“La Trinità e il mistero dell’esistenza” di J. Daniélou

JeanDanielouSJdi Dario Chiapetti A quasi 50 anni dalla sua prima edizione, viene ripresentato al lettore un gioiello degli scritti teologici del ‘900, La Trinità e il mistero dell’esistenza (Queriniana 2015, 104 pp.), a firma di uno dei massimi esponenti della Nouvelle théologie: Jean Daniélou.

Perché riproporre, oggi, una meditazione su un mistero come quello trinitario? E quale nesso sussiste tra i termini: ‘la Trinità’ e ‘il mistero dell’esistenza’?

Circa il primo interrogativo – scrive l’Autore – che, in una società come quella attuale, in pieno e continuo movimento, ad ogni attività dell’uomo deve corrispondere un momento contemplativo, di pari intensità, in quanto – per Daniélou – la contemplazione è penetrazione della realtà, compiuta dallo spirito e dall’intelligenza dell’uomo, fino a toccarne il suo fondamento ultimo, fonte di luce per ogni azione umana, che ne svela il significato. La preghiera è ben altro che rifugio, o peggio, alienazione umana dalla vita dura o senza senso, ma, al contrario, attività con cui conoscerla nella sua verità, e quindi “bisogno vitale di ciascuno”.

Particolare interesse riveste – per l’Autore – la dinamica stessa della preghiera: essa si origina dall’incontro con la Trinità, dalla Trinità; si attua, esistintivamente, nella Trinità; e tende a una comunione ancora più intima con la Trinità, alla Trinità. Ma come poter affermare ciò?

L’Autore illustra il come la Trinità biblicamente si manifesta: in relazione alla creazione, sin dal libro della Genesi, e a seguire, lungo il percorso dell’economia salvifica, alla redenzione; chiara risulta così l’importanza del significato che essa rivela di avere sul piano ontologico.

Di grande tenore speculativo risultano le pagine in cui vengono evidenziati e sistematizzati i dati concernenti la tematica della vita della Trinità, in sé e in altro-da-sé, tracciandone suggestivamente le linee teologiche fondamentali.

Essa si dice e si dà nella realtà, in un triplice senso: come dono della Trinità, suo segno e luogo in cui essa stessa è presente; nella vita trinitaria stessa ogni realtà sussiste come origine, come fine e come vita, nell’hic et nunc.

La Trinità è poi presente nell’anima dell’uomo: “la nostra interiorità sgorga perpetuamente dalla Trinità, al punto che è in Dio che ci immergiamo tutte le volte che rientriamo in noi stessi [tanto che] esistere significa per noi essenzialmente restare in relazione con quella fonte originaria”. Ecco qui svelato quel mistero che dice la struttura eccentrica e relazionale dell’uomo per cui egli non può ritrovarsi se non nell’Altro-da-sé, in sé.

Ma l’uomo non è un essere relazionale vagamente inteso: è un essere trinitario, porta in sé l’immagine della Trinità. L’Autore contempla tale mistero (dalle implicazioni tutt’altro che trascurabili) a partire dalla messa in luce della Trinità come fondamento dell’essere stesso – e in ciò sta il cuore di tutta la sua riflessione – al punto di parlare di una vera e propria “ontologia trinitaria”, visione dell’essere a partire dal mistero trinitario, il cui assunto cardine rappresenta una rivoluzione a livello filosofico: il fondo dell’essere, l’Uno, archetipo e struttura di ogni realtà creata, è una comunità di persone, un Noi dei Tre in reciproca relazione. Tale segreto, di cui i cristiani sono in possesso, spesso inconsapevolmente, è uno shock per il pensiero: “l’uno è un noi”. Ma ciò costituisce una rivoluzione anche per l’esistenza – e arriviamo a un altro importantissimo rilievo dell’Autore.

La Trinità interessa l’uomo in quanto costituisce il fondamento dell’esistenza. È data così risposta al secondo interrogativo posto inizialmente; ma, cosa vuol dire che la struttura di ogni realtà creata, e massimamente dell’uomo, è trinitaria? Esattamente che egli vive della medesima dinamica trinitaria: del movimento del Padre, origine della Trinità, che esce tutto da se stesso, dando la vita-per, e dice (dice!: la Parola) tutto se stesso nel Figlio; del Figlio che restituisce tutto sé al Padre; dell’Amore, anch’esso ipostasi – lo Spirito Santo – che eternamente i primi Due si scambiano, loro sigillo. Ma la Trinità, così pienamente sufficiente a se stessa, per eccesso d’amore si irradia attorno a sé creando e attirando a partecipare il creato della sua stessa dinamica: essa risulta perciò il mistero del vivere-da, del vivere-in, del vivere-per.

Scrive Piero Coda nella Postfazione che la trinitizzazione dei rapporti umani costituisce una rivoluzione nel modo di pensare sé e l’altro; essa permette di sperimentare “la novità e la forma della gratuità e della reciprocità: io sono perché tu sei (tu mi doni a me), io sono perché tu sia (io vivo perché tu diventi te stesso). In definitiva: io sono perché noi siamo“. Ecco la dinamica che dà struttura all’essere e all’esistenza e in cui più profondamente e coscientemente il cristiano è immesso: il figlio, nel Figlio, si ritrova anch’egli totalmente rivolto verso il Padre e partecipa così, per mezzo dello Spirito, all’eterno scambio d’amore tra i Due, fino a consumarsi nell’eterna kenosi divina, attributo principe della trinitaria identità.




Capitalismo finanziario e immigrazione

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di Leonardo Salutati • Si è par­lato molto di Pirelli nelle scorse settimane in rela­zione alla ven­dita dell’intera impresa alla società cinese Chem-China, una mul­ti­na­zio­nale che figura al 276mo posto tra le 500 imprese glo­bali elen­cate da For­tune (21 luglio 2014) con 40 miliardi di dol­lari di ven­dite.

Un arti­colo di due esperte gior­na­li­ste de Il Sole 24 Ore del 26 marzo 2015, Laura Gal­va­gni e Mari­gia Man­gano, che hanno seguito passo dopo passo le evo­lu­zioni nel capi­tale Pirelli, rico­strui­sce in maniera attendibile quanto rice­vono i soci ita­liani di Pirelli, dopo il riassetto degli ultimi due anni che si concluderà con la ven­dita ai capi­ta­li­sti cinesi di Chem-China, attraverso la maxi opa che Chem-China si appresta a lanciare sul gruppo. Le giornaliste, confrontando i prezzi di carico dei principali soci della Bicocca e il possibile valore di realizzo a 15 euro per azione, mettono in luce come i soci ricavino un importo di 1,2 miliardi di euro di plusvalenza, sottolineando che gli interessi degli italiani e quelli dei cinesi sono parsi coincidenti fin da subito favorendo, per questo, una veloce intesa sul governo dell’azienda perché, si sottolinea, il partner cinese si è mostrato subito disposto a riconoscere i meriti dell’attuale guida.

In realtà i meriti di Marco Tronchetti Provera, alla guida dell’azienda da 24 anni, appaiono fortemente discutibili. Secondo quanto riportato dai giornali, dal punto di vista dell’azionista Pirelli, Tronchetti ha lavorato bene perché chi dieci anni fa avesse comprato azioni Pirelli oggi si troverebbe in tasca una forte plusvalenza, tuttavia non sarebbe in presenza di una effettiva – come si dice – “creazione di valore”. È di questa opinione addirittura Vittorio Malacalza, componente del “patto di sindacato” Pirelli, che all’assemblea della Camfin (la “holding” grazie alla quale Tronchetti comanda sullaPirelli con il 4-5 per cento del capitale) del giugno 2013 aveva contestato Tronchetti circa l’effettiva creazione di valore al di là delle speculazioni finanziarie. Infatti, borsa a parte, Pirelli nel 2003 controllava Telecom Italia, produceva pneumatici e cavi di gomma, puntava a fare soldi con gli immobili. In poco più di un decennio l’abilità di Tronchetti non ha impedito a Pirelli di vendere il controllo di Telecom rimettendoci oltre 3 miliardi di euro, di dare via per 1,2 miliardi la produzione di cavi che, abbandonata a se stessa, ha preso il nome di Prysmian, è diventata un colosso mondiale con 8 miliardi di fatturato e vale in Borsa 3,3 miliardi, mentre nel comparto immobiliare le azioni Prelios (ex Pirelli Re) sono a poco più di 44 centesimi quando dieci anni fa stavano sopra i 30 euro. Dopo dieci anni di cura Tronchetti l’impero Pirelli si è ridotto a un produttore di nicchia di pneumatici di qualità, il fatturato è sceso da 6,6 a 6,1 miliardi, il capitale investito da 6,4 a 4,4 miliardi (significa che l’azienda è più piccola), il patrimonio netto da 3,6 a 2,4 (significa che l’azienda è più povera), il debito finanziario netto a fine 2014 continua ad essere pesante con il suo passivo di 980 milioni nonostante solo tre mesi prima fosse di 2 miliardi! I dipendenti sono gli stessi, 36 mila (ma molto più spostati sull’estero) e le spese in ricerca e sviluppo sono calate da 204 a 179 milioni, che significa in termini reali un taglio di un terzo. Davanti a questi risultati (trascurando la Telecom “spolpata”, come disse Franco Bernabè quando la ereditò nel 2008) e considerando che, al termine del riassetto societario,Pirelli rimarrà sostanzialmente in mano alla multinazionale Chem-China, società statale cinese ed alla Rosneft, altra società di stato questa volta russa, partner di Tronchetti che comunque rimarrà alla guida di Pirelli fino al 2021, sorgono alcune domande. Per esempio c’è da chiedersi se la Pirelli non meritasse un’altra attenzione da parte degli addetti ai lavori italiani per garantire la sopravvivenza di molti posti di lavoro di alto valore, rilanciare finalmente Pirelli, festeggiare in modo degno, con Expo alle porte, 150 anni di storia italiana e milanese.

