Il documento della Chiesa su alcuni aspetti etici del mondo della finanza

248320di Leonardo Salutati • Presentato il 17 maggio scorso, ma approvato da Papa Francesco il 6 gennaio 2018, il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che offre Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario, costituisce “quasi” una novità per l’ex Sant’Uffizio, comunque da secoli impegnato a salvaguardare l’ortodossia cristiana. Infatti se nel passato la Chiesa si è occupata molte volte degli aspetti morali riguardanti le questioni economiche (ad esempio la questione dell’usura), tuttavia il moderno mondo della finanza non è stato ancora studiato in modo approfondito, come invece è successo per gli ambiti della vita e della sessualità.

L’iniziativa non è originata da un diretto intervento del Papa, che tuttavia non ha mai omesso di denunciare «l’economia che uccide» e l’idolatria al «dio denaro» che schiaccia l’uomo, ma dalla ripetuta richiesta, da più parti, di fare chiarezza su alcuni aspetti del mondo della finanza alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, per la preoccupazione di «un collasso sociale a livello mondiale dalle devastanti conseguenze» (Ladaria) ed affinché l’attività economica sia «condotta secondo le leggi e i metodi propri dell’economia, ma nell’ambito dell’ordine morale» (GS 64).

Il testo di queste Considerazioni, pur destinato in primo luogo agli operatori economico-finanziari, interpella in realtà tutte le donne e gli uomini di buona volontà (n. 33). Alla base sta la convinzione che «l’amore al bene integrale» dell’uomo «è la chiave di un autentico sviluppo» (n. 2) e che «il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di presupposti antropologici ed etici che da solo non è in grado di darsi né di produrre» (nn. 23 e 9), tanto più in quanto la presente situazione rivela come sia urgente il superamento dell’attuale miopia antropologica e della crisi dell’umano (Ladaria; cf. n. 17).

Dopo una breve Introduzione (nn. 1-6) un primo capitolo è dedicato a richiamare le Elementari considerazioni di fondo (nn. 7-17) per poi passare ad un secondo capitolo ben dettagliato, dedicato ad Alcune puntualizzazioni nel contesto odierno (nn. 18-33).

Tra le considerazioni di fondo il documento ricorda che «nessun profitto» è «legittimo» quando «vengono meno l’orizzonte della promozione integrale della persona umana, della destinazione universale dei beni e dell’opzione preferenziale per i poveri» (n. 10). Denuncia l’immoralità di «commercializzare alcuni strumenti finanziari, di per sé leciti, in una situazione di asimmetria, approfittando delle lacune cognitive o della debolezza contrattuale di una delle controparti» (n. 14), nonché «la cattiva finanziarizzazione dell’economia» dettata da «un mero intento speculativo», cosicché «la rendita da capitale insidia ormai da vicino, e rischia di soppiantare, il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico» (n. 15). Si sottolinea poi che il benessere va valutato con criteri ben più ampi del prodotto interno lordo di un Paese (Pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro (n. 11).

Nel capitolo dedicato alle puntualizzazioni, il documento, nel sottolineare la positività per il sistema economico di una finanza ben funzionante, non si astiene dal formulare giudizi su fenomeni verificatisi nel sistema finanziario che hanno evidenziato una non adeguatezza del concreto funzionamento del sistema stesso rispetto alle finalità che deve perseguire (n. 19). Riassumendo per sommi capi, si sottolinea come si sia manifestata una, solo in parte, ingenua fiducia verso una pretesa autosufficienza allocativa dei mercati e verso i presunti effetti positivi di tutto ciò che viene definito “innovazione finanziaria” (n. 21); nell’ambito dell’attività bancaria si richiama l’esigenza di una chiara separazione tra attività di gestione del risparmio e attività più rischiose di negoziazione, nella consapevolezza che la parte preponderante delle risorse raccolte dalle istituzioni finanziarie proviene dal risparmio di una vita, per cui è delittuoso che tali risparmi vengano messi a rischio approfittando della limitata cultura finanziaria dei risparmiatori (n. 22); pur non condannando gli strumenti dell’innovazione finanziaria come tali, vengono esaminati alcuni aspetti del processo di intermediazione e innovazione finanziaria che si sono rivelati particolarmente pericolosi ed immorali (nn. 22-29); si denuncia lo scandalo della persistenza dei centri finanziari offshore (“paradisi fiscali”) che operano con modalità che favoriscono fenomeni di elusione fiscale e di riciclaggio di denaro sporco (n. 30).

In conclusione questo documento, pur non vincolando i cattolici in modo assoluto e non volendo stabilire cose definitive, nel senso che ciò che un cattolico non potrà fare sarà dire che prescinde da questo (Ladaria), tuttavia intende offrire alcuni, quanto mai oggi necessari, punti di riferimento morali. Esso prende in esame la maggior parte delle evidenti criticità del sistema economico-finanziario attuale, proponendo la via della Dottrina sociale della Chiesa per reindirizzare l’economia e la finanza al servizio del bene comune, facendo appello ai protagonisti del mondo finanziario, a cominciare dalle università e le business school, affinché considerino la necessità di un cambiamento di paradigma, reso oggi estremamente urgente dalla forte disparità di reddito presente nel mondo.




La data della Cena di Gesù avanti la Passione

lastsupdi Stefano Tarocchi • La cena di Gesù con i discepoli prima della passione è narrata in cinque differenti testi neotestamentari: oltre ai tre racconti dei Sinottici e a Giovanni (in cui mancano però le parole sul pane e sul calice del vino), appare infatti nel testo della prima lettera di Paolo ai Corinzi.

Quest’ultima, che precede letterariamente la stesura dei primi tre vangeli, parla esplicitamente di «Cena del Signore», è comunque strettamente collegata alla medesima tradizione che ritroviamo nel III Vangelo, connessa alla città di Antiochia di Siria. I testi di Marco e Matteo sono i testimoni della tradizione più antica, legata alla liturgia della chiesa di Gerusalemme. Riguardo allo svolgimento temporale della celebrazione pasquale esistono varie interpretazioni.

C’è anzitutto chi sostiene semplicemente che Gesù avrebbe celebrato la Cena eucaristica secondo il rito pasquale giudaico. È quanto sembrano indicare i Sinottici (così Mc 14,12: «il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua). Ma ciò è contraddetto da Giovanni, secondo cui i Giudei hanno celebrato la cena pasquale la sera del venerdì, il giorno della preparazione della festa («era la parasceve della Pasqua»: Gv 19,14). Quell’anno – quasi certamente il 30 dell’era cristiana – la Pasqua coincideva con il sabato: secondo il calendario ufficiale la parasceve, ossia “preparazione”, era il 14 del mese di Nisan, l’ultimo giorno prima del plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Dice ancora Giovanni: «venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua… Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,33-34.36).

Altri sostengono che Gesù avrebbe celebrato la Pasqua secondo un calendario non ufficiale, ad esempio il calendario solare di Qumran, in contrapposizione al calendario lunare ufficiale. Questo permette anche di supporre una cronologia lunga degli eventi della passione, ad esempio collocando la Cena, il martedì, e tutti gli eventi fino alla morte di Gesù: i due processi, la condanna a morte, e così via.

Altri dicono infine, e anch’io fra questi, che Gesù avrebbe istituito l’Eucaristia durante una cena di addio, «prima della festa di Pasqua» (Gv 13,1)». Il testo del vangelo di Marco, al pari di quello di Luca, fa riferimento anche ad una «stanza interna» posta al «piano superiore» di un’abitazione, dalle dimensioni notevoli. Così, il banchetto di Gesù con i suoi discepoli, «a meno che la casa non fosse realmente enorme, prevede uno svolgimento riservato a Gesù e ai discepoli, in un tempo diverso dalla Pasqua: il che avrebbe richiesto la presenza anche della famiglia dell’ospite, anche se in altro luogo della casa». Pertanto, «Gesù scelse di fare un banchetto serale con i suoi seguaci più stretti nella casa di qualche sostenitore benestante di Gerusalemme il giovedì verso il tramonto, quando cominciava il quattordicesimo giorno di Nisan, il primo mese di primavera. La cena, benché non fosse un banchetto pasquale e non fosse celebrata come sostitutiva del banchetto pasquale, fu nondimeno qualcosa di più che non un normale banchetto» (così J. P. MEIER).

Il compimento al rito giudaico viene realizzato soltanto con la sua morte sacrificale, e non tanto con la Cena. In questo caso gli evangelisti vi avrebbero proiettato la loro fede confermata dalla risurrezione.

