne nella sommessa “discrezione” della sua Pasqua. Il frastuono esteriore e interiore, specialmente il fluire caotico e inarrestabile dei pensieri con fosforescenti bagliori o tetre caligini, fanno rilevare sempre di più la solitudine del Verbo di Dio, fatto uomo. Come mai? La nostra ragione va in cerca di evidenze luminose, la fede invece indirizza noi, come allora i pastori, a un segno di per sé quanto mai equivoco: un bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Un fatto, certo, un po’ strano, ma che in sé non ha nulla di straordinario, di miracoloso, di divino.

Ci piace andare alla ricerca di un qualcosa che ci torni, che quadri con l’idea di Dio che ci siamo fatti e ci si fa: una immaginazione circonfusa di potere ed efficienza. Invece, nell’incarnazione del Figlio di Dio la brutale concretezza di quello spazio e di quel tempo ci sconcerta: qui ed ora c’è Dio uomo, non meno uomo perché Dio né meno Dio perché uomo.

È quanto risuona nelle parole di un antico scrittore cristiano, africano, di lingua latina tra il primo e il secondo secolo, Tertulliano nel suo libro La carne di Cristo:

«Cristo ha amato davvero quell’essere umano coagulato nell’utero, venuto al mondo attraverso le vergogne, fatto crescere mentre è oggetto di riso. Per quello è disceso quaggiù, per quello ha annunciato il vangelo, per quello con ogni umiltà si è abbassato fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2). Ha amato chi ha riscattato a caro prezzo. Con l’uomo ha amato anche il suo nascere, anzi anche la sua carne» (La carne di Cristo 4,3). E dall’incarnazione Tertulliano passa alla croce: «Ci sono certamente anche altre cose egualmente folli, quelle attinenti alle offese e le sofferenze che Dio ha subito. O che vorranno chiamare saggezza un Dio messo in croce? Che cosa infatti è più indegno di Dio, di che cosa ci si deve vergognare di più? di nascere o di morire? Di portarsi addosso una carne o una croce? (…) Di essere deposti in una mangiatoia o in una tomba?» (La carne di Cristo 5,1). Eppure «è stato crocifisso il Figlio di Dio: non è una vergogna, proprio perché c’è da vergognarsi. Ed è morto il Figlio di Dio: è cosa credibile proprio perché impresentabile. E, una volta sepolto, è risorto: è cosa certa perché impossibile!» (La carne di Cristo 5,4).

L’ascolto di Tertulliano è urtante. Il lettore è indotto a pensare: Ma che ci viene a dire? Eppure ci dà delle dritte. Intanto, altra cosa è la “poesia” del Natale, altra la incarnazione di Dio, talora così impoetica, sconcertante fino alle vertigini. Eppure la carne di Dio fattosi uno di noi ci riconcilia in tutto e per tutto con la nostra umanità, tutta quanta e così com’è. Sicché non si può separare il Natale dalla Pasqua e nella Pasqua la croce dalla risurrezione né la risurrezione dalla croce. Così nel Natale, non si è può dividere l’umanità dalla divinità, perché una umanità a tutto tondo sussiste in Dio fatto uomo. Ben venga la passione per icone dell’oriente con la loro stilizzazione atta a evocare il Cielo, ma ha la sua ragion d’essere nel culto di Dio anche la plasticità della statuaria antica, come la concretezza talora imbarazzante del nostro Rinascimento. Tanto per fare una divagazione estetica che può valere non più di tanto. Ma anche il Concilio di Calcedonia (451) insegna che le due nature, l’umana e la divina in Cristo, vero Dio e vero uomo, sussistono «senza separazione, senza confusione, senza divisione, senza mutamento o alterazione».

