Don Milani e le ragazze di Barbiana

PALLANTI Cover libro Le ragazze di Barbianadi Giovanni Pallanti • I detrattori dell’esperienza umana e sacerdotale di don Lorenzo Milani hanno dimostrato dal 1967 ad oggi poca conoscenza della vita e delle opere del priore di Barbiana. Soprattutto nei primi venti anni del Duemila le critiche su don Lorenzo si sono fatte più maligne e meno veritiere. In particolare con la vicenda del Forteto. Una storia che è nata praticamente molti anni dopo la morte di don Milani, avvenuta appunto nel 1967. I critici dell’autore di “Lettera a una professoressa” (edizioni LEF) hanno addossato l’amicizia di Giampaolo Meucci, amico di don Milani, con l’aguzzino del Forteto, Rodolfo Fiesoli. Come è facile dedurre, sull’amicizia di Meucci con Fiesoli don Milani non c’entra per nulla. Tutto questo ha pesato nella valutazione della didattica formativa di don Milani a Barbiana e sul suo ruolo di docente a tempo pieno per un gruppo di ragazzi che poi hanno lavorato nel sindacato CISL, in modo particolare nel settore tessile, dove erano numerose le lavoranti donne. A questo proposito è fondamentale ricordare che nella sua breve vita il priore di Barbiana non è stato un omofilo come alcuni cattivi detrattori vorrebbero farlo apparire. Lo testimonia in modo definitivo il libro di Sandra Passerotti “Le ragazze di Barbiana- La scuola al femminile di don Milani”, recentemente pubblicato dalla LEF. In questo volume la Passerotti documenta un’inchiesta tra le giovani donne che frequentarono i corsi istituiti per loro da don Lorenzo. Diverse ragazze di molti anni fa testimoniano la loro esperienza di allieve del priore ,che ha dedicato tutta la sua breve vita al riscatto culturale della popolazione contadina., per molti secoli oppressa dalla borghesia e dall’aristocrazia proprietaria terriera. In una lettera di don Lorenzo a Giuseppina Grassi Melli del 1966, ad un anno dalla sua morte,scriveva: “ Cara Giuseppina, mi rivolgo a te perché come sai l’unica differenza tra i maschi e le femmine è che le femmine conoscono qualcosa nei fatti altrui, mentre i maschi capiscono solo dei loro propri”.45_img_55940286

E’ facile quindi capire come don Milani avesse chiaro il ruolo e la funzione delle donne nella famiglia e nella società. Le donne sono più solidali e più partecipi nella vita degli altri e delle comunità. Per questa ragione avviò dei corsi a Barbiana per le ragazze: una sorta di avviamento al lavoro che comprendeva nozioni di cultura generale e una scuola di sartoria che fu affidata ad una ragazza che poi diventerà moglie di Maresco Ballini. Un ragazzo della scuola di Barbiana che diventerà segretario generale dei tesssili della CISL.

Il libro di Sandra Passerotti testimonia inequivocabilmente che don Lorenzo è stato un sacerdote fedele alla Chiesa – come ha ricordato visitando la sua tomba Papa Francesco insieme al Cardinale Betori – e un uomo a tutto tondo che conosceva bene i problemi degli uomini e delle donne.




Jean Daniélou passando da Giovanni Battista. Con parole e documenti per preziosi incontri.

1468271112di Carlo Nardi • Jean Daniélou (1905-1974), teologo della Compagnia di Gesù, volle illustrare la vita e il pensiero di san Giovanni Battista, ultimo profeta della legge e in grembo già graziato dal Figlio di Dio (cf. il mio Le perplessità di Giovanni Battista. Fragilità e grandezza, in Il mantello della giustizia in rete, dicembre 2014). A proposito del Battista Daniélou pubblicò un libretto nel 1964, ovviamente in francese, che nel ’65 fu tradotto in italiano: Giovanni Battista. Testimone dell’Agnello per la Morcelliana di Brescia.

Nel leggere la Prefazione (p. 7) mi è rimasta una considerazione dell’autore:

due dimensioni sono ugualmente legittime ed egualmente rigorose. La Storia è contemporaneamente Storia scientifica, alla quale si accede attraverso i documenti, e Storia sacra, in cui penetra lo sguardo profetico. L’importante è di muoversi su entrambi i toni, senza separarne gli oggetti ma rispettandone i metodi. Si tratta di livelli differenti all’interno di una realtà che è una. Sono modi di procedere complementari, che si giustificano l’un l’altro, ben lungi dal contraddirsi.

Senza ombra di dubbio si tratta semplicemente di distinguere. Del resto il libro dell’autore è chiaro: già nel distinguere tra storiografia e storia della salvezza. E il teologo, e non solo, deve avvalersi d’un procedimento schietto con distinzioni rasserenanti e rispettose sia della grazia sia della natura.

Nel trovarmi di fronte a Daniélou mi vien da pensare alla ‘storia’ come filologia e alla ‘storia’ come storia della teologia, ambedue distinte eppure unite e unite eppur distinte. La prima ‘storia’, in quanto filologia, per esempio la storia della antichità cristiana, si esprime in documenti nell’ambito del pensiero umano nella cosiddetta cultura; la seconda ‘storia’ invece procede mediante la fede, finché s’india (Dante) nel gran mare (Platone) della grazia in attesa alla gloria. Ambedue le ‘visioni’ non devono confondersi per separarsi né separarsi per confondersi, dal momento in cui l’intento umano si placa e s’innalza nell’unire per distinguere e nel distinguere per unire.jean-danielou (1)

Ancora. La filologia ci parla ovviamente di parola, ma, qualora sia ‘parola fattasi uomo’ (cf. Gv 1,14), allora la medesima parola è ricevuta come teologia in tutto e per tutto. Eppure la stessa teologia, specialmente la cosiddetta positiva, come storia della salvezza o senso pleniore delle Scritture, o patristica, nonché meditazione o lectio divina, ci parla anche di carte e d’inchiostri (l’apostolo Paolo!), e di torchi e rotatorie e online, come dire in rete: una parola del tempo che fu per intendere cose dell’oggi.

E una considerazione. La faccenda del gesuita Daniélou mi ricorda, tutto dire, l’antico giansenista Blaise Pascal: «Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero (Toute notre dignité consiste donc en la pensée)»; «Sforziamoci dunque a ben pensare: ecco il principio della morale (Travaillons donc à bien penser: voilà le principe de la morale)» (Frammenti, a cura di E. Balmas con una prefazione di J. Mesnard, I, Milano, BUR 2002, pp. 274-275: 200 Lafuma, 347 Brunschvicg). I due dotti si ritrovano con noi in una cattolicità immediata e semplice.




Due recenti discorsi del papa sull’Università

LUMSAdi Francesco Vermigli • A distanza di dieci giorni, nello scorso mese di novembre papa Francesco è intervenuto sul senso che ha l’istituzione universitaria – quella cattolica in particolare – nel mondo di oggi. Lo ha fatto il 4 novembre ricevendo in udienza i partecipanti al Convegno della Federazione Internazionale delle Università Cattoliche (FIUC), sul tema «Nuove frontiere per i leader delle università. Il futuro della salute e l’ecosistema dell’università»; quindi lo ha fatto il 14 novembre, ricevendo i docenti e gli studenti della LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta), in occasione dell’80° anniversario della fondazione.

Il parallelo che può essere fatto tra i due discorsi, non consiste però solo nell’oggetto dei due interventi, sul senso cioè del mondo universitario oggi. Il parallelo si giustifica anche sulla base di tratti comuni, idee ricorrenti e immagini e lessico che si ripresentano con innegabile simmetria all’interno dei due discorsi. Il testo che presentiamo, cercherà di individuarne gli elementi più rilevanti e può essere considerato come una sorta di ideale prolungamento dell’articolo uscito due mesi fa (vedi) in questa rivista e dedicato al significato spirituale dello studio universitario.

Innanzitutto, si nota che i due discorsi hanno una medesima contestualizzazione: essi non trattano il mondo dell’università in quanto tale, ma lo considerano di fronte alla complessità della realtà di oggi; più in particolare di fronte alle sfide odierne, come si legge nel discorso tenuto alla FIUC. Ora, il termine “sfida” non è un termine qualunque nel lessico di papa Francesco, ma allude ad uno dei plessi decisivi del suo pensiero e della sua prassi ecclesiale. In papa Francesco, “sfida” è ciò che si pone dinnanzi alla vita della “Chiesa in uscita”, come occasione propizia di rinnovamento nello slancio missionario (cfr. Evangelii Gaudium, 20). Dunque la comunità accademica – quella cattolica con evidenza – partecipa a quel cammino di conversione missionaria a cui la Chiesa è invitata dal papa.

Il discorso tenuto ai docenti e agli studenti della LUMSA pare maggiormente preoccupato di organizzare il messaggio che egli intende lasciare al mondo universitario. Lo si avverte in modo particolare nel momento in cui elenca quattro responsabilità della comunità accademica «in questa epoca in cui si accelerano i processi comunicativi, tecnologici e di interconnessione globale»: responsabilità di coerenza, responsabilità culturale e missionaria, responsabilità sociale e responsabilità interuniversitaria.

