Nasce il Centro Evangelii Gaudium

cmy_thumbsdi Alessandro Clemenzia «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. […] Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio».

Per rispondere a queste parole di Papa Francesco, rivolte ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa italiana, convenuto a Firenze lo scorso novembre nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, è nato all’interno del progetto culturale e della missione scientifica dell’Istituto Universitario Sophia il Centro Evangelii Gaudium, inaugurato a Loppiano lo scorso 11 novembre. Il Centro vuole essere un luogo accademico che, attraverso un approfondimento dell’Esortazione apostolica, favorisca quell’aggiornamento e quella conversione pastorale richiesti dai tempi odierni per attuare un cambio di paradigma anche e soprattutto nella relazione tra comunità ecclesiale e società civile. Il nuovo Centro vuole approfondire il significato di questa nuova tappa dell’evangelizzazione attraverso l’attivazione di corsi, seminari, stages e laboratori, indirizzati in particolare a presbiteri, persone di vita consacrata, operatori pastorali, laici impegnati nei diversi ambiti della vita issuta e fatta propriaecclesiale e sociale, e soprattutto ai giovani.

Al di là dell’aver avviato un approfondimento in risposta all’appello del Papa, la grande sfida riguarda anche e soprattutto il metodo richiesto da Francesco, attraverso l’uso di un avverbio: «in modo sinodale». La sinodalità, più che essere un tema fondamentale di ecclesiologia, è colta qui come atteggiamento, come modalità attraverso cui si può raggiungere la realizzazione del fine previsto; la Chiesa, infatti, non è soltanto oggetto di indagine, ma anche soggetto che sa riflettere su se stessa e su tutta la realtà: per questo la sinodalità può essere un tema ecclesiologico nel momento in cui è vissuta e fatta propria dai protagonisti come stile della ricerca. «E perché anche questo stile – ha scritto il cardinale Betori nel suo saluto durante l’inaugurazione del Centro – non diventi una mera struttura organizzativa atta esclusivamente a risolvere “insieme” le situazioni più complesse, portando così a un nuovo atteggiamento autoreferenziale, è necessario che lo sguardo di chi è protagonista, più che finalizzato a un corretto funzionamento del proprio apparato strutturale, sia rivolto verso il mondo».

La sinodalità, dunque, deve tenere conto sia di una comunione di sguardo che sia a-priori rispetto alle singole interpretazioni della realtà, sia del dove è rivolto lo sguardo: non verso coloro con i quali si guarda, ma verso il mondo. La chiamata di Papa Francesco a “uscire verso le periferie esistenziali” può trovare in questo discorso il suo orizzonte interpretativo.

Ma questo sguardo verso il mondo non deve essere mosso dal desiderio di convertirlo, ma deve avvenire nella consapevolezza che esso – scrive ancora Betori – «è già stato “contaminato” dall’incarnazione del Verbo di Dio. Tutta la realtà umana, in Cristo e nello Spirito, dice Dio, e, dicendo Dio, svela l’uomo a se stesso».

Parlare di sinodalità, dunque, fa appello a un nuovo stile del pensare, a un metodo comunitario rivolto verso una realtà altra da sé, che non abbisogna di essere convertita in quanto ha già ontologicamente a che fare con l’incarnazione del Verbo di Dio. Questa consapevolezza genera anche un nuovo modo di presenza e di azione ecclesiali nel mondo: la vera missione della Chiesa. Nel messaggio inviato da Papa Francesco in occasione dell’inaugurazione del Centro, viene espresso apprezzamento per questa «iniziativa volta allo studio e alla ricerca di percorsi didattici e formativi a sostegno dell’azione missionaria di una Chiesa in uscita». Questa azione missionaria si regge sulla certezza che tutto l’umano è stato attraversato, “contaminato”, come ha suggestivamente affermato Betori, dall’incarnazione del Verbo divino.

Il nuovo Centro Evangelii Gaudium vuole così essere un laboratorio di formazione, di studio e di ricerca nell’ambito dell’ecclesiologia, della teologia pastorale e della missione, della teologia spirituale e della teologia dei carismi, nella vita della Chiesa oggi in uscita missionaria, nel solco tracciato dal magistero del Concilio Vaticano II e alla luce del carisma dell’unità.




Pudicizia a tutta prova. Il giovane Giuseppe, perfetto stoico e pio israelita (4 Maccabei 1,35-2,6), e fidente fratello

orazio_gentileschi_014_giuseppe_con_moglie_putifarre_1626di Carlo Nardi (1,25) Le passioni causate dagli appetiti sono eliminate quando l’intelletto colmo di sapienza le sbaraglia e i sobbalzi del corpo sono imbrigliati dagli effetti del ragionamento.
(2,1) Che c’è di strano se i desideri concepiti dall’anima sono annullati per la contiguità con partecipazione alla bellezza dei valori? (2,2) È così che si apprezza il saggio Giuseppe perché col ragionamento bloccò la passione che anelava al piacere. (2,3) Difatti, pur giovane qual era e pronto al massimo per il coito, col ragionamento annullò la fregola suscitata dalle passioni. (2,4) E, come si vede, il ragionamento domina non solo la frenesia della passione che anela al piacere, ma anche di qualsiasi altro desiderio.
(2,5) Dice allora la Legge: «Non desidererai la donna del tuo vicino e non desidererai alcunché del tuo vicino (Es 20,17)». (2,6) E dal momento che la Legge ci ha detto di «non desiderare» (cf. Es 20,17), tanto più vi potrei convincere che il ragionamento è in grado di dominare i desideri.

Così a proposito del patriarca Giuseppe, ancora poco più che ragazzo, secondo il Quarto libro dei Maccabei, scritto nel giudaismo non solo dopo la persecuzione di Antioco IV Epifane (+ 164) ma anche dopo il Primo e Secondo libro dei Maccabei, i solo assunti dalla Chiesa cattolica nel canone dei libri ispirati. Eppure anche il Quarto, come del resto il Terzo, si leggono come in una scansia nelle bibbie greche dei Settanta e nella Vulgata latina, il che è segno di devota riverenza cristiana per questi due libri giudaici.

D’altra parte nel primo capitolo si rammentano nei suddetti libri canonici il santo vecchio Eleazaro ed eroici figli che con la loro madre sono martiri della fede per il Dio dei padri, decisi a non cedere a “dei falsi e bugiardi” (Dante e già sant’Agostino) dell’accattivante mitologia greca, come Zeus col suo innumerevole Olimpo, spesso e volentieri godereccio e crudele.

Ora, l’anonimo pio israelita parla di fortezza capace di vincere il vortice sia del dolore che del piacere. A questo proposito si avvale di termini tratti dalla filosofia greca – tra cui i dotti “appetiti” con cui traduco il greco hérexis, il contrario di “anoressia” –, filosofia socratica e in particolare stoica. Ricordo il motivo paradossale del saggio felice anche nei tormenti, usato anche dai cristiani per celebrare i martiri per la loro coerenza; ma anche un giovane che, tentato di lussuria, nella pienezza dei suoi “bollenti spiriti” e sul punto di andare in brodo di giuggiole rifiuta l’impudicizia con tutta la forza della sua volontà: come il casto Ippolito tentato dall’insistente Fedra, come il fedele Giuseppe circuito dalla vogliosa moglie di Putifar senza che la faccenda finisse in putiferio.

Nel brano non c’è solo la filosofia – e, implicitamente, tanta gustosa nonché edificante letteratura – che conduce alla libertà e alla conseguente responsabilità. Alla fine, c’è anche un tratto di teologia deduttiva. Vi si parla della Legge data al popolo tramite Mosè nei dieci comandamenti. Dopo di che ravviso un ragionamento di questo tipo: se, nella fattispecie, Dio proibisce il lasciarsi andare a quel che mi pare e piace fino all’adulterio, è segno che l’uomo è capace di attuare la volontà di Dio, per quanto gli è dato, senza entrare nelle oceaniche questioni tra grazia e libero arbitrio, perché … ho già finito la carta.

E Giuseppe, filosofo nella mente, nel volere e nel corpo, è anche teologo, perché anticipa il decalogo che per volontà di Dio promulgherà Mosè. Il patriarca ragazzo dell’ultimo libro dei Maccabei sa dir di no a quel che sa di pagano, e sa dir di sì a tutto che quello che l’antichità pagana ha seppur intravisto di vero, di buono e di bello. Il fragile Giuseppe c’insegna la fortezza e fraternamente incoraggia.




Il parroco cardinale. Vita di Silvano Piovanelli

silvano-piovanellidi Stefano Liccioli • Nasce dall’ultima intervista rilasciata dal Cardinal Silvano Piovanelli il libro intitolato “Il parroco cardinale” in cui Marcello Mancini e Giovanni Pallanti, che questa intervista hanno raccolto in due pomeriggi dello scorso giugno, raccontano la vita di colui che dal 1983 al 2001 è stato arcivescovo di Firenze. Anche il cardinale deve aver avvertito che quella sarebbe stata la sua ultima intervista, annota nella prefazione del libro Mons. Luigi Innocenti che ne è stato per venti anni il segretario particolare, «mai l’ho visto così commosso e partecipe mentre riandava con la memoria ad antichi e lontani ricordi».

La vicenda biografica di Piovanelli viene sapientemente intrecciata dagli autori con una puntuale ricostruzione del contesto storico in cui egli ha vissuto ed operato, facendo così emergere la sua figura come quella di uno che è appartenuto ad una significativa costellazione di grandi fiorentini che hanno illuminato la nostra città, e non solo essa, nella seconda metà del secolo scorso, così come lo ha definito l’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori.