Ne deriva il rispetto per la “terra”, per queste cose terrene, naturali, laiche, che il Vangelo non sorpassa per proiettarci nel “cielo”: non si può dichiarare offerta sacra ciò che è dovuto al padre o alla madre, parole del Figlio di Dio (cf. Mc 7,11-12). Ne scaturisce amore per l’umanità, quella concreta in ogni uomo o donna così com’è. Il Natale è Dio fatto uomo, “il figlio del carpentiere” (Mt 13,55), anzi “il carpentiere” (Mc 6,3).




Un leader profetico, umile e coraggioso. Pronto ad usare il paracadute

115927407-a3b2a1e5-8484-4db5-9934-a505912537fedi Antonio Lovascio Cosa fa il successo di una leadership, in questi tempi difficili? Se lo sono chiesti molti commentatori ed inviati che hanno seguito la prima missione di Papa Francesco in Kenia, in Uganda e nella Repubblica Centrafricana – col sorriso, senza auto blindata e giubbotto antiproiettile, ma “pronto a calarsi anche col paracadute” – accolto ovunque da folle di fedeli. Sbalorditi, i giornalisti, per la serenità con cui Bergoglio, messaggero di pace, ha liquidato le domande sulle minacce concrete rivoltegli dall’Isis alla vigilia del Giubileo della Misericordia e sui pesanti, drammatici effetti di una guerra mondiale che più di un anno fa – per primo – aveva previsto si sarebbe combattuta “a pezzetti”. Le sue risposte nette, a volte ironiche ( “Io non ho paura”. “Attentati ? Temo solo le zanzare”. “L’esperienza dimostra che i conflitti ed il terrorismo si alimentano con la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”) sono uno stimolo, un esempio per gli uomini di Stato e di Governo di tutto il pianeta, alle prese con un’emergenza di cui non si può prevedere l’estensione e la fine, che ci terrà tutti con il fiato sospeso forse per mesi, se non per anni. Un monito all’Europa a ritrovare un minimo di coesione per affrontare le sfide del Califfato, simbolo di una classe dirigente composta da poche persone. Non più di un centinaio, in gran parte provenienti dai rimasugli dell’esercito iracheno di Saddam Hussein, dai muezzin afghani, dai talebani indottrinati da Bin Laden e da Al Qaeda; arabi soprattutto ma anche pachistani e sauditi.

Mi convincono i lucidi confronti dello storico Franco Cardini: il primo nemico del Califfo è proprio Papa Francesco, con la sua incrollabile volontà di far incontrare i popoli e le fedi religiose (a cominciare ovviamente dai cristiani, dai musulmani, dagli ebrei), di farle dialogare, di superare le differenze e le diffidenze nel nome di una causa comune che è quella del genere umano. Poiché Al-Baghdadi si fa portatore di una ideologia fondata sullo scontro frontale tra quelli che giudica i veri musulmani e quelli che non lo sono affatto, teme più il Pontefice latino-americano di Hollande (dopo aver appoggiato i fondamentalisti in Siria, ora vuole distruggerli); più di Herdogan (il quale sostiene di voler far guerra al Califfo e poi ad Assad, ai curdi, ai russi, a tutti insomma meno che a lui); più di Obama, che continua a tentennare, temendo di perdere ancora qualche soldato e ulteriori consensi mentre si appresta a compiere il tratto finale del secondo ed ultimo mandato.

Lo stile della leadership di Papa Francesco – basata su un’umiltà genuina (piena di sostanza ) e sul coraggio, anche nel ribadire “la volontà di proseguire l’opera di pulizia iniziata in Vaticano da Ratzinger”- sta lasciando il segno dopo i viaggi apostolici in Sudamerica, in Terrasanta, Albania, Turchia, Bosnia, Filippine, Stati Uniti, Cuba ed ora in Africa, mentre divampano i bombardamenti in Medio Oriente e l’Europa è sotto attacco. La richiesta di una “bussola” affidabile, sembra rispondere ad un autentico bisogno. Perché la forza, così come il puro potere politico – condividiamo la tesi espressa su “La Stampa” dal saggista britannico Bill Emmott – sono ormai screditati, vuoi dalla guerra vuoi dalla crisi finanziaria o dalla disoccupazione. Può sembrare strano (ma non lo è) che il Capo della Chiesa cattolica romana- malignamente considerata da molti la più antica corporazione politica dell’universo – abbia oggi questo potere carismatico, proprio perché si è distinto per essere ben poco istituzionale, per nulla corporativo e dotato di una grande intelligenza politica.