Ma c’è un punto ancora più interessante e che si presenta in entrambi i discorsi del papa. Si tratta per il mondo accademico di un auspicio, si direbbe, di un invito accorato: di un orizzonte generale in cui collocare i propri sforzi e di una meta da raggiungere. Il parallelo tra i due discorsi è qui costituito anche dalla presenza della medesima immagine: quella dei tre linguaggi, cioè, il linguaggio della mente, quello del cuore e quello delle mani. In qualche modo gli ultimi due linguaggi nella prospettiva di Francesco sono la correzione di un sistema accademico che potrebbe cadere nel pericolo dell’intellettualismo arido, e sono il modo concreto con cui la realtà accademica può adempiere al proprio compito più profondo e radicale.Lumsa

Mi riferisco alla missione educativa che compete all’accademia: «l’università comporta infatti un impegno non solo formativo ma educativo, che parte dalla persona e arriva alla persona» (LUMSA). In altri termini, i due discorsi tenuti dal papa a dieci giorni di distanza offrono un compito al mondo universitario, che è quello di promuovere l’educazione delle persone, non semplicemente l’accumulo di conoscenze; fedele al principio ignaziano – ma di antica ascendenza latina – del non multa sed multum. Intesa in questi termini, la comunità accademica si pensa in chiave antropologica: come istituzione, cioè, a servizio della persona, della sua «formazione integrale» (LUMSA) e «promozione» (FIUC). Inteso in questi termini, l’insegnamento universitario pensa il proprio compito educativo «come un processo teleologico»: cioè è dei docenti intendere il proprio compito come un compito «che guarda al fine, necessariamente orientato verso un fine e, quindi, verso una precisa visione dell’uomo» (FIUC).

Resta da notare un ultimo passaggio di grande densità culturale; un passaggio che trae le conseguenze da una tale visione antropologica e teleologica dell’Università: l’invito, cioè, fatto alla scienza di ogni genere a fondare una nuova epistemologia. Si tratta cioè dell’invito a pensare una nuova epistemologia che sappia integrare al proprio interno lo scopo antropologico dell’insegnamento universitario. In particolare, agli occhi del papa questa nuova sistemazione epistemologica passa attraverso la comprensione della centralità del soggetto nella conoscenza, superando l’epistemologia tradizionale che riteneva «il carattere impersonale di ogni conoscenza come condizione di oggettività» (FIUC)




Interesse nazionale e Diritti umani: un rapporto tra il conflitto e l’armonia

Dichiarazione universale dei diritti umanidi Leonardo Salutati • Il rapporto tra diritti umani e interesse nazionale viene raramente analizzato, ma ricorre come tema alla base di molte vicende. Quando leggiamo di omicidi mirati in Medio Oriente, sfratti di massa in megalopoli in Asia e Africa, cyber-spionaggio internazionale o barriere create nelle nazioni più ricche per fermare i migranti e i richiedenti asilo, le questioni in campo possono essere condensate in un’unica domanda: deve prevalere l’interesse nazionale o la protezione dei diritti umani? Da una parte vi è chi è convinto che l’interesse nazionale debba sempre prevalere, dall’altra chi ritiene che i diritti umani vengano sempre al primo posto.

Al riguardo non è superfluo ricordare che il cosiddetto interesse nazionale è definito sulla base di spesso vaghi progetti politici, mentre i diritti umani sono chiaramente descritti in una serie di trattati internazionali. In realtà i due concetti appartengono a due diversi ambiti: la politica e la legge. La politica indica le possibili azioni da intraprendere a beneficio di una collettività, mentre la legge si riferisce generalmente al sistema di regole che prescrivono quali di queste azioni sono lecite. Per questo, da un punto di vista strettamente giuridico, la scelta dei governi dovrebbe essere più semplice di quanto sembri, in quanto tutti gli Stati dovrebbero sempre rispettare gli obblighi di diritto internazionale.

Tuttavia vi è chi ritiene che, in circostanze eccezionali, i governi possano ricorrere a misure estreme indipendentemente dalla salvaguardia dei diritti umani. Però, a parte il fatto che il sistema dei diritti umani comprende già gli strumenti per affrontare circostanze eccezionali e bilanciare i conflitti di interesse, tutti gli interessi “nazionali” o di altro tipo dovrebbero sempre essere debitamente valutati alla luce delle conseguenze delle azioni. Basti pensare alle atrocità commesse da un gruppo su un altro: dal genocidio alla tortura, dalle uccisioni extragiudiziali all’apartheid, ai casi delle morti di civili e di bambini, degli stupri di donne, del respingimento di uomini in paesi in cui rischiano di essere torturati.download (1)

Evidentemente aderire al sistema dei diritti umani comporta una riduzione della sovranità statale, che tuttavia è autoimposta dallo stesso Stato aderente mediante la definizione dei principi costituzionali che proteggono i diritti fondamentali e costituiscono la base del sistema internazionale dei diritti umani. Ma è solo grazie a questa limitazione che è possibile contestare i dittatori per la scomparsa di oppositori politici, i governi per la repressione delle minoranze religiose, gli Stati quando lasciano morire di fame i poveri mentre le risorse naturali locali sono devastate dalle grandi imprese.

Oggi sembra sempre più difficile concepire uno “Stato sovrano” come un’entità “altra” rispetto ai suoi stessi membri e alla pluralità di interessi presenti che, comunque, trovano espressione e sintesi nei diritti umani. Per cui l’esistenza stessa di uno Stato dovrebbe essere considerata strumentale alla protezione e all’adempimento di tali diritti che, di fatto, costituiscono l’unico interesse nazionale. In questo senso, dovremmo avere sempre presente che la Dichiarazione universale dei diritti umani oltre all’elenco dei diritti che devono essere garantiti e protetti all’interno di ciascun paese, afferma anche che: «Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale in cui i diritti e le libertà enunciate nella presente Dichiarazione possono essere pienamente realizzate» (art. 28). Tale principio, e con esso l’intero sistema internazionale dei diritti umani, non è una semplice espressione di generosità, ma sta alla base della costruzione della pace tra le nazioni ed è nel miglior interesse dei singoli quanto degli Stati. Inoltre mettendo il singolo essere umano – piuttosto che lo Stato – al centro del diritto internazionale, l’idea dei diritti umani mette in discussione il principio di sovranità non solo all’interno di un Paese ma anche in ambito internazionale, proprio a tutela della singola persona.

Immagini-Giornata-dei-Diritti-UmaniQueste considerazioni e i progressi compiuti nel campo dei diritti umani, ormai patrimonio della cultura giuridica internazionale ed anche della coscienza dell’umanità, sono stati e sono anche oggetto di riflessione della Dottrina sociale della Chiesa e dell’impegno della Chiesa, che « in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani, e riconosce e apprezza molto il dinamismo con cui ai giorni nostri tali diritti vengono promossi ovunque», ma ricorda anche che: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» e che soltanto Lui «può sottrarre la dignità della natura umana al fluttuare di tutte le opinioni», in quanto «Nessuna legge umana è in grado di assicurare la dignità personale e la libertà dell’uomo, quanto il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa» (GS 41).




Facciamo spazio al presepe, senza farci contagiare dalla paura di Erode

papa-greccio2-755x491di Stefano Liccioli • Quest’anno il periodo d’Avvento è stato accompagnato dalle parole di Papa Francesco che il 1 dicembre del 2019 a Greccio ha reso pubblica la lettera apostolica ″Admirabile Signum″. Mi sembra innanzitutto significativo che Papa Francesco precisi che «non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi». Non conta, dunque, l’allestimento scenografico del presepe (anche se certe installazioni veramente mirabili, soprattutto in alcune parrocchie, hanno contribuito a mantenere acceso nella comunità cristiana, ma non solo, l’interesse per il presepe), ma conta, nel comporlo, rivivere la storia che è stata vissuta a Betlemme, «sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali».

Ho trovato inoltre interessante una sottolineatura del Santo Padre su quelle statuine che paiono non avere alcuna relazione con i racconti evangelici:«Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina».bollino-admirabile-signum

Alla luce di tutto ciò è evidente come il presepe sia un simbolo di alto valore per i cristiani, ma ciò non vuol dire che debba essere relegato solo nelle chiese. Sono infatti sterili e pretestuosi i divieti che vengono fatti alla rappresentazione della Natività nelle scuole o la censura del nome di Gesù nei canti o nelle recite natalizie dei bambini. Spesso si giustificano tali divieti per non offendere la sensibilità degli altri alunni di religione musulmana, omettendo di dire (forse per ignoranza o forse peggio) che per i musulmani Gesù Cristo è un grande profeta e per loro non costituisce un’offesa la rappresentazione della Sua nascita.

Le vere motivazioni che spingono a vietare il presepe negli spazi pubblici nascono piuttosto da quel laicismo esasperato che si annida tra alcuni “benpensanti” o “menopensanti” che negano un fatto evidente: le radici culturali europee sono anche cristiane. Se si vieta nelle scuole un simbolo religioso come il presepe presto si arriverà vietare anche l’insegnamento della storia dell’arte medievale e moderna che nella maggior parte dei casi raffigura temi sacri oppure si impedirà la lettura di Dante, Petrarca, Manzoni e di tutti quegli autori che parlano di Dio.

Oltre al rischio della censura il presepe corre d’altra parte anche quello di diventare un elemento folcloristico da esibire, un simbolo “zuccherato”. La vicenda della nascita di Gesù non è infatti una storiella rassicurante, ma qualcosa di sovversivo, un vero atto di accusa contro la società di duemila anni fa e contro quella di ogni tempo (compresa la nostra) nella misura in cui ci si dimentica di quelli che, nel cuore di Dio, sono al primo posto: i poveri, i più deboli, i più fragili e gli indifesi. Come scrive Erri De Luca, a Natale non si celebra l’agio familiare:«Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta. Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento».

Oggi come duemila anni fa non dobbiamo aver paura della nascita di Gesù e tanto meno della sua rappresentazione. Essa continua ad interpellare tutti gli uomini, non solo i credenti e dobbiamo reagire né con l’indifferenza di chi dorme né con la paura di Erode: se il suo palazzo di solito trova spazio nel presepe non è per celebrarlo, ma solo per ricordarci che Dio abbassa i potenti ed innalza gli umili.