L’esistenza del Cardinal Piovanelli si snoda man mano tra le pagine del libro ed è lui stesso a ripercorrere i passaggi più importanti. Sembra di sentirlo parlare il cardinale e raccontare la sua infanzia nel Mugello, la scoperta della vocazione sacerdotale, gli anni del Seminario le cui giornate, ricorda, erano basate su disciplina, studio e silenzio, l’ordinazione presbiterale e l’incarico di cappellano alla Pieve di Rifredi con don Giulio Facibeni, dal 1947 al 1948. Seguirono gli anni come vicerettore del Seminario guidato dal Mons. Enrico Bartoletti a cui Piovanelli dice di essere molto grato, «per quello che mi ha insegnato nei dieci anni che sono stato con lui, lavorando fianco a fianco». Nel 1960 fu nominato parroco a Castelfiorentino dove, in quello che era considerato il comune più rosso d’Italia, Piovanelli «ebbe la pazienza di aspettare e trasmettere la sua volontà di accogliere, senza pregiudizi, nel rispetto delle idee di ogni uomo». Il servizio pastorale nella Valdelsa non gli impedì di essere presente nella vita della Chiesa fiorentina. Fu così, per esempio, che nella vicenda della contestazione dell’Isolotto che vedeva contrapposti all’arcivescovo Florit il parroco don Mazzi ed i suoi parrocchiani, Piovanelli «si distinse per la vocazione mediatrice e già affermando il ruolo di leader dell’ala “pontiera” del mondo clericale». Dopo diciannove anni a Castelfiorentino il Cardinal Benelli, allora arcivescovo di Firenze, lo chiamò a ricoprire l’incarico di pro-vicario, poi vicario generale, vescovo ausiliare e, nel 1983, dopo la morte del Cardinal Benelli avvenuta nell’autunno dell’anno precedente, la nomina ad arcivescovo di Firenze. Dell’azione pastorale di Piovanelli gli autori ricordano episodi più noti come l’impegno per la comunicazione con la nascita di Radio Toscana e Toscana Oggi o il grande lavoro del sinodo diocesano, ma anche altri episodi meno noti, ma allo stesso tempo paradigmatici di un pastore che ha portato su di se l’odore delle pecore:«Piovanelli, con un linguaggio semplice, sia pubblico con le sue lettere pastorali, sia privato con le lettere inviate a persone con cui era in amicizia, ha voluto far comprendere che il vescovo era di tutti e per tutti».

Nel 2001 il cardinale lasciò la guida della diocesi di Firenze per sopraggiunti limiti d’età, scegliendo come abitazione un modesto alloggio nella canonica di Cercina, in quella zona dove tanti anni prima il Cardinal Dalla Costa l’aveva mandato a fare il parroco. Dal giorno del suo ritiro Piovanelli iniziò un lungo periodo di studio, preghiera, predicazione di esercizi spirituali in varie parti d’Italia e conferenze, un impegno che ha portato avanti fino quasi alla sua morte, avvenuta il 9 luglio del 2016.

In conclusione il libro di Mancini e Pallanti è una preziosa memoria di una lunga stagione storica che Silvano Piovanelli ha attraversato con la sua vita, un’esistenza che viene restituita in tutta la sua ricchezza ed essenzialità, la stessa essenzialità con cui il cardinale stesso ha chiesto ai suoi intervistatori di essere ricordato, «come un prete. Sì, un prete…».




Jacques Hamel: un prete-martire.

192608155-0961e9ea-6c19-432d-bd35-1342a6108862di Giovanni Pallanti Padre Jacques Hamel è stato ucciso in una Chiesa di un piccolo paese vicino a Rouen, in Francia, il 26 luglio 2016. Padre Hamel era un Sacerdote che ha vissuto la sua lunga vita nella stessa regione. Praticamente non ha mai lasciato la Francia se non per un viaggio in Terra Santa. Uomo mite, legatissimo alla mamma, dopo un’adolescenza solitaria entrò in Seminario per farsi prete. Padre Jacques Hamel era nato nel 1930 a Darnétal nel dipartimento della Senna Marittima, in Normandia. Prima di essere ordinato Sacerdote nella Cattedrale di Rouen il 30 giugno 1958 fu chiamato nei ranghi dell’esercito francese e inviato in Algeria dove infuriava la guerra civile. Come succedeva a tutti i seminaristi richiamati alle armi Hamel poteva diventare ufficiale o sottufficiale. Rifiutò ogni grado e rimase soldato semplice e disse ai suoi superiori che rifiutava di essere ufficiale perché non voleva dare l’ordine a degli uomini di uccidere altri uomini. Divenne autiere (autista di veicoli leggeri), “un giorno – scrive il suo biografo, Jan De Volder – mentre attraversavano un’oasi, il mezzo su cui viaggiava con altri militari venne attaccato con delle mitragliatrici dagli algerini. I soldati della sua jeep morirono tutti. Così come quelli di un’altra jeep al seguito. Si salvò solo lui“. Per tanto tempo Padre Hamel ricordando quei fatti si domandava “perché proprio io mi sono salvato?” Diventato Prete, come già ricordato nel 1958 ha sempre svolto la sua attività pastorale nella sua regione di nascita. La sua riservatezza e la sua puntigliosità nell’esercizio del Ministero Sacerdotale erano proverbiali. Quando morì sua madre ci mise molto tempo ad elaborare il lutto. Con la sua mamma si sentiva forte anche nella solitudine dell’essere Prete, in una Francia sempre più scristianizzata. Il 26 luglio del 2016 è stato ucciso sull’altare della sua Chiesa mentre diceva la Messa. E’ morto, come ha detto Papa Francesco, da martire. Per la precisione durante la Messa di Suffragio, detta nella Cappella di Santa Marta in Vaticano, il Santo Padre ha specificato:” E’ un martire! E i martiri sono beati“. La storia di Padre Hamel è emblematica di quanto può succedere in una vita di fede. Scampato alla morte in guerra, questo Prete viene ucciso ad 86 anni in “odium Fidei” da due terroristi islamici, diventando un simbolo di sacrificio e di amore per tutta l’Europa cristiana e per l’intera umanità. Alla figura di questo Prete, Jan De Volder ha dedicato un bel libro edito da “San Paolo”, intitolato “MARTIRE Vita e Morte di Padre Jacques Hamel“, con la prefazione di Andrea Riccardi (pag. 141, € 9,90).




Avvicinamento guardingo tra neoliberalismo e Dottrina Sociale

trasferimento-1di Giovanni Campanella • Normalmente si ritiene che il liberalismo economico abbia poco a che fare con la morale economica cristiana. Questo può essere vero, se intendiamo per “liberalismo” il liberismo del laissez-faire, secondo il quale il mercato è in grado di autoregolarsi da solo, senza aver bisogno di una politica di intervento dello Stato.

Dopo aver constatato la miseria di grandi masse operaie nelle emergenti città industriali di fine Ottocento e dopo la crisi finanziaria del 1929, molti studiosi hanno cominciato a prendere le distanze dal liberalismo di vecchio stampo. Tenendo comunque ferma l’importanza del libero mercato e della proprietà privata, hanno iniziato a prendere in seria considerazione una cornice giuridica solida e un orientamento sociale chiaro ai quali il libero mercato avrebbe dovuto conformarsi. Da questa revisione derivarono varie correnti di pensiero, tra cui il neoliberalismo. La nascita ufficiale del neoliberalismo è forse da collocarsi nel 1938 quando ebbe luogo a Parigi una conferenza, alla quale parteciparono economisti del calibro di Alexander Rüstow, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Wilhelm Röpke (1899-1966). Il pensiero di quest’ultimo è oggetto dello scritto di Giuseppe Franco per l’abilitazione alla libera docenza in teologia conseguita il 22 Aprile del 2016 presso la Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt. Lo scritto è stato poi pubblicato da Rubbettino Editore nel mese di Settembre 2016 col titolo Economia senza etica? Il contributo di Wilhelm Röpke all’etica dell’economia e al pensiero sociale cristiano.

Franco evidenzia come nel tempo ci sia stato un progressivo e vicendevole avvicinamento, seppur sempre cauto e guardingo da entrambe le parti, tra concezione economica neoliberale e morale economica cristiano-cattolica. Lo stesso Röpke vede addirittura le basi dell’ideale del liberalismo nella filosofia greco-romana e nel cristianesimo e non nell’illuminismo.

«Il liberalismo conservatore di Röpke si fa carico dei valori della tradizione umanistico-cristiana tesa a tutelare la libertà del singolo. Il suo liberalismo tiene conto di una democrazia basata sulla forza della tradizione, dei corpi intermedi e del principio della decentralizzazione» (p. 72).

Seppur non in tutti i punti, è ravvisabile un’ampia convergenza tra l’enciclica sociale Quadragesimo Anno (QA) e le riflessioni di Röpke. Come la QA, anche Röpke invita ad accettare l’economia di mercato e a rifiutare il liberalismo degenerato e il collettivismo. Centrale per la Dottrina Sociale e il pensiero neoliberale di Röpke è la condivisione della critica alla concezione classica e paleoliberale dell’armonia prestabilita.

«Röpke afferma che su diversi punti espressi dall’enciclica si trovano d’accordo i rappresentanti del neoliberalismo, sebbene questi esprimerebbero certe idee in modo diverso. Egli condivide la critica mossa dall’enciclica alla formazione dei monopoli ma disapprova l’interpretazione secondo la quale essi siano dovuti alla libera concorrenza, mentre per Röpke hanno la loro causa in un’organizzazione giuridica erronea o insufficiente e nell’interventismo dello Stato» (p. 73)

Tra i cavalli di battaglia di Röpke sta la considerazione dei limiti etici e istituzionali dell’economia di mercato e il suo inserimento in una cornice sociologica, antropologica e giuridica. Inoltre, di grande rilevanza è la sua riflessione sulla necessaria armonia tra interesse individuale e collettivo e la centralità del valore dell’uomo. Insieme a Müller-Armack, Röpke fu tra i principali teorici della cosiddetta Economia Sociale di Mercato (ESM), un’idea di economia che ha al suo centro un mercato libero ma orientato verso una piena realizzazione dell’umano, con tutte le sue legittime necessità, anche spirituali.