Prima ancora della cena avanti la Passione, il gesto di spezzare il pane appartiene alla tradizione di Gesù. I Vangeli raccontano, ad esempio, che «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla» (Lc 9,16). Esso suscita la fede dei due discepoli di Emmaus, i quali, davanti agli Undici raccontano «come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,35). Come scrive ancora Paolo ai Corinzi: «il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo» (1 Cor 10,16-17).

In quella vigilia della Pasqua resa nuova da Gesù, l’atto di condividere una cena, con i discepoli, è l’annuncio che la morte che seguirà di lì a poco, è la manifestazione di ciò che dice Giovanni: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine (Gv 13,1)».

Anche gli altri tre Vangeli lo confermano con chiarezza. Così Luca, all’inizio della cena, prima e dopo il calice iniziale: «ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio… da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”» (Lc 22,15.18). O, subito dopo le parole sul calice, come dice anche Marco («In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio»: Mc 14,25) e anche Matteo («Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio» (Mt 26,29).




In ricordo di Leone Piccioni

download (1)di Giovanni Pallanti • Leone Piccioni è morto il 15 Maggio a Pienza. Aveva 93 anni. Era figlio di Attilio Piccioni già Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri, fondatore della Democrazia Cristiana. Leone è stato uno dei più grandi critici letterari del Novecento. Cattolico ma senza nessuna bigotteria. Ispirato cristianamente alla vita culturale e politica, come il padre Attilio che fu collaboratore della rivista “Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, ha studiato la genesi delle poesie di Giuseppe Ungaretti di cui era grande amico. Leone Piccioni si era formato all’Università di Firenze alla scuola di Giuseppe De Robertis che ebbe tra gli allievi anche Giorgio Luti e Luigi Baldacci. Piccioni con De Robertis maturò la sua professione di critico diventando al contempo studioso della letteratura italiana e critico militante. Solo Carlo Bo può essere messo al pari e forse qualcosa di più, di Piccioni. Carlo Betocchi, Nicola Lisi, Mario Luzi sono stati compagni di strada di Leone. Con Mario Luzi aveva scelto come residenza la cittadina di Pienza fondata da Enea Piccolomini passato alla storia come Pio II°. Anche Mario Luzi è stato oggetto dello studio di questo grande critico letterario definito dagli amici diretto, franco, leale tanto nei confronti di ciò che leggeva quanto nella quotidianità dei rapporti di amicizia. Leone Piccioni non conosceva l’ambiguità. Una sua allieva Silvia Zoppi Garampi ha detto del suo metodo critico:” la sua critica era un corpo a corpo con la poesia, perché legata da amicizia , al contatto diretto, ai rapporti epistolari. La letteratura e il suo vissuto erano per lui una cosa sola”, come diceva Carlo Bo e come l’amicizia che lo ha legato a Ungaretti e a Luzi, ha ben dimostrato. Di Giuseppe Ungaretti, Piccioni, è stato lo studioso più importate pubblicando numerosi studi. Dopo avere diretto la prestigiosa trasmissione “L’Approdo” per la Rai, il critico letterario cattolico si era dedicato ad una vita di studi e agli amici con cui amava spesso andare a pranzo e a cena con uno spirito allegro e giovanile. Fino agli ultimi giorni della sua vita. La sua morte rappresenta una grande perdita per la cultura italiana.




Lo strano caso della scuola italiana. Tra molte responsabilità e poco rispetto

images (1)di Stefano Liccioli • Nell’ultimo periodo l’attenzione dei media si è concentrata su episodi di violenza di cui si sono resi protagonisti alunni adolescenti a discapito dei loro insegnanti. Teatro di questi deprecabili avvenimenti, scuole medie e superiori in varie parti d’Italia. Come spesso accade, dopo il clamore dei primi giorni, le notizie pian piano hanno perso d’interesse, ma il problema è reale e, a mio avviso, non è nuovo. I commentatori che si sono avvicendati, su quotidiani e televisioni, spesso si sono affrettati a cercare i colpevoli: gli alunni violenti con la loro estrema maleducazione, i loro genitori e, in alcuni casi, anche gli insegnanti, rei di non farsi rispettare.
La ricerca del colpevole rischia però di non aiutare a capire la questione. In questa sede non ho la pretesa di fornire spiegazioni esaustive, mi basta suscitare qualche interrogativo più approfondito, problematizzando al meglio quanto è successo.
Bisogna innanzitutto ammettere che, a chi conosce il mondo della scuola, erano note, anche prima delle “giornalate”, le situazioni disciplinari che caratterizzano certi istituti superiori ed il clima in cui si trovano ad operare insegnanti e personale educativo in generale in alcuni contesti scolastici.
Come mai succede che studenti minaccino e insultino i loro docenti e, addirittura, li picchino? Fermo restando la responsabilità dei singoli coinvolti in certi episodi e non limitandosi a concentrarsi sui casi estremi, occorre riflettere sul fatto che negli ultimi decenni l’istituzione scolastica, a mio avviso, è meno rispettata nella nostra società ed ha perso di autorevolezza. Le ragioni di questo processo sono attribuibili ad alcuni fattori: per la gente il valore della cultura è diminuito, progressivamente si è affermata l’idea che l’istruzione non serva poi così tanto per avere successo nella vita (a riprova di ciò personaggi famosi che ce “l’hanno fatta” pur avendo frequentato poco e, a volte, male la scuola) ed ancora, il fatto che siamo passati da una situazione storica in cui i professori avevano sempre ragione ad una in cui i professori sbagliano quasi sempre, il loro giudizio è contestato dai genitori che tendono invece a giustificare a spada tratta i propri figli. Non è un caso se i rapporti scuola-famiglia sovente vengono regolamentati dal TAR. Aggiungerei anche il fatto che in una società in cui il parametro della realizzazione personale è il guadagno economico, la figura del docente non è così popolare tra i giovani visto il suo stipendio non molto elevato. Infine ammettiamo anche che, soprattutto in passato, troppo spesso si è guardato al “mestiere” dell’insegnante come ad un ripiego o ad una carriera professionale a cui si accede per avere lo stipendio fisso e con pochi requisiti. Mi è capitato più volte di sentire prospettare ad un giovane laureato la strada della docenza solo per il fatto di avere la laurea, senza interrogarsi sulla reale predisposizione (non uso la parola vocazione) di quella persona ad insegnare.
Parallelamente è cresciuta l’importanza di altri contesti come quelli sportivi: per esperienza posso dire che l’allenatore di calcio, ad esempio, ha spesso un grande ascendente sui ragazzi, guai a mettere in discussione quello che dice il “mister”.
Se l’istituzione scolastica e gli insegnanti sono meno rispettati che in passato questo non dipende, a mio avviso, dal fatto che i ragazzi ora sono più maleducati di prima, un aspetto questo sulla cui veridicità si potrebbe riflettere in un altro articolo. I giovani tendono a riflettere quello che respirano e ciò che si respira è secondo me, nella pratica, una scarsa fiducia nella scuola, al di là delle varie fiction che vedono come protagonisti insegnanti.
Paradossalmente si addossano ai professori molti compiti e responsabilità perché, volente o nolente, essi entrano quotidianamente in contatto con ragazzi e ragazze, un’opportunità che altre agenzie educative come la Chiesa ormai fanno molta fatica ad avere e che i genitori rischiano di perdere sempre più presi dalle carriere lavorative o in difficoltà a causa di separazioni e divorzi.
Per ridare autorevolezza alla scuola non basta mettere più soldi nell’istruzione, occorre ridare centralità a ciò per cui la scuola è nata ovvero la relazione educativa tra adulti e nuove generazioni. Se nelle scuole si riuscirà a dare più spazio ed a valorizzare il rapporto tra docenti ed alunni, limitando la preoccupazione per i progetti o altri adempimenti burocratici che assorbono tempo ed energie, saranno in primis proprio gli studenti a riconoscere con gratitudine (anche se non tutti ed anche se non subito) la preziosità del tempo trascorso a scuola e del lavoro dei loro professori. A tal proposito mi sembra significativa questa frase di Benjamin Franklin (sì, l’inventore del parafulmini):”Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”. Abbiamo il coraggio di sognare una scuola dove ciò possa avvenire?