Il Padre Nostro secondo Jean Carmignac

padre-nostro-rotoli-qumran-librodi Stefano Tarocchi • Scrive papa Francesco in  Evangelii gaudium che se «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma», è vero che «non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari» (EG 235). Il papa aggiunge che «il modello non è la sfera che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto all’altro. Il modello è il poliedro che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (EG 236)».

Mi sono tornate in mente queste parole in margine al volume che ricostruisce la vicenda di padre Jean Carmignac (Il Padre Nostro e i Rotoli di Qumran nel lavoro scientifico di Jean Carmignac, LEF, Firenze 2019) nella sua ricerca accurata, quasi puntigliosa di provare le origini aramaiche al Vangelo ed i Vangeli. In sostanza, egli sosteneva – la traduzione italiana uscì in un libretto della S. Paolo del 1984 – che gli attuali Vangeli sono la traduzione in greco dell’originale ebraico, in realtà vicino alla lingua dei rotoli di Qumran. Da qui Carmignac prese spunto per la sua tesi. L’indagine sul p. Carmignac, condotta da una studiosa italiana, Roberta Collu, già docente all’Institut Catholic de Paris muove dalla tesi di Carmignac, fu respinta in maniera anche molto dura da studiosi, peraltro suoi connazionali, come Pierre Grelot.

È nota la testimonianza di Papìa, vescovo di Gerapoli (70-130 d.C.). Questi afferma che «Matteo ordinò i detti (loghia) [del Signore] in lingua ebraica. Ciascuno poi li interpretò come ne era capace» (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 39, 16). Ma anche s. Ireneo di Lione (140-200) scrive che «Matteo tra gli Ebrei nella loro propria lingua pubblicò un Vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e fondavano la chiesa» (Eusebio, Storia Ecclesiastica, V, 8, 2-4).

Ora il libro di cui ci occupiamo, aperto dalla prefazione di P. Loiseau, affronta fra le molte altre la traduzione del Padre nostro facendo riemergere i tratti messi in luce da Carmignac, e quindi di fatto riprendendo in mano la nota questione della italiana del nos inducas in tentationem, di cui molte volte ci siamo occupati.abbecarmignac

L’editore che pubblica il saggio cita espressamente il controverso Carsten P. Thiede, “papirografo” implicato in numerose vicende non molto limpide prima della sua improvvisa scomparsa. Tutto ciò costituiva un J’accuse senza remissione alle correnti maggioritarie in campo esegetico che stabiliscono su una datazione dei Vangeli sinottici tra la fine degli anni 60 e gli anni 90 del I secolo.

In sostanza veniva a crearsi una linea di pensiero, tesa a sostenere per ragioni ulteriori che gli attuali Vangeli erano stati scritti pressoché contemporaneamente agli eventi ai quali fanno riferimento. Il Thiede oltre si schierava a tutto campo per la presenza di alcuni frammenti di testi evangelici nella settima grotta di Qumran. Ipotesi, com’è noto, rivelatasi poi del tutto infondata.

Paradossalmente, infatti, la tesi che avvicina la formazione dei Vangeli all’epoca degli eventi neotestamentari mina alle radici il singolare rapporto tra scrittura e tradizione come poi si era venuto a formare soprattutto al tempo del Concilio Vaticano secondo nella costituzione dogmatica Dei Verbum.

Ma torniamo al Padre Nostro secondo Jean Carmignac: l’autrice del libro, dopo una introduzione in cui affronta uno studio attento della vita e delle opere del Carmignac, auspica fra l’altro un ripensamento della infelice resa della traduzione CEI del 2008 (“non abbandonarci alla tentazione”), che scorrettamente è stata già introdotta in alcune parrocchie italiane – e qualche zelante esporta anche altrove, con lo stesso tono della voce.

E qui ci torna in aiuto l’immagine del poliedro: la Collu, infatti affida ad un ebreo ortodosso franco-israeliano, un rabbino, la proposta del Carmignac sul Padre Nostro: «e non farci penetrare nella prova», oppure, molto più liberamente, secondo il contributo di un altro autore ebraico, un talmudista: «allontanaci dall’inclinazione al male». Lei stessa, affrontando la tradizione dovuta ad uno studio specifico del Carmignac (1969), propone in italiano «non permettere che entriamo, non lasciarci entrare nella prova».

Se, come dice l’apostolo, «tutto concorre al bene» (Rom 8,28), perché non ascoltare queste voci?




San Bernardino da Siena e il Nome di Gesù

Trigramma_col_nome_di_Cristo_(1420_c.a.)di Andrea Drigani  Il 3 gennaio la Chiesa ci consente di fare la memoria liturgica del Santissimo Nome di Gesù. La devozione al Santissimo Nome di Gesù fu sempre presente nel cristianesimo antico, a motivo dei costanti e precisi riferimenti biblici, ma solo nel 1530 Papa Clemente VII concesse all’Ordine Francescano di recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù e Papa Innocenzo XIII nel 1721 estese la celebrazione alla Chiesa universale.

Il più grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù è stato il francescano San Bernardino da Siena (1380-1444), che per rafforzare la sua predicazione inventò pure un simbolo, denominato poi il «triagramma di San Bernardino». Il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS («Iesus Hominum Salvator»). Ad ogni elemento del simbolo San Bernardino attribuì un significato: il sole indica Cristo che dà la vita come, appunto, il sole. Il calore del sole è diffuso da dodici raggi, i dodici Apostoli e da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini. Il celeste dello sfondo richiama la fede, l’oro l’amore. L’asta sinistra della lettera H talvolta è tagliata in alto per formare una croce. Per questa diffusione del culto e del simbolo del Nome di Gesù, San Bernardino da Siena fu addirittura accusato di culto superstizioso ed eretico e venne deferito due volte a Roma, anche se riconosciuto innocente. Anzi Papa Eugenio IV, interrompendo il secondo processo a sua insaputa già iniziato, fece, in un bolla dell’8 gennaio 1432, amplissime lodi della dottrina e dei costumi di San Bernardino da Siena. A tal proposito riascoltiamo quanto diceva San Bernardino in un sermone: «O nome glorioso, nome che dona grazia, nome che suscita amore e virtù! Grazie a te si abbandona la via del crimine, grazie a te si vincono i nemici, grazie a te gli infermi sono liberati, i tribolati riacquistano forza e serenità. Tu onore dei credenti, maestro degli evangelizzatori, forza di chi fatica, sostegno di chi è in difficoltà. Al tuoSan-Bernardino-da-Siena fervore infuocato e ardente i desideri si accendono, le preghiere vengono esaudite, le anime contemplative si inebriano e per mezzo tuo sono glorificati tutti coloro che sono coronati dalla gloria celeste. Concedi anche a noi, dolcissimo Gesù, per questo tuo santissimo nome, di regnare insieme con loro». E’ veramente bello iniziare l’anno col ricordo del Santissimo Nome di Gesù, affinchè ci accompagni per tutti giorni a venire. Come pure è opportuno rammentarci, dinanzi a coloro che in passato, e forse anche oggi, hanno presunto di essere gli unici salvatori della patria o del popolo, quanto afferma San Pietro: «Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che siamo salvati» (At 4,11-12).




Giustizia, legge e la ricerca di una connessione

31Uku4QRM6Ldi Giovanni Campanella • Agli inizi di ottobre 2019, la casa editrice La nave di Teseo ha pubblicato, all’interno della collana “krisis”, una raccolta di tre saggi intitolata Elogio del diritto. Il filo rosso che lega i tre saggi è l’indagine sul rapporto che giustizia e legge hanno intrattenuto nel corso della storia, concentrandosi soprattutto sulle prime riflessioni sul diritto ad opera della civiltà greca. È possibile raggiungere una vera e piena giustizia? Da dove deriva? Cosa è in sostanza? Quando è che le leggi riescono a indicare e realizzare la giustizia nel concreto delle vicende umane? Quando è che invece sono al servizio del potente di turno? I tre autori cercano di ripercorrere la storia delle risposte che illustri pensatori greci e non solo hanno cercato di dare a queste domande. Il titolo della raccolta è anche il titolo del primo classico saggio scritto da Werner Jaeger nel 1947.

«Werner Jaeger (1888-1961), allievo del filologo Ulrich von Wilamowitz, si è dedicato allo studio dei filosofi greci del IV secolo a.C. Dal 1914 al 1933 ha insegnato a Basilea, Kiel e Berlino. Nel 1936, rimosso dall’insegnamento per convinzioni non consonanti col regime nazista, emigrò negli Stati Uniti dove ha insegnato a Berkeley, Chicago e Harvard» (p. 91).

Nel suo studio, dedicato al classicista Roscoe Pound, Jaeger ripercorre la concezione di giustizia e diritto nei poemi omerici, nell’opera di Esiodo, nel pensiero del grande legislatore Solone, nelle filosofie di Anassimandro, Parmenide ed Eraclito, nelle tragedie di Eschilo e Sofocle, fino ad approdare al pensiero di Platone.

Il secondo saggio, a noi contemporaneo e intitolato Il destino di Dike, è stato scritto da Massimo Cacciari. Cacciari è nato a Venezia nel 1944, si è laureato in filosofia a Padova ed è ordinario di Estetica presso l’Università della sua città. È stato deputato al Parlamento dal 1976 al 1983. È membro di diverse istituzioni filosofiche europee, tra cui il Collège de philosophie di Parigi. Dal 1995 è sindaco di Venezia, oltre che Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università “Vita Salute” del San Raffaele di Milano. È stato tra i fondatori di alcune delle più importanti riviste italiane di filosofia e cultura.