La povertà, la discriminazione, la corruzione che tocca pure le Mura Leonine: questi sono i mali del mondo e tutto il male restante è da questi che deriva. Così pensa e dice Papa Francesco. Questa è la sua predicazione, che cominciò in Argentina, quarant’anni fa ed è continuata con ben altra ampiezza di ascolto da quando siede sulla sedia di Pietro. Non era però mai accaduto che il tema della disuguaglianza fosse affrontato con tanta incisività dinanzi al Congresso degli Stati Uniti d’America, all’Assemblea delle Nazioni Unite, al Parlamento Europeo o di fronte ai governanti africani. La disuguaglianza è la causa; il suo più vistoso effetto è quello della migrazione, che riguarda centinaia di milioni di persone. Interi popoli che si spostano da un Paese all’altro, da un Continente all’altro, rivendicando i loro diritti di persone umane e la loro libertà. Non a caso Bergoglio è voluto arrivare a Bangui, di fatto anticipando l’inizio del Giubileo dalla periferia del mondo, dal centro di una delle peggiori crisi umanitarie dell’Africa per una guerra civile che dura da tre anni. Dove ha incoraggiato e spronato i cattolici, ma pure – nella moschea – i “fratelli musulmani”, invitandoli “a respingere uniti ogni violenza in nome di Dio”.

Un Papa dal linguaggio profetico, rivoluzionario e universale: gesuita fino in fondo, francescano fino in fondo. Parla da leader, pretende che i suoi vescovi siano a loro volta leaders nelle loro Comunità e che con i preti siano a fianco del “gregge”, sempre pronti a capire e condividere i problemi della gente. Altrettanto chiaro il messaggio di leadership spirituale che ha trasmesso a Pastori ed ai Superiori degli Ordini religiosi, in nome della sua Fede e di quella di circa due miliardi di cristiani che abitano il pianeta, dislocati in quasi tutti i continenti: <Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride; le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di sé>. Autorità, Misericordia e sicurezza sono tre principi che nell’ottica papale non si contraddicono.