Se oggi di fronte al massiccio arrivo di immigrati sulle nostre coste c’è, a tutti i livelli, grande preoccupazione e il timore di una invasione non controllabile, riteniamo che altrettanta preoccupazione dovrebbe suscitare in coloro che sono responsabili del bene comune sia a livello politico che economico, la colonizzazione finanziaria in Italia di un capitalismo senza scrupoli (la Cina cui fa capo Chem-China, ad oggi non è il massimo esempio in tema di rispetto dei diritti umani anche se, riguardo agli scrupoli, il capitalismo italiano rivela aspetti comunque inquietanti) e fortemente controverso (i russi di Rosneft sono espressione di quella nuova oligarchia finanziaria russa abbastanza discutibile).

La dottrina sociale della chiesa non ha mai smesso di richiamare l’attenzione sul tema sensibile delle problematiche aziendali ed il rapporto tra lavoro e impresa. Lo fa fin dal 1931 quando al paragrafo 73 di Quadragesimo anno, dopo aver richiamato alla necessità di tenere conto dello stato dell’azienda in ambito di rivendicazione salariale, ricorda che se le difficoltà aziendali sono dovute «a indolenza, a inesattezza e a noncuranza del progresso tecnico ed economico, questa non sarebbe da stimarsi giusta causa per diminuire la mercede agli operai (…) Tutti adunque, e operai e padroni, in unione di forza e di mente, si adoperino a vincere tutti gli ostacoli e le difficoltà, e siano aiutati in quest’opera tanto salutare dalla sapiente provvidenza dei pubblici poteri». Detto altrimenti si invita a riflettere sul fatto che l’impresa, come tale, ha dei suoi equilibri che vanno rispettati da tutti, dipendenti e proprietari, ma soprattutto è posta attenzione al tema della responsabilità di imprenditori e manager nei confronti dell’impresa loro affidata e nei confronti della società in cui l’impresa vive, che devono essere al centro delle attenzioni e delle premure non solo economiche ma anche politiche, al fine di non ritrovarsi invasi da popoli e capitali, che dovrebbero invece vederci capaci di accogliere i popoli e di esercitare quelle partnership economiche e finanziarie per il bene di tutti e di ciascuno.




Troppe tasse e poco lavoro. Expo e Giubileo salveranno l’Italia?

 

download (1)di Antonio Lovascio Maggio è il mese mariano, ma è anche il momento in cui gli italiani, imbronciati, fanno i conti con il Fisco. Non tutti per la verità compiono il loro dovere, se è vero – com’è vero – che ogni anno vengono evasi 120 miliardi, una somma che – incassata – azzererebbe in pochi anni il debito dello Stato, monitorato con severità dall’Europa. Ormai un terzo dei salari viene “mangiato” dalle tasse. Il prelievo è sempre più pesante. Secondo un rapporto Ocse, il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti è ormai alle soglie del 50%. Nel 2014 la differenza tra il costo totale del lavoro e il salario netto in busta paga per un single con una retribuzione media ha infatti raggiunto il 48,2%, in incremento di 0,4 punti rispetto al 2013. Il dato supera di oltre 12 punti la media mondiale che è del 36% (+0,1 punti sull’anno precedente) e l’aumento deriva dalle imposte sul reddito, mentre non emergono variazioni nell’incidenza dei contributi sociali.

Conserviamo così il sesto posto tra i 34 Paesi sviluppati per il prelievo complessivo sui salari. Saldamente in vetta resta il Belgio con il 55,6%, seguito da Austria (49,4%), Germania (49,3%), Ungheria (49) e Francia (48,4%). Alle spalle dell’Italia c’è, nettamente staccata, la Finlandia con il 43,9%. Gli Usa sono al 31,5% e la Svizzera al 22,2%. Il fisco più amichevole è quello cileno, che si accontenta di un prelievo del 7%. Non solo, in Italia la tassazione complessiva è diventata più pesante anche per le famiglie monoreddito con due figli, con un cuneo del 39%, in aumento di 0,5 punti sul 2013. Un dato che ci assegna il quarto posto nell’area Ocse per la voracità nei confronti dei nuclei familiari. Prima in questa categoria è la Grecia con il 43,4%, ma con un calo di 1,1 punti sul 2013, seguita dal Belgio con il 40,6% e della Francia con il 40,5%. Il Paese fiscalmente più favorevole per le famiglie è la Nuova Zelanda con un cuneo del 3,8%. Bene anche la Svizzera con il 9,8% e l’Irlanda con il 9,9%.

Secondo lo stesso Rapporto la retribuzione lorda per un lavoratore medio in Italia è di 30.463 euro, con un aumento dell’1,4%, che deve poi fare i conti con lo 0,1% di inflazione e con un aumento del tasso medio di imposta personale dello 0,5%, il quarto più alto dell’area Ocse. La Francia è a 37.400 euro (+1,7%), la Germania si attesta a 46mila (+2,8%). Anche in Irlanda i salari lordi sono superiori a quelli italiani (34.500, +4%). Dietro di noi invece ci sono Spagna (26.200, +0,5%), Portogallo (17.400 euro, -1,2%) e Grecia (20.200, -2,9%): forse c’è un perché se noi mediterranei stentiamo ad uscire dalla recessione!

Non solo Renzi e la sua turbolenta maggioranza, ma tutte le forze politiche non fanno che parlare di equità fiscale, di lotta all’evasione. Ma poi, all’atto pratico, non sanno indicare soluzioni concrete. Siamo fermi al palo, come del resto non si è vinta la scommessa sulla crescita, pur in presenza di condizioni favorevoli come il basso prezzo del petrolio e le iniezioni di credito a banche ed imprese da parte della Bce. L’introduzione del Jobs Act non ha finora avuto gli effetti sperati (nonostante i 92 mila posti fissi in più registrati a marzo) e le speranze dei giovani sono ora tutte aggrappate all’ultima spiaggia. Forse è troppo pretendere dall’Expo e dal Giubileo – muoveranno milioni di turisti-visitatori e fedeli – il miracolo della moltiplicazione delle assunzioni! Ci fregheremmo però le mani se almeno segnassero quell’inversione di rotta sul lavoro (in termini di disoccupati) ripetutamente raccomandata dal presidente Mattarella!

La riforma dell’Irpef, per attenuare il peso dell’imposta sui redditi più bassi, appare sempre più urgente, ma allo stesso tempo gli esperti la vedono impossibile. Le ragioni non sono tecniche ma politiche. Il governo ha infatti dato l’impressione di accontentarsi di un paio di mosse, bollate però dalle opposizioni come propagandistiche: gli 80 euro in busta paga e la dichiarazione dei redditi precompilata, che però si sta rivelando un mezzo flop.

Come sostiene su “Il Sole-24 Ore” Enrico De Mita (professore emerito di diritto tributario alla “Cattolica”, fratello del Ciriaco di Nusco) la riduzione delle imposte ricorda tanto il gioco delle tre tavolette: si prospetta un aumento dell’Iva, poi si dichiara che si rinuncia a quell’aumento e così si attenua psicologicamente il carico fiscale. Ma operando in questo modo, si tradisce la giustizia sociale, spesso invocata da Papa Francesco, che non perde occasione per invitare chi governa a rimettere al centro del sistema economico l’uomo e la famiglia. Eppure il premier Renzi si era limpidamente impegnato un anno fa (lo ha ricordato Francesco Riccardi su “Avvenire” del 24 aprile) ad attuare una proposta proveniente dal mondo cattolico: ovvero creare, come avviene per le imprese, una specie di “no tax area” a misura di famiglia, crescente in funzione dei numero di membri del nucleo, e soprattutto dei figli. Un modello semplice: garantirebbe l’equità del prelievo e proteggerebbe le famiglie numerose (articolo 31 della Costituzione), che nel nostro Paese sono sempre più sotto la soglia di povertà.

Difficilmente questa riforma di equità fiscale troverà applicazione nella fase di attuazione della legge delega, che esclude modifiche all’Irpef. Qualcosa, tra le mille promesse, si può comunque fare subito. Ad esempio redigere un dettagliato rapporto annuale sull’evasione fiscale e contributiva; istituire una seconda commissione per “fotografare” annualmente le spese fiscali, coinvolgendo come già previsto le associazioni familiari. Finora però, come tante altre idee e progetti del Governo e di questo Parlamento rissoso, sono rimaste disegnate solo sulla carta. C’è un’altra norma in vigore da quasi vent’anni, manifestamente e scandalosamente iniqua: per essere considerato a carico, un familiare non deve possedere redditi superiori a 2.840 euro all’anno. Una somma ridicola. L’Istat indica come soglia di sussistenza i 7.000 euro: questo potrebbe essere il nuovo tetto. E’ chiedere troppo ?