Frédéric Debuyst, il suo Elogio di nuove chiese e qualche aggetto teologico

fredericdi Dario Chiapetti • L’esistenza divina, a motivo della sua trinitarietà e simbolicità, è una esistenza-in, ad-intra così come ad-extra. È per tale principio che, sul piano epistemologico, le tematiche teologiche scaturenti da un particolare-incarnato, denso di concretezza – proprio esse – rivelano il volto dell’universale, dell’Uno, di Dio. La comunità monastica di Bose è attenta a questo principio teologico e, in particolare, pone attenzione al particolare ambito di riflessione concernente il legame profondo tra architettura (religiosa e non) e teologia. Ancor di più, l’attenzione è rivolta al rapporto tra architettura e teologia in atto: il sacramento e la liturgia. Ma potremmo spingerci ancora oltre, dicendo che lo sguardo è rivolto alla, sic et simpliciter, teologia in atto: cioè, alla fede vissuta, confessata e celebrata, ossia, al sacramento e alla liturgia, evento in cui architetture, riti, persone – divine e umane -, cose, ecc., intervengono e si costituiscono nella reciprocità e nella perichoresis secondo quel tropos agapico d’esistenza di Dio Trinità, rivelando così proletticamente e profeticamente il regno di Dio come nozze escatologiche.

Se non si può quindi considerare Dio al di fuori del sacramento, non si può considerare il sacramento al di fuori del rito, della liturgia: questa è la frontiera della sacramentaria che molti pensatori – in modo particolare gli orientali come ad esempio Alexander Schmemann (1921-1983) – hanno messo in luce per superare un certo orizzonte di comprensione sostanzialistico-intellettualistico di derivazione scolastico-aristotelica (che pur ha offerto i suoi preziosi contributi) nella direzione di un orizzonte decisamente patristico-personalista. Ma se è vero ciò, non si può nemmeno – questa è la mia personale convinzione – considerare il rito al di fuori dell’elemento “architettura”. Se mi è concessa una piccola nota personale, è proprio dall’esperienza del fare architetture – pensiero, materia e vita – che sono stato condotto, per mezzo dell’esperienza della leit-ūrgía e del mysterion, come scendendo, giù giù, fino ai plinti di fondazione, alla valenza – e questo è proprio di ogni battezzato – dell’orizzonte teologico-trinitario di comprensione di ogni realtà spazio-temporale, il cui terreno d’appoggio, a sua volta – e ciò è importante -, è l’ontologia.

È in tale orizzonte ermeneutico che ho attenzionato, letto e apprezzato Elogio di nuove chiese. Una libera sequenza di incontri e di luoghi significativi rivisitati (Qiqajon, 2018, 194 pp.). Esso è un omaggio alla figura di Frédéric Debuyst (Wemmel 1922 – Ottignies 2017), monaco benedettino, fondatore e primo priore del monastero di Clerlande in Belgio, nonché autore di vari saggi, e consiste nella raccolta di vari interventi, lettere e pensieri autobiografici di Debuyst in cui emerge la sua esperienza, potremmo dire, spirituale (e quindi comunionale) dello spazio, sia della natura che dell’architettura che della vita che della vita monastica.

Debuyst visse appieno l’esperienza di rinnovamento della vita monastica e, in particolare, tenendo sempre a mente l’importanza – come scrive il monaco di Bose Goffredo Boselli nella Prefazione – proprio, come si è detto, del luogo e degli spazi. La valenza spirituale insita in tale attenzione è rivelatrice, a ben vedere, di una concezione “sacramentale” della realtà, ossia, del suo statuto ontologico consistente nell’unitività divino-umana. Tale comprensione conduce poi, non a comprensioni della realtà di tipo panteiste, bensì a auto-rappresentazioni che si incentrano piuttosto sull’iconocità della “familiarità”, della – per così dire – “luoghicità” di incontro comunionale tra alterità e soggetto (non personale) che inter-viene esso stesso in tale evento di incontro.

Tale carattere “familiare” della realtà, dello spazio in generale e dello spazio “religioso” in particolare (di un monastero così come di una chiesa), è ciò che è attestato come fondativo della vita di fede-sacramentale da più parti. Innanzitutto, Debuyst ricorda la rivelazione scritturistica a proposito del rito-sacramento vissuto da Gesù nella “camera alta” con i suoi discepoli durante l’ultima “cena” (cf. 53-54); poi, le prime testimonianze di chiese pensate come “casa-chiesa” come quella di Dura Europos in Siria (cf. 55-56); e, infine, le testimonianze provenienti dal rinnovamento liturgico-architettonico che ha informato anche la riflessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, così come è nel caso di Romano Guardini e la sua esperienza pastorale con gli studenti al castello di Rothenfels-am-Main, di Rudolf Schwartz con la chiesa di Sankt Fronleichnam ad Aquisgrana (1930), di Fritz Metzger con Sankt Karl a Lucerna (1934), del grande Le Corbusier con la cappella di Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp in Francia (1955), di Emil Steffan con Sankt Laurentius a Monaco-Gern (1956), e lo stesso “monastero-casa” di Clerlande pensato dallo stesso Debuyst con l’aiuto dell’architetto Jean Cosse.

Due aspetti sono valorizzati nell’esperienza spirituale-spaziale del monaco benedettino e ciò, in quanto, vengono a valorizzarsi reciprocamente. Gli abitanti: l’assemblea vivente dei cristiani, grembo vivente – in forza del loro essere costituiti comunione – di tutta la materia (architettura). E il genius loci: la vocazione-potenzialità di un determinato luogo di dire Dio, di dire tale comunione familiare, e ciò sia per proprietà naturali – l’attenzione al paesaggio ricopre un ruolo centrale, innanzitutto esistenzialmente e spiritualmente parlando, in Debuyst – che, in massimo grado, in virtù del suo essere abitazione-di e abitato-da una comunione di persone. È ciò che viene mostrato nel caso delle chiese di terra e i “santos” del Nuovo Messico, l’Università Saint Thomas di Houston con la cappella Rothko (1971), della chiesa di Saint-François di Jean Cosse (1983) e nella cappella di Notre-Dame-de-l’Espérance di Baudouin Libbracht e Jean-Claude Bodeux (2005) a Louvain-la-Neuve, in Belgio.

Spazio e comunione personale si costituiscono a vicenda. In ciò è consistita l’«iniziazione personale» di Debuyst, avvenuta con l’incontro con comunità monastiche – come quella dell’abbazia di Saint-André a Bruge, in Belgio e progettata da Marc Dessovage (1961) – numerosi architetti – gli amici, tra i quali Jean e Florance Cosse, Glauco Gresleri, Patrick Quinn, Ottokar Uhl, e quelli con i quali è venuto in qualche modo in contatto, come i “mostri sacri” Louis Kahn, Alvar Aalto, Peter Zumptor – personalità varie della vita ecclesiastica, confratelli, parenti e così via.

La grande eredità di Frédéric Debuyst che il presente testo ci presenta è di un certo interesse. Il movimento del suo percorso concettuale-spirituale va non da una teologia intellettualista all’applicazione in forme (architettura) ma dall’esperienza (architettura, creaturale come degli uomini) – già teologica in sé! – alla teologia agapica. Spazi e vita si costituiscono esperienza spirituale-comunionale in quanto rivelano la sacramentalità dell’essere e quale ambiente familiare da abitare e, (solo) così, costituiscono il pensiero, un pensiero materico, che abita la costruzione, che abita l’abitare.




Un immenso abbraccio nonostante il rifiuto di terra e (apparentemente) cielo

downloaddi Giovanni Campanella • Nel febbraio 2018, la San Paolo ha pubblicato, all’interno della collana “Parole per lo spirito”, un piccolo libretto intitolato Le ultime parole di Gesù – Sigillo di tutta la sua vita e scritto da Enzo Bianchi, fondatore della Comunità Monastica di Bose.
Il libretto commenta le ultime sette parole di Gesù sulla croce così come ci sono state tramandate dai quattro evangelisti (una ci viene da Marco e dal suo parallelo in Matteo, tre ci vengono da Luca e tre da Giovanni). Dopo una piccola prefazione – costituita da un estratto di un commento di Shenuda III (patriarca di Alessandria d’Egitto) alle sette parole – e un capitolo introduttivo, segue il corpus interno formato da sette capitoletti, a ognuno dei quali corrisponde una delle sette espressioni di Gesù sulla croce. Il capitolo conclusivo riallaccia tutto alla Resurrezione.

«Secondo la testimonianza dei vangeli, Gesù è morto verosimilmente la vigilia della Pasqua ebraica, venerdì 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Catturato dalle guardie inviate dal sommo sacerdote, dopo un breve e sommario processo avvenuto nella notte davanti a una parte del sinedrio, Gesù, condannato dal potere religioso come bestemmiatore, viene consegnato ai romani. Ponzio Pilato, procuratore della Giudea, finisce per cedere alle pressioni dei sacerdoti e alla richiesta urlata della folla, e lo fa crocifiggere su una collina vicina alle mura della città di Gerusalemme» (p. 14).