Franco dà anche conto dell’intenso scambio di idee tra Röpke e prominenti personalità del tempo quali Sturzo, Einaudi, Vito, Croce e soprattutto il gesuita Nell-Breuning (principale mente a cui si affidò lo stesso Pio XI per la stesura della QA; p. 91).

Secondo Franco, l’enciclica Centesimus Annus (CA) costituisce una sorta di avallo e assimilazione post-mortem del nocciolo delle concezioni di Röpke. Franco cita Foshee e Campbell, per i quali c’è una “somiglianza schiacciante” tra le argomentazioni di Röpke e quelle della CA. Le critiche formulate da Röpke alla Quadragesimo Anno e alla Mater et Magistra, riguardo il riconoscimento del principio della concorrenza, la piena condivisione dell’economia di mercato e la questione dei sindacati e dell’inflazione, trovano una loro soluzione nelle concezioni espresse dalla Centesimus Annus (p. 337).

Mettere l’uomo al centro del sistema economico è un nodo principale della Dottrina Sociale che non ha esaurito la sua attualità, né cessa di fecondare l’agire di operatori e studiosi ancor oggi, né disdegna di essere a sua volta fecondato da idee di studiosi apparentemente lontani, sui quali lo Spirito, libero da vincoli, può soffiare.




San Francesco Saverio, ovvero la radicalità del Vangelo

FRANCESCO SAVERIO BATTEZZA UNA PRICIPESSA INDIANAdi Francesco Vermigli • Quando – alla sera di quel memorabile mercoledì 13 marzo 2013 – dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro in Vaticano apparve la figura tutta bianca di un papa gesuita giunto dall’altro capo del mondo, non pochi pensarono che il nome che il neo-eletto si era imposto, fosse un omaggio ad uno dei primi compagni di sant’Ignazio. E anche se ben presto si capì che l’ispirazione Bergoglio l’aveva presa piuttosto dal Poverello d’Assisi, l’ammissione dichiarata più volte di aver desiderato – fino alla richiesta esplicita fatta ad Arrupe, l’allora generale della Compagnia – di recarsi missionario sino all’estremo lembo orientale dell’orbe, in qualche modo collega papa Francesco a questa figura austera dei primi passi dell’avventura gesuitica.

Quando pensiamo al santo navarro, sentiamo il gusto per quella stagione epica della missione cattolica: quel tempo in cui le nuove scoperte geografiche e le nuove possibilità di comunicazione tra i continenti dettero alla Chiesa l’opportunità di dilatarsi, per raggiungere con il messaggio della salvezza gli estremi confini della terra e le popolazioni più lontane. Quando pensiamo a san Francesco Saverio, la nostra mente va al padre Gabriel e al Rodrigo Mendoza di Mission, il film che tanta fortuna ha avuto nell’evocare il periodo della Chiesa missionaria tra ‘500 e ‘600: fatte salve le differenze geografiche e culturali tra l’America delle reducciones e il crogiuolo di culture e lingue dell’Estremo Oriente, è quel medesimo mondo di grandi privazioni e di annunci evangelici, di natura incontaminata e di popolazioni ostili che suscita quest’analogia. Quando pensiamo al santo proclamato patrono delle missioni nel 1927, forse ci verrà anche in mente quel brano paolino che latinamente recita caritas Christi urget nos; non fosse altro che per il fatto che egli è detto, e ci pare a buon diritto, “il san Paolo delle Indie”.

Perché l’impressione che si ha quando si legge la sua biografia o alcune pagine dei suoi scritti è di aver a che fare con un missionario che dell’Apostolo delle genti riproduce lo zelo per il Vangelo di Cristo, l’urgenza perché esso venga fatto conoscere a tutte le popolazioni del mondo. Ha un che di eroico pensare che a lui e al pugno dei suoi pochissimi compagni il papa Farnese Paolo III avesse dato il titolo di propri legati per tutte le terre situate ad oriente del Capo di Buona Speranza. E stupisce vederli attraversare gli oceani, sbarcando – dopo oltre un anno dalla loro partenza – a Goa, colonia portoghese sulla costa occidentale del sub-continente indiano. Il tono della missione di san Francesco Saverio è il tono della radicalità evangelica; sulle orme di quel Paolo che diceva di considerare tutto spazzatura, al confronto di Cristo e del suo Vangelo.

Ma egli è anche il missionario che si direbbe rappresentare al meglio l’epoca della Riforma cattolica: mentre Francesco Saverio predicava – insegnando agli umili pescatori indiani o alla piccola aristocrazia giapponese la dottrina cristiana, con gli strumenti semplici ma solidi della preghiera e del canto – la Chiesa cattolica si riuniva in concilio in una città alpina; alla ricerca del modo migliore con il quale approfondire e sistemare i propri dogmi, sotto la pressione delle critiche e delle obiezioni protestanti.

Che cosa resta di quella stagione gloriosa della missione cristiana in Estremo Oriente? Resta innanzitutto il senso della sintonia tra la prossimità che è richiesta alla Chiesa nei confronti dell’uomo di ogni etnia, e il messaggio cristiano; messaggio di liberazione integralmente umana. Resta l’esempio di una santità eroica e infaticabile, capace di riconoscere priorità al kerigma cristologico; rispetto ad ogni altra cosa che la comunità dei credenti in Gesù di Nazareth possa offrire al mondo.

Della missione di Francesco Saverio resta, soprattutto, uno sguardo aperto e appassionato per le sterminate possibilità umane che offre l’Asia, in modo particolare l’Estremo Oriente. Ancora oggi, alla vista della Chiesa si mostrano la complessità del sub-continente indiano, vero coacervo di etnie, religioni e dialetti; la vastità disarmante della Cina comunista (o post-comunista?); la cultura nipponica, connotata da una storia di grande tradizione e dignità.

Ci chiediamo: il primo compagno di Ignazio è in grado di dare indicazioni sul modo corretto con il quale la Chiesa può efficacemente entrare in dialogo con il vastissimo continente asiatico e in particolare con le potenzialità culturali e ideali dell’Estremo Oriente? Sembra ci sia un insegnamento cruciale per la Chiesa di oggi, che discende direttamente dallo stile missionario di Francesco Saverio: la vita del gesuita – morto sull’isola cinese di Sancian il 3 dicembre 1552 – reca con sé il messaggio che non esistono popolazioni alle quali sia precluso l’annuncio della Buona Novella; la certezza che non esistono popoli che non possano trovare in Cristo e nel suo Vangelo la propria più radicale e profonda realizzazione spirituale.




La piaga della corruzione e il sicomoro di Zaccheo

 

trasferimento-2di Leonardo Salutati • Nel corso dell’udienza concessa ai partecipanti alla Conferenza Internazionale delle Associazioni di Imprenditori Cattolici (UNIAPAC) di giovedì 17 novembre scorso, nel suo discorso, Papa Francesco ha toccato vari temi tra i quali quello della corruzione. Il fenomeno non è certamente nuovo nelle relazioni tra settore pubblico e settore privato o all’interno dello stesso privato. Le sue radici storiche sono molto lontane e ben note. Tuttavia, a partire dagli anni ’90, l’argomento è stato oggetto di rinnovato interesse e di studio da parte vari organismi internazionali. Lo scorso marzo anche il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) ha redatto un rapporto che ha accertato come la corruzione imponga costi sociali, politici ed economici significativi per gli Stati europei, nessuno escluso, e per i suoi cittadini.

Al riguardo, l’Italia rivela purtroppo una condizione quanto meno preoccupante. Secondo le stime, inevitabilmente approssimate data la particolarità delle indagini, ma più accreditate del PACI (Public Administration Corruption Index) della World Bank, nel luglio 2015 su una classifica mondiale della corruzione di 125 paesi, l’Italia era al 19° posto.

Questo significa che non essere ad un livello di corruzione, per esempio, pari a quello della Germania, considerato un paese virtuoso e comunque all’ 11° posto, è costato all’Italia (dati 2014) circa 585 miliardi di Euro, a fronte di un Prodotto nazionale lordo pari a 1616 miliardi di Euro. Ai livelli di corruzione germanici, il reddito pro capite italiano sarebbe passato da 26600 Euro a 36300 circa, ovvero persino superiore a quello tedesco (dati IMF-WEO). E se il confronto lo effettuassimo con l’ancor più virtuosa Danimarca, al 6° posto e primo tra i paesi europei, l’impatto del differenziale di corruzione sarebbe una cifra enormemente più grande.

Se fossimo stati almeno al livello della Germania è stato calcolato che, in tredici anni nel periodo che va dal 2002 al 2014, il PIL sarebbe salito da un minimo di 128 a un massimo di 141 miliardi, i posti di lavoro sarebbero cresciuti fino a un milione e 180 mila unità, con un deficit pubblico ridotto fino a 105 miliardi e un debito pubblico ridimensionato di una somma enorme, al 58,3% del PIL. Invece milioni di italiani hanno subito e subiscono la crisi e la disoccupazione, i giovani scappano sempre più all’estero, in aggiunta le sempre precarie condizioni della finanza pubblica hanno generato pesanti aumenti della tassazione. Senza considerare che in un mondo corrotto gli imprenditori trovano più vantaggioso investire nel coltivare le amicizie giuste per poi poter vincere contratti a suon di mazzette a loro beneficio, anziché dedicare energie per realizzare un buon prodotto a beneficio della società civile. Un’amministrazione corrotta, poi, non può che essere “statica” e restia a riforme e miglioramenti, minando la fiducia dei cittadini nel governo e pregiudicandone la legittimità percepita con gravi riflessi economici, perché le politiche di un governo dalla ridotta legittimità percepita tendono ad essere poco efficaci e, comunque, nella misura in cui la corruzione intacca la fiducia tra i cittadini, vi è pregiudizio per l’attività economica in generale.