Il testamento spirituale di padre Gabriele Amorth e il ministero di papa Francesco

padre-amoth-300x273di Francesco Vita La persona di padre Gabriele Amorth è nota anche al grande pubblico, soprattutto in Italia, in quanto decano degli esorcisti di questo Paese, oltre che molto disponibile ad incontrare persone, giornalisti e a scrivere articoli per parlare e far parlare del ministero che svolge da diverso tempo: l’esorcista. Egli infatti numerose volte ha denunciato la mancanza di fede anche dentro la Chiesa verso l’esorcistato e persino verso il demonio ed ha cercato di promuoverne la conoscenza attraverso l’informazione.

Forse però in meno ne conoscono la spiritualità, la teologia, il rapporto personale con Dio e la vita di preghiera; un prete austero, battagliero, apparentemente duro e rigido contro il diavolo, si rivela altrettanto dolce, buono e perfino innamorato quando parla di Gesù. Forse proprio le armi di cui un esorcista ha bisogno per la lotta che deve quotidianamente sostenere!

Questo emerge dal suo ultimo libro “Dio più bello del diavolo” edito da San Paolo: un libro-intervista che già nel titolo reca anche le parole di “testamento spirituale”. L’anziano padre paolino si è ormai dimesso da presidente degli esorcisti italiani, essendone adesso soltanto il presidente onorario e si è ritirato quasi a vita privata in una casa per preti anziani della propria congregazione. In esso il sacerdote parla del proprio ministero, dei propri incontri, di parte della sua vita, del suo pensiero su avvenimenti recenti e di se stesso: la sua vita di preghiera, il suo rapporto con Dio, il suo modo di vivere la fede.

In poco meno di duecento pagine si possono ricavare oltre che preziose informazioni care anche al grande pubblico su come avvengono esorcismi e preghiere di liberazione, spunti di riflessione per ciascuno, soprattutto per il credente, ma non solo.

Come quella contenuta in un certo senso già nel titolo stesso del libro: come mai un tempo il diavolo faceva paura, mentre oggi affascina? anche iconograficamente, come mai un tempo era rappresentato con le caratteristiche della bruttezza e della brutalità mentre oggi con la bellezza e la comodità? forse dice l’anziano padre, perché parte della colpa è anche di chi è testimone di Cristo e lo presenta come ciò che non è. Di fronte ad un Cristo deformato, inautentico e talvolta anche tradito, l’uomo che non l’ha conosciuto si rivolge per trovare le risposte che il proprio cuore cerca a qualcos’altro che gli pare più bello e che può essere anche il diavolo. Per questo egli vuole ribadire che Dio è più bello del diavolo: vuole mostrare che in Dio sta la bellezza, la bontà, la pace, la tenerezza, la misericordia. Se coloro che si dicono testimoni di Cristo capiranno per primi questo e cominceranno a viverlo mostrando il vero volto di Dio, forse satana non eserciterà più il fascino che esercita sul mondo secolarizzato.

Un linguaggio molto simile nelle forme e nei contenuti a quello che siamo abituati a sentire quasi quotidianamente da papa Francesco, il quale non perde occasione per ribadire che Dio è misericordia e non condanna, vicino e non lontano, tenerezza e non durezza.

Si nota anche però, un po’ più dietro le quinte, una similarità di vedute che va oltre il linguaggio. Nei mesi passati infatti la Congregazione per il Clero ha riconosciuto ufficialmente come associazione internazionale di sacerdoti l’Associazione degli esorcisti promossa e presieduta, anche se adesso solo onorariamente dal padre Amorth. Fu lui ad avviare le pratiche nei tardi anni Ottanta per la costituzione di un’associazione di esorcisti volta a far conoscere tale ministero, a promuovere la formazione, a fare congressi per scambiare trai membri le esperienze, ad aggiornarsi, a togliere dal silenzio un compito antico nella Chiesa che stava andando in soffitta. Fu lui ad esserne presidente dal momento del riconoscimento nel 1991 in Italia e a trasformarla nel 1994 in associazione internazionale. Oggi questa viene riconosciuta dal più alto ufficio competente in materia della Curia Romana, possiamo certamente immaginare non all’oscuro e con il favore del Pontefice.

Tutto ciò apre a valutazioni ermeneutiche non di poco conto sul pontificato bergogliano. L’esorcismo diviene una via di quella misericordia, di quella cura, di quella tenerezza, di quella carità, di quel sorriso che la Chiesa deve usare. E’ uno di quegli strumenti e di quelle competenze che quell’ospedale da campo che è la Chiesa deve avere per poter curare le ferite dell’uomo sofferente. L’esorcismo diviene parte di quell’odore di pecora che il pastore deve avere per poter bene esercitare il proprio ministero.

Una bella consolazione per il padre Gabriele e per altri come lui, che più volte non è stato creduto, anche dentro la Chiesa per via del proprio ministero ed una speranza per chi soffre di mali che la medicina e le scienze non riescono…o non possono curare.




Quando la famiglia educa alla comunicazione

manifesto-giornata-CS2015_bannerdi Stefano Liccioli • E’ incentrato sulla famiglia il messaggio di Papa Francesco per la XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che si celebrerà il prossimo 17 maggio. A pensarci bene è proprio la famiglia dove s’impara a comunicare e, anche in questa circostanza, bisogna ripartire da qui se si vuole rendere la comunicazione più autentica e umana. La riflessione del Santo Padre si sviluppa su vari livelli e tocca diversi aspetti. Ne richiamerò alcuni passaggi, quelli che mi hanno suggerito delle riflessioni particolari. Innanzitutto ho trovato opportuna la premessa per cui la famiglia è capace di comunicare nella misura in cui diventa consapevole del fatto che possiamo dare perché abbiamo ricevuto. E’ in famiglia ad esempio che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati e che a nostra volta siamo chiamati a tramandare ad altri. Allo stesso tempo mi sento di affermare che quanto più tra sposi o tra genitori e figli si riesce a condividere tanto più si dialoga e viceversa: è un circolo virtuoso che s’alimenta naturalmente. Una coppia che non dialoga così come genitori e figli che non parlano tra di loro in maniera autentica, sono destinati a creare un contesto familiare asfittico. D’altra parte riuscire a raccontarsi, condividere aspetti profondi della propria esistenza, non è così facile, neanche tra familiari. Non è facile per i figli, soprattutto in età adolescenziale, confidarsi con i genitori, superare una certa ritrosia o pudore nell’aprirsi alla propria madre o al proprio padre. Difficile anche per i genitori porsi seriamente in ascolto dei propri figli: le domande dei ragazzi ci mettono in discussione, a volte anche in crisi. Questo fa paura. In una trasmissione televisiva un ragazzo raccontò che un giorno chiese al padre di parlare di questioni che lo stavano preoccupando ed il padre preferì mandarlo dallo psicologo. Una dinamica per certi versi paradossale che però, a mio parere, rappresenta bene una paura che gli adulti hanno nel confrontarsi con i giovani. Si preferisce delegare ad altri, agli “specialisti dell’ascolto”, piuttosto che mettersi in gioco con gli interrogativi scomodi dei ragazzi.

Significativo a proposito del rapporto tra generazioni il riferimento di Papa Francesco al ruolo dei nuovi media:«Oggi i media più moderni, che soprattutto per i più giovani sono ormai irrinunciabili, possono sia ostacolare che aiutare la comunicazione in famiglia e tra famiglie. La possono ostacolare se diventano un modo di sottrarsi all’ascolto, di isolarsi dalla compresenza fisica, con la saturazione di ogni momento di silenzio». Il rischio delle nuove tecnologie è infatti che contribuiscano a creare “muri” tra genitori e figli, relegando questi ultimi nel loro mondo digitale, inaccessibile ai più grandi.

La sfida educativa è quella di aiutare i giovani ad usare, ad esempio, i social network per restare in contatto con i lontani, a cercare di rendere sempre possibile l’incontro. In questo compito, avverte il Papa, la comunità cristiana deve affiancare i genitori perché sappiano insegnare ai figli a vivere nell’ambiente comunicativo secondo i criteri della dignità della persona umana e del bene comune.

Infine una sottolineatura per la distinzione che il Pontefice opera tra raccontare e produrre informazioni. La società attuale è invasa da informazioni che in pochi secondi fanno il giro del mondo, ma d’altra parte ha un estremo bisogno di persone che reimparino a raccontarsi perché raccontarsi significa condividere e per condividere occorre essere generosi. Conclude Papa Francesco:«La famiglia più bella, protagonista e non problema, è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli».




L’universo in un raggio di luce. Da san Benedetto a Dante

dante-alighieridi Carlo Nardi • Il papa Gregorio Magno (+ 604) racconta che, poco prima di morire, san Benedetto (+ 580) ebbe la visione dell’intero universo in un raggio di luce: «Benedetto era in piedi alla finestra e pregava Iddio che tutto può. D’un tratto, nel cuor della notte, vide una luce riversarsi dall’alto: aveva messo in fuga tutte le tenebre della notte e splendeva sempre più al punto che, irraggiando tra le tenebre, superava quella del giorno. Nel suo intento contemplare sopraggiunse un qualcosa di veramente meraviglioso: come poi raccontò, tutto il mondo, come fosse raccolto in una raggio di sole, fu condotto davanti ai suoi occhi» (Dialoghi II,25,1-2).