Ovviamente è impossibile stabilire un preciso ordine cronologico per le sette parole, considerando anche che ci sono trasmesse da fonti diverse. La tradizione le ordina in base alla successione degli stessi vangeli nella Bibbia, successione consolidatasi nei secoli e confermata poi dal Concilio di Trento (Decretum de libris sacris et de traditionibus recipendis della Sessione IV dell’8 aprile 1546): prima Matteo (anche se scritto dopo Marco), poi Marco, Luca e infine Giovanni.
Matteo e Marco tramandano la stessa parola di Gesù sulla croce ….. e solo quella: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34 e Mt 27,45). È un grido che riprende l’inizio del Salmo 22.

«Gesù era stato messo in croce tra cielo e terra perché fosse visibile che né il cielo né la terra lo volevano. (…). Ora si sente abbandonato anche da Dio, che sembra essersi sottratto e nascosto, lasciando così regnare il vuoto spaventoso della nientità. Gesù vive l’essere senza Dio (a-theós), ateo, vive l’assenza enigmatica del suo Dio, il soffrire e il patire senza il suo soccorso, l’essere separato da lui come un peccatore, anzi fino a “essere fatto peccato” (cfr. 2Cor 5,21), dirà l’apostolo Paolo. Lui che non aveva conosciuto peccato, si fa solidale con i peccatori, non solo in quanto annoverato tra di loro (cfr. Is 53,12; Lc 22,37) nella crocifissione, ma separato come loro da Dio. Appeso alla croce, appare un maledetto da Dio e dagli uomini, nudo a mezz’aria, indegno della compagnia degli uomini e della presenza di Dio. Eppure, in questa situazione di estrema lontananza da Dio, egli non abbandona Dio ma lo invoca con convinzione, mediante un duplice vocativo e un duplice possessivo: «Dio mio! Dio mio!». Anche se gli pone la domanda angosciata del perché dell’abbandono che sta vivendo, Gesù confessa Dio come colui al quale appartiene totalmente. Sulla croce Gesù non inventa preghiere: come in tutta la vita ha pregato con i salmi, così e tanto più nell’ora della morte Gesù prega e vive il Salterio, fino alla fine» (pp. 27.29-30).

La seconda parola nell’ordine e la prima per Luca è «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Luca pone sempre un accento insistente sulla dimensione della preghiera. Anche sulla croce, Gesù non cessa di essere il nostro supremo intercessore presso il Padre. Gesù non chiede vendetta e interrompe così la spirale di odio: apre uno squarcio di luce mai visto prima nella storia dell’uomo. È interessante ciò che Bianchi scrive riguardo al perdono in prima persona: perdonare in prima persona può essere protagonismo. Inoltre, il perdono è un qualcosa di esclusivamente divino. Il vero perdono comporta per l’uomo uno sforzo enorme. Gesù ci suggerisce di chiedere a Dio di compiere il bene che noi con le nostre sole forze non siamo in grado di fare. E così ci smarchiamo anche da un protagonismo travestito da falso perdono. Non che Gesù non possa perdonare. Però la richiesta ci vuole mostrare ancora una volta la misericordia infinita che si sprigiona dalla relazione tra il Padre e il Figlio, anche nell’ora più difficile
«Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43) è una frase di grande tenerezza (e non per nulla si dice che il Vangelo di Luca sia il Vangelo della tenerezza). «Essere con Gesù: ecco che cos’è il Regno di Dio, il paradiso!» (p. 59).

Secondo Luca, il Crocifisso, subito prima di spirare, esclama a gran voce: «Padre, nelle tue mani, affido il mio spirito» (Lc 23,45). Anche questa frase riprende un salmo: è il versetto 6 del Salmo 31. L’ultima “grande voce”, che Matteo e Marco hanno ricordato come citazione del Salmo 22, nella memoria a disposizione di Luca è forse invece una ripresa del Salmo 31? O entrambi gli scenari hanno coesistito? Non lo sappiamo. Ciò che si può evincere è sicuramente il fatto che la vita di Gesù è stata tutta un dono, dall’inizio alla fine. Anche nel morire, il Figlio conferma ed evidenzia il dono di tutta la sua vita al Padre.
È la volta del resoconto dell’ultimo Vangelo. La prima “parola” di Gesù sulla croce che Giovanni ricorda (e la quinta nell’ordine delle sette) è in realtà composta da due frasi: «”Donna, ecco tuo figlio”. Poi dice al discepolo: ”Ecco tua madre”» (Gv 19,26-27). Gesù «con una duplice affermazione introdotta dall’enfatico “ecco”, dichiara la nuova maternità di sua madre e la nuova figliolanza del discepolo amato» (p. 75).
La penultima parola è «Ho sete» (Gv 19,28).

«Colui che a Cana aveva cambiato l’acqua in vino per le nozze messianiche, ora che le nozze sono celebrate sulla croce, riceve l’aceto! Al dono del suo amore inebriante come il vino (cfr. Ct 1,2.4; 4,10) è contrapposto l’odio, l’inimicizia acida come l’aceto. (…). Anche questa è stata la sete di Gesù credente, fin dall’inizio della sua vita, sete di comunione con Dio, sete di vita per sempre, sete di portare a compimento la volontà di Dio, cioè sete di amore, soprattutto sete di amore» (pp. 83.85).

Passiamo all’ultima delle sette parole: «È compiuto» (Gv 19,30). Riguardo ad essa, Bianchi cita in una nota Léon-Dufour, secondo il quale il tetélestai pronunciato dal Figlio riprende quel syntélesen (“terminò”, dal verbo teléo) riferito a Dio nella finale del racconto della creazione (Gen 2,2). Gesù porta a compimento la nuova creazione perseguita dal Padre e consistente nel dono della comunione divina agli uomini.
Nella conclusione, l’autore sottolinea che le sette parole sono preludio alla resurrezione.

«Ma dopo quelle sette parole Gesù ne ha dette altre? Sì, il Gesù risorto da morte ha parlato in modo nuovo quale Kyrios, Signore richiamato alla vita dal Padre e vivente per sempre. Le sue prime parole, secondo Matteo, sono state rivolte alle donne venute al sepolcro vuoto: “Rallegratevi!” (chaírete: Mt 28,9). Secondo Luca ha posto una domanda ai due discepoli pellegrini verso Emmaus: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” (Lc 24,17), e ai discepoli radunati nello stesso luogo ha detto: “Pace a voi!” (Lc 24,36; anche Gv 20,19.21). Secondo Giovanni ha fatto un’altra domanda, anzi due, a Maria Maddalena che piangeva vicino alla tomba: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15). È cosa buona ricordare, meditare, pregare le ultime parole di Gesù in croce, ma non dimentichiamo le prime parole di Cristo risorto. Soprattutto queste sono rivolte a noi, a ciascuno di noi: sono domande e sono un invito a rallegrarci. Come cristiani, avendo ricevuto lo Spirito Santo, possiamo rallegrarci e rispondere a queste domande di Gesù, umanissime ma determinanti affinché la nostra vita sia salvata, abbia un senso» (pp. 104-105).




Contemplativi della Parola e del Popolo di Dio. Il Papa a Loppiano

Foto 2di Alessandro Clemenzia • Lo scorso 10 maggio, Papa Francesco è tornato per la terza volta nella terra di Toscana. Dopo la visita a Firenze in occasione del Convegno Nazionale della Chiesa italiana (2015) e a Barbiana, nell’anniversario della morte di don Lorenzo Milani (2017), Francesco si è recato a Nomadelfia (Grosseto), per incontrare la comunità fondata da don Zeno Saltini, e a Loppiano (Incisa e Figline Valdarno), per visitare la prima Cittadella Internazionale del Movimento dei Focolari, fondata da Chiara Lubich. Qui, dal Sagrato del Santuario Maria Theotokos, il Santo Padre, in risposta a tre domande che gli erano state poste, ha pronunciato un discorso ecclesialmente profetico, che va molto oltre i confini di una singola esperienza carismatica.

La prima domanda riguardava il tempo odierno, su come vivono i focolarini dopo la morte della fondatrice: affievolito l’entusiasmo dei primi tempi, sono in ricerca di nuove strade da percorrere. Il Papa ha richiamato le parole che la Lettera agli Ebrei ha rivolto a una comunità che si trovava a vivere una situazione analoga a questa:

«Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa […]. Non abbandonate la vostra franchezza (parresia), alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza (hypomoné), perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso» (Eb 10,32-36).