Il contributo di Cacciari è ancora più strettamente filosofico e indaga sempre il fondamento della giustizia e il suo nesso con legge, ragione e verità. Anche la sua analisi si muove nell’ambito del pensiero greco. Sul finire del suo scritto però aggiunge alle categorie di legge, ragione e verità la categoria della fede ….. nel solo Giusto, tanto cara al Nuovo Testamento.

«La Giustizia di Dio si è incarnata nel Cristo, e cioè proprio in colui che non giudica, nella hyperbolè odos (1 Corinzi, 12, 31), nella via superiore a ogni umana misura, della sua misericordia – ed è da qui, da una Giustizia trasfigurata in misericordia, che essa chiama oggi ogni singolo a seguirla attraverso la fede» (p. 103).

Il professor Natalino Irti è invece l’autore del terzo e ultimo contributo, intitolato Il destino di Nomos. Natalino Irti, allievo del giurista Emilio Betti, vince, nel 1967, il concorso per professore ordinario. Ha insegnato, titolare di cattedra, nelle Università di Sassari, Parma, Torino, e, dal 1975, nell’Università di Roma La Sapienza, dove è professore emerito di diritto civile. È socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, e membro di altri sodalizî scientifici, oltre che presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce. Ha ricoperto numerosi incarichi nel sistema finanziario, tenendo per sette anni la presidenza del Credito Italiano. Per un breve periodo è stato anche docente alla Facoltà di giurisprudenza di Firenze e ha insegnato anche al direttore della nostra rivista!wernerjaegerR439_thumb400x275

Nel suo piccolo saggio, Irti analizza il dramma della legge che si scopre orfana di un fondamento. Spesso la legge è in balia di maggioranze e potenze economiche di turno. «La veritas cede all’auctoritas del facitore di leggi. (…). L’artificialità costruisce il mondo del diritto. Le lotte politiche e sociali si accendono e svolgono per il possesso dei congegni produttivi di norme» (p. 117-118). L’universalità del Nomos, che esprimeva l’essere delle cose, è stata piano piano soppiantata dall’universalismo della legge, cioè la sua idoneità tecnica ad estendersi verso il “chiunque”. L’uomo moderno è afflitto da una grande solitudine perché è spesso orfano di fondamenti e in balia di continui mutamenti. Hans Kelsen cerca di fondare il diritto sul diritto stesso. Carl Schmitt cerca di fondare il diritto sulla connessione con lo spazio, con i luoghi della terra, con gli eventi della storia dell’uomo. Friedrich August von Hayek cerca di dare al diritto un fondamento economico-produttivo. Su una pista simile si muove Max Weber, il quale suggerisce che il capitalismo ha bisogno di un diritto che si possa calcolare come una macchina. Giovanni Gentile fondava tutte le leggi nella legge di osservare le leggi.

Vere soluzioni? Sicuramente è assai arduo risolvere il problema. Esso non è emerso ora: c’è sempre stato. Un aspetto positivo innegabile è che adesso l’uomo è forse abbastanza maturo per prendere almeno coscienza del fatto che il problema esiste. Quale deve essere il fondamento della legge? Forse in passato molti erano scusabili per non essere in grado di porsi una tale domanda o per disintesserarsi della questione. Adesso tale disinteresse non è più scusabile. Ognuno dovrebbe cercare la soluzione al problema con rigore. Mi permetto di aggiungere che il cristiano ha qualche aiutino in più.




L’umiltà come metodo del teologo. Il 50° anniversario dell’istituzione della Commissione teologica Internazionale

1di Alessandro Clemenzia La natura processuale della Chiesa – cioè il riconoscere che la sua origine non è avvenuta in un preciso istante della storia, ma in un ampio arco di tempo, che va dall’evento dell’Incarnazione alla comunicazione della fede da parte di coloro che avevano fatto esperienza concreta del Nazareno – va a determinare anche la natura della teologia. È lungo i secoli, infatti, e nella variabilità delle circostanze storiche che emerge, sempre in una novità radicata nella Tradizione della Chiesa, la vocazione della teologia, e dunque dei teologi.

Il 29 novembre scorso si è celebrato il 50° anniversario di istituzione della Commissione Teologica Internazionale, un organismo fortemente desiderato e poi costituito da Paolo VI per dare continuità all’insegnamento del Concilio Vaticano II. Per comprendere la portata di tale ricorrenza, ci si può avvalere di due interventi, complementari tra loro, che offrono la possibilità di avere uno sguardo d’insieme, profondo e prospettico, della missione di tale istituzione: si tratta del discorso tenuto da Papa Francesco e rivolto ai membri della Commissione Teologica Internazionale, e dell’indirizzo di saluto inviato da Benedetto XVI.

Il Papa Emerito ha ripercorso la storia di tale istituzione attraverso la sua personale esperienza, ricordando come essa era nata per superare una contrapposizione che si era venuta a creare tra la teologia e il Magistero, soprattutto negli anni del postconcilio. Nel suo saluto egli si è soffermato in particolare sul primo quinquennio della Commissione, tempo in cui «doveva essere definito l’orientamento di fondo e la modalità essenziale di lavoro della Commissione, stabilendo così in che direzione, in ultima analisi, avrebbe dovuto essere integrato il Vaticano II». Il Papa Emerito, con la sua passione determinata dall’essere personalmente coinvolto con quanto sta ricordando, ha menzionato quei teologi che hanno via via arricchito la riflessione ecclesiale attraverso la loro partecipazione attiva alla Commissione. Questo fare memoria del primo quinquennio e degli anni successivi, tuttavia, non contiene tracce di un nostalgismo tipico di una visione idilliaca della realtà, ma presenta la grande sfida in cui tutti i teologi devono imbattersi per vivere ecclesialmente il loro mandato: vale a dire l’umiltà, il riconoscere la fragilità del proprio pensiero per renderlo capace di entrare realmente ed efficacemente in dialogo con altri pensieri, culturalmente distanti tra loro. Conclude Benedetto XVI: «Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore, dal quale ultimamente tutto dipende».

Ed è proprio attraverso queste parole che si può introdurre il contributo del discorso di Papa Francesco, soprattutto quando delinea la figura del teologo e la sua funzione ecclesiale. Rivolgendosi ai membri della Commissione egli afferma: «Come teologi provenienti da vari contesti e latitudini, voi siete mediatori tra la fede e le culture […]. Avete, nei confronti del Vangelo, una missione generatrice: siete chiamati a far venire alla luce il Vangelo». Proprio per questo la teologia – continua il Santo Padre – «non è disquisizione cattedratica sulla vita, ma incarnazione della fede nella vita».

Per far trapelare la bellezza della teologia, e risultare così il più possibile attraenti, i teologi devono sempre tenere presenti due dimensioni essenziali: la prima è la vita spirituale, in quanto «solo nella preghiera umile e costante, nell’apertura allo Spirito si può intendere e tradurre il Verbo e fare la volontà del Padre»; la seconda, invece, è la vita ecclesiale, vale a dire il sentire nella e con la Chiesa, in quanto la teologia è tale soltanto se è vissuta comunitariamente.images

Al termine del suo discorso, Papa Francesco ha ribadito ai membri della Commissione Teologica Internazionale l’importanza di avere sempre un cuore umile, capace di ricordarsi del destinatario della loro missione: «Il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione del relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi – è la vostra vocazione –, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede».

La teologia, dunque, svolge un ruolo essenziale per tutto il popolo di Dio, in quanto, salvaguardandolo da quelle disquisizioni che possono farlo cadere in un relativismo interpretativo, lo nutre nella fede. Il teologo, con l’umiltà del cuore, deve essere occasione perché la Verità, che è Cristo, possa continuare, in ogni tempo e in ogni luogo, a dirsi e a darsi all’umanità.




«Firenze 1450 – Firenze oggi». I luoghi di Marco Rustici orafo del rinascimento

d3fe110eeeb14ff4dfc6085945cc1288_w200_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gianni Cioli • L’edizione in facsimile del Codice Rustici della Biblioteca del Seminario Arcivescovile di Firenze, con apparati critici a cura di Kathleen Olive e Nerida Newbigin e saggi a cura di Elena Gurrieri, pubblicata a fine 2015 dalla Casa Editrice Leo S. Olschki, ha reso disponibile un’eccezionale testimonianza, quella dell’orafo Marco Rustici, su Firenze nella prima metà del Quattrocento, quando in città fiorivano l’Umanesimo e le arti nel segno della fede (Codice Rustici. Dimostrazione dell’andata o viaggio al Santo Sepolcro e al monte Sinai di Marco Bartolomeo Rustici, vol. 1: Facsimile; vol. 2: Saggi a cura di E. Gurrieri, Edizione critica a cura di K. Olive e N. Newbigin, Leo S. Olschki, Firenze 2015).

Di questo progetto editoriale Elena Gurrieri, studiosa di italianistica e bibliotecaria del Seminario fiorentino è stata la tenace e sapiente coordinatrice. In particolare, ella ha curato la pubblicazione dei dieci saggi che, raccolti nella sezione intitolata Un viaggio attraverso la storia, l’arte e la Chiesa della Firenze del XV secolo, introducono il testo di Marco Rustici nel volume dedicato all’edizione critica del Codice.

Cristina Acidini, storica dell’arte di fama internazionale e responsabile nel corso degli anni di importanti incarichi istituzionali per la tutela del patrimonio artistico, ha firmato il primo dei saggi, dedicato alla peculiarità iconografica del Codice: Un pio racconto per immagini nei primi trenta fogli del Codice Rustici.