Un monaco – narra ancora Gregorio –un monaco di nome Pietro chiede delucidazioni e pone al papa una precisa obiezione: «Cosa veramente meravigliosa e davvero stupenda! Ma di quel che si è detto – che davanti ai suoi occhi era stato condotto tutto il mondo come raccolto in un unico raggio di sole – non ne ho mai avuto sentore né so che mi dire. Ma con quale logica può succedere che un unico essere umano possa vedere il mondo in tutti i suoi aspetti» (Dial. II,25,5).

Gregorio risponde: «Tien per fermo, o Pietro, quel che ti dico: per un’anima che vede il Creatore è piccola ogni creatura. Ammettiamo che quell’anima abbia visto ben poco della luce del Creatore; Nondimeno per quell’anima ogni essere creato diventa angusto perché proprio per la luce di quella visione si dilata l’ambito della mente che è in lei ed essa si espande in Dio tanto da sovrastare sul mondo. Anzi, l’anima di chi ha la visione supera anche se stessa. E quando è rapita sopra di sé nella luce di Dio, si dilata nel suo intimo e, mentre guarda sotto di sé, una volta elevata, comprende quanto piccola cosa sia tutto ciò che l’anima, stando sulla terra, non era ancora in grado di comprendere. Perciò, colui che vedeva quel globo infuocato e vedeva anche gli angeli che tornavano in cielo, poteva vedere il tutto soltanto nella luce di Dio. Che c’è di strano allora se egli riuscì a vedere il mondo raccolto davanti a sé, lui che, elevato nella luce presente alla sua mente, si era trovato fuori dal mondo?» (Dial. II,35,6).

E il papa conclude: «Ora, che il mondo, secondo quel che si dice, sia stato compendiato davanti ai suoi occhi [di Benedetto], non è avvenuto perché cielo e terra si sarebbero contratti, ma perché si è dilatato l’animo del veggente che, rapito in Dio, poté senza difficoltà vedere tutto ciò che è inferiore a Dio. Perciò, in quella luce che rifulse agli occhi del corpo esterno era presente nell’intimo della mente un’altra luce, quella che aveva rapito l’animo del veggente per trasferirlo nelle cose di lassù e che gli aveva mostrato la piccolezza delle cose di quaggiù» (Dial. II,35,7).

Il motivo filosofico e letterario della contrazione e sintesi del mondo in un «unico raggio di luce» (Dial. II,35,3) ha vari antecedenti nell’antica letteratura latina, pagana e cristiana. A me il racconto di Gregorio richiama alla mente, oltre alcuni tratti presenti nel Sogno di Scipione di Cicerone, l’ultimo canto del Paradiso. Lì il veggente è Dante, atto a «ficcar lo viso per la luce etterna» (Par. 33,83). Egli dice: «Nel suo profondo [nella insondabile luce divina] vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. 33,85-87). Egli sembra dire, con qualche tocco già presente in sant’Agostino (De Trinitate IV,17,23), che la creazione, così varia e multiforme, è come lo “squadernarsi” di un libro in fascicoli, quasi a comporre la vicenda di questo nostro universo, creazione al contempo tutta quanta a ritrovarsi in un solo “volume”: nelle profondità della luce eterna, in definitiva in Dio. Per il papa Gregorio l’anima umana può giungere a contemplare il tutto in un raggio di luce; per Dante in un “volume”, direi in un plesso, in una sintesi presente in Dio che è “luce eterna”: «luce intellettual per piena d’amore, / amor di vero ben, pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore» (Par. 33,40-42).

Bearsi di questa luce che si espande si tutte le creature è possibile. È la luce della creazione, per cui «s’aperse in novi amor l’etterno amore» (Par. 33,18), ed è la luce della pasqua: si pensi alla liturgia della veglia pasquale. È luce fisica di corpi creati, luce interiore dello Spirito Santo, luce nel tempo e nell’eternità. È luce dai tanti raggi nelle nostre relazioni.




«Dottore della Chiesa»: un titolo a beneficio di tutti i cristiani

02-santa-Caterina-e-il-Dialogo-580x333di Andrea Drigani • Domenica 12 aprile Papa Francesco ha proclamato San Gregorio di Narek, dottore della Chiesa universale. San Gregorio di Narek nacque ad Andzevatsik (Armenia) intorno all’anno 950. Entrato in giovane età nel Monastero di Narek (Armenia), dove esisteva una celebre scuola di Sacra Scrittura e di Patristica, vi trascorse tutta la sua esistenza, ricevendo l’ordine sacerdotale, riuscendo a raggiungere le vette della santità e dell’esperienza mistica, dando dimostrazione della sua sapienza in vari scritti teologici. Già in vita fu circondato da fama di santità e gli si attribuirono alcuni miracoli. Nel 1003 scrisse la sua opera più famosa: il «Libro della Lamentazione». Libro unico nel suo genere, composto in forma di invocazioni, soliloqui, colloqui con Dio, che evocano e raccontano il dramma spirituale dell’esserci in questo mondo, ma protesi verso qualcosa che non è di questo mondo. Il «Libro della Lamentazione» è suddiviso in 95 capitoli, di dimensioni molto varie. «Dal profondo del cuore colloquio con Dio»: queste sono le parole poste all’inizio del primo capitolo, quasi un’antifona che si ripeterà, ampliata pressoché in tutti i capitoli successivi. Morì nel 1005 nel Monastero di Narek, dove venne sepolto. Venerato come santo, la sua tomba divenne subito meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli e la sua memoria rimase in grande onore e venerazione presso tutto il popolo armeno. Durante i massacri, perpetrati dai Turchi, negli anni 1915-1916, furono distrutti sia il Monastero che la sua tomba. San Gregorio di Narek è il 36° santo a cui è stato attribuito il titolo di Dottore della Chiesa universale. Gli altri trentacinque santi sono: Gregorio Magno, Agostino, Ambrogio, Girolamo, Tommaso d’Aquino, Atanasio, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Bonaventura, Anselmo d’Aosta, Isidoro di Siviglia, Pietro Crisologo, Leone Magno, Pier Damiani, Bernardo di Chiaravalle, Ilario di Poitiers, Alfonso Maria de’ Liguori, Francesco di Sales, Cirillo di Alessandria, Cirillo di Gerusalemme, Giovanni Damasceno, Beda il Venerabile, Efrem il Siro, Pietro Canisio, Giovanni della Croce, Roberto Bellarmino, Alberto Magno, Antonio di Padova, Lorenzo da Brindisi, Teresa d’Avila, Caterina da Siena, Teresa di Lisieux, Giovanni d’Avila, Ildegarda di Bingen. Fu Benedetto XIV, Papa Lambertini, a fissare i tre requisiti necessari per la concessione del titolo di Dottore della Chiesa: una dottrina eminente, un’insigne santità di vita e la dichiarazione del Romano Pontefice o di un concilio ecumenico. Con questi tre requisiti Benedetto XIV aveva riassunto le condizioni in base alle quali la Chiesa, nel corso dei secoli, aveva riconosciuto o dichiarato alcuni santi dottori della Chiesa. E se l’insigne santità della vita costituisce un requisito previo e la dichiarazione da parte del Papa o di un concilio rimane l’atto formale del conferimento del dottorato, la dottrina eminente è la qualità specifica e dominante per il riconoscimento del titolo. Negli ordinamenti civili il dottorato di ricerca è una qualifica accademica conseguita da chi, nell’ambito dei ruoli previsti dalla legislazione universitaria, abbia proseguito i propri studi con risultati finali di valore scientifico. Non è soltanto un titolo che rende onore a colui che lo consegue, ma viene proclamato che quanto scritto nella tesi dottorale è un vero contributo al progresso delle scienze, e che deve esser tenuto in debito conto presso tutti gli studiosi, per i quali, in ultima analisi, il dottorato è a loro vantaggio. Considerazioni simili si possono fare su quello specialissimo dottorato che è, appunto, il Dottorato della Chiesa. L’attribuzione di questo titolo, oltre che riguardare la dignità personale e la fama del santo o della santa, interessa anche a tutti i credenti, per lo studio della teologia e delle alte scienze ecclesiastiche, nonché per la promozione di una cultura cristianamente ispirata. Non è infatti possibile, che, all’inizio del terzo millennio, si ricominci daccapo a svolgere un’attività intellettuale da cristiani, prescindendo da quanto è già stato riflettuto e pensato nei secoli precedenti, che trova nelle opere dei Dottori della Chiesa la migliore espressione. Per ricercare ed approfondire argomenti e questioni di carattere teologico: biblico, dogmatico, spirituale, morale, canonico, liturgico, pastorale, come pure di natura filosofica, pedagogica, politica ed economica, è, dunque, estremamente conveniente iniziare consultando quella formidabile biblioteca costituita dagli scritti dei Dottori della Chiesa.




La riforma del Triduo pasquale e la teologia di Balthasar

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di Francesco Vermigli • Da alcune settimane si dispiega – irradiato dalla luce che si spande dal sepolcro vuoto – il tempo pasquale. In esso la Chiesa celebra la vittoria della vita sulla morte, la redenzione dal peccato, la liberazione, la speranza certa che viene da Cristo, Signore dell’universo e Redentore. Con un passo indietro, torniamo ai giorni che si pongono come il culmine dell’intero anno liturgico, nei quali si celebra in maniera del tutto speciale quello stesso mistero di salvezza.