Le due parole-chiave vengono inquadrate all’interno della “memoria”, che significa riaccendere oggi nel cuore la fiamma di quell’esperienza da cui tutto è nato: la prima è “franchezza” (parresia), che «dice lo stile di vita dei discepoli di Gesù: il coraggio e la sincerità nel dare testimonianza della verità e insieme la fiducia in Dio e nella sua misericordia»; la seconda è “perseveranza” (hypomoné), vale a dire «il rimanere e imparare ad abitare le situazioni impegnative che la vita ci presenta», mantenendo sempre vivo un certo umorismo, che – spiega il Papa – «è l’atteggiamento umano che più si avvicina alla grazia di Dio». Franchezza e perseveranza per vivere, come è insito nel nucleo centrale del carisma dell’unità, la mistica evangelica del noi.

La seconda domanda verteva sulle diverse scuole presenti a Loppiano, tra cui l’Istituto Universitario Sophia, e chiedeva quale contributo creativo esse potessero offrire per costruire una leadership capace di aprire nuovi sentieri. Papa Francesco ha richiamato l’attenzione soprattutto sullo stile sinodale che caratterizza concretamente la formazione nel Movimento dei Focolari, dove «si vive l’esperienza di camminare insieme […]: la scuola del Popolo di Dio dove chi insegna e guida è l’unico Maestro (cfr Mt 23,10) e dove la dinamica è quella dell’ascolto reciproco e dello scambio dei doni fra tutti». Il Papa ha suggerito di dare a questi centri di formazione un «nuovo slancio, aprendoli su più vasti orizzonti e proiettandoli sulle frontiere»; la parola-chiave proposta qui è “prossimità”, il che richiede un’educazione che eserciti insieme i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani: per pensare quello che senti e fai, sentire quello che pensi e fai, e fare quello che senti e pensi.

Nella terza ed ultima domanda è stata chiesta al Santo Padre una parola che racchiuda la missione di Loppiano nella tappa della nuova evangelizzazione, per riuscire a offrire una risposta adeguata alle sfide del nostro tempo. «La sfida – ha risposto il Papa – è quella della fedeltà creativa: essere fedeli all’ispirazione originaria e insieme essere aperti al soffio dello Spirito Santo e intraprendere con coraggio le vie nuove che Lui suggerisce». Per conoscere ciò che lo Spirito oggi domanda è necessario praticare un discernimento comunitario, che sappia contemporaneamente ascoltare Dio, fino a sentire con Lui il grido del Popolo, e ascoltare il Popolo, fino a saper cogliere in esso la volontà a cui Dio chiama. Si tratta, in altre parole, di essere tanto dei contemplativi della Parola, quanto dei contemplativi del Popolo di Dio.

Franchezza e perseveranza per vivere la mistica del noi; il camminare insieme, in modo sinodale, dietro l’unico Maestro all’insegna della prossimità; la fedeltà creativa: queste le parole fondamentali che Papa Francesco ha rivolto alle 7000 persone convenute a Loppiano in occasione della sua visita. Parole che hanno una valenza ecclesiale molto più ampia rispetto agli interlocutori a cui sono dirette.

Prima di concludere, vorrei mettere in luce la profondità di una delle ultime parole pronunciate dal Papa, che in qualche modo sintetizzano una delle caratteristiche del carisma dell’unità, a cui spesso Chiara Lubich richiamava, e cioè quella di riuscire a contemplare Dio fino a trovare l’uomo, e quella di riuscire a contemplare l’uomo fino a trovare Dio. Non si tratta, dunque, soltanto di una duplice e distinta contemplazione, ma di contemplare l’uno guardando il suo altro. Contemplare l’uomo guardando Dio, contemplare Dio guardando l’uomo: ciò che sembra irrazionale, in Cristo diventa realtà.




Cinquant’anni fa il «Credo del popolo di Dio» di Paolo VI

Paolo-VI-in-preghiera-seriodi Francesco Vermigli • La mattina di domenica 30 giugno 1968, Paolo VI concludeva l’“anno della fede” e diciannovesimo centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo. A cinquant’anni di distanza, quella chiusura diventa per noi anche l’occasione per ricordare il pontefice che il prossimo 14 ottobre verrà canonizzato da papa Francesco e che guidò la Chiesa in uno dei tornanti più difficili e complessi della sua storia recente. Nell’atto di dare chiusura all’anno dedicato alla fede, davanti alla Basilica di San Pietro pronunciò solennemente e a nome dell’intera comunità ecclesiale una professione di fede, nota come il “Credo del popolo di Dio”. La ricordiamo non tanto proponendone un’analisi dettagliata – che sarebbe grandemente esorbitante rispetto allo spazio di questo articolo – ma cercando di collocare tale professione nel quadro generale della Chiesa dell’epoca.

Una brevissima presentazione pare tuttavia necessaria. Il Credo si ispira in prima battuta al Simbolo niceno-costantinopolitano; ma accade che nella professione di Paolo VI esso venga di molto ampliato, sia approfondendo articoli di fede già presenti in quell’antica professione, sia aggiungendone altri appartenenti alla tradizione della Chiesa. La professione si pone dunque come una dettagliata e argomentata presentazione della fede cattolica, per come essa si è articolata e lentamente si è accumulata nel corso dei secoli. Gli storici riconducono lo spunto originario di tale professione certamente all’interessamento – se non anche all’intervento – di Jacques Maritain e del cardinale svizzero Charles Journet, nei mesi a cavallo tra il 1967 e il 1968.

Ma se questa è stata l’origine immediata della formulazione, fermiamoci su quella che di essa fu l’origine remota: a questo scopo, viene in aiuto lo stesso discorso tenuto dal papa in quell’occasione. Prima della vera e propria proclamazione del Credo, Paolo VI offriva il senso di tale professione di fede e il modo con cui invitava a intenderla. Una cosa attrae l’attenzione in tempi come i nostri che si direbbero per eccellenza a-dogmatici e che riconoscono un’accezione meramente negativa a parole come “dottrina” o a termini simili: l’insistenza con cui papa Montini rimanda a quella che definisce l’«immortale tradizione della santa Chiesa di Dio»; e lo fa proprio in ragione della particolare stagione ecclesiale sempre a rischio, dice il papa nel suo discorso, di turbamenti e perplessità. In altri termini, è il contesto ecclesiale postconciliare che spiega l’intervento di Montini: non è da dimenticare che quelli erano i mesi in cui risuonava ancora fortissima l’eco dell’uscita del cosiddetto “Catechismo olandese”, i mesi delle discussioni esacerbate e delle polemiche aspre tra centro e periferia, tra teologi e vescovi. Ma perché parlare di un Credo e perché definirlo “del popolo di Dio”?

Per sua espressa volontà, Paolo VI si riconnette all’epoca antica delle definizioni della fede; di quelle formule, cioè, che sono chiamate letteralmente a tracciare i confini (de-finire) dell’appartenenza alla Chiesa. Il papa richiama la dimensione dogmatica dell’essere credenti, secondo una tradizione che si direbbe ispirarsi alle parole chiarissime di san Giovanni circa il carattere intrinsecamente dottrinale della rivelazione di Cristo («Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie», 2 Gv 9). Nel Paolo VI che parlò quella mattina di cinquant’anni fa, fu il successore di Pietro a prendere la parola a nome di tutta la comunità dei credenti, per offrire «una ferma testimonianza alla Verità divina, affidata alla Chiesa perché essa ne dia l’annunzio a tutte le genti».

E tuttavia, non bastano queste considerazioni a spiegare le ragioni della denominazione precisa di questo simbolo novecentesco. Parlare di “popolo di Dio” significa far riferimento ad una delle categorie più note dell’ecclesiologia conciliare; sebbene un’incipiente diffusione di tale formula sia facilmente rintracciabile tra i teologi più attenti del periodo precedente al Vaticano II. Definire questo simbolo come del popolo di Dio, non potrebbe allora sembrare come un involontario cerchiobottismo del papa tra ciò che c’è di più antico e ciò che è nuovo e conciliare?

Forse è solo a noi che viviamo l’epoca dell’idiosincrasia a tutto ciò che possa odorare di dogmatico, che potrà sembrare contraddittorio riferirsi ad un simbolo di fede e definirlo in contemporanea “del popolo di Dio”. In fondo, si tratta semplicemente di ritornare all’idea tradizionale secondo la quale la dottrina lentamente si forma e lentamente si sviluppa proprio a seguito delle sollecitazioni più profonde della comunità dei credenti. La storia consegna alla Chiesa la consapevolezza che non potrà mai accadere che gli articoli dei quali si costituisce la dottrina cattolica, non abbiano a che fare con la salvezza dei credenti.