Le conseguenze economiche e politiche della corruzione giustificano le severe parole del Papa che l’ha definita «la piaga sociale peggiore». «La menzogna» di cercare il profitto personale o del proprio gruppo sotto le parvenze di un servizio alla società. «La distruzione del tessuto sociale» sotto le parvenze del compimento della legge. «La legge della giungla mascherata da apparente razionalità sociale. È l’inganno e lo sfruttamento dei più deboli o meno informati. È l’egoismo più grossolano, nascosto dietro a un’apparente generosità».

La sua genesi è rinvenuta dal Papa nell’adorazione del denaro che rende il corrotto prigioniero di quella stessa adorazione. Egli considera la corruzione una frode alla democrazia, che sovente pervade tutti i livelli della società: politico, imprenditoriale, della comunicazione, delle organizzazioni sociali e dei movimenti popolari fino a quello religioso, e che apre le porte ad altri mali terribili come la droga, la prostituzione e la tratta delle persone, la schiavitù, il commercio di organi, il traffico di armi. «La corruzione è diventare seguaci del diavolo, padre della menzogna».

Papa Francesco ricorda ancora che può accadere che gli imprenditori si vedano tentati a cedere ai tentativi di ricatto o di estorsione, giustificandosi con il pensiero di salvare l’impresa e la sua comunità di lavoratori e che un giorno potranno liberarsi di quella piaga. Come pure può succedere che cadano nella tentazione di ritenere che piccoli atti di corruzione destinati a ottenere piccoli vantaggi non abbiano grande importanza giustificandosi col fatto che è qualcosa che fanno tutti. Tuttavia ricorda anche che una delle condizioni necessarie per il progresso sociale è l’assenza di corruzione e che qualsiasi tentativo di corruzione, attiva o passiva, è già cominciare ad adorare il dio denaro.

Per questo, da parte di tutti, è indubbiamente da raccogliere l’invito di Papa Francesco ad imitare Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10), quel ricco, capo degli esattori delle tasse di Gerico, che salì su un albero per poter vedere Gesù, con l’auspicio che il messaggio cristiano sia come il sicomoro di Gerico, un albero su cui salire, per incrociare lo sguardo di Gesù che invita a profonda conversione, affinché l’attività di tutte le imprese promuova sempre ed efficacemente il bene comune.




Meister Eckhart e l’esperienza mistica: spunti per un nuovo pensare oggi

220px-alois_maria_haas-200x300di Dario Chiapetti • Nel contesto odierno segnato dal desiderio degli uomini di comunicare tra loro e, allo stesso tempo, dall’incapacità di realizzare una tale impresa, ciò su cui la mia attenzione si è focalizzata, a partire dalla lettura del testo di Alois Maria Haas, Grandi mistici. Meister Eckhart (EDB 2016), sono queste parole del mistico renano: “vi prego di essere tali da capire questo discorso; invero, vi dico nella verità eterna: se non sarete uguali alla verità di cui parleremo, non mi capirete”.

La comprensione è presentata come un fatto mistico: “il pensante – spiega Haas – diventa un caso esemplare di quell’unità che egli abbraccia pensando”. Eckhart, in primo luogo, presenta ai suoi interlocutori il suo intento di comunicare con loro come postura orante, “vi prego”; in secondo luogo, per essere compreso, richiede loro non una preparazione o delle competenze ma un dato ontologico, un “essere tali”; in terzo luogo, anticipando la spiegazione del significato di questo “essere tali”, dichiara la necessità di essere egli stesso collocato “nella verità eterna”, nella vita divina; infine, rivela come la comprensione di quanto si appresta a comunicare non sia possibile se gli interlocutori non saranno “uguali alla verità”.

La verità è così oggetto del comunicare, luogo da cui poterla comunicare, da cui poterla comprendere, immagine che gli interlocutori devono assumere per poterla intendere. Non vi è dialogo che non sia teso alla comunicazione della verità; la vita divina è il luogo in cui pensare, dire, comprendere tale verità; ed essa è per gli interlocutori l’Immagine-termine dell’identificazione e causa di tale processo.

La mistica di Eckhart, da una prospettiva essenzialmente cristocentrica in quanto strutturata sull’incarnazione e l’inabitazione interiore, apre la riflessione attorno al pensare l’evento comunicativo; al pensare come proprium dell’evento comunicativo; alla dimensione mistica dell’evento comunicativo, del pensare e della relazione tra loro.

L’approfondimento dei suddetti assunti urge anche oggi e proprio a partire da quello che papa Francesco ha chiamato, rivolgendosi ai rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo. Il vescovo di Roma invita, dal canto suo, come è possibile cogliere dai movimenti generali del discorso portato avanti in Evangelii Gaudium, ad aprire “nuovi orizzonti al pensiero” (EG 242) a partire dall’esperienza cristiana, come una vera e propria mistica, intesa come esperienza “mistica di vivere insieme” (EG 87), per “entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità” (EG 117). Trinità-parola-comunicazione-pensiero-esperienza mistica. Queste le coordinate lungo le quali, facendo tesoro dei contributi offerti da pensatori quali Eckhart, è possibile approfondire, in senso intra ed extratrinitario, il discorso teologico sul pensare mistico.

Il punto fondativo di una tale prospettiva si situa proprio nella rivelazione dell’essere che l’autorivelazione di Dio Trinità offre. Quest’ultima mostra come Dio stesso sia in sé relazione d’amore eternamente scambiata tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Tale relazione ha origine nella Parola pronunciata, ovvero, nell’atto da parte del Padre di dire Sé, generando così il Figlio, quale Parola del Padre, nello Spirito, quello spazio in cui Essa è udita, si fa risposta al Padre ed è comunicata ad-extra. L’essere è pertanto la relazione tra Parola pronunciata, udita e accolta. Ora, se il Pensare sorge proprio in tale relazione, il suo statuto ontologico è dato dalla relazione tra Parola pronunciata, udita e accolta e il dinamismo trinitario costituisce la condizione di possibilità e l’espressione del comunicare e del pensare.

In Dio essere e pensiero coincidono, come, del resto, sostiene Eckhart con Tommaso e Bonaventura, seppur in modi diversi. L’uomo aspira a unirsi a Dio e ciò avviene mediante l’esperienza che egli fa di Dio, e, quindi, mistica. Essa, in quanto “esperienza”, indica quel processo conoscitivo che porta il soggetto conoscente a cogliere i significati dei dati che entrano nel suo orizzonte; in quanto “mistica” tale processo prende avvio dal darsi trinitario dell’essere e porta ad una sua comprensione in termine di unione con esso. Infatti, da un lato, tale essere è Parola pronunciata, udita e accolta, dall’altro, la sua comprensione avviene nell’unità inverata tra l’essere che si dà – che già in sé è Unità – e il soggetto a cui esso si dà.

Tornando ad Eckhart, la sua concezione dell’essere come pensiero (addirittura “est ipsum intelligere fundamentum ipsius esse“), in primo luogo, può essere quindi accolta non se indice di una spersonalizzazione della nozione di Dio, ma, al contrario, se come massima espressione della comprensione della (tri)personalità e trinitarietà di Dio e quindi dell’aggancio del pensiero ad essa. In secondo luogo, di conseguenza, il pensiero acquisisce, sì, una valenza salvifica (“ascendere ad intellectum“) non, però, come soluzione gnostica al problema soteriologico, al contrario, fedelmente ad una teologia della Parola trinitariamente impostata, in quanto esso, essendo cifra dell’essere dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio Trinità, rivela il suo esercizio quale espressione del dinamismo trinitario accolto e comunicato.

Da ultimo si ha che la condizione di possibilità del pensiero è data dalla dinamica trinitaria di Dio e dall’essere dell’uomo inserito in essa, ma anche che tale inserimento avviene nella “mistica di vivere insieme”, quella trinitarietà di Dio ad-extra tale per cui l’unione col divino, e perciò il pensare, non avviene nell’interiorità dell’uomo monadicamente inteso ma nell'”interiorità allargata” (cf EG 272): la relazione con l’altro quale unità allargata di Dio che permette all’uomo di riflettersi nell’altro e così in Dio, distinguendosi veramente, di pensarsi e di pensare.




Il Signore ci giudica attraverso gli angeli dei bambini

trasferimentodi Carlo Parenti • Il 20 novembre 2016 si è celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza voluta nel 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite . Sono 196 i Paesi nel mondo che hanno ratificato da allora la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. E’ il trattato sui diritti umani più ratificato (a parole purtroppo) della storia

Ho già ricordato su queste pagine che le ultime preghiere di La Pira furono per i bambini che soffrivano per le violenze. Mi disse in uno dei suoi ultimi giorni: “stamane ho pregato per i bambini, perché nessuno faccia loro violenza e si rispetti la loro libertà, anche intellettuale”. Oggi Francesco ogni giorno grida sempre più forte contro l’insensata violenza delle guerre di cui i bimbi sono vittime. Vorrei affrontare questa drammatica tematica attraverso numeri che sono spaventosi e un segno della diabolica presenza del male nel mondo. Numeri del dolore, dell’abbandono e della violenza, numeri di una tragedia che si compie ogni giorno a spese dei minori. Ci siano occasione di riflessione e preghiera. Per il Papa «il Signore giudica la nostra vita di adulti ascoltando quello che gli riferiscono su di noi, gli angeli dei bambini». Ogni bambino che soffre «è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito».