L’articolazione liturgica del Triduo attuale è il frutto dell’accoglienza – all’interno della riforma postconciliare – del rinnovamento operato da Pio XII. Esso si realizzò in due momenti distinti: prima (nel 1951) nella riforma ad experimentum della veglia di Pasqua, quindi (nel 1955, in vigore dal 1956) nella riorganizzazione dell’intera Settimana santa. L’aspetto più evidente della riforma piana è l’adeguamento della scansione dei giorni liturgici allo svolgimento dei fatti della vita di Gesù: una corrispondenza che lungo il corso dei secoli si era lentamente affievolita, fino ad estinguersi; come risulta dalla situazione precedente all’intervento pontificio, con la celebrazione della veglia pasquale alla mattina del sabato. Questo tentativo di porre la liturgia in accordo con la storia della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù ha un significato grande: il popolo di Dio è condotto a ripercorrere con la memoria i fatti che si succedettero dall’entrata di Gesù a Gerusalemme, fino al sepolcro vuoto e alle prime apparizioni del Risorto. In modo evidente, a godere di maggior beneficio da questa risistemazione liturgica è stato il sabato santo, che acquista un posto proprio; quel posto che l’anticipazione della veglia alla mattina dello stesso giorno negava.

Fra i contributi teologici novecenteschi più significativi attorno al Triduo pasquale, riveste un ruolo di assoluta preminenza quello di von Balthasar; in modo particolare l’amplissimo capitolo dedicato ai giorni della redenzione all’interno di Mysterium salutis, uscito poco dopo separatamente con il titolo Theologie der drei Tage. Nella sua opera risulta straordinariamente valorizzato proprio il sabato santo: che ciò sia stato favorito dalla riforma piana del Triduo, non sappiamo dire; sicuramente, esso deve moltissimo – per espressa dichiarazione del teologo di Basilea – alle esperienze mistiche della luterana convertita al cattolicesimo e sua figlia spirituale, Adrienne von Speyr. Quello che conta è che il sabato santo ottiene, nell’ottica di von Balthasar, i caratteri di un compimento del venerdì. Al cuore della “teologia dei tre giorni” di Balthasar sta non solo la morte come atto volontario di offerta della propria vita (venerdì santo), ma morte come condizione di abbandono e sfiguramento totale della divinità, che rende Gesù in tutto simile ai morti dello sheol (sabato santo). Se vale l’antico adagio quod non est assumptum, non est sanatum – riflette Balthasar – Gesù deve assumere non solo la carne, non solo la condizione dell’uomo – per dirla con Heidegger – come “essere per la morte”, ma divenire pienamente solidale anche con la condizione di coloro che risiedono nel mondo delle tenebre. Egli deve non solo caricarsi dei peccati degli uomini, ma sperimentare la “seconda morte”; la condizione dell’abbandono totale e irredimibile da parte di Dio, ricolmo di ira per il peccato. Alle spalle di queste considerazioni sul sabato, si notano una cristologia debitrice del pensiero fenomenologico (si pensi all’idea dell’abbandono totale della gestalt divina, cioè della forma di Dio da parte di Gesù) e una soteriologia, in cui i tratti vicini al mondo luterano sono prevalenti. La valorizzazione del sabato santo ad opera del grande teologo svizzero passa attraverso accentuazioni problematiche; su tutte quest’idea di un Gesù che verrebbe a perdere la gestalt divina ad un livello così grande, da interiorizzare i peccati del mondo, fino a sentirli come da lui commessi.

Per superare questi aspetti problematici del pensiero balthasariano, forse dobbiamo riconsiderare alcuni spunti della vecchia forma del Triduo, che non devono essere persi in quella riformata. Nell’anticipazione della veglia pasquale alla mattina del sabato santo si deve probabilmente intendere il riconoscimento che il Cristo che scende agli inferi non va a condividere la “seconda morte”; piuttosto che la sua discesa ha lo scopo di annunciare la salvezza nello sheol – in coerenza con 1 Pt 3,19 e 1 Pt 4,6 e con una tradizione iconografica convergente su una discesa di Gesù già in parte trionfante, perché salvifica – nella speranza certa che il Padre lo risusciterà. Forse quel tono di fiduciosa attesa che si apprezza nell’ufficio delle letture e nelle lodi della liturgia delle ore dell’attuale sabato santo, è il punto in cui alcune suggestioni della vecchia forma del Triduo vengono felicemente recuperate; in un contesto generale, tuttavia, più adatto a far rivivere liturgicamente i fatti della storia della salvezza.

 




In cammino verso il sinodo Panortodosso (B)

Hagia-Irenedi Basilio Petrà

TERZO INCONTRO DELLA COMMISSIONE PREPARATORIA A CHAMBESY (30 marzo-2 aprile 2015)

La terza sessione della Commissione preparatoria si è tenuta, come le due precedenti, presso il Centro Patriarcale di Chambesy presso Ginevra, dal giorno 30 marzo al 2 aprile u.s. Preceduta da due giorni di lavoro da parte della Commissione per la stesura dei documenti, sotto la direzione del metropolita del Montenegro e del Litorale, Anfilochio (patriarcato di Serbia), la sessione ha preso in considerazione e portato a compimento l’aggiornamento –già iniziato nella seconda sessione- del documento: “Il contributo della Chiesa ortodossa al trionfo della pace, della giustizia, della libertà, della fraternità e dell’amore tra le nazioni e all’eliminazione delle discriminazioni razziali e di altre forme di discriminazione”. Sono poi stati aggiornati altre bozze di documenti per il Sinodo panortodosso. Tutti i cinque documenti fin qui preparati saranno presi in ulteriore considerazione nella Conferenza presinodale che dovrebbe tenersi in giugno.

Come di consueto, la presidenza della Commissione è stata del metropolita di Pergamo, Giovanni (Patriarcato ecumenico) coadiuvato dalla Segreteria delle precedenti sessioni. Hanno preso parte le seguenti delegazioni delle varie Chiese ortodosse: Patriarcato ecumenico (protopresbitero Giorgio Tsetsis, archimandrita Massimo Pophos); Patriarcato di Alessandria (metropolita del Capo di Buona Speranza, Sergio; archimandrita Nicola Ioannidis); Patriarcato di Antiochia (metropolita di Akkar, Basilio); Patriarcato di Gerusalemme (metropolita di Costantina, Aristarco; prof. Teodoro Yankou); Patriarcato di Mosca (metropolita di Volokolamsk, Hilarion; arciprete Nicola Balachov; diacono Tchouriakov); Patriarcato di Georgia (metropolita di Samtavisi e Gori, Andrea; proto presbitero Giorgio Zviadadzé); Patriarcato di Serbia (metropolita di Montenegro e del Litorale, Anfilochio; vescovo di Bačka, Ireneo); Patriarcato di Romania (metropolita di Târgoviște, Niphon; arciprete Viorel Ioniţă); Patriarcato di Bulgaria (metropolita di Varna e di VelikI Preslav, Giovanni; metropolita di Nevrokopi, Seraphim); Chiesa di Cipro (metropolita di Paphos, Giorgio; il sig. M. Spirou); Chiesa di Grecia (metropolita di Peristerion, Crisostomo; metropolita di Dimitriade e Almyros, Ignazio; metropolita di Messinia, Crisostomo); Chiesa di Albania (metropolita di Korçë, Giovanni; vescovo di Apollonia, Nicola); Chiesa di Polonia (vescovo di Siemiatycze, Giorgio; arciprete Andrea Kuzma); Chiesa delle Terre Ceche e della Slovacchia (arcivescovo di Michalovce e di Košice, Giorgio; archimandrita Séraphim Chemiatovski).

PATRIARCATO ECUMENICO: COMUNICATO DEL 25 APRILE 2015

(Nota del traduttore B.P.: Traduciamo qui il testo del comunicato apparso sul sito ufficiale del Patriarcato Ecumenico il 25 aprile u.s. e che reagisce formalmente alle varie voci sulla questione dell’omosessualità: vedi nostro precedente post. E’ composto di una breve introduzione che ne chiarisce il contesto e di una Dichiarazione ufficiale)

A motivo di diversi interventi inesatti, falsi e ingannevoli usciti nella Rete in riferimento ai lavori della Commissione Speciale Interortodossa riunitasi a Chambesy (Ginevra) per la revisione e la cura dei testi del futuro – con l’aiuto di Dio- Santo e Grande Sinodo della Chiesa ortodossa, il Presidente della Commissione, Sua Ecc.za il Metropolita emerito di Pergamo Giovanni ha chiesto per mezzo del Consigliere giuridico del Patriarcato ecumenico all’amministratore del sito «Romfea.gr» le seguenti precisazioni perché eviti le conseguenze previste dalla Legge nei suoi confronti:

1) Cancellazione totale dal suo sito tanto delle inesatte cose pubblicate il 1 aprile 2015 riguardo al tema di cui sopra, quanto degli articoli e commenti usciti con nome o con pseudonimo in connessione con tali cose, giacché attraverso di esse si offendono e si diffamano tanto l’opera della Commissione quanto anche personalmente il Presidente e gli altri membri di essa.

2) L’immediata pubblicazione, a ristabilimento della verità, senza tagli e alle stesse condizioni alle quali sono stati pubblicati sul sito i testi surricordati, della sottostante Dichiarazione del Presidente della Commissione.