La «monarchia repubblicana»

767017_20141222_duvergerdi Andrea Drigani • Com’è noto esiste un rapporto tra il sistema politico ed il regime giuridico-istituzionale di uno Stato, con la possibilità di influenze reciproche sia complementari che conflittuali. Per sistema politico si può intendere l’opera e l’attività dei partiti politici, delle organizzazioni sindacali o imprenditoriali, di associazioni o gruppi culturali anche connessi alle proprietà di mezzi della comunicazione sociale. Il regime giuridico-istituzionale si riferisce, soprattutto, alla legge fondamentale dello Stato, al suo ordinamento interno anche per le autonomie locali, alle regole elettorali. In Italia, con la Costituzione del 1948, venne fatta la scelta, con ampio consenso, della Repubblica parlamentare. Si optava, cioè, per la centralità del Parlamento (Senato della Repubblica e Camera dei Deputati) circa la vita del regime giuridico-istituzionale. Alle Camere sono attribuiti una serie di poteri decisori essenziali, quali quello dell’approvazione delle leggi (art.70), della necessari concessione della fiducia al Governo perché esso possa esistere (art.94), all’elezione del Presidente della Repubblica (art.83). La scelta per una Repubblica parlamentare fu, come si è notato, largamente condivisa dall’Assemblea Costituente, anche se un giurista e deputato Piero Calamandrei (1889-1956) aveva espresso una sua preferenza per la Repubblica presidenziale, che, a quell’epoca, aveva come pressoché unico modello quello degli Stati Uniti d’America. La prospettiva della Repubblica presidenziale rimase solo oggetto di studio della politologia. Vi fu qualche vago richiamo, forse strumentale, da parte dell’estrema destra, ma anche proveniente da sinceri democratici ed antifascisti come Randolfo Pacciardi (1889-1991), Mauro Ferri (1920-2015) e Giovanni Gronchi (1887-1978). In effetti il regime giuridico parlamentare, appariva ben fondato in quanto poggiava sulla presenza dei partiti politici: DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI. I partiti infatti erano una forma associativa che coinvolgeva molte persone, non soltanto in modo clientelare (rischio purtroppo sempre presente), ma per favorire la partecipazione dei cittadini, con il ruolo delle sezioni locali, nonché alle scelte legislative ed alle elaborazioni programmatiche. Ciò era anche una delle conseguenze della caratterizzazione ideologica o perlomeno teoretica dei partiti. I partiti politici così strutturati, portavano, con le elezioni, le loro idee ed i loro uomini in parlamento. Questa forma «classica» dei partiti, dopo la cosiddetta fine delle ideologie, si è dissolta, lasciando il posto, attraverso un drastico ridimensionamento organizzativo, a dei partiti che hanno assunto ormai il ruolo di comitati elettorali sotto la guida di un «leader» più o meno carismatico. Questa radicale trasformazione dei partiti politici è un fatto che, al di là di ogni giudizio, ha portato ad un indebolimento della Repubblica parlamentare. Per uscire da una situazione di oggettiva crisi politica e giuridica, è alquanto opportuno riprendere in considerazione l’ipotesi della Repubblica presidenziale o semipresidenziale sull’ esempio francese. E’ da notare che l’unica rilevante e positiva riforma istituzionale, in Italia, è stata l’elezione popolare diretta dei sindaci introdotta nel 1993, con conseguenze che vengono ritenute assai proficue. Le riforme costituzionali che sono state proposte e respinte: quella Berlusconi del 2005 e quella Renzi-Boschi del 2016, si collocavano ancora nell’ambito di una Repubblica parlamentare, aggravandone i suoi limiti ed i suoi difetti. Il politologo francese Maurice Duverger (1917-2014) militante del partito socialista e che fu deputato europeo eletto in Italia, nelle liste del PCI, è stato uno dei grandi sostenitori dell’introduzione del regime semipresidenziale in Francia e fu assertore anche da un punto di vista concettuale di tale scelta denominata paradossalmente, ma molto efficacemente «monarchia repubblicana». Il sistema francese che si specifica sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica, con ballottaggio, analogamente alla elezioni con collegi uninominali per l’Assemblea Nazionale, e nei rapporti eventualmente «coabitativi» tra il Capo dello Stato ed il Parlamento è quanto mai interessante. Francesco Cossiga (1928-2010), che ben intravide la crisi dei partiti «classici», dopo la caduta del muro di Berlino, e la conseguente crisi della centralità del Parlamento espresse apprezzamento per l’ipotesi presidenzialista. Mi pare difficile che, nell’attuale contesto italiano, il sistema politico possa da solo autoriformarsi senza l’accompagnamento di una revisione costituzionale che introduca una qualche forma di «monarchia repubblicana».




Don Giulio Facibeni e la Sua Opera : una riflessione sulla «Gaudete et Exsultate» di Papa Francesco

don-giulio-facibeni-590x380di Carlo Parenti • In questo mese di giugno l’Opera della Divina Provvidenza “Madonnina del Grappa” ricorda il 60° anniversario della scomparsa di don Giulio Facibeni (2 giugno) , che ne fu il fondatore, e festeggia il 94° compleanno di don Corso Guicciardini (12 giugno) che dal Padre fu scelto come Suo successore.

Oggi – in questa nostra società dove l’individualismo possessivo porta a disinteressarsi degli altri, specie dei più bisognosi, e l’apparire è più importante dell’essere- risulta quasi incomprensibile il cammino spirituale di don Giulio Facibeni e poi di don Guicciardini che decise di seguire l’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa. Uomini che per tutta la vita hanno inseguito l’annientamento del proprio io nella carità e nella misericordia.

«Perché sono sacerdote? Perché c’era la povertà. Non si può vivere il Vangelo senza abbracciare la povertà! I poveri ti rivoluzionano il mondo interiore, perché ti fanno capire che non sei nulla! Un oceano di bisogni. Ti avvicini e ti assorbono, ti prendono tutto, ti trasformano. Essere cristiani non è il chiedere a Dio quello che noi vogliamo da Lui, ma è fare quello che Lui vuole da noi. Spogliarsi di tutto per essere Suoi strumenti di misericordia e carità»: queste le risposte di Corso Guicciardini – come mi ha detto in un lungo recente colloquio- alla tragedia della vita, alla tragedia della povertà. La rinunzia alla ricchezza è la vera ricchezza. La miracolosa capacità di un ricco di passare attraverso la cruna dell’ago, vincendo la sfida del Vangelo. Ma questa rinuncia ha generato –per dirla con don Facibeni «fatti e non parole» per tante «povere creature» che soffrivano la «miseria e l’abbandono». Davvero gli “scarti”.

Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (data a Roma, il 19 marzo, Solennità di San Giuseppe, dell’anno 2018) ci indica un percorso del quale le esperienze di “carità” di don Giulio e di don Corso sono per me un esempio luminoso e illuminano la storia e il futuro dell’opera della divina Provvidenza “Madonnina del Grappa”.
Francesco ci ricorda infatti il valore della povertà, di spirito e materiale:

68. Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita. Così si priva dei beni più grandi. Per questo Gesù chiama beati i poveri in spirito, che hanno il cuore povero, in cui può entrare il Signore con la sua costante novità.

69. Questa povertà di spirito è molto legata con quella “santa indifferenza” che proponeva sant’Ignazio di Loyola, nella quale raggiungiamo una bella libertà interiore: «Per questa ragione è necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che è permesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito), in modo da non desiderare da parte nostra più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga piuttosto che quella breve, e così in tutto il resto».

70. Luca non parla di una povertà “di spirito” ma di essere «poveri» e basta (cfr. Lc 6,20), e così ci invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei più bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Gesù, che «da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,9). Essere poveri nel cuore, questo è santità.

Voglio ricordare con le parole di don Carlo Zaccaro che «La profezia di don Facibeni è costituita dall’annuncio, in8894690_3235050 tempi ancora lontani dal Concilio, di una nuova linea pastorale nella quale il sacerdote diventa il testimone della paternità di dio e lui stesso padre […] Egli realizzava il munus apostolicum del sacerdote secondo il Vangelo, rimanendo immerso nelle attese e nei bisogni della povera gente e nella speranza missionaria di salvezza della nostra Santa Chiesa. In una comunità presbiterale, missionaria, don Facibeni ha cercato anticipando di anni, lo slancio e la franchezza per l’evangelizzazione dei più poveri in una fedele lettura dei segni dei tempi». Osservo anche che furono uomini come il cardinal Giacomo Lercaro e don Giuseppe Dossetti che riuscirono (anche ben conoscendo il Padre e esperienze quali quelle della Madonnina del Grappa o del Prado) a farsi veicolo per introdurre nei testi conciliari, con solo i pochi richiami consentiti dai tempi, il discorso della Chiesa povera e dei poveri a partire dal mistero del Cristo povero.