Il ritorno di Giovannino Guareschi

giovannino-guareschidi Andrea Drigani «Chi non trova un biografo deve inventare la sua vita da solo». E’ questa una delle battute dello scrittore e giornalista Giovannino Guareschi (1908-1968), autore del personaggio di don Camillo in coppia con Peppone, che Papa Francesco ha ricordato nel suo discorso di Firenze per il Convegno Ecclesiale Nazionale. I libri di Guareschi ebbero un successo enorme, furono venduti diversi milioni di copie, con numerose traduzioni. Guareschi per la sua indipendenza e la sua intransigenza fu un solitario e la sua vita conobbe diverse vicissitudini anche drammatiche, dalle quale cercò di uscire sempre con coraggio e speranza. Inizia come cronista, prosegue collaborando al settimanale «Bertoldo», dove col suo fine ma efficace umorismo critica il regime fascista. Nel 1943 si rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e viene internato in un lager tedesco. Nella campagna elettorale del 1948, col giornale «Candido» da lui fondato, si schiera a fianco della DC contro il Fronte Popolare egemonizzato dai comunisti. Successivamente incapperà in una vicenda giudiziaria, a seguito della pubblicazione di due lettere di Alcide De Gasperi, rilevatosi poi false, che lo porterà ad una condanna per diffamazione con conseguente restrizione in carcere. Si dichiarava monarchico («Perché sono monarchico? Perché non c’è più il re»), mentre non ostentava la sua fede cattolica; non si considerò, ne fu considerato, come appartenente alla categoria degli scrittori cristiani. Eppure se questa categoria esiste, Giovannino Guareschi ne ha fatto parte. Nella presentazione della prima edizione, marzo 1948, di «Mondo piccolo. Don Camillo», Guareschi scrive: «I personaggi principali sono tre: il prete don Camillo, il comunista Peppone e il Cristo crocifisso. Ebbene, qui occorre spiegarsi: se i preti si sentono offesi per via di don Camillo, padronissimi di rompermi un candelotto in testa; se i comunisti si sentono offesi per via di Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena. Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza». Nel libro si racconta, tra l’altro, di quando Peppone si reca in chiesa per portare cinque grosse candele e chiede che vengano accese non davanti al Crocifisso, ma alla Madonna, per il suo bambino di quattro anni che sta per morire. Don Camillo si scusa col Cristo per il rifiuto di Peppone («ha bestemmiato»), e si duole di non aver avuto la forza di dirgli nulla, in quanto ritiene che, per il dolore, Peppone abbia perso la testa. Il Crocifisso risponde: «E perché dovrei giudicarlo male? Egli onorando la Madre mia mi riempie il cuore di dolcezza». Ma don Camillo compra, di tasca sua, altre cinque candele per metterle dinanzi al Cristo, dicendo una bugia, cioè che le aveva offerte Peppone. «E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma un lagrima scivolò giù dai suo occhi e rigò di un filo d’argento il legno nero della croce. E questo voleva dire che il bambino di Peppone era salvo.» Nelle storie di «Mondo piccolo», don Camillo si contrappone in maniera dura e decisa al comunismo, ma non si chiude mai nei riguardi delle singole persone, consapevole che anche il confronto più aspro e più polemico è una forma di dialogo, che cerca di mantenere un rapporto umano e cristiano. Don Camillo anticipa, in qualche modo, la distinzione tra l’errore e l’errante. Il contesto politico e sociale, sia italiano che internazionale, nel quale vive e scrive Guareschi è profondamente cambiato, ma don Camillo, come è stato detto, con la sua vicinanza alla gente e con la preghiera, può ancora essere un segno di un umanesimo cristiano, popolare, umile, generoso e lieto.




“Misericordia”, la parola che rivela il mistero della Trinità

downloaddi Gianni Cioli Nella Miserdicordiae vultus al n. 2 Francesco afferma che “misericordia” «è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità». Al n. 8 il papa riprende e sviluppa l’idea sottolineando che «con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità». Come ci insegna la Prima lettera di Giovanni, «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), perciò il compimento della rivelazione consiste nella piena manifestazione e comunicazione dell’amore. «La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza». L’amore che costituisce il vero volto di Dio si è «reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù». Ma l’amore, che è l’essenza stessa della vita trinitaria, quando si manifesta e si dona alla creatura umana in una storia di peccato e di miseria assume necessariamente il volto della misericordia. Amare l’umanità nelle donne e negli uomini concreti, peccatori e sofferenti, significa provare sentimenti misericordiosi che si traducono in opere di misericordia. La persona di Gesù, sottolinea dunque il papa, «non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione».

Sviluppando le premesse poste dal papa possiamo dire che il termine “misericordia”, se non sembra, almeno a prima vista, il vocabolo più adeguato per definire l’amore nelle relazioni fra le persone divine, risulta con ogni probabilità quello più idoneo a descrivere l’agire concreto di Dio verso di noi.

Parlare di misericordia nella vita immanente della Trinità, nella relazione fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, può apparire in effetti incongruo perché un atteggiamento d’amore misericordioso presuppone una condizione di miseria in chi è oggetto di tale amore, ma una condizione di miseria non sembra di per sé attribuibile a una persona divina.