I bambini e le guerre:

Oltre un miliardo di bambini vivono in 42 paesi colpiti, tra il 2002 e oggi, da violenti conflitti.

Circa 250.000 bambini soldato sono coinvolti in conflitti in tutto il mondo . Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a prestare servizi sessuali, private dei loro diritti e dell’infanzia.

Nell’ultimo decennio si calcola da parte dell’ Unicef che circa 2 milioni di bambini siano morti in tutte le guerre svolte. Inoltre dai 4 ai 5 milioni sono stati i bambini che hanno subito ferite permanenti e mutilazioni. Di questi 300.000 sono stati resi inabili dallo scoppio di una mina. Un numero imprecisabile, nell’ordine delle decine di milioni, sono stati i casi di gravi traumi psicologici. I rimasti orfani o separati forzatamente dalle famiglie sono oltre 2 milioni. Sempre per l’Unicef 250 milioni di bambini vivono oggi in Paesi in guerra. Sono 50 i milioni di bambini sradicati dalle loro case, di questi 28 milioni sono sfollati a causa dei conflitti;. Ogni 10 minuti, in qualsiasi parte del mondo, una adolescente muore a causa di violenze.

Nel solo Mediterraneo nel 2015 i bimbi annegati in mare, secondo i dati UNICEF-UNHCR-OIM, sono più di 700.

I bambini e la miseria

L’ Unicef ha ricordato che nel mondo sono circa 6 milioni i bambini sotto i 5 anni che ancora muoiono ogni anno per cause prevedibili e i bambini che provengono da famiglie povere hanno il doppio delle probabilità di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli di famiglie benestanti. Quasi la metà di tutti i decessi sotto i cinque anni è attribuibile alla denutrizione. Se noi, come società umana, non intensifichiamo il nostro impegno, 68 milioni di altri bambini sotto i cinque anni moriranno nei prossimi 15 anni per cause in gran parte prevenibili. Un quarto della popolazione mondiale con un’età inferiore ai cinque anni, ovvero 159 milioni di bambini, ha ritardi nello sviluppo. Nel mondo, quasi un miliardo di persone vive in condizioni di povertà estrema. Quasi la metà sono minorenni. Più di 250 milioni sono i minori in età scolare che non stanno ricevendo un’istruzione. 300 milioni di bambini vivono in aree in cui si raggiungono i livelli più alti al mondo di inquinamento. Quanto alla malnutrizione, alle malattie, al lavoro minorile(Fonte Eurispes) nei paesi in via di sviluppo sono pari al 30% i bambini sotto i 5 anni che soffrono di malnutrizione; 7.000 sono i bambini che ogni giorno contraggono il virus dell’Aids; 250.000.000 i bambini tra i 5 e i 14 anni che lavorano. Le ragazze provenienti dalle famiglie più povere hanno il quadruplo delle probabilità di dover contrarre matrimonio prima dei 18 anni, rispetto a quelle appartenenti alle famiglie più benestanti .

I bambini e gli abusi

1 milione sono nel mondo i minori avviati ogni anno al commercio sessuale. Quasi un quarto delle ragazze tra i 15 e i 19 anni riferisce di aver subito violenze dall’età di 15 anni. Circa una ragazza sotto i 20 anni su dieci è stata violentata o costretta a compiere atti sessuali. Nella sola Europa si stima che oggi siano 18 milioni i bambini vittime di abusi sessuali, 44 milioni quelli che hanno subìto violenze fisiche e 55 milioni quelli che hanno dovuto sottostare ad abusi psicologici.

La violenza ha anche implicazioni finanziarie. Secondo una stima, le conseguenze della violenza fisica, psicologica e sessuale ai danni dei bambini possono avere, a livello globale, un impatto economico pari a 7.000 miliardi di dollari USA.

Bambini e cambiamento climatico

Negli ultimi vent’anni, alcuni dei maggiori disastri naturali registrati hanno stravolto la vita di più di 4,4 miliardi di persone. Circa il 50-60% della popolazione colpita da disastri è costituito da bambini. Secondo le stime, ogni anno 175 milioni di bambini rischiano di essere colpiti da disastri naturali. La maggior parte di loro deve far fronte allo sconvolgimento della propria formazione scolastica.

Con Papa Francesco ci dobbiamo impegnare: «Mai più violenza ai bimbi, mai più succeda che un bambino debba vivere queste sofferenze».




L’eterno richiamo alla «salus animarum»

nazianzenodi Andrea Drigani • Nell’ultimo canone del Codice di Diritto Canonico, promulgato da San Giovanni Paolo II nel 1983, si dichiara che la salvezza delle anime («salus animarum») deve essere sempre nella Chiesa la legge suprema. Questa affermazione trova la sua fonte nella Prima Lettera di San Pietro laddove si legge: «Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede: la salvezza delle anime». San Gregorio Nazianzeno, Vescovo e Dottore della Chiesa, vissuto tra il 329 e il 390, riteneva la «salus animarum» come il bene supremo da indentificarsi con Dio stesso. Già il Beato Paolo VI nel discorso, pronunciato il 17 settembre 1973, al II Congresso Internazionale di Diritto Canonico, sosteneva che la salvezza delle anime doveva costituire il centro, anche interpretativo, di tutta la legislazione ecclesiastica. Più volte Papa Montini ritornerà su tale argomento, come pure Benedetto XVI che, nella circostanza del 25° anniversario della promulgazione del Codex iuris canonici, in un’allocuzione del 25 gennaio 2008, osservava che la Chiesa riconosce alle sue leggi la natura e la funzione strumentale e pastorale per perseguire il suo fine proprio che è il raggiungimento della «salus animarum». Anche Papa Francesco incontrando, lo scorso 18 novembre, i partecipanti al Corso di formazione per i Vescovi sul nuovo processo matrimoniale promosso dal Tribunale della Rota Romana, ha annotato che nell’ottica di un sano rapporto tra giustizia e carità, la legge della Chiesa non può prescindere dal fondamentale principio della «salus animarum», esortando i vescovi ad apprendere, ogni giorno, da Cristo Buon Pastore la sapiente ricerca dell’«unum necessarium»: la salvezza delle anime. Questi continui riferimenti magisteriali degli ultimi Pontifici si radicano su un classico e basilare principio della tradizione canonica: «omnis institutio ecclesiasticarum legum ad salutem referenda est animarum» («ogni formazione delle leggi ecclesiastiche è da riferire alla salvezza delle anime»). Questa legge suprema della Chiesa rende l’ordinamento canonico realmente sui generis rispetto agli ordinamenti civili, perché non è chiuso nei confini dell’esistenza umana e di una giustizia legale, bensì li trascende e li sovrasta indicando l’orizzonte della vita eterna. In effetti nel diritto canonico sono presenti degli istituti che non esistono nei diritti degli Stati, quali la dispensa, il privilegio, la sospensione dall’irrogazione delle pene, perfino la tolleranza dissimulante che crea la consuetudine contra ius. Si tratta di istituti comprensibili e attuabili soltanto alla luce della «salus animarum», la quale, come già rilevava il Beato Paolo VI, deve pure illuminare l’applicazione e l’interpretazione dei canoni con l’aequitas. Talvolta si ha la sensazione che il positivismo giuridico e il mito della certezza del diritto (s’intende quello scritto) ormai soverchianti negli ordinamenti statali, possono fare qualche breccia dentro la compagine della Chiesa, forse perché il discernimento secondo la «salus animarum» può apparire faticoso e pesante, di qui l’illusione di tentare di risolvere le questioni in modo formalistico, che rischia, invece, di essere la maniera per non risolverle. Vi è una formula, che si reperisce nelle Decretali di Papa Innocenzo III (1198-1216), divenuta costantemente presente all’inizio delle sentenze dei giudici ecclesiastici: «Solum Deum pro oculis habentes» («Avendo solo Dio davanti agli occhi»), che potrebbe divenire il criterio per porre in essere qualsiasi atto canonico in obbedienza alla legge suprema della Chiesa.




Terremoti: due ragioni per non mettere di mezzo Dio

trasferimento-3di Gianni Cioli • Di recente un lettore del settimanale Toscana oggi ha posto la questione se sia possibile interpretare i terremoti come punizioni di Dio. Su invito del Direttore de Il mantello della giustizia ripropongo qui, con qualche modifica, la risposta, elaborata per altro di getto, in maniera quasi intuitiva, senza ricerche e particolari riflessioni a monte.

Certamente certe letture delle calamità naturali (terremoti, alluvioni, pestilenze, carestie) e delle tragedie provocate da scelte umane (guerre, genocidi, dissesti economici) come messaggi puntuali o specifiche punizioni di Dio non sono mancate e hanno potuto trovare fondamento in una lettura fondamentalista dei passi apocalittici dell’Antico ma anche del Nuovo testamento. Sono tuttavia convinto che sia inopportuno riprendere oggi senza alcuna mediazione critica questi modelli interpretativi almeno per due ragioni.

La prima è che il progresso delle scienze empiriche ci ha messo in grado di conoscere che molti eventi disastrosi come terremoti, eruzioni vulcaniche e uragani sono fenomeni evidentemente legati alle leggi della natura; altre calamità, come guerre, povertà e crisi economiche (e non dimentichiamo l’attuale tragedia dei richiedenti rifugio) o, come pensa qualcuno, anche certi disastri climatici, possono essere invece ricollegabili in varia misura a scelte umane più o meno colpevoli. Che il terremoto o un eruzione vulcanica siano da interpretare in se stessi come eventi naturali e non come effetti del peccato dell’uomo è testimoniato dal fatto che questi fenomeni erano presenti sul nostro pianeta prima della comparsa dell’uomo, e quindi del peccato, come è documentato dalla paleontologia. Inoltre è noto che esistono zone ad alto rischio simico, come Italia Grecia e Turchia, e zone in cui il rischio è praticamente assente come il Nord Europa. I terremoti dipendono dalla conformazione della terra, attribuirli ad un diretto intervento di Dio, magari dovuto ad una sua motivata reazione di ira nei confronti degli uomini poteva apparire una spiegazione ipotizzabile all’interno di una concezione cosmologica prescientifica.