Insieme Acidini e Gurrieri hanno redatto le didascalie alle immagini che nel suddetto volume aprono la sezione dedicata alle tavole illustrate.

A tre anni di distanza dalla pubblicazione del Codice, nell’agile libretto (128 pagine per un formato di cm 15 x 21) edito sempre da Olschki (Firenze 1450 – Firenze oggi. I luoghi di Marco Rustici orafo del Rinascimento, Firenze 2018) le due studiose ci offrono ora un importante complemento all’impresa di partenza, mettendo in condizione anche i non addetti ai lavori di conoscere, almeno in modo essenziale, l’opera di Marco Rustici e di apprezzarne, in tutta la loro godibilità, gli aspetti più curiosi e accattivanti.

Il libro si divide in due parti: una prima parte introduttiva, che presenta l’autore e il contenuto del Codice, e una seconda descrittiva, in cui si mettono a confronto 38 luoghi della Firenze del Quattrocento illustrati nel Codice, con i corrispettivi siti della città attuale.

La prima parte si articola in una presentazione del volume a cura di Umberto Tombari, Presidente della Fondazione CR Firenze; due schede a cura di Elena Gurrieri (Chi era Marco Rustici; Che cos’è la Dimostrazione dell’andata o viaggio al Santo Sepolcro e al Monte Sinai dell’Orafo Fiorentino Marco Bartolomeo Rustici); quattro schede a cura di Cristina Acidini (Le immagini; Fiesole; Il teatro Romano; Gli umanisti alle porte); una piantina del centro Firenze in cui vengono segnalati I luoghi di Marco Rustici nella Firenze di oggi.

Da questo percorso introduttivo veniamo a sapere che Marco Rustici (1392 o 1393-1457) era un benestante orafo fiorentino, di umili origini, autore della propria fortuna, uomo di media cultura e di grande fede. Apprendiamo che il contenuto dell’opera scritta e illustrata dal Rustici concerne un viaggio (probabilmente immaginario) in Terra Santa con digressioni bibliche, teologiche, morali, agiografiche e devozionali, e che la descrizione del viaggio è per così dire inclusa fra la descrizione e l’elogio di Firenze che costituiscono la prima e l’ultima parte dell’opera. Scopriamo che, per il lettore non addetto ai lavori, la parte del Codice sicuramente più interessante è costituita dalle immagini, di grande valore documentativo ma anche artisticamente apprezzabili, con cui l’autore, avvezzo in quanto orafo all’arte grafica, ha corredato il testo.

Le ultime tre schede della prima parte sono dedicate rispettivamente alle raffigurazioni di Fiesole, dell’immaginato antico teatro della Florentia romana, degli umanisti che il Rustici colloca idealmente a presidiare le porte della città.acidini

La seconda parte del volume presenta, come si è detto, i luoghi di Marco Rustici, 38 siti della Firenze quattrocentesca legati all’esperienza e alla testimonianza di fede dell’orafo fiorentino, attraverso altrettante schede corredate da foto a colori che permettono di confrontare i disegni realizzati dall’orafo fiorentino (e riprodotti nella stessa scala degli originali del Codice) con i luoghi corrispettivi così come si presentano oggi.

Dal confronto il lettore può constatare che alcuni edifici sono rimasti pressoché identici, come il Battistero di San Giovanni nel quale l’unica differenza significativa appare nella copertura a piramide tronca, caratterizzata nell’immagine quattrocentesca da imponenti costoloni poi scomparsi nei rifacimenti successivi che hanno inspessito il rivestimento marmoreo della cupola per garantirne una migliore impermeabilizzazione. Sostanzialmente uguale appare il campanile della Badia Fiorentina, mentre nel disegno della Cattedrale di Santa Maria del Fiore spicca la fedele riproduzione dell’incompleta facciata arnolfiana, distrutta nel Cinquecento e oggi ricostruita all’interno del Museo dell’Opera del Duomo.

Altri edifici hanno subito cambiamenti significativi, come la chiesa di Sant’Egidio, inglobata nello sviluppo dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, altri sono del tutto scomparsi, come la chiesa di San Bartolomeo di cui rimangono, tuttavia, alcune vestigia all’interno dei Magazzini Coin, in via del Corso.

In alcuni casi si può constatare che le raffigurazioni del Rustici, pur nella loro stilizzazione, offrono una riproduzione sorprendentemente esatta dei luoghi della Firenze quattrocentesca come risulta dal confronto del disegno della chiesa di Sant’Egidio con un affresco di Bicci di Lorenzo conservato ancora oggi all’interno dell’Ospedale che ha inglobato la chiesa. Compulsando le schede si scopre, addirittura, che in un caso gli schizzi di Marco di Bartolomeo sono serviti da guida per il restauro di un’antica torre, la Torre della Pagliazza, avvenuto durante gli anni Ottanta del secolo scorso.

Talvolta, invece, i disegni presentano evidenti elementi di fantasia, come nel caso della raffigurazione, del tutto fuori scala, del campanile di San Lorenzo.

Dopo la serie delle schede dedicate ai luoghi del Rustici il volume si conclude filologicamente con un’accurata Bibliografia di riferimento, un ampio e utilissimo Indice dei nomi e un doveroso elenco dei Crediti fotografici; prima dell’Indice generale.

Anche da questi dettagli si comprende come il libro si presenti come un’opera agile ma seria, in cui si armonizzano felicemente filologia e leggerezza (intesa come competenza divulgativa attraverso uno stile accattivante), capacità di stimolare l’interesse per la cultura ed estro di favorire il gusto della curiosità.

Direi che il modo ideale di leggere questo libro sia quello di portarlo a spasso per le vie del centro di Firenze, nel tempo libero, e di ripercorrere attraverso le sue pagine i passi che hanno pazientemente percorso le autrici alla riscoperta dei luoghi di Marco Rustici.

Insomma un libro per conoscere meglio ed amare più a fondo Firenze, soprattutto attraverso percorsi inconsueti e minori nei quali cultura seria e divertimento, rigore storico ed immaginazione possono felicemente incontrarsi.




La lezione di San Paolo VI sulla chiesa e la società

paolo vidi Mario Alexis Portella “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.” Queste sono le parole con cui il Nostro Signore Gesù Cristo rispose ai farisei quando, nella loro ipocrisia, gli pongono la domanda se “è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”

I farisei sono stati più volte sbugiardati da Gesù, che di loro ha smascherato la doppiezza davanti a Dio e agli uomini. I farisei si riuniscono a consiglio, cercando un modo per mettere in trappola questo fastidioso predicatore. La risposta di Gesù è considerata come la base della libertà religiosa. Siccome l’uomo è “creato nell’immagine e somiglianza” di Dio, lo Stato deve riconoscere la libera scelta, secondo la propria coscienza, dell’uomo di esercitare la propria fede o di non esercitarla. Ecco perché c’è la separazione tra chiesa e stato. Ma questa separazione non vuol dire che “Cesare” non deve rendere a Dio quello che è il Suo. Anzi, lo Stato non soltanto ha il dovere di promuovere e tutelare questo diritto, ma deve farlo riconoscendo l’antropologia cristiana che ha dato molto alla civiltà occidentale, specialmente in Europa.

Oggi la nostra società e anche la nostra Chiesa, stanno vivendo un’ epidemia di confusione e disorientamento morale e dottrinale quasi universalmente diffusi. Essi costituiscono un serio pericolo di contagio per il bene comune e per la salvezza eterna di molte anime a causa dello sradicamento delle radici cristiani da parte dell’Unione europea, anche dal silenzio della Chiesa stessa.

L’Europa non è sicuramente un continente geografico, nel senso che non è un insieme di terre emerse circondate dall’oceano. Se volessimo definirla, potremmo dire che l’Europa è una penisola del continente asiatico; non c’è un’unità etnica. Abbiamo conosciuto invasioni dal V secolo a. C. fino al XVIII secolo d.C., e quindi alla base vi è un principio di civilizzazione, il quale, come aerma S. Giovanni Paolo II “non riguarda solo gli uomini di scienza, così come non deve rinchiudersi nei musei”. Anzi, essa “è la dimora abituale dell’uomo, ciò che caratterizza tutto il suo comportamento e il suo modo di vivere, persino di abitare e di vestirsi, ciò ch’egli trova bello, il suo modo di concepire la vita e la morte, l’amore, la famiglia e l’impegno, la natura, la sua stessa esistenza e la vita associata degli uomini”.

A questo principio e a queste radici comuni cristiano-giudaiche dobbiamo molto della nostra cultura laica, del principio della separazione fra Stato e Chiesa e nel campo dell’arte con l’Europa delle basiliche e delle cattedrali; ad esse dobbiamo molto del principio e rispetto della dignità e della libertà umana e del rispetto della dignità di tutti gli uomini.

Il principio di uguaglianza tra tutti gli uomini è un principio che nasce comunemente con la fede e la cultura9788810113301 cattolica”, come diceva l’Arcivescovo di Torino il Cardinale Michele Pellegrino—cattolica in senso universale che, nonostante la separazione degli ortodossi e dei protestanti della Chiesa fondata da Gesù stesso, quando diciamo cristiano si dice cattolico. L’Europa sopravvive all’Impero romano sulle strade stesse di quella che era Roma, portando questo nuovo fattore di unità. In un momento di disgregazione, in qualche modo la religione cristiana costituisce un collante e un continuo della storia romana e quindi un continuo di una storia di civiltà.