Il termine “misericordia” pare invece perfettamente congruo per esprimere l’agire amoroso di Dio verso di noi nel farsi «carne» del Figlio (Gv 1,14) e nel suo dare la propria «carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). L’interpretazione patristica della parabola del buon samaritano, e la sua traduzione in immagine già nell’iconografia del primo millennio (cf. Il Codice purpureo di Rossano del VI secolo), colgono bene questa idea: il Samaritano è lo stesso Gesù che si fa prossimo, che si piega sull’umanità ferita e sofferente per salvarla dalla morte.

Oggetto della misericordia di Dio è «dunque la vita del mondo» e la vita di ogni essere umano nella sua concreta povertà. Questo amore misericordioso, pur essendo un carattere distintivo di Dio già nella rivelazione veterotestamentaria, si è manifestato e donato con pienezza inaudita nella carne di Cristo che rivela il volto del Padre.

Proprio contemplando il mistero di Dio a partire dalla carne del Figlio si può tuttavia giungere a interpretare anche la relazione fra le persone della Trinità nell’ottica della misericordia. L’amore che lega il Padre e il Figlio – divenuto misericordia uscendo, per così dire, dalla pericoresi trinitaria e riversandosi sulla creatura – ritorna nelle relazioni fra le persone divine con il carattere della misericordia; e perviene così a illuminare ulteriormente il mistero della vita trinitaria. Facendosi carne, infatti, il Figlio ha assunto la nostra miseria; consegnandosi nella passione, ha preso su di sé il nostro peccato e tutto il nostro dolore. «Ecce homo» (Gv 19,5), fa dire il Vangelo di Giovanni a Pilato mentre mostra Gesù sfigurato e sofferente che sta per essere consegnato ai carnefici.

Egli è divenuto così oggetto della misericordia del Padre che «lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte» (At 2,24).

Riconoscere che nella chenosi pasquale il Signore Gesù si è fatto carico di ogni miseria umana ci può permettere di considerare le opere di misericordia corporale e spirituale – sulle quali il papa invita la chiesa a una rinnovata riflessione – non come semplici imperativi etici, ma come vie per entrare e rimanere (cf. Gv 15,9) nel cerchio dell’amore trinitario.

In Cristo Dio si è fatto nostro prossimo per usarci misericordia; a questo amore possiamo corrispondere facendoci prossimi di Cristo tutte le volte che usiamo misericordia verso chi patisce una qualche situazione di miseria, anche e soprattutto quella dovuta al peccato. Nel Vangelo di Matteo Gesù afferma infatti: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Oserei dire che ogni qualvolta noi contribuiamo a risollevare un fratello dalla miseria, sia che si tratti di una situazione di indigenza, o di prostrazione morale, o di degrado umano dovuto alla colpevolezza, sia che lo facciamo attraverso l’aiuto materiale, o con la presenza e le parole, o col perdono, diveniamo in qualche modo partecipi dell’atto divino del Padre che ha amato il Figlio e lo ha risuscitato liberandolo dalla morte. «Siate misericordiosi», ci ha detto in effetti Gesù, «come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).




La fiamma della fede. Un’intervista al cardinale Péter Erdő

peter_erdo-368x233di Giovanni Campanella Nell’estate del 2011 e qualche anno dopo, il giornalista statunitense Robert Moynihan, fondatore della rivista Inside the Vatican, ha intervistato il Cardinale Péter Erdő interrogandolo su vari argomenti, personali e dottrinali, e fornendo così un ricco quadro della vita e del pensiero del primate d’Ungheria. Queste interviste sono state poi curate da Viktoria Somogyi, giornalista ungherese, collaboratrice di Inside the Vatican ed esperta di cultura ungherese. Il tutto è confluito in un libro pubblicato nel Luglio 2015 dalla Libreria Editrice Vaticana col titolo La fiamma della Fede – Un dialogo con il cardinale Péter Erdő con prefazione del Cardinale Angelo Sodano.