Questa è la Dichiarazione dell’Ecc.mo Metropolita emerito di Pergamo:

A motivo dei testi inesatti pubblicati sul vostro sito il 1 aprile 2015 (ora 13,32) e che si riferivano ai lavori della Commissione Interortodossa Speciale sotto la mia presidenza in ordine alla preparazione del Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa, così come a motivo degli articoli e commenti con nome o con pseudonimo che sono rimasti per lungo tempo postati sul suo sito, la invito per il ristabilimento della verità a pubblicare immediatamente e con le stesse precise modalità della precedente pubblicazione che:

1. E’ totalmente inesatta e ingannevole la pubblicazione sul suo sito della presunta “notizia che affermava che la commissione preparatoria nella sua precedente seduta aveva chiesto l’apposizione di una modifica con la quale il Santo e Grande Sinodo avrebbe espresso la sua solidarietà alle «minoranze sessuali»”. Non solo non c’è stata nessuna simile decisione sotto la mia presidenza della Commissione Speciale ma anche assolutamente nessuno dei membri della Commissione è addivenuto a sostenere, direttamente o indirettamente, il modo di vita di tali «minoranze». Il non esercizio della violenza nei confronti dei peccatori scaturisce dal principio evangelico della carità verso ogni peccatore (cfr. tra i molti passi, l’episodio della lapidazione dell’adultera: Gv 8,3-11) e assolutamente da nessuno dei membri della Commissione è stato associato con l’approvazione o l’accoglienza del loro modo di vita, come appare dalla malevola presentazione del tema negli articoli e commenti postati sul suo sito. Su tutto il tema in questione per altro ha preso posizione con ogni autorità la stessa Commissione con il Comunicato ufficiale del 2 aprile 2015, che La invito a pubblicare con i nomi dei rappresentanti delle Chiese che lo hanno sottoscritto [n.d.T.: il contenuto di esso lo si può vedere nel precedente intervento di aprile].

2. E’ inesatto e ingannevole il titolo nella stessa pubblicazione del suo sito: «Giovanni di Pergamo: Ponete fine alla fuga di notizie ai mass media» così come la proposizione nel testo: «Il metropolita di Pergamo, Giovanni, nel corso della terza seduta della commissione a Chambesy (Ginevra) ha chiesto a tutti i suoi membri di non parlare ai rappresentanti dei mass media riguardo ai temi in discussione». Ciò che è esatto è che il presidente della Commissione ha richiesto ai membri della Commissione di non diffondere notizie inesatte. Contestualmente si ricorda l’ovvio, ovvero che coloro che esprimono con autorità ed esattezza le varie tesi di corpi simili sono solo il Presidente e i Comunicati Ufficiali dei suoi membri. Nel caso in oggetto, per altro, secondo la pratica decisa in modo panortodosso e per decenni dominante, i testi delle decisioni sono resi pubblici solo dopo che abbiano ricevuto la debita elaborazione e approvazione da parte della competente Conferenza Panortodossa Presinodale.

3. Successivamente la invito a cancellare totalmente dal sito tutti i commenti con nome o con pseudonimo, i quali sulla base delle inesatte informazioni surricordate sono stati postati su di esso e che si riferiscono alla mia persona o al lavoro della Commissione sotto la mia presidenza in modo offensivo e diffamatorio.

4. Infine, chiedo che vi guardiate per il futuro da ogni comportamento simile che provoca danno morale al lavoro preparatorio del santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa e a quanti si sono addossati la responsabilità della sua preparazione.

Atene, 23 aprile 2015 “

I DOCUMENTI APPRONTATI NELLE TRE SESSIONI PREPARATORIE

A questo punto, conclusi i lavori della terza sessione, in attesa della Conferenza presinodale di giugno, si può già fare il punto sul numero e sul contenuto generale dei documenti preparati. Insieme ad altre fonti, ce ne offre in particolare la possibilità un articolo, pubblicato da Giorgio N.Papathanassopoulos il 7 aprile 2015 su Agioritiko Vima con il non casuale titolo: Il Sinodo Panortodosso per cose irrilevanti- Manovre e contrasti nella Commissione interortodossa.

All’inizio delle sessioni si era recepita l’indicazione che dovessero essere aggiornati per il Sinodo nove documenti, scegliendoli tra quelli che erano stati a suo tempo indicati dalla Conferenza Panortodossa Presinodale del 1976 – che aveva proceduto ad una revisione dell’elenco preparato dalla Conferenza Panortodossa di Rodi del 1961- e tenendo conto dei testi già preparati a partire dal 1976.

In realtà, dei nove quattro non sono stati presi in considerazione per niente. Sono i documenti sulla diaspora ortodossa, sull’autocefalia e la modalità della sua proclamazione, sull’autonomia e la sua proclamazione, sui dittici. Papathanassopoulos non lo dice ma sono documenti che costringono a toccare la questione ‘calda’ del ruolo di Costantinopoli nell’Ortodossia e per questo molto probabilmente non sono stati e non saranno ripresi.

Sono stati invece approntati documenti su questi cinque temi: «la questione del calendario comune», «gli impedimenti matrimoniali», «il digiuno», «la questione delle relazioni delle chiese ortodosse con il restante mondo cristiano e il movimento ecumenico», «il contributo della Chiesa ortodossa al trionfo della pace, della giustizia, della libertà, della fraternità e dell’amore tra le nazioni e all’eliminazione delle discriminazioni razziali e di altre forme di discriminazione».

Di questi documenti su due non c’è stato accordo tra le chiese, mentre su tre si è raggiunto un consenso.

I due sui quali non c’è stato consenso sono quelli del calendario e degli impedimenti matrimoniali. La discussione su di essi è stata rinviata alla Conferenza presinodale di giugno, anche se non sarà facile trovare un accordo. Il fatto che possano essere presentati al Sinodo del 2016 dipenderà molto dalla possibilità di raggiungimento di un accordo.

Sul calendario le chiese che seguono il calendario giuliano (cioè specialmente Russia, Serbia, Bulgaria, Polonia, Georgia) non vogliono sentir parlare di cambiamento né ammettere i dati scientifici e la maggiore correttezza scientifica del calendario gregoriano né acconsentire a una qualsiasi forma di apertura verso la possibilità futura di una Pasqua comune con cattolici e protestanti.

Sugli impedimenti matrimoniali la Commissione ha preso in esame la decisione della Seconda Conferenza Panortodossa Presinodale del 1982 in forza della quale l’impedimento di consanguineità e di affinità dovrebbe esistere fino al V grado compreso, sulla base del can.54 del Concilio in Trullo. I Russi hanno proposto che l’impedimento valga solo fino al IV grado di parentela, mentre i giorgiani vogliono che valga fino al VII. Secondo Papathanassopoulos si è discusso in questo contesto anche di come la Chiesa deve affrontare il matrimonio civile, ovvero se un preesistente matrimonio civile vada considerato un impedimento alla celebrazione religiosa del matrimonio. Non si è pervenuti nemmeno a una decisione sulla questione se chi ha contratto solo un matrimonio civile può partecipare alla vita sacramentale della Chiesa.

Sugli altri tre documenti c’è stato consenso. Nessun problema per il digiuno, che sostanzialmente rimane come è ora. Riguardo al documento sul contributo alla pace ecc Papathanassopoulos ricorda che quando è stato ripreso nella Terza sessione il metropolita di Pergamo si è lamentato –indirizzandosi specialmente verso i russi- che fosse uscita la voce che si voleva introdurre un’espressione a favore dei diritti degli omosessuali, quando niente del genere c’era stato. Hilarion di Volokolamsk avrebbe sottolineato che era necessario eliminare anche solo il sospetto di qualcosa del genere e che su questo alla fine c’era stato il consenso di tutti. Riguardo al documento sul rapporto con le altre confessioni cristiane, approvato fin dalle prime sessioni, si è auspicato che venga reso pubblico prima del Sinodo.

Molto interessante è il quadro che Papathanassopoulos fa enumerando tutti gli argomenti di discussione che erano stati indicati dalla Prima Conferenza Presinodale del novembre del 1976 e come tali inviati a tutte le chiese locali per uno studio accurato e che non saranno discussi nel Sinodo futuro perché si è fin dall’inizio deciso di tenerli fuori dalla discussione:“ Determinazione della nozione di dogma dal punto di vista ortodosso; Sacra Scrittura; Ispirazione della Sacra Scrittura; Valore dei libri dell’Antico Testamento nella Chiesa Ortodossa; La sacra Tradizione: definizione della nozione e della sua estensione; I testi dotati di autorità nella Chiesa Ortodossa; Autorità della Chiesa; Coscienza comune della Chiesa; L’infallibilità della Chiesa decisa per mezzo della sua gerarchia in un Concilio ecumenico; Ortodossia e Bibbia; Rifrazionamento delle pericopi liturgiche; Uniformità del Rituale e dei Testi liturgici nel culto e nella celebrazione dei sacramenti; Revisione e edizione scientifica di essi; Più piena partecipazione dei laici nella vita cultuale e nella restante vita della Chiesa; Lettere ireniche; Il Sacro Crisma; Il matrimonio del clero dopo l’ordinazione o seconde nozze del clero; L’eutanasia e la teologia ortodossa; L’ortodossia nel mondo; L’Ortodossia e le altre religioni; La cremazione e la teologia ortodossa”.