Di nuovo, ai giorni nostri dobbiamo riconoscere una pervasiva letargia a diversi livelli dell’Ue e anche di alcuni della gerarchia cattolica; il secondo si vede quando essi si rifiutano di criticare la politica di governanti, ad esempio, l’aborto, l’unione omosessuale, lo sfruttamento economico dei poveri, ecc. Ciò è causato in gran parte dall’inosservanza del dovere apostolico—come affermato anche dal Concilio Vaticano II – di “vegliare per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano” (Lumen gentium, 25). Questo accade perché come l’assemblea del popolo di Dio, noi abbiamo volontariamente dimenticato di mettere in pratica l’ultimo ordine che il Signore Gesù ci ha dato: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,  insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Ecco perché la nostra epoca è caratterizzata da una mancanza di un acuto nutrimento etico e culturale; il comandamento del Signore è offuscato.

Ma per la Chiesa, qual è il suo dovere di fronte a questa realtà? Occorre ricordare la Lettera apostolica Solemni hac liturgia (Il Credo del Popolo di Dio del 1968) di San Paolo VI: “Il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini … L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in Lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi sé stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno.”

Bisogna far nostra questa fondamentale esortazione di S. Paolo VI prima che tutta la cristianità diventi per gli uomini un ricordo del mondo che fu.




L’istituto giuridico dell’esenzione per la tutela del carisma e le necessità dell’apostolato in vista di un vantaggio comune (can. 591)

download (3)di Francesco Romano • Ogni Istituto di vita consacrata è depositario di un patrimonio che include «il pensiero e i propositi dei Fondatori […] circa la natura, il fine, lo spirito e l’indole dell’Istituto e le sue sane tradizioni». Carisma e patrimonio spirituale di un Istituto hanno origine divina e devono essere salvaguardati e «custoditi fedelmente da tutti» (can. 578) perché costituiscono una ricchezza per la Chiesa intera.

Il valore ecclesiale del patrimonio spirituale di un Istituto di vita consacrata fonda il diritto alla giusta autonomia di vita e di governo nell’ambito della Chiesa a tutela della sua identità e integrità (can. 586 §1). Tale autonomia, essendo un diritto nativo, è insita nella natura stessa dell’Istituto di vita consacrata che trae origine dallo Spirito.

Gli Ordinari del luogo, non soltanto devono riconoscere l’autonomia degli Istituti di vita consacrata, ma anche proteggerla (can. 586 §2). Infatti, soprattutto attraverso l’autonomia normativa e di governo che la rende “giusta”, l’Istituto di vita consacrata è in grado di perseguire le sue finalità.

Il carisma è un dono dello Spirito e per questo reclama non poche esigenze nello stile di vita delle persone consacrate. La vita consacrata è nella Chiesa e della Chiesa, anzi «quantunque non riguardi la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia alla sua vita e alla sua santità» (can. 207 §2).

La Chiesa ha anche la missione di prevenire e governare i conflitti che possono insorgere all’interno del suo corpo sociale. La responsabilità alla quale i Pastori della Chiesa locale sono chiamati verso gli Istituti di vita consacrata, ancorché con la lodevole intenzione di custodirne il carisma, potrebbe dare origine ad attriti e incomprensioni. Questo è quanto la storia ha registrato con qualche frequenza.

Diversa è la situazione odierna grazie allo sforzo di comprensione e approfondimento che ha fatto la Chiesa dopo la promulgazione del Codex 1917 fino al Concilio Vaticano II e alla promulgazione del Codex 1983 sul piano dottrinale e giuridico, sviluppando, accanto al riconoscimento del diritto nativo alla “giusta autonomia”, la norma relativa all’istituto giuridico della “esenzione” con cui il Romano Pontefice, in forza del suo primato sulla Chiesa universale, affranca tutto o in parte un Istituto di vita consacrata dalla giurisdizione dell’Ordinario del luogo per meglio corrispondere alla tutela dei carismi di un Istituto e alle necessità dell’apostolato nell’affidargli una missione da compiere per il bene di tutta la Chiesa al cui servizio i carismi sono ordinati.Suore-luigine-11as-678x381

Alla vigilia del Concilio la riflessione intorno all’esenzione andava percependo questo istituto giuridico non tanto come un privilegio difeso o combattuto, quanto piuttosto come la ricerca di una possibile cooperazione nelle attività apostoliche che fosse espressione di una mediazione tra giurisdizione dei Vescovi e competenze dei Superiori religiosi per una reciproca collaborazione pastorale.

Il Codex pio-benedettino ai cann. 499 §1, 500 §§1-2, 501 §1 e 615 si presentava come la sintesi dell’evoluzione storica dell’esenzione iniziata già al VII-VIII secolo: gli Ordini religiosi restavano sottomessi al Romano Pontefice e all’Ordinario del luogo. Si ponevano come eccezione gli Ordini religiosi esenti a iure o per privilegio particolare. L’esenzione era un privilegio che sottraeva persone, case e cose alla giurisdizione dell’Ordinario del luogo. Il diritto, tuttavia, prevedeva una larga serie di eccezione al privilegio dell’esenzione a favore dell’Ordinario del luogo.

La mens conciliare orienta l’istituto giuridico dell’esenzione verso un ambito più pienamente ecclesiale come ricerca del bene dell’Istituto religioso in armonia con le finalità della Chiesa e il bene di tutti i fedeli, cioè come un unico bene da tutelare.

La Lumen gentium al n. 45 sottolinea che l’esenzione dalla giurisdizione dell’Ordinario del luogo può essere concessa dal Romano Pontefice a un Istituto religioso, il quale verrebbe così a ricadere direttamente ed esclusivamente sotto la sua potestà circa l’ordine interno, «in vista della comune utilità» (LG 45). Mentre, per quanto riguarda l’ordine esterno, i religiosi «devono, conforme alle leggi canoniche, prestare riverenza e obbedienza ai Vescovi» (LG 45).

L’esenzione, quindi, non appare più come un privilegio concesso a iure universali o per attribuzione particolare fatta a un Istituto. Ogni Istituto religioso può ricevere a giudizio del Romano Pontefice l’esenzione per quanto concerne l’ordine interno.

Infine, l’obbedienza ai Vescovi nell’ambito esterno, vede come fine immediato «la necessaria unità e concordia nel lavoro apostolico» (LG 45).

Il can. 591 non incide sulla situazione in cui si trovavano gli Istituti di vita consacrata prima della promulgazione del Codex 1983 in relazione all’istituto dell’esenzione acquisito per privilegio. Esso rimane, non essendo stato espressamente revocato dal Codice. La novità introdotta dal can. 591 riguarda la situazione sia degli Istituti di vita consacrata preesistenti all’attuale Codice che non beneficiano dell’esenzione, sia di quelli sorti successivamente. Per loro l’esenzione non si ottiene più automaticamente per privilegio o a iure come prevedeva il can. 615 del Codex 1917.

Oggi l’esenzione è una possibilità nelle mani del Papa che con il suo intervento positivo può concederla a qualsiasi Istituto di vita consacrata, preso singolarmente, per motivazioni specifiche. Pertanto, l’attuale istituto giuridico dell’esenzione non è più un diritto codificato, ma una concessione derivante dalla discrezionalità del Romano Pontefice in forza del suo primato sulla Chiesa universale per provvedere al bene dell’Istituto e alle necessità dell’apostolato.

L’ampiezza dell’esenzione non è specificata dal Codice, ma può riguardare l’Istituto di vita consacrata, tutto o in parte; come pure l’estensione territoriale, più o meno circoscritta, e la sua durata, temporanea o in perpetuo. Le coordinate dell’esenzione rientreranno nel decreto che sarà emesso dalla Santa Sede con specifiche clausole.

L’esenzione, per quanto possa essere estesa, non sottrae del tutto gli Istituti di vita consacrata e i loro membri dalla soggezione al Vescovo diocesano. Il Decreto Christus Dominus sull’ufficio pastorale dei vescovi, limita l’esenzione dalla giurisdizione dei Vescovi all’ordine interno degli Istituti per consentire al Romano Pontefice di disporre dei religiosi «per il bene della Chiesa universale; e alle altre competenti Autorità di servirsi della loro opera, a vantaggio delle Chiese sottoposte alla loro giurisdizione» (CD 35, 3). Il Decreto Christus Dominus detta allo stesso tempo i limiti che salvaguardano la giurisdizione dei Vescovi nell’ambito della loro circoscrizione, esterna rispetto al governo interno dell’Istituto di vita consacrata: «Ma tale esenzione non impedisce che i Religiosi nelle singole diocesi siano soggetti alla giurisdizione dei Vescovi, a norma del diritto, come richiedono sia il ministero pastorale dei Vescovi, sia un’appropriata cura delle anime» (CD 35, 3).

Il documento Mutuae relationes specifica anche il rapporto strettamente giuridico che permane tra l’Ordinario del luogo e i religiosi, anche esenti, presenti nella sua diocesi: «Si abbiano sempre presenti le seguenti disposizioni del motu proprio Ecclesiae sanctae: a) Tutti i religiosi, anche esenti, sono tenuti alle leggi, ai decreti e alle disposizioni dell’Ordinario del luogo circa le diverse opere in quegli aspetti che si riferiscono all’esercizio dell’apostolato, nonché all’azione pastorale e sociale prescritta o raccomandata dall’Ordinario del luogo. b) Parimenti sono tenuti alle leggi, decisioni e disposizioni, emanate dall’Ordinario del luogo o dalla Conferenza episcopale […] leggi che riguardano vari elementi ivi riferiti (ES I, 15, 1-2, a, b, c, d)» (MR 53).