Il cardinale Péter Erdő è nato a Budapest il 25 giugno 1952, primo di sei figli in una famiglia di intellettuali cattolici. Il 18 giugno 1975 riceve l’ordinazione sacerdotale e il 6 gennaio 2000 riceve l’ordinazione episcopale da San Giovanni Paolo II a Roma. «Il 7 dicembre 2002 viene nominato arcivescovo di Esztergom-Budapest e, in pari tempo, primate d’Ungheria. Nel concistoro del 21 ottobre 2003 è creato cardinale del titolo di Santa Balbina. Nel 2005 è stato eletto presidente della Conferenza Episcopale Ungherese, ed è stato rieletto nel 2010 per altri cinque anni. Nel 2006 è diventato presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, rieletto nel 2011. Ha svolto una poderosa attività di letteratura scientifica che ha portato come frutto circa duecentocinquanta saggi e venticinque volumi nell’ambito del diritto canonico e della storia medievale del diritto canonico. Ha pubblicato anche diversi volumi di cultura e spiritualità. Il 14 ottobre 2013 Papa Francesco lo ha nominato Relatore generale per la III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, sul tema: Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione (Vaticano,5-19 ottobre 2014); incarico rinnovato anche per la XIV Assemblea Generale Ordinaria, sul tema: La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo (Vaticano, 4-25 ottobre 2015)» (copertina).

Le prime 70 pagine del libro sono incentrate sulla storia del cardinale, partendo dalla descrizione della sua famiglia. Pur giovanissimo all’epoca dei fatti, Erdő ha ancora ricordi molto nitidi della rivolta del ’56. I tre momenti più felici della sua vita sono stati il superamento dell’esame di maturità, l’ordinazione sacerdotale e l’ordinazione episcopale. A metà del libro sono inserite delle foto di alcuni avvenimenti salienti della vita di Erdő.

Da pagina 77 fino alla fine, Erdő viene intervistato su temi generali quali la fede, la Chiesa, i sacramenti, la legge e le sfide del nostro tempo. Nel discorrere delle varie questioni si scorge l’impostazione chiara e rigorosa del canonista, che spessissimo arricchisce il discorso con precisazioni storico-giuridiche. Si inizia immancabilmente con la figura di Gesù e sono menzionate le tre vie che ne trasmettono una vera conoscenza: la Parola di Dio, la Chiesa e i sacramenti, il cui apice è l’Eucaristia, come suggerito anche dall’episodio dei discepoli di Emmaus. Successivamente sono illustrate con precisione le note della Chiesa e ogni singolo sacramento. La trattazione sul matrimonio è accompagnata da un interessante excursus storico-giuridico e da considerazioni sulla situazione odierna del sacramento.

Non manca un lungo capitolo che tratta della storia dell’Ungheria, dal Neolitico passando per le vicissitudini del cristianesimo fino alla vicenda del cardinale Mindszenty, perseguitato dal governo ungherese. Erdő è anche brevemente interpellato sulla questione del dialogo con le altre fedi e riguardo all’ebraismo risponde a Moynihan così: «Il cristianesimo può e deve guardare all’ebraismo, anche nella profondità della sua dimensione teologica. Nessun’altra religione ha questa necessità. E parimenti la presenza dell’ambiente cristiano può essere utile anche per il mondo ebraico. Aggiungerei un elemento ulteriore, se mi permette, da canonista. Nutro la convinzione personale della necessità di una certa casistica moderna, perché c’è differenza tra i grandi principi della religione e la prassi quotidiana. Bisogna costruire un ponte tra le convinzioni teologiche di base e l’azione concreta delle persone. La fede si manifesta infatti nei casi concreti, non è un sogno astratto. La nostra prassi giuridico-canonica è simile, storicamente e culturalmente, a quella dei tribunali halakhici dell’ebraismo, che sono relativamente rari nel mondo, eppure ci sono. Nella risoluzione dei casi presentano spesso una ratio che è molto simile a quella dei nostri tribunali, con i quali condividono degli elementi fondamentali» (pp. 192-193).