Quadro interessante, perché appare con evidenza che il rischio reale che il Sinodo panortodosso affronti solo pochi temi e quelli che forse meno avrebbero bisogno di una decisione sinodale. Solo il tempo lo dirà.




Forza ma anche tenerezza. Ricordando il vescovo Romero

Oscar-Arnulfo-Romerodi Alessandro Clemenzia “Dio stesso, in Gesù, si è curvato (cf. Fil 2,8) e si curva su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e per donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere”. Con queste parole, tratte dalla Prefazione al testo del card. Müller (Povera per i poveri. La missione della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, 2014), Papa Francesco pone nella consapevolezza umana del proprio limite e della propria precarietà il punto nodale per argomentare quale relazione debba intessersi fra Chiesa e povertà.

Non è un caso che, proprio nel contesto odierno, “tracciato” dai numerosi richiami del Papa ad abitare la povertà come luogo teologico in cui la Chiesa può riscoprire la propria identità, venga ripresentata, attraverso testi e filmati, l’esemplarità del vescovo Romero, il quale verrà beatificato a San Salvador il prossimo 23 maggio.

Forza ma anche tenerezza” sono le parole pronunciate dal vescovo martirizzato in una delle sue ultime omelie, e fanno riferimento a quel particolarissimo atteggiamento di Cristo nei confronti dell’adultera: una forza, quella di Gesù, che si è rivelata pienamente nell’accoglienza dell’altro (nel perdono), in quel movimento relazionale espresso dal Papa attraverso l’immagine del “curvarsi”. È nel piegarsi di Dio verso il peccatore che l’uomo fa esperienza di essere raggiunto, toccato, raccolto e abbracciato da Gesù proprio attraverso il proprio lato peggiore.

Forza ma anche tenerezza” non è un semplice riferimento biblico di un’omelia, ma è la parola “assunta” da Romero come modalità d’esercizio del suo essere vescovo, pastore del popolo affidatogli. È l’espressione concreta di chi, in un contesto determinato da una nefandezza politica, economica e sociale, prende posizione con la sua stessa persona per affermare e “liberare” la dignità umana, senza mai distogliere lo sguardo da quel curvarsi di Cristo verso la propria indigenza.

Forza ma anche tenerezza”: è una frase che non si lascia imbrigliare da chissà quale intento di buonismo e moralismo, ma si fa attraversare e plasmare dalla profondità teologica ed esistenziale dell’Incarnazione, da quel farsi uomo fragile del Verbo di Dio. Dalla consapevolezza di quell’Evento, in cui la storia dell’uomo e la storia di Dio trovano il loro punto culmine di contatto e la piena manifestazione, la Chiesa non può più esimersi dall’esigere un’etica che esprima l’opzione preferenziale di Dio per i poveri e i bisognosi. Dall’istante in cui il Verbo di Dio “carne si è fatto” (Gv 1,14), la storia è il luogo in cui Dio continua a dirsi e a darsi, sia a chi lo cerca consapevolmente, sia a chi si lascia sopraffare dall’indifferenza e attrarre da altro. Nella sua seconda lettera pastorale “La Iglesia, Cuerpo de Cristo en la historia”, Romero spiega chiaramente che, come “Gesù ha realizzato la sua missione e il suo servizio agli uomini in un mondo e in una società concreta” (“Jesús realizó su misión y su servicio a los hombres, en un mundo y en una sociedad concreta”), così la Chiesa “è una comunità di fede il cui primo obbligo, la cui prima ragione d’essere sta nel proseguire la vita e l’attività di Gesù” (“Es una comunidad de fe cuya primera obligación, cuya razón de ser está en proseguir la vida y la actividad de Jesús”). È un chiaro invito a prendere sempre più piena consapevolezza che la Chiesa è chiamata a vivere la concretezza della realtà in cui è inserita come luogo in cui, raggiunta da Cristo, continua la Sua opera in parole e azioni.

Forza ma anche tenerezza” è un’affermazione che, trovando nel curvarsi di Cristo verso l’adultera e nel farsi carne del Verbo il suo significato e ritmo originali, ha una valenza fortemente ecclesiale: non si riduce all’esperienza del singolo. “È tutto il popolo che Dio vuole salvare”, affermava il vescovo salvadoregno sempre in una delle sue ultime omelie: egli esortava in questo modo il popolo a passare da una visione individuale di fede e di salvezza ad una comunitaria. Ricordarsi di essere “popolo di Dio” significa tenere conto che l’identità della Chiesa è quella di un Noi (plurale), pellegrinante, fatto Io (singolare) da Cristo, senza che l’alterità e la distinzione si contrappongano all’unità e vengano per questo censurate. Per essere tale, il “popolo di Dio nella storia non si fissa in nessun sistema sociale, in nessuna organizzazione politica, in nessun partito” (così insegnava Romero in quell’omelia, dispiegando la natura della Chiesa attraverso l’immagine della personalità corporativa). La libertà dalla faziosità contingente è ciò che rende la Chiesa “l’eterna pellegrina della storia” e, ancora più forte, “serva del Regno di Dio”.

Forza ma anche tenerezza” è anche una proposta di come costruire le relazioni interpersonali a cui il cristiano può aderire nel momento in cui ha fatto esperienza concreta del chinarsi di Dio, in Cristo, sulla pochezza della propria umanità; da quel momento lo sguardo del peccatore cambia direzione: dall’essere ripiegato su se stesso esso si fa sguardo accogliente e abbracciante di quell’umanità ferita che si fa presente nel volto di coloro da cui si è circondati.




Riflessioni sul tempo di Pasqua in tempi di martirio

Cristo-murales-macchiato-di-sangue1-940x250di Gianni Cioli • «Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,1-7).

La situazione che stiamo vivendo è molto simile a quella descritta nel Vangelo della notte di Pasqua. È forte in noi la tentazione di abbandonarsi alla mancanza di speranza. Ci sentiamo impotenti come le donne giunte alla tomba di Gesù che non sapevano come far rotolare via la pietra perché non ne avevano la forza.

In questo momento siamo profondamente sconvolti per l’accanimento di persecuzioni che si stanno scatenando contro i cristiani nel mondo. Siamo smarriti. Avevamo sperato in un futuro di pace e sembra prospettarsi il contrario. La morte di questi innocenti sembra una sconfitta per la nostra fede. Così come parve una sconfitta per il messaggio di Gesù la sua morte in croce e quella pietra pesantissima posta sopra il sepolcro.

La tentazione che prese allora i discepoli fu quella di dire: «nessuno ha parlato come Gesù. Ha detto cose meravigliose. Ma la sua morte in croce ci fa capire che le sue promesse erano illusioni». No! In realtà sappiamo che la morte in croce di Gesù non è stata la sua sconfitta ma la sua vittoria. Anche noi dobbiamo alzare lo sguardo e anche noi vedremo che la pietra che sembrava sancire la sconfitta è stata rotolata via.

Anche noi come i cristiani dei primi tempi dobbiamo imparare a riconoscere nella morte dei nostri fratelli uccisi a causa del nome cristiano non una sconfitta ma una vittoria. Non una morte ma una nascita.

Allora forse ci renderemo conto che questi fratelli muoiono anche per noi, per aiutarci a riscoprire il vero senso della vita che abbiamo rischiato e rischiamo di smarrire nel nostro presunto benessere da difendere egoisticamente.

Il senso della vita che il “caso serio” dei martiri ci rimette di fronte può essere sintetizzato nella parola programmatica del prossimo Giubileo indetto da papa Francesco: “misericordia”.

La misericordia è l’amore di Dio che si manifesta nel perdono donato sulla croce. Il senso della nostra vita è riconoscere e accogliere questo dono per risorgere a vita nuova, ovvero per rinnovare e trasformare la nostra vita diventando testimoni della misericordia.

Fare esperienza del perdono ci rende capaci di metterci a servizio della riconciliazione. Riconoscere e accogliere il perdono di Dio ci rende capaci di perdonare a nostra volta a chi ci ha fatto del male, decostruendo così le logiche apparentemente ineluttabili della vendetta e dell’odio. La consapevolezza che Egli si è abbassato fino alla croce per guarire le nostre ferite, per liberarci dal dolore e vincere la nostra morte spinge anche noi a chinarci con amore sulla sofferenza umana per lenirla con le opere di misericordia corporali e spirituali.




“Dire quasi la stessa cosa.” A proposito di Giovanni 20

 

 

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di Stefano Tarocchi • «Tradurre significa sempre “limare via” alcune delle conseguenze che il termine originale implicava. In questo senso, traducendo, non si dice mai la stessa cosa». Così Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano 2003), che del resto aggiunge «delle discussioni che agitano sempre l’ambiente dei biblisti, continuamente intesi a criticare traduzioni precedenti dei testi sacri». E conclude che nonostante che «inabili e infelici siano state le traduzioni … una parte consistente dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali tramandati da questi testi». Questo non ci solleva dalle responsabilità di guardare ad un testo particolare, come la manifestazione del Cristo risorto ai discepoli nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, per alcune considerazioni.

Il contesto è presto richiamato: la sera del giorno di Pasqua Gesù si manifesta ai discepoli, riuniti insieme «mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano … per timore dei Giudei» (Gv 20,19). Dopo il saluto, che a breve ripeterà, «mostrò loro le mani e il fianco (pleura). E i discepoli gioirono al vedere il Signore». Fra i discepoli però è assente Tommaso, che così parla: «“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco (pleura), io non credo”».