Queste limitazioni furono riprese nei canoni che trattano l’attività apostolica: «I Religiosi sono soggetti alla potestà dei Vescovi, ai quali devono rispetto devoto e riverenza in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio del culto pubblico divino e le altre opere di apostolato (can. 678 §1). La triade del can 678 §1 si concretizza, per esempio, nel diritto del Vescovo diocesano di «visitare i membri degli Istituti religiosi e le loro case solo nei casi espressamente previsti dal diritto» (can. 397 §2) come per esempio «le chiese e gli oratori cui accedono abitualmente i fedeli, le scuole e le altre opere di religione o di carità spirituale o temporale affidate ai religiosi; non però le scuole aperte esclusivamente agli alunni propri dell’istituto» (can. 683 §1); «Che se eventualmente il Vescovo scoprisse abusi, dopo aver richiamato inutilmente il Superiore religioso, può di sua autorità prendere egli stesso i provvedimenti del caso» (can. 683 §2).

Occorre ricordare anche l’ambito del diritto penale circa la potestà che conserva l’Ordinario del luogo di irrogare pene ai religiosi in tutto ciò che li rende a lui soggetti (can. 1320). In questo senso, oltre al già citato can. 678 §1 circa la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le altre opere di apostolato, l’azione penale del Vescovo diocesano può riguardare i religiosi per le opere che lui affida loro (can. 681 §1), come pure la rimozione da un ufficio che il Vescovo diocesano ha conferito al religioso (can. 682 §2).

Vi sono, poi, gli abusi che il Vescovo diocesano può riscontrare in occasione della visita pastorale o fuori di essa, nelle chiese o negli oratori dei religiosi a cui accedono abitualmente i fedeli, nelle scuole esterne e nelle altre opere di religione o di carità spirituale o temporale da essi dirette. Il Vescovo diocesano può prendere in questi casi di sua autorità i provvedimenti dopo aver richiamato inutilmente il superiore religioso (can. 683 §§1-2). Inoltre, il Vescovo diocesano può proibire, a un religioso soggetto alla sua giurisdizione, a determinate condizioni e come sanzione da irrogare processualmente, di dimorare nella sua diocesi (can. 679) o di infliggergli l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio (can. 1337 §1).

Il carisma non è solo da difendere, ma anche da diffondere. La sua natura ecclesiale lo reclama al servizio della Chiesa nel rispetto della sua specifica missione che lo connota. Il Sommo Pontefice, affidando a un Istituto di vita consacrata un servizio apostolico, riconosce lo specifico valore funzionale del suo carisma nella realizzazione della missione che gli viene assegnata. L’esenzione è un atto con cui il Papa tutela direttamente quel carisma guardando alle “necessità dell’apostolato” (can. 591). L’esenzione è anche una tutela “per meglio provvedere al bene degli Istituti” (can. 591). Si tratta di una tutela straordinaria, come provvedimento speciale, perché ordinariamente il bene degli Istituti è già garantito a iure con la “giusta autonomia” (can.586).




«La memoria è dinamica». Echi ortodossi nelle parole di papa Francesco alla curia romana

307C6EBE-83EF-455E-8B44-818DD125118D-755x491di Dario Chiapetti • Papa Francesco, rivolgendosi recentemente ai membri della curia romana, ha proposto una lettura del tempo attuale, delle urgenze che la Chiesa deve considerare e a cui essa deve far fronte, carica di carattere profetico e ricca di spunti. Non è un resoconto del discorso del papa che intendo svolgere, quanto semplicemente richiamare l’attenzione su un suo aspetto preciso: quello della «memoria dinamica». Dopo aver esordito ringraziando i membri della curia per l’impegno profuso durante l’anno, Bergoglio ha portato i suoi uditori a riflettere sulla necessità di leggere e comprendere il fenomeno del «cambiamento d’epoca» che l’uomo di oggi sta vivendo, segnato da importanti cambiamenti nella sfera politica, sociale, ecologica, culturale, religiosa, ecc. Eppure – ha richiamato il papa – è proprio nel tempo, nella storia, che si rivela Dio. Da qui l’imperativo a «lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente» – è scorretto rispondere ad esse come si è fatto in altri contesti – e, data la dinamicità di Dio e del tempo, ad «avviare processi e non occupare spazi».

È chiaro che è sul tempo e sui processi che Francesco vuole focalizzare l’attenzione. Addirittura, già in Evangelii Gaudium, il papa aveva formulato la «superiorità» del tempo sullo spazio. Del resto, l’avvento di Cristo è compreso come il compimento del tempo: «il tempo è compiuto», così si apre il vangelo di Marco. E tuttavia lo spazio è ri-preso dal compimento del tempo: nel tempo compiuto, nell’Avvento di Cristo, gli spazi divengono di riconciliazione, di pace, ecc. Il papa ha più volte esortato a creare spazi siffatti.

Proseguendo, il richiamo sull’importanza del tempo è accompagnato da quello della memoria, quale tratto peculiare del modo cristiano di vivere. La memoria è connessa «al depositum fidei e alla Tradizione». Ciò non significa che bisogna fare «come se prima niente fosse esistito; al contrario». Eppure, «Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento». Da qui la conclusione: «la tradizione non è statica, è dinamica, come diceva quel grande uomo [G. Mahler che riprende una metafora di J. Jaurès]: la tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri».

La memoria è quindi, da un lato, connessa alla Tradizione, dall’altro, richiama la vita. Tutto ciò mi fa pensare alla prospettiva orientale così come è stata presentata, ad esempio, dal russo Alexander Schmemann o dal greco Ioannis Zizioulas. Questi teologi, pur nelle peculiarità delle loro riflessioni, mostrano come Cristo sia la Verità in quanto è il manifestatore di Dio Trinità nella storia, la manifestazione dell’Eschaton che irrompe nella storia, assume questa e la creazione e le trasfigura nel suo corpo e come suo corpo. La Tradizione, pertanto, è il consegnarsi di Cristo nella storia – tradere -, o meglio il consegnare lo Spirito che procede dal Padre. Lo Spirito è poi Colui che introduce gli eschata nella storia (cfr. At 2,17) e, precisamente, l’Eschaton, la divinoumanità del Figlio, in cui creato e increato si rivelano pienamente nella comunione – koinonia – realizzata nel corpo di Cristo.

L’eucaristia è proprio questo: il manifestarsi del Figlio – e con Questi, del Padre e dello Spirito – e della creazione nella comunione divinoumana che è il corpo di Cristo. Ebbene, tale manifestazione, che è escatologica, è memoria, come si evince particolarmente dalla sua dimensione anamnetica. La memoria, per il suo carattere pneumaticamente condizionato, non è ricordo di un passato, «facoltà – scrive Zizioulas – retrospettiva dell’anima», ma esperienza, nel presente, di un evento futuro, avvenuto nella storia per la prima volta nell’Ultima Cena. Da ciò si ha che la commemorazione – scrive Schmemann – è la realtà stessa del Regno. Per la tradizione ortodossa, il fondamento dell’evento eucaristico non sono le parole d’istituzione, un evento passato, ma l’epiclesi, l’opera dello Spirito, Colui che introduce il futuro nel presente e viceversa. La memoria, che è massimamente il sacramento, «non è – precisa Zizioulas – un prodotto della storia», né una ripresentazione di un fatto storico, ma la manifestazione, ogni volta come fosse la prima e l’unica, dell’evento escatologico del Regno. È proprio questo il significato dell’Ultima Cena, realtà dispiegatasi nella storia nell’evento di passione, morte e risurrezione di Gesù.Gustav_Mahler_3

Da ciò si ha che per affrontare le sfide che la Chiesa ha davanti a sé non basta il criterio di ciò che è stato, né, ovviamente, nella sua forma più scaduta – il tradizionalismo, l’attaccamento a ciò che è stato in un particolare periodo storico e elevato a norma assoluta -, né nella sua forma più alta, scientifica – gli studi storici, lo studio di ciò che è stato -. Non è la storia a produrre, raggiungere o anche solo a comprendere l’Eschaton ma viceversa. Occorre allora la teologia. Non una teologia – mette in guardia Zizioulas – che scade in antropologia, o un’ecclesiologia in sociologia. Occorre una teologia dogmatico-sistematica come illustrazione dell’esperienza escatologico-liturgica, ossia che, da tale esperienza, giunge alla comprensione trinitaria, cristologica, pneumatologica, ecc., del mistero della comunione divinoumana, e da tale comprensione desume e teorizza i criteri dell’agire. In tale prospettiva, si comprende perché – come nota Zizioulas – la tradizione orientale prediliga, al linguaggio verbale – «i segni verbali sono condizionati dalla storia» -, il linguaggio iconico-liturgico, entro certi termini apofatico, la cui base è «la scena del Regno così come è raffigurata e descritta nella liturgia».

Niente deve essere perso e tutto trasfigurato – la creazione, la storia, le formulazioni verbali del dogma -. È quanto apprende la memoria, ossia l’esperienza del Regno, manifestata particolarmente nella liturgia, che trasfigura lo sguardo, fa contemplare l’Eschaton e le cose nell’Eschaton e dall’Eschaton e rende chi guarda, portatore di tale sguardo alle cose che questi guarda, sì che anch’esse possano guardare e guardarsi in tale luce.

Ecco allora la prima sfida del cambiamento d’epoca: non perdere la memoria, ossia non perdere la spinta ad avviare e percorrere processi, a guardare avanti col gusto dell’avanti che viene incontro.