Mi riferisco all’ottavo punto del capitolo I della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo «che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo» (Fil 2,6-7) e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo.» Spogliarsi; farsi poveri; diffondere con l’esempio; riconoscere nei poveri e nei sofferenti l’immagine di Gesù. È cioè la strada di carità già percorsa da Giulio Facibeni.
Concludo con le parole di Francesco che ci rafforzano nella nostra speranza di un domani in cui sempre più persone nel loro viaggio terreno sulla strada della santità raggiungano la meta.

[…] esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale […] al centro c’è la carità. San Paolo dice che ciò che conta veramente è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). […]Perché «tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso»221 (Gal 5,14). […] in mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti in più. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in molti. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Infatti, con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte. Poiché «che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono? Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono!».




L’annullamento e il “rinvio” del vertice Trump-Kim Jong-Un — Un’opportunità per la pace o tempo perso?

coreadi Mario Alexis Portella Il 9 marzo di quest’anno è stato annunciato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva accettato l’invito del leader della Corea del Nord Kim Jong-Un ad un incontro storico. Lo scopo apparentemente era la distensione dei rapporti diplomatici e la risoluzione della crisi fra i due stati determinata dall’incremento della potenza nucleare nordcoreana. L’invito è stato avanzato dopo la dura reazione di Trump alla capacità del regime di Jong-Un di lanciare missili nucleari contro la Corea del Sud. La stessa America di Trump ha avuto una reazione che suona anche come condanna della politica dei suoi Predecessori che avevano permesso a questa minaccia nucleare, di svilupparsi sino al punto di non ritorno. Trump escludendo cedimenti e servendosi a volte anche di toni insultanti, ha aperto un confronto con il giovane leader della Corea del Nord. Trump ha sempre dimostrato una chiara volontà di incontrarlo direttamente, facendo leva anche sulle sanzioni sostenute dalle Nazioni Unite per portare la Corea del Nord al tavolo dei negoziati o a piegarsi alle condizioni poste dalle potenze mondiali.

Per un breve lasso di tempo, sembrava che questo sforzo funzionasse. Dopo una serie di contatti diplomatici senza precedenti che hanno coinvolto gli Stati Uniti, le due Coree e la Cina, la Casa Bianca ha annunciato che un vertice tra Trump e Kim era previsto per il 12 giugno a Singapore. Per manifestare pubblicamente le sue buone disposizioni, Kim Jong-Un ha deciso un blocco dei test nucleari e della produzione di missili balistici; egli ha anche chiuso un sito di test nucleari e rilasciato tre prigionieri americani dopo aver incontrato il nuovo Segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo. Ma, il 24 maggio il previsto vertice è stato bruscamente annullato da Trump ponendo così fine alla trattativa, almeno temporaneamente, giacché il giorno dopo il presidente statunitense sembrava titubante sulla decisione presa. Sebbene egli abbia attribuito l’annullamento del vertice alla “tremenda rabbia e aperta ostilità” contenute nelle dichiarazioni ufficiali della Corea del Nord, la spiegazione più plausibile della marcia indietro di Trump è da rinvenire nella consapevolezza che il vertice era destinato al fallimento, dato che la Corea del Nord mostrava segni evidenti di rifiuto a smantellare completamente il suo arsenale nucleare e le sue capacità di difesa – offesa.

Se tutti e due leader si incontreranno come previsto — e solo il tempo lo dirà — ci sono due aspetti, secondo me, da sottolineare riguardo al raggiungimento della vera pace nella penisola coreana. Il primo è che, nonostante le trattative tese a normalizzare i rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud con la rinuncia delle mire espansionistiche della prima sulla seconda, il ruolo della Cina non è scontato. Infatti, a causare la frenata nel percorso di dialogo avviato con Pyongyang, secondo il Presidente Trump, il secondo incontro tra Kim e i vertici cinesi avvenuto l’8 maggio. << Xi Jin Ping è il più grande giocatore di poker del mondo >>, ha dichiarato Trump, indicando un possibile ruolo di Pechino nelle difficoltà sorte nei giorni prima della cancellazione dell’incontro storico. << Qualcosa è cambiato, dopo che Kim è rientrato dalla Cina >>, ha commentato il capo della Casa Bianca.

L’autorità cinese mal tollera il regime di Kim Jong-Un, ma come aveva fatto nel passato con suo padre Kim Jong-Il, fornirà ancora un sostegno sufficiente per evitare, così, la prospettiva di una Corea unita alleata degli Stati Uniti. Pechino seguirà questa strada anche se ben comprende i costi strategici di tale scelta, sia in termini di aggiornamento e consolidamento della difesa missilistica della Corea del Nord, sia nella fosca prospettiva di un Giappone possibile avamposto nucleare americano. In realtà la Cina non aspira a nulla di più che alla permanenza dello status quo nella penisola coreana.

Il Presidente Trump, come già con gli accordi (e patti) con l’Arabia Saudita, non si è mai interessato alla questione dei diritti umani. La Corea del Nord è accusata di essere uno degli Stati in cui i diritti dell’uomo sono violati.

Parecchi ex-funzionari e diplomatici degli Stati Uniti hanno criticato Trump per aver spesso sminuito il tema dei diritti umani nella sua politica estera, tranne quando si tratta di abusi da parte di certi avversari come Cuba, Venezuela e Corea del Nord, almeno fino a poco tempo fa: nei campi di prigionia di quest’ultimo stato, infatti, ci sono tra 80.000 e 120.000 detenuti politici che non hanno avuto un processo giudiziale per difendersi, e che sono spesso torturati. Lo stesso Kim Jong-Un è sospettato di aver ordinato l’assassinio del suo fratellastro Kim Jong Nam in Malesia nel febbraio scorso, così come l’esecuzione di suo zio Jang Song Thaek nel 2013.

È molto più difficile interpretare il pensiero di Pyongyang. Vari e validi osservatori attribuiscono l’apparente flessibilità del paese al costo economico delle sanzioni e al timore di un attacco militare degli Stati Uniti, che, potrebbero minare l’esistenza stessa dello stato nordcoreano. Secondo questa visione, Pyongyang può essere spinta a rinunciare a tutte le sue armi nucleari, e altro ancora, al fine di assicurare la sua sopravvivenza e migliorare il suo status economico. Ma dopo che il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha detto che la denuclearizzazione della Libia deve servire da modello per quella della Corea del Nord —facendo allusione all’abbandono a dicembre 2003 del programma nucleare da parte dell’allora leader libico Muammar Gheddafi, rovesciato e ucciso nel 2011 — rende difficile, se non impossibile, per Kim Jong-Un di sbarazzarsi del suo arsenale. Comunque, una cosa è certa: non ci sarà mai una pace vera e duratura finché le violazioni dei diritti umani non saranno affrontati in modo deciso. Sappiamo che la politica estera di Trump, in particolare con l’Arabia Saudita, la Cina e lo Stato di Israele, è mossa dagli interessi economici delle ristrette e influenti cerchie economico-finanziarie. Ed è qui la vera causa del fallimento di ogni solida opportunità di reale e stabile pace!

Forse sarebbe opportuno inneggiare a quello che il papa S. Giovanni XXIII disse, rispetto ai rapporti tra gli Stati, nella sua Enciclica Pacem in terris (1963):

I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, ladempimento dei rispettivi doveri. [E] che la ragione dessere dei poteri pubblici non è quella di chiudere e comprimere gli esseri umani nellambito delle rispettive comunità politiche; è invece quella di attuare il bene comune delle stesse comunità politiche; il quale bene comune però va concepito e promosso come una componente del bene comune dellintera famiglia umana.”