Certo, uno mi potrebbe obiettare che Dio si serve delle «cause seconde», ovvero degli eventi naturali per i suoi disegni… ma qui entra in gioco la seconda buona ragione per non mettere di mezzo di Dio.

La seconda ragione riguarda l’immagine di Dio presupposta dall’interpretazione di questi eventi come puntuali segni o punizioni. L’immagine da cui si deve partire per comprendere chi è Dio e che illustra la sua perfezione è a mio avviso quella di Mt 5,43-48 dove Gesù dice «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». È a partire da questa immagine del Padre che non si adira con gli ingiusti, ma li ama non ostante tutto e dona loro la pioggia (che nella Palestina del tempo di Gesù era essenzialmente un’immagine di benedizione) che si dovrebbero interpretare anche i passi apocalittici presenti nei Vangeli e soprattutto nell’ultimo libro della Bibbia.

Sono convinto, confortato anche da autorevoli studi esegetici, che i passi apocalittici presenti nella Scrittura andrebbero interpretati essenzialmente come messaggi di consolazione ai credenti per i tempi di crisi. In effetti la lettura e la meditazione dei testi apocalittici – come ad esempio Lc 21,5-19 – può essere davvero un aiuto prezioso per affrontare anche la crisi di oggi e, davvero, non dovrebbe diventare il pretesto per diffondere terrore.

In questa prospettiva si può recuperare anche il significato profondo e autentico dell’idea che ciò che accade nella storia può essere interpretato come un messaggio di Dio. Ma non nel senso che Dio ce lo mandi come puntuale punizione o specifico avvertimento, ma nel senso più profondo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28) e che, se contemplo con sguardo di fede le cose belle e non belle o anche terribili che accadono, posso giungere a comprendere nell’esperienza della fragilità il significato della vita affidandomi a Dio, trasfigurando così la crisi in opportunità; opportunità di amare donandomi sull’esempio di Gesù.

Tutto questo ci conduce a misurarci con il mistero della morte, perché alla fine è quello il problema serio dell’esistenza cristiana e umana.

Il discorso ci porterebbe lontano. Per esempio ci condurrebbe a dover considerare la spinosa questione della relazione della morte con il peccato, con specifico riferimento al peccato originale. Non avendo lo spazio per affrontare una smile questione in questa sede mi limito a citare la voce di un autorevole teologo domenicano scomparso da qualche anno. Spero che il suo pensiero possa risultare almeno in parte illuminante: «Se è innegabile che l’evento della morte […] è una necessità di natura, è non di meno evidente, di un’evidenza intuitiva, che la morte […] non sarebbe quello che è senza la ferita della libertà umana e l’incoerenza fondamentale del peccato. Essa esisterebbe ma diversamente. La Morte non sarebbe quello che di fatto è diventata a causa della colpa dell’uomo: la finitezza della creazione, che implica l’evento della morte, avrebbe potuto non entrate nella nefasta alleanza con il peccato» (J.-M.R. Tillard, La morte enigma o mistero?, Magnano (Biella) 1998, 141).




La Lettera Apostolica “Misericordia et misera” nella chiusura dell’Anno Giubilare

1479636913519-vatican_holy_year_rain__1_-864x400_cdi Francesco Romano • L’anno giubilare si è appena concluso con la chiusura della Porta Santa nelle Chiese particolari di tutto il mondo. La settimana successiva, nella solennità di Cristo Re dell’universo, il Papa ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro e, al termine della celebrazione della Messa, in una piazza gremita di fedeli, ha firmato la Lettera Apostolica “Misericordia et misera”.

La Lettera Apostolica, pur riconoscendo i frutti già evidenti che ha prodotto questo anno giubilare, non intende fare un bilancio di risultati conseguiti, bensì esprimere un ringraziamento ed esortare a ripartire dal Vangelo per cogliere nell’immagine dell’incontro tra Gesù “Misericordia” e la “misera” peccatrice, tratteggiata da San Agostino, l’icona di quanto è stato celebrato nell’Anno Santo. La Misericordia costituisce l’esistenza stessa della Chiesa perché “tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre”. Ripartendo dalla propria identità, la Chiesa deve continuare a celebrare nelle comunità la misericordia come esigenza permanente della sua esistenza.

Il perdono è l’imperativo dell’amore che rende visibile l’amore del Padre come Gesù l’ha rivelato in tutta la sua vita. Nessuno può porre condizioni alla misericordia, quale atto di gratuità, dal momento che nessun peccatore pentito rimane escluso dall’abbraccio del perdono del Padre, come ha dimostrato Gesù sulla croce nell’atto supremo raccomandando al Padre il perdono per coloro che lo uccidevano. Come per le due donne peccatrici presentate dal Vangelo il perdono ha suscitato gioia, così “la misericordia suscita gioia perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova”.

Al giorno d’oggi l’incertezza per il futuro è dovuta anche alla mancanza di stabilità. La gioia di un cuore toccato dalla misericordia produce testimoni di speranza e di gioia vera che aiutano a superare sentimenti di malinconia, tristezza e noia. A conclusione del giubileo il Papa ci chiede di continuare a celebrare la misericordia nella liturgia dove essa viene ripetutamente evocata, realmente ricevuta e vissuta. Nella vita sacramentale la misericordia ci viene data in abbondanza soprattutto nella celebrazione eucaristica e nei sacramenti della “guarigione”; nella preghiera della Chiesa la misericordia ci viene concessa mentre la invochiamo; nell’ascolto della Parola di Dio ripercorriamo la storia della nostra salvezza attraverso l’opera di misericordia che ci viene annunciata. Per ogni presbitero la credibilità del suo sacerdozio è sostenuta dalla sua capacità di comunicare la certezza che Dio ci ama. Il Papa vede in un’omelia ben preparata lo strumento appropriato per annunciare la misericordia con un risultato tanto più fruttuoso se il sacerdote l’avrà prima sperimentata su di sé.

La celebrazione della misericordia divina culmina particolarmente nel Sacrificio Eucaristico, ma nel sacramento della Riconciliazione sentiamo l’abbraccio del Padre: “la grazia ci precede e assume il volto della misericordia che si rende efficace nella Riconciliazione e nel perdono”. Il servizio pastorale dei Missionari della Misericordia ha reso evidente che Dio non pone confini a chi lo cerca con cuore pentito. Il papa nel mostrare gratitudine per chi si è impegnato in questo ministero straordinario ha disposto che esso non si concluda con la chiusura della Porta Santa, ma che permanga fino a nuova disposizione come segno che la grazia del Giubileo continua a essere viva ed efficace.

Il Papa guarda ai sacerdoti non solo come ministri di misericordia, ma anche come penitenti che fanno esperienza di questo sacramento. Anzi, proprio su questo punto fa leva l’esortazione rivolta ai sacerdoti a essere magnanimi nel fare tesoro della presenza del penitente che ricorrendo al ministero del confessore lo richiama alla sua stessa condizione personale, “peccatore, ma ministro di misericordia”. L’auspicio del Papa è che sempre di più i sacerdoti mettano la loro vita al servizio del ministero della Riconciliazione perché nessuno che è sinceramente pentito possa trovare ostacoli per accedere all’amore del Padre.

Per dare concreta possibilità di attuazione a questa esigenza, il Papa estende oltre il periodo giubilare a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere dal peccato di aborto e di rimettere la pena della scomunica, “fino a nuove disposizioni in proposito”. Su questo punto la divulgazione operata dalla stampa ha banalizzato in modo ridicolo e fuorviante la decisione del Papa nonostante la sua ferma dichiarazione: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”. L’aborto è un peccato, ma è anche un delitto che, una volta conseguito l’effetto, comporta la scomunica “latae sententiae” riservata all’Ordinario del luogo in favore dei propri sudditi o di coloro che si trovano nel suo territorio o vi abbiano commesso il delitto, ma anche a qualsiasi Vescovo solo nell’atto della confessione sacramentale (can. 1355 §2). La scomunica può essere rimessa anche dal canonico penitenziere in forza dell’ufficio (can. 508 §1) e, per privilegio mai revocato, dai presbiteri appartenenti agli Ordini mendicanti; inoltre, in pericolo di morte da qualsiasi sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni (can. 976), salvo l’obbligo di ricorrere al Superiore competente in caso di guarigione (can. 1357 §3). Il Papa, derogando a questi canoni del Codice di Diritto Canonico, “fino a nuove disposizioni”, estendendo a ogni sacerdote la facoltà di rimettere la pena della scomunica dal delitto di aborto, vuole incoraggiare a prendere coscienza del peccato e a cercare ogni occasione propizia per distruggerlo: “Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi col Padre”.

La misericordia viene messa anche in relazione alla consolazione perché tutti ne hanno bisogno e nessuno è immune dalla sofferenza. “L’esperienza della misericordia ci rende capaci di guardare le difficoltà umane con l’atteggiamento dell’amore di Dio” sia di fronte all’esperienza coniugale e familiare, ma anche di fronte alla storia della nostra vita fatta di gioie e dolori. Anche la morte va recuperata nel suo significato più profondo come estremo atto di amore verso le persone che ci lasciano e verso Dio a cui si va incontro. Con la preghiera delle esequie viviamo la speranza per l’anima del defunto e la consolazione per il distacco dalla persona amata.