Negli ultimi capitoli del libro, Erdő si diffonde sul concetto di legge rispondendo a domande concernenti il relativismo e l’individualismo che caratterizzano la nostra epoca. «Nella storia del pensiero sul cosiddetto “diritto naturale” – al quale sono applicabili diversi nomi, come “moralità naturale”, oppure “regole naturali della giustizia nei rapporti interpersonali” – la realtà deve essere una delle regole alla base del lavoro del legislatore, di coloro che applicano la legge e della vita di quelli che ad essa sono sottoposti. Così come afferma la teologia morale classica: abbiamo l’obbligo di obbedire alle leggi, a meno che esse siano contrarie alla moralità, al diritto divino, ingiuste, impossibili, cioè se chiedono una cosa che non è possibile, e così via. Il rapporto con la realtà è allora la condizione per il funzionamento stesso del diritto. (…). Il riconoscimento morale dell’autorità del legislatore legittimo a imporsi sulla gente, anche in coscienza, era quindi un atteggiamento diffuso tra i moralisti e pure tra la gente comune fino al XX secolo. Proprio il comportamento assurdo di alcuni Stati in quel secolo ha screditato questa condotta, per cui adesso è difficile sostenere che ci sia una presunzione generale di moralità e giustizia per tutte le norme giuridiche di tutti gli Stati. (…). Così il diritto statale man mano si è screditato, perdendo agli occhi della gente la sua qualità morale. Eppure deve combattere per riottenere autorità, anche morale. E’ un lavoro molto complesso, ma inevitabile. (…) è molto importante impegnarsi per la qualificazione morale del comportamento umano, anche quando si progettano nuove invenzioni, o avvengono scoperte nei campi della biologia, della fisica e nella scienza dell’economia. Occorre valutare i comportamenti e le situazioni» (pp. 217-220).

Papa Francesco si recherà in Ungheria nel 2016 per la commemorazione del 1700° anniversario della nascita di san Martino di Tours, avvenuta in Pannonia. «Martino è stato il primo santo della Chiesa non martire ma confessore, simbolo quindi di una nuova epoca dopo il lungo periodo delle persecuzioni, quando nel tardo Impero si poteva essere cristiani, incarnando al contempo le sfide morali connesse al mutamento dei tempi. Martino è stato infatti anche il grande santo sociale che per tutta la vita ha aiutato i poveri, tagliando il suo mantello per darne metà a un mendicante. (…). Al tempo stesso è stato anche un emblema del rapporto tra la Chiesa animata dalla genuina ortodossia di Nicea e i cristiani giudicati eretici: non è intervenuto presso la corte imperiale per difendere le eresie, ma per mitigare le procedure dello Stato contro personalità considerate eretiche. Anche il suo modo di affrontare questo fenomeno era quindi del tutto speciale, profondamente cristiano e non disposto ad accettare senza critiche che fosse lo Stato a vigilare riguardo ai contenuti della fede. Ma san Martino di Tours è anche un simbolo dell’universalità della Chiesa e della fratellanza tra i popoli. Il suo culto è assai diffuso in molti Paesi europei e a lui sono dedicate parecchie chiese in tutta Europa» (pp. 243-244).

Moynihan non può esimersi dal chiedere alcuni pensieri sulla famiglia al Relatore generale dei due sinodi sul tema. Per Erdő, la famiglia «è una comunità di amore, di cura vicendevole, di aiuto reciproco, a partire dal rapporto tra i figli e i genitori, che donano non soltanto la vita, ma anche l’amore che accompagna la persona dall’infanzia, facendola crescere e maturando frattanto la fiducia verso gli altri. Chi da bambino non gode di questo affetto dev’essere davvero un eroe per scoprire modalità feconde di comunicazione con gli altri e non essere diffidente e ostile nei loro riguardi» (pp. 253-254).