L’altruismo ap-paga

downloaddi Carlo Parenti • Con Marzia, mia moglie, siamo stati volontari per la raccolta del Banco Alimentare in un quartiere non propriamente  elitario, in un supermercato molto, molto economico.
5 ore di solidarietà data, 5 ore di altruismo concretamente testimoniato: una  generosità semplice, sincera, direi pura, senza retoriche, sempre con un sorriso. C’è molto da imparare da questa umanità. Testimonianza vivente di quanto scrive Francesco nella sua Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (Rallegratevi ed esultate), sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo:

«tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso»(Gal 5,14)[…] Detto in altre parole: in mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti in più. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in molti. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di dio. Infatti, con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte. Poiché «che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono? Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono!»

La gente di buon mattino entra; persone del quartiere, per lo più anziane, un po’ acciaccate non solo per il prolungato maltempo. Ma oggi splende il sole e mette tutti di buon umore. Ad alcuni illustriamo l’iniziativa del Banco. Ascoltano senza segni di insofferenza, preoccupati di non sbagliare la spesa. Altri chiedono spontaneamente il sacchetto giallo, già informati dalla tv. Anche poco’ dice una signora, quasi scusandosi della propria indigenza, ‘ma meglio che niente’. Un’altra, stravolta, si sfoga perché il giorno prima aveva ricevuto una lettera in cui le veniva  negata la pensione del marito: ‘non ho dormito tutta la notte. Come camperò?’ ma ha preso la busta del Banco e fatto un po’ di spesa dividendola equamente per sé e per un prossimo sconosciuto. Bisognoso e solo come lei.
Un’anziana ha dato pasta e tonno. ‘Tutti dobbiamo avere il diritto di mangiare. So bene cosa vuol dire non avere nulla’.

Si è letteralmente tolta il cibo di bocca. Nell’ uscire, girandosi, con un gesto della mano ci ha mandato un bacio. L’abbiamo ancora negli occhi. E tanti ringraziavano  proprio noi che davamo loro l’opportunità di aiutare chi  aveva ancora più bisogno di loro. Un anziano con la moglie molto malata andava di fretta. Ottimo pretesto per declinare l’invito a donare. Invece ci ha dato 10 euro perché provvedessimo noi alla spesa per il Banco. Lui doveva tornare a casa subito.

Ma  non sono mancate le contestazioni.Gaudete_Exultate

Un signore ha inveito contro di noi perché per anni una onlus gli ha rubato i soldi per una falsa adozione a distanza. Una donna è entrata urlando : ‘cos’avete  Voi da dare a me? Non vi vergognate a chiedere?’. Disoccupata, con un figlio invalido, il marito malato da anni. Quando è arrivata alla cassa, ci siamo offerti di pagarle la spesa: 12 euro. Per tre persone e forse per tutta la settimana.

Agli extracomunitari non avevamo il coraggio di chiedere. Ci sbagliavamo. Poi, non trattarli al pari degli altri ci è parso offensivo: hanno donato più che generosamente, certamente al di sopra delle loro, apparenti, possibilità. Conoscono  bene cosa vogliono dire esclusione e povertà. Una coppia capoverdiana, residente ormai da oltre 20 anni a Firenze, ha acquistato molto più per il Banco che per  se’. ’E’ una gioia se possiamo aiutare qualcuno. Anche con poco. Di più non possiamo permetterci. Però sosteniamo il Banco tutti gli anni’.
Un’altra coppia di egiziani ha donato moltissimo. Diciamo: ‘Grazie davvero, ma è troppo’. E loro ‘Non è mai abbastanza. Fate comprare  gli omogeneizzati; non sono il solo nutrimento dei più’ piccoli ma spesso anche degli anziani.’ Consiglio utilissimo, subito seguito. In effetti il contenitore riservato agli alimenti per i bambini era praticamente vuoto.

Un ragazzo senegalese che aiuta i clienti al parcheggio a sistemare la spesa nel bagagliaio, conosce  tutti quelli del quartiere.  Sa chi viene a piedi e chi è solo. Sa chi arriva con i figli che lo aiutano e dunque è inutile perderci tempo. Forse conosce tutte le malattie di chi frequenta il Super. E’ il suo  mestiere. Per un momento lascia il proprio territorio di lavoro per entrare nel Super  uscendone con due confezioni di pasta per il Banco. Commossi accettiamo anche il suo dono. All’ora di pranzo vediamo che ha fatto la spesa anche lui. Ha qualcosa sotto braccio. Ci avviciniamo. Sta addentando con  vigore una lunga baguette: vuota. Allora è vero che la fame è il miglior condimento e purtroppo.
Funge anche da stimolo  imprenditoriale: stamani passando sotto un’acqua  scrosciante nei pressi del Ponte Vecchio l’abbiamo riconosciuto. ‘Che fai qui?’- ‘Piove. Oggi vendo ombrelli’’.




Quando scatta l’Illusione dell’«uomo forte»

COP APERTA 47okdi Antonio Lovascio • Valli a capire questi italiani ! In politica un mito leva l’altro. Solo due anni fa era la “democrazia diretta” a fare la parte del leone, coltivata sulla piattaforma digitale del Movimento Cinque Stelle. Ora l’utopia di Rousseau sembra caduta in disgrazia, se non nel dimenticatoio. E secondo il Rapporto Censis 2019, pubblicato poco prima di Natale, un connazionale su due (48,2%) pensa infatti ad un “uomo forte al potere” che “non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni”. Un’idea (evocata da Salvini) che trova più consensi tra operai (62%), persone meno istruite (62%) e con redditi bassi (56,4%) e che viene spiegata dall’Istituto di ricerca fondato da Giuseppe De Rita con “l’inefficacia della politica ed estraneità da essa”, elementi che “aprono la strada a disponibilità che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve”. E’ anche vero che lo stato d’animo dominante tra il 65% degli italiani è l’incertezza, con un logoramento sfociato da una parte in stratagemmi individuali di autodifesa e dall’altra in “crescenti pulsioni antidemocratiche”. Ecco perché il 69,8% è convinto che nell’ultimo anno siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati e per il 58% sarebbe lievitato pure l’antisemitismo. Secondo il rapporto, inoltre, l’aumento dell’ occupazione nel 2018 e nei primi mesi del 2019 è un “bluff” che non produce reddito e crescita. Una cosa a cui invece gli italiani non rinunciano è alle proprie passioni (la metà della spesa familiare è appunto impegnata per coltivare hobby) come pure al telefonino, che ormai ha monopolizzato la vita quotidiana. Oltre il 50% delle persone difatti controlla lo smartphone come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera prima di andare a dormire. “Alla crisi economica c’e’ stata una risposta individuale, lo sforzo degli italiani nel mettere in campo forme di reazione come il viver bene individuale non basta. Serve anche il ’viver bene’ collettivo. Non bastano dunque i singoli, ma serve una risposta collettiva”, ha spiegato il segretario generale del Censis Giorgio De Rita, aggiungendo che “l’errore della politica è stato quello di non essere stata capace di decidere, ovvero di aver deciso sapendo che quelle decisioni non produrranno effetti”.

A proposito di “uomini forti”, l’Osservatore Romano, a firma del suo direttore Andrea Monda, ha opportunamente ricordato quello che affermò Dietrich Bonhoeffer all’indomani dell’insediamento di Hitler come führer in Germania nel 1933. Chiamato a commentare alla radio il primo discorso del neoeletto cancelliere, il teologo protestante disse che non era soddisfatto dalle parole di Hitler che più volte aveva proclamato dal palco la sua volontà di “non deludere il popolo”, assicurandolo che avrebbe mantenuto tutte le promesse elettorali. Bonhoeffer disse che non si sentiva tranquillo perché lui si aspetta dal suo führer la possibilità di essere deluso, questo, dal punto di vista umano lo avrebbe confortato molto di più. Sappiamo come andò a finire: Hitler mantenne tutte le sue promesse alle quali aggiunse odio e persecuzione nei confronti anche di quel giovane teologo morto nell’aprile del 1945, pochi giorni prima del suicidio dell’uomo forte. Guardando all’Italia, che hanno cambiato due “uomini forti” come Crispi e Mussolini ? Hanno contribuito al progresso del Paese ? Sul Duce basterebbe leggere quello che scrive Guido Melis nel suo apprezzatissimo libro “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”, edito nel 2018 dal Mulino. Da cui emergono chiaramente i costi che fece pagare alla società per tenere sotto controllo o eliminare ogni opposizione. Forse la destra contemporanea non commetterebbe gli stessi errori, ma certo non dà grande affidamento in termini di coesione e solidarietà, se si preoccupa solo di raccattare consensi giocando spesso sulla paura.3121_dietrich-bonhoeffer

Nel momento in cui nell’opinione pubblica sta emergendo un grande disorientamento e con troppa facilità gli italiani passano da una prospettiva all’altra (dalla preferenza per “democrazia diretta” a quella per l’”uomo forte”) facendo oscillare il pendolo delle previsioni elettorali, la Chiesa giustamente sollecita il rinnovamento della classe politica e dirigente, invitando gli attuali protagonisti “a deporre odi e calunnie”. Ne è prova l’omelia del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, pronunciata alla Messa in preparazione al Natale per Deputati e Senatori, nella quale ha affrontato in maniera profonda e integrale le sfide che ci attendono: <E’ il bene dell’Italia che reclama la vostra attenzione. Il miglior augurio che posso farvi è dunque quello che proviate su di voi il subbuglio del Paese, che possiate davvero vivere le sue inquietudini e che possiate cercare rimedi. Si tratta di fare con passione e competenza il possibile, sapendo che ricostruire un tessuto identitario e comunitario non è opera che s’improvvisa>. Non s’improvvisa e richiede tempi lunghi. Per questo in fretta deve partire la ricostruzione. Tra gli italiani serpeggia bisogno di futuro. Di qualcosa di meglio di quello che oggi sperimentiamo nel quotidiano.