L’Anno Santo ha realizzato tanti segni concreti di misericordia che hanno portato a riscoprire la gioia della condivisione e la bellezza della solidarietà, ma la Chiesa deve essere pronta a individuare nuove opere di misericordia di fronte a nuove forme di povertà spirituale e materiale. Questa Lettera Apostolica offre lo spunto per alcune iniziative come segno di continuazione della grazia di questo anno giubilare: diffusione della conoscenza della Parola di Dio dedicando interamente ad essa una domenica dell’anno liturgico (n. 7); intensificare l’azione pastorale per accompagnare i fedeli nel momento della morte (n. 15); dare segni concreti di carità alle opere di misericordia (n. 19); celebrare in tutta la Chiesa la Giornata mondiale dei poveri nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (n. 21). E’ in questo grande contesto di misericordia e carità che il Papa estende a tutti i presbiteri la facoltà di continuare ad assolvere dal peccato di aborto, anche ai presbiteri delle Fraternità di San Pio X (n. 12).

Siamo chiamati a far crescere la cultura della misericordia basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri, nella preghiera assidua e nella docilità allo Spirito Santo. In questo modo si supera la tentazione di fare la “teoria della misericordia” solo se riusciamo a calarla nella partecipazione e condivisione della vita quotidiana.

L’esperienza del Giubileo ci porta a condividere con i fratelli sofferenti quanto abbiamo ricevuto e a far giungere a tutti la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti per ripetere con l’Apostolo Pietro: “Un tempo eravate esclusi dalla misericordia; ora, invece, avete ottenuto misericordia” (1Pt 2,10).




Il realismo di San Benedetto.

copdi Elia Carrai Sempre più spesso parlando di Europa, come delle nuove sfide che il cristianesimo si trova oggi a fronteggiare, si torna a guardare San Benedetto e allimpronta che il monachesimo ha lasciato sul nostro vecchio continente. Tuttavia, le modalità con cui si articolano le diversi tentativi di attingere alleredità del grande santo possono differire fino al punto di opporsi. Non ci addentiramo nel mare di tali imprese; quello che è certo è che in molti casi il loro approccio è viziato da una focalizzazione esclusiva sulle “conseguenze”, effetti, che una certa “prassi benedettina” dovrebbe produrre, col conseguente limite di perder di vista proprio l’esperienza di Benedetto, quello che è accaduto innanzitutto in lui. Ad appena cinquant’anni dalla morte del nostro santo, Gregorio Magno suggeriva: «[…]se qualcuno vuol conoscere a fondo i costumi e la vita del santo, può scoprire nellinsegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché questuomo di Dio certamente non diede nessun insegnamento, senza averlo prima realizzato lui stesso nella sua vita» (Dialoghi II, 36). La Regola, oggi com ellora, rimane il riferimento essenziale attraverso cui poter cogliere il proprium del carisma e dell’esperienza di Benedetto. Esperienza giudicata, compresa fino a divenire una proposta ed una provocazione per altri. La Regola non fu concepita come un piano per riedificare l’Europa, e nemmeno per imporsi a tutto il monachesimo occidentale (avvenne solo in epoca carolingia). Intrisa di quanto Benedetto aveva appreso vivendo e seguendo i fatti, la Regola aveva come unico intento quello di obbedire alle concrete esortazioni di Dio: «il Signore aspetta ogni giorno, senza stancarsi, che noi corrispondiamo con i fatti alle sue sante esortazioni» (dal Prologo alla Regola). Benedetto era un realista e, se proprio vogliamo parlare di genialità, dovremmo parlarne nei termini di una fedeltà permanente al reale, alle circostanze ed alla storia come luogo eloquente della presenza di Dio: «Nellinquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e luomo con i suoi bisogni concreti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 9 aprile 2008). È questa consapevolezza realista il più interessante e decisivo dei tratti da cogliere nella vita di Benedetto. «Tutta la Regola porta l’impronta di uno spirito che non costruisce a priori, secondo un ideale astratto e un piano rigido, ma vede la realtà com’è e cerca di adattarvisi, traendone il frutto migliore. Benedetto non intende imporre una regola di perfezione: il suo (egli dice) vuol essere un semplice principio di vita religiosa» (L. Salvatorelli, San Benedetto e l’Italia del suo tempo, 2007, 110) o, come scrive, minima, tracciata solo per linizio” (Regola,73,8). Benedetto non aveva il problema di formare una sorta di élite; coloro che lo seguirono desideravano semplicemente vivere con fedeltà, in comunione, il contenuto originario del Vangelo: «La via della salvezza: ecco quello che vuol essere la Regola. Non un cristianesimo particolare e d’eccezione sovrapposto al cristianesimo comune; ma un adempimento dei precetti evangelici […]» (L. Salvatorelli, 112). Egli comprese così che il punto decisivo non era ostinarsi su formule di perfezione ascetica, le quali rischiavano di tradursi in sforzi personali all’insegna di traguardi autoprefissati; un rischio che lui stesso dovette superare. Occorreva, piuttosto, riproporre la semplicità dell’annuncio evangelico quale strada relamente percorribile per tutti: «Questa moderazione in fatto di ascetismo è così spiccata […] che essa appare come […] una rivoluzione, perfettamente cosciente e volontaria» (L. Salvatorelli, 118). L’ascetismo rischiava infatti di schiacciare le persone in quello scarto tra le proprie forze e un’ideale ridotto a perfezionismo spirituale. «Tale discordanza fra la teoria e la pratica deve aver fatto riflettere Benedetto, fin da quando aveva tenuto la carica di abate in quel monastero presso Subiaco […] deve aver cominciato allora a pensare se, a voler fare degli uomini troppo buoni, non si rischi di farli divenire più malvagi che mai» (L. Salvatorelli, 119). In un momento storico, il nostro, in cui da molte parti si pretende di continuare a far fronte ai nuovi e mutati problemi semplicemente ripetendo quanto già detto, fino all’irrigidimento, stupisce ed illumina l’audacia di Benedetto. Come sottolinea Léo Moulin: «Non c’è per così dire pagina della regola dove non appare la coscienza che il patriarca ha della debolezza intrinseca dell’uomo e della sua vulnerabilità» (La vita quotidiana secondo San Benedetto, 1980, 84). All’origine della grande fioritura benedettina non troviamo una riedizione aggiornta dell’ascetismo orientale, quanto la lucida consapevolezza della fragilità dell’uomo e del suo autentico bisogno. Così la Regola impegna l’abate: «In tutte le cose proceda con discernimento ed equilibrio, ricordandosi della moderazione di Giacobbe che diceva: “Se affaticherò troppo le mie pecore, moriranno tutte in un solo giorno”. […] regoli ogni cosa in modo che i forti desiderino fare di più e i deboli non si scoraggino» (Regola 64,73). La Regola, così conciliante in tanti punti, non era il fine di quella vita comune, costituì fin da subito un mezzo, scelto ed abbracciato per camminare assieme verso il compimento della vita: «non era loro intenzione di creare una cultura […]. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio […] e lasciarsi trovare da Lui». (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, 12 settembre 2008). La coscienza che il nostro santo manifesta circa le fragilità umane ci ricorda quanto non si stanca di ripetere Papa Francesco: «il nostro peccato è luogo privilegiato dell’incontro con Cristo». Per Benedetto la regola non non era una “soluzione” alla fragilità dei suoi compagni, essa doveva introdurre in una intensità di vita — dal lavoro, alla preghiera — che risvegliasse incessantemente il bisogno di un Dio che “si scomoda” per l’uomo, un Dio da poter incontrare e riconoscere nella concretezza della vita stessa. È in questo lasciarsi trovare da Cristo che il monaco può sperimentare l’autentica liberazione: «Grazie a questo amore, tutto ciò che prima osservava con paura, incomincerà a compierlo con naturalezza, […], non più per paura dellinferno, ma per amore di Cristo e per il gusto del bene» (Regola 7, 68-69).




Il ciclone Trump spaventa e contagia l’Europa

Britain EU

di Antonio Lovascio • Non bastava la Brexit! Cambia un’epoca, cambia il mondo sull’onda di un populismo aggressivo, avventuroso e spericolato. Nulla sarà più come prima, dopo che Donald Trump si sarà insediato alla Casa Bianca, contro ogni pronostico dell’Informazione occidentale: non ha saputo cogliere in tempo gli umori e le trasformazioni sociali dell’America, la crisi del ceto medio, la contrapposizione alle urne tra città, periferie e piccoli centri rurali. Un terremoto politico rischia di rivoluzionare il sistema internazionale: dal futuro della Ue alle relazioni con la Russia, dal gelo con Cuba al Muro con il Messico, dalla moneta unica al destino incerto di Angela Merkel e Matteo Renzi, per non parlare di quello ormai segnato di Francois Hollande nella maratona elettorale (cinque Paesi alle urne) che cambierà volto all’Europa.

Se, come lascia intravedere dalle prime mosse e nomine dello staff, il nuovo presidente Usa attuerà il suo programma elettorale (che prevede il passaggio dall’”internazionalismo liberale” all’esaltazione dei valori e degli interessi interni) dovremo registrare, tra le molte novità, pure la fine dell’ordine nato dalla Seconda Guerra, che ha conosciuto il suo apice nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. In altre parole dai due vincitori del 1945- gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – le avanguardie del cosiddetto “mondo occidentale” – verrebbe inferto un duro colpo ad un modello con il quale proprio l’ Occidente era cresciuto ed aveva costruito la sua prosperità.