L’evangelista racconta poi dell’altra manifestazione di Gesù: «Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco (pleura); e non essere incredulo, ma credente!”» (Gv 20,20.25-27).

Il termine è già presente dal contesto della morte, che dev’essere affrettata, o verificata, nell’imminenza del sabato della Pasqua: così «venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco (pleura), e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34). È colui che nella leggenda cristiana è stato chiamato Longino, a causa dello strumento che usa, la lancia, in greco lonché, che mira evidentemente al cuore, particolare come vedremo importante.

Così quello che il Signore risorto ha mostrato ai discepoli è il suo “fianco”, certamente, ma in un particolare elemento dell’anatomia da cui, dopo la morte, scaturiscono sangue e acqua (o del siero trasparente, assimilato all’acqua). Più che una spiegazione fisiologiche, bisogna guardare ad una interpretazione teologica; pensando allo Spirito, Giovanni aveva infatti detto che «dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,38). E soprattutto, Gesù si fa conoscere – anche per via del segno dei chiodi – come colui che era stato crocifisso e di cui era stata accertata la morte.

Nell’anatomia la “pleura” è una membrana che avvolge singolarmente ciascun polmone.

Ora nella lingua italiana, c’è dall’inizio del XIII secolo, un termine che rende ragione della complessità di questo racconto, in cui la manifestazione del risorto ai discepoli deve manifestare la continuità tra la morte e la vita. E questo termine non è «fianco» (troppo generico), ma «costato» (che letteralmente significa “parete toracica”, e deriva da “costa”, “costola”): evidentemente in un punto vicino al cuore, da cui sgorgano in abbondanza «sangue e acqua», come le rappresentazioni più note ci mostrano. Perciò, correggendo Umberto Eco, meglio la traduzione precedente (CEI 1974: «costato») che non l’attuale (2008: «fianco»). Possiamo, viceversa, accettare la traduzione di At 12,7. Si tratta dell’episodio della liberazione miracolosa di Pietro dalla prigionia: «gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco (pleura) di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani».

Post scriptum: Se sulla traduzione di pleura si può discutere, non si può accettare quello che troviamo nel capitolo 10 degli Atti, quando Pietro ha appena finito di parlare a Cesarea nella casa del centurione Cornelio. «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in [altre] lingue e glorificare Dio» (At 10,44-46). La conclusione semplicemente è inesistente: l’effetto dello Spirito opera sui pagani venuti alla fede e li fa «parlare in lingue», ossia «parlare con un linguaggio di lode» in cui «glorificano Dio. Non in «altre lingue», ossia in «lingue straniere», come nell’episodio della Pentecoste. L’aggettivo «altre» semplicemente non c’è nel testo originale. Sicuramente il frettoloso correttore di bozze ha dimenticato di controllare, fidandosi della sua memoria, lasciando che il lettore ignaro venisse mandato fuori strada.

 




Per il compleanno di Teresa gli auguri di Papa Francesco

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di Francesco Romano • Nella ricorrenza del cinquecentesimo anno della data di nascita di Santa Teresa di Gesù, il 28 marzo 2015 Papa Francesco ha inviato al Preposito Generale e all’intero Ordine Carmelitano Teresiano una lettera con cui esprime il desiderio di unirsi “con tutta la Chiesa al rendimento di grazie della grande famiglia Carmelitana Scalza – religiose, religiosi e secolari – per il carisma di questa eccezionale donna”.

Il Papa indica tre linee di riflessione: la testimonianza della consacrazione di Teresa nata direttamente dall’incontro con Cristo; la sua preghiera come dialogo continuo con Dio nel fare esperienza della scoperta dell’umanità di Cristo; la vita comunitaria radicata nella maternità della Chiesa e nell’amore fraterno.

L’umanità di Cristo nell’esperienza di Teresa è l’incontro di Dio nella persona di Gesù, cioè un “uomo come noi, soggetto alle nostre stesse debolezze e sofferenze” (V 22, 10) che non si meraviglia della miseria umana perché conosce la fragilità della natura umana (V 37, 5). Gesù, nella sua umanità, rivestito di terra nella condivisione con la nostra natura, affascina Teresa (V 12, 2) e le rivela la pienezza dell’umano perché va oltre ciò che è solamente umano divenendo il tempio dello Spirito. Perdere di vista l’esperienza dell’umanità di Cristo fa uscire dalla comunione con il Dio vivente e apre la strada a un’ascesi esasperata.

Teresa è innamorata dell’umanità di Gesù (V 12, 2) il compagno irrinunciabile della sua vita: “è troppo bella la compagnia del buon Gesù per dovercene separare!” (Seste Mansioni [M] 7, 13). L’esclamazione “Mi baci con i baci della sua bocca” (Cantico dei Cantici 1, 2) stupisce la stessa Teresa, ma le fa scorgere “quella strettissima unione che Dio ha attuato col farsi uomo: cioè l’amicizia da lui contratta col genere umano, dato che il bacio è un chiaro segno di pace e di grande amicizia fra due persone” (Pensieri sull’amore di Dio [Pa] 1, 10)

Il secondo punto di riflessione nella lettera del Papa si riferisce all’umanità di Gesù, centro della preghiera di Teresa e fondamento di tutte le grazie mistiche: “separarsi da ciò che è corporeo per ardere continuamente d’amore è proprio degli spiriti angelici, non di noi che viviamo in corpo mortale. […] Non dobbiamo separarci dalla santissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo, unico nostro bene e rimedio” (Pa 7,6). “Superbia” ed “umiltà” sono due atteggiamenti in cui l’uomo può trovarsi nel fare l’esperienza di Dio nell’orazione. “Pretendere di elevare lo spirito indipendentemente da Dio è un principio di superbia” (V 22, 5). Questo accade a chi non vuole unirsi all’umanità di Gesù. Scrive Teresa: “l’edificio dell’orazione deve fondarsi sull’umiltà. Quanto più un’anima si abbassa nell’orazione, tanto più Iddio la innalza. Non mi ricordo di aver ricevuto una sola delle grandi grazie se non quando mi sono sentita annientare alla vista della mia miseria” (V 22, 11).

Teresa vive la preghiera come esperienza di “un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati” (V 8, 5) e incoraggia a non rinunciare mai all’amicizia che deriva dall’orazione e a non cedere di fronte alla sfida del demonio, come ha fatto con lei, nel cercare di convincere di essere indegni di intrattenere una così stretta amicizia con Dio (V 19, 10). Aggiunge Teresa: “chi ha cominciato a fare orazione non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui gli avvenga di cadere. Non si non faccia tentare dal demonio a lasciarla per umiltà, come ho fatto io, e si persuada che la parola di Dio non può mancare” (V 8, 5).

Anche nella più alta contemplazione trinitaria Teresa è ispirata dall’umanità di Gesù: “Altre volte [la SS. Trinità] mi si era rappresentata in visione intellettuale. […] Secondo me quello che ho veduto, si tratta di tre Persone distinte che si possono vedere e a cui si può parlare separatamente: verità dimostrata pure dal fatto, secondo la percezione che ne ho sperimentato, che a prendere umana carne è venuto soltanto il Figliolo” (Relazioni spirituali [R] 33). Nelle visioni intellettuali Teresa si compiace che il Signore voglia favorirla con maggiore affetto quando “mostra svelatamente la sua sacratissima Umanità sotto la forma che vuole, o come era quando viveva sulla terra o come è dopo la sua resurrezione” (6 M 9, 3).

Il pensiero dell’Umanità di Cristo ha accompagnato Teresa nei gradi più alti della contemplazione anche andando contro coloro che le consigliavano di allontanare il pensiero della sua Umanità perché, ella dice, “vorrei far capire che ben diversa dalle altre cose corporee è la sacratissima Umanità di Cristo” (V 22, 8). Teresa ha avuto le rivelazioni più alte sui misteri dell’Umanità di Cristo e per mezzo di essa è stata elevata allo stato del matrimonio spirituale: “come già altre volte, mi porse la destra e mi disse: guarda questo chiodo, è segno che da oggi in poi tu sarai mia sposa. Finora questa grazia non l’avevi meritata, ma d’ora in poi tu avrai cura del mio onore non solo perché sono tuo Dio, tuo Re e Creatore, ma anche perché tu sei mia vera sposa” (R 35).

Infine, il terzo pensiero presente nel saluto del Papa è di considerare il radicamento della vita comunitaria nella maternità della Chiesa. Teresa chiama la sua prima comunità di San José di Avila “piccolo collegio di Cristo”, una comunità di tredici monache come gli apostoli riuniti attorno a Gesù. La comunità si costruisce intorno a Gesù nella comune ricerca della sua amicizia, una vita vissuta nel desiderio di cercare comunitariamente la sua volontà in un cammino di reciproco amore e di vivere uno stile di vita sull’esempio da lui dato. La dimensione ecclesiale della comunità è anche visibile nel riconoscersi generata dalla presenza e dalla parola del Signore come avveniva con i suoi discepoli.

Il ringraziamento di Papa Francesco rivolto alle comunità carmelitane teresiane è unito all’auspicio che “con queste nobili radici” possano testimoniare l’amore fraterno e la maternità della Chiesa “presentando al Signore le necessità del mondo lacerato dalle divisioni e dalle guerre”.