Altro che allargamento della democrazia liberale! Parlano i fatti, gli assetti geopolitici. A capo della Cina c’è un presidente nazionalista che cerca con mezzi intimidatori di perpetuare la sua egemonia nell’area asiatica. In Russia regna il sempiterno Putin, che ha eliminato qualunque forma d’opposizione. La nostalgia del passato certificata dalla crescita dei comunisti che inneggiano a Stalin (anche e soprattutto per la grave crisi economica) lo sta spingendo a riscoprire il vecchio imperialismo dell’’Unione Sovietica. Nella Sala Ovale di Washington da gennaio si muterà rotta: verrà messa in soffitta la strategia che ha consentito più di mezzo secolo di sviluppo fondato sull’apertura degli scambi e la graduale progettazione di un “governo” mondiale (G8, G20, ecc).

Da queste premesse non troviamo argomenti per dar torto ad un osservatore attento come Jean Marié Colombani, ex direttore dell’autorevole Le Monde, quando sostiene che sono stati minati tre pilastri del nostro mondo: la gestione, sia pur imperfetta, degli scambi mondiali; quella della sicurezza collettiva; e quella dell’Europa che ha, in Trump, un nuovo avversario, senza dubbio il più pericoloso per la coesione dell’Unione. Trump, campione dell’anti-globalizzazione, ha caoticamente anticipato che abolirà o modificherà i Trattati di libero scambio sia con l’America del Nord che con l’area dell’Asia Pacifica. Ha fatto intendere di voler introdurre dazi dissuasivi contro la Cina (è il primo creditore degli Stati Uniti) ritenuta la causa principale, se non unica, della perdita di posti di lavoro e dell’impoverimento della classe media americana. Questi annunci, se dovessero diventare decisioni concrete, scatenerebbero altrettante guerre commerciali. L’economia mondiale ne uscirebbe devastata.

Allo stesso modo in campagna elettorale Trump ha messo in discussione la Difesa Atlantica perché “agli Usa costa troppo”. Se così fosse, ne sarebbero condizionate tutte le concertazioni nell’ambito del G20 (che hanno permesso di affrontare la crisi finanziaria internazionale) ma anche l’Onu e tutte le agenzie che ne dipendono. Perché il nuovo leader non si preoccupa di quel che succede nel mondo (pare non toccarlo questa “guerra combattuta a pezzi”), ancorato com’è alla logica «l’America prima di tutto!». Poi è assai probabile che rimuova le sanzioni contro la Russia – decise dopo l’invasione della Crimea e le operazioni di destabilizzazione dell’Ucraina – e tenti di portarsi dietro anche l’Europa o almeno parte di essa. Non dando peso al fatto che il suo interlocutore al Cremlino ha già denunciato gli accordi di disarmo nucleare con gli Stati Uniti e punti sempre più ad esercitare la sua influenza nei Paesi Baltici, sapendo che il nuovo presidente americano non è affatto propenso a far scattare lo scudo automatico della Nato.

Insomma Trump potrebbe diventare una sorta di incubo per l’Europa. Non solo se abbandonerà il progetto del Trattato di libero scambio. Ci sono altri segnali non meno preoccupanti. Il primo è l’appoggio già manifestato alla Brexit. Nigel Farage, ex leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, è stato il primo non americano ricevuto dal neo-presidente e da questi richiesto come ambasciatore della Gran Bretagna. Altri movimenti demagogici potrebbero vedersi stendere tappeti rossi alla Casa Bianca, mentre già godono del sostegno russo. A partire da quello di Marine Le Pen, pronta a chiedere l’uscita della Francia dalla Ue. Ammesso però che in primavera riesca vincere la sfida per l’Eliseo: dovrà giocarsela con il favorito Fillon (Destra riformista, amico di Putin e diffidente verso Bruxelles) ed il neoliberal Macron, delfino di Hollande che non ricandidandosi potrebbe però far scendere in pista il premier Walls.

Non è fantapolitica. La scomposizione del Vecchio Continente purtroppo è già iniziata. Le spinte centrifughe, i mediocri egoismi nazionalisti, la crescita progressiva delle formazioni di estrema destra, la tendenza delle élite politiche a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato possono solo concorrere ad aprire scenari ancor più inquietanti.

 




Papa Francesco e il viaggio in Svezia

ap3722973_articolodi Stefano Tarocchi • «Dovremmo scrutare più profondamente il destino di Pietro nel Vangelo. Pietro, così sosteneva san Gregorio Palamàs (monaco del Monte Athos:1296-1359), è il prototipo stesso dell’uomo nuovo, ovvero il peccatore perdonato. Cristo gli fa delle promesse riguardanti il ministero della chiesa, contro cui le porte degli inferi non prevarranno… Se nella chiesa c’è un vescovo che è l’analogo di Pietro, siamo ben lontani dalla potenza e dalla gloria: egli può essere qui solo per ricordare alla chiesa che essa vive del perdono di Dio e non ha altra forza che la croce» (Atenagora, patriarca di Costantinopoli, 1886-1972).

Queste parole, richiamate nell’intervista rilasciata da papa Francesco recentemente ad “Avvenire” (18 novembre 2016), possono interpretare l’evento accaduto lo scorso ottobre nell’arena di Malmö, terza città della Svezia, così messo in luce dallo stesso vescovo di Roma : «Rendo grazie a Dio per questa commemorazione congiunta dei cinquecento anni della Riforma, che stiamo vivendo con spirito rinnovato e nella consapevolezza che l’unità tra i cristiani è una priorità, perché riconosciamo che tra di noi è molto più quello che ci unisce di quello che ci separa».

Questo viaggio è diventato un punto nevralgico, quanto passato sotto silenzio se non avversato senza pudore, proprio allo scadere dell’anno giubilare della Divina Misericordia del magistero di Francesco, sulle orme dei suoi predecessori, da Paolo VI a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, passando per il brevissimo pontificato di papa Luciani. Infatti papa Francesco ha così chiosato: «il cammino intrapreso per raggiungere [l’unità dei cristiani] è già un grande dono che Dio ci fa e, grazie al suo aiuto, siamo oggi qui riuniti, luterani e cattolici, in spirito di comunione, per rivolgere il nostro sguardo all’unico Signore, Gesù Cristo».

Da Giovanni XXIII (si veda Gaudet Mater Ecclesia, il discorso con cui fu aperto il Concilio Vaticano II) alla bolla di indizione del Giubileo da poco concluso (la Misericordiae Vultus di Francesco), passando per l’enciclica Dives in Misericordia di Giovanni Paolo II: sono tutti tratti che illuminano questo viaggio in terra di Svezia, che ha come centro la città di Lund, il luogo dove settant’anni fa fu fondata la Federazione luterana mondiale, che riunisce la maggior parte delle Chiese luterane maggiormente ispirate a Lutero (e non la Germania dove Martin Lutero è nato, nella città di Eisleben in Sassonia-Anhalt nel 1483). Un viaggio perciò all’interno della galassia luterana, compiuto il 31 ottobre, il giorno che simbolicamente ogni anno richiama la nascita della Riforma, dal 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano affisse le famose 95 Tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, ancora in Sassonia-Anhalt.

Già la “dichiarazione congiunta”, tenuta nella Commemorazione congiunta cattolico-luterana della Riforma così si esprimeva, rilevando che le due confessioni «mentre [sono] profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, [confessano e deplorano] davanti a Cristo il fatto che hanno ferito l’unità visibile della Chiesa». Peraltro, è altamente significativa nella versione ufficiale la ripetizione dello stesso aggettivo “congiunta” a significare un’unità desiderata e tuttora da raggiungere nella sua pienezza, che il testo così lumeggiava: «differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione».

È pur vero che, nota ancora la Dichiarazione congiunta, «mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati». Lo stesso Francesco ancora nella cattedrale luterana di Lund dirà: «Con questo nuovo sguardo al passato non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma di «raccontare questa storia in modo diverso» (Commissione Luterana-Cattolica Romana per l’unità, Dal conflitto alla comunione, 17 giugno 2013, 16).

E Francesco nella Malmö Arena, nell’evento conclusivo della giornata, così si è espresso: «non lasciamoci abbattere dalle avversità. Queste storie, queste testimonianze ci motivino e ci offrano nuovo impulso per lavorare sempre più uniti. Quando torniamo alle nostre case, portiamo con noi l’impegno di fare ogni giorno un gesto di pace e di riconciliazione, per essere testimoni coraggiosi e fedeli di speranza cristiana. E come sappiamo, la speranza non delude!».

La medesima dichiarazione congiunta invitava a pregare «per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri» e ad abituarsi al rifiuto di «ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione» per ascoltare «il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto» e riconoscere che cattolici e luterani sono «liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente chiama».

Anche nell’omelia tenuta nella preghiera ecumenica comune all’interno della cattedrale luterana della piccola città universitaria di Lund, Francesco ha messo in luce come «cattolici e luterani [abbiano] cominciato a camminare insieme sulla via della riconciliazione». Ed ha sottolineato come «ora, nel contesto della commemorazione comune della Riforma del 1517, [abbiano] una nuova opportunità di accogliere un percorso comune, che ha preso forma negli ultimi cinquant’anni nel dialogo ecumenico tra la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa Cattolica».

Aprendo probabilmente un nuovo modo di leggere le due confessioni cristiane e i loro rapporti reciproci, Francesco ha aggiunto: «l’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”. Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto di “solo per grazia divina”, ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio».

Quindi il papa ha concluso: «non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri». Per questo, Francesco ha fortemente invitato alla preghiera: «luterani e cattolici preghiamo insieme in questa Cattedrale e siamo consapevoli che senza Dio non possiamo fare nulla; chiediamo il suo aiuto per essere membra vive unite a lui, sempre bisognosi della sua grazia per poter portare insieme la sua Parola al mondo, che ha bisogno della sua tenerezza e della sua misericordia».