Lavoro cercasi tra promesse da bancarotta

 

13691187_1035408336577567_947287138103345647_o-1000x500di Antonio Lovascio La più lunga e drammatica crisi politica-istituzionale dell’ultimo mezzo secolo si è sviluppata per 89 giorni come i migliori thriller di Alfred Hitchcock. Dopo 89 giorni è entrato finalmente in scena il governo politico giallo- verde guidato dal professor Giuseppe Conte, ma quante ne abbiamo viste! Sono state perfino messe in discussione la più alta carica della Repubblica garante della Costituzione e la nostra futura permanenza in Europa e nell’Area Euro, con l’Italia traballante in balia della speculazione finanziaria. Siffatto quadro apocalittico non ha fatto che aggravare quello che è sicuramente il nostro maggior problema: la crescita ed il lavoro. Emergenza non affrontata con serietà, concretezza e realismo dalle forze politiche che nel voto del 4 marzo hanno intercettato la protesta delle diseguaglianze, del disagio sociale e tuttora premiate dai sondaggi, M5S e Lega. Imperterriti i due “diarchi”(Di Maio e Salvini) continuano a proporre i loro “cavalli di battaglia” – il reddito di cittadinanza e la Flat Tax – che se attuati contemporaneamente, con un preventivo di spesa di oltre 100 miliardi senza coperture, porterebbero lo Stato alla bancarotta. Altro che “cambiamento”!

Il deficit italiano è un deficit di crescita. E da lì che si deve partire anche per dare ai giovani una prospettiva meno angosciante di quella che potrebbero assicurare i fautori del “cambiamento” a parole. La crescita di un Paese (e quindi il benessere dei suoi cittadini) dipende dalla sua produttività; che a sua volta è determinata dalle risorse di cui si dispone e da come le si impiega. L’Istat stima che il nostro tasso di mancata partecipazione al lavoro – che include, oltre ai disoccupati, anche gli inattivi, cioè coloro che non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare – si riduce attestandosi al 21,6% dal 22,5% dell’anno prima, ma rimane circa il doppio della media europea. Nel Mezzogiorno il tasso di mancata partecipazione al lavoro raggiunge il 37%, un livello più che doppio di quello del Centro-Nord.

Per lavorare di più bisogna crescere e creare occupazione. Ma occorre anche non abbandonarla troppo presto. Il contrario di chi vorrebbe abolire l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Negli ultimi cinque anni questa è fortunatamente aumentata di 2 anni e mezzo, da 81 a 83,5. Trent’anni fa era solo 76. Vivere più a lungo ma abbandonare il lavoro alla stessa età significa scaricare il peso delle pensioni sui giovani. La Lega, forte fra i lavoratori del Nord, è sempre stata contraria alla riforma delle pensioni: per questo cadde il primo governo Berlusconi nel 1994. Però ha sorpreso il M5S, che invece ha raccolto voti soprattutto fra i giovani: l’ha seguita nella richiesta di abolire la legge Fornero, che andrebbe modificata solo per eliminare i casi di palese iniquità. Non credo che i giovani elettori di Grillo e Di Maio preferiscano il reddito di cittadinanza o la vita a carico della pensione dei genitori, anziché un lavoro che li renda indipendenti, che dia loro dignità e consenta di costruirsi una famiglia uscendo dal precariato.

C’è poi un altro di fatto: la crescita dipende dagli investimenti. Erano crollati durante l’interminabile recessione, ma quelli privati fortunatamente stanno riprendendo: gli investimenti fissi lordi delle imprese hanno segnato lo scorso anno un aumento del 7,3 per cento. Un’indagine della Banca d’Italia (Bollettino economico, aprile 2018) richiamata sul “Corriere della Sera” dall’economista Francesco Giavazzi, indica che i programmi di investimento privati rimangono elevati, vicini ai massimi degli ultimi dieci anni, anche se in lieve decelerazione. Molto peggio gli investimenti delle amministrazioni pubbliche, che soffrono per le condizioni di bilancio, ma soprattutto per gli ostacoli creati dalla burocrazia.

Nuove riflessioni sollecitano anche la fragilità del quadro macroeconomico e la digitalizzazione con gli allarmanti “modelli” copiati dalla Cina. Siamo dentro una grande trasformazione che avrà effetti importanti sui modi e i tempi di lavoro. E che, proprio per questo, va gestita e accompagnata, con intelligenza e creatività. Cominciamo col mettere in fila alcuni aspetti inconfutabili. Oggi in Italia abbiamo raggiunto il picco storico di occupazione: oltre 23 milioni di persone. Ma è diminuito il monte-ore complessivo. Più persone occupate, ma sono molte quelle che non hanno il “tempo pieno”. Questo perché una quota importante del lavoro disponibile è fatta di frammenti che saturano tante piccole nicchie. Una seconda considerazione riguarda il diffondersi in Europa di occupazioni ad orario ridotto, associate a livelli elevati di produttività. Per ottenerla, molte imprese ad alto profilo tecnologico cominciano a considerare la possibilità di far lavorare meno ma più intensamente. La rimodulazione dell’orario di fabbrica o di ufficio (attorno alle 30 ore settimanali) – diffusa già in Olanda e in Germania – costituisce un fattore di cambiamento importante, ma “il lavorare meno, per lavorare tutti” in che misura è esportabile oggi in Italia?

Tutto questo fa capire perché ci attendono sfide molto importanti, che possiamo così sintetizzare. Primo: per una parte non piccola di occupati, il salario rischia di non bastare. Come integrarlo? Compensando la perdita di stipendio con strumenti di welfare aziendale; ma spetta al nuovo governo gialloverde il compito di trovare le soluzioni più idonee e meno dispersive. Secondo: occorre riorganizzare tutta la filiera della formazione, rendendola permanente ed articolata in modo più strutturato ed incisivo. Terzo: va ampliato il perimetro di cosa va considerato come “lavoro”, individuando fiscalmente nel sommerso quelle attività che oggi sfuggono ad ogni controllo. La trasformazione in corso forse aprirà le porte ad una stagione di innovazione istituzionale e sociale. Uscire dalla crisi significa smettere di rassegnarsi al peggio e tornare a progettare il meglio.




Di che cosa si nutre Dio? Riflessione sulla Trinità, l’amore, l’eucaristia.

resizedi Gianni Cioli • Lo scorso 27 maggio, solennità della santissima Trinità, sono stato invitato a partecipare a una messa in occasione della seconda comunione del figlio di due miei cari amici. Giunto alla chiesa il parroco, a sorpresa, mi ha pregato di presiedere l’eucaristia. Mi sono trovato così a improvvisare l’omelia dovendo rivolgermi privilegiatamene ai bambini e dovendo tener presente sia la festa della Trinità, sia l’occasione della comunione dei bambini.

Questo mi ha stimolato a cogliere un’idea, ovvero una metafora, inedita almeno per me, forse suscettibile di sviluppi utili (e che perciò desidero condividere) per parlare di Dio, del suo essere e del suo amare, in un orizzonte trinitario ed eucaristico.

La prima cosa che ho detto, rivolgendomi ai bambini, è che l’idea della Trinità non ci deve spaventare ma ci deve far capire che Dio è amore, perché Trinità significa tre persone che si amano immensamente da sempre, e da sempre si donano totalmente in modo reciproco. Mentre stavo cercando di dire questo in termini adatti ai miei piccoli ascoltatori mi è venuta in mente una metafora: si può forse comprendere meglio l’amore se lo si paragona al cibo. L’amore e il cibo hanno qualcosa in comune. Per vivere infatti abbiamo bisogno di mangiare, ma per vivere bene, per vivere appieno, abbiamo pure bisogno di amare e di essere amati. «Non di solo pane vive l’uomo…» (Mt 4,4). Come c’è un ben-essere collegato alla qualità del nostro cibo c’è un essere-bene collegato alla qualità del nostro amore. L’essere di Dio si identifica con la qualità del suo amore, e la qualità del suo amore s’identifica col suo essere. Detto in termini forse accessibili anche per i bambini: Dio si nutre dell’amore, mangia, per così dire, il suo stesso amore. Non si tratta però evidentemente di un amore di sé narcisistico perché, appunto, è l’amore reciproco di tre persone distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

La bella notizia che ci riguarda è che queste persone non hanno voluto tenere il loro amore solo per sé, ma l’hanno voluto riversare su di noi, coinvolgendoci, per così dire, nel vortice del loro volersi bene. Così possiamo amare Dio Padre da figli con il dono dello Spirito, sull’esempio di Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, e possiamo amarci gli uni gli altri con quello stesso amore di cui si nutrono le persone della Trinità. Del resto Gesù non ha forse detto: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato?» (Gv 4,34).

Che cosa c’entra tutto questo discorso con la comunione?
La comunione può essere intesa come l’amore di Dio, quel cibo di cui Dio da sempre si nutre, che viene offerto anche a noi per renderci capaci di amare, per conservarci e crescere in questa capacità d’amare. Quando Gesù dice: «prendete e mangiate, questo è il mio corpo…», manifesta l’amore di Dio per noi e ce lo dona come cibo per essere, e divenire sempre più simili a lui.




Il Salmo 94. Di prima mattina, lode e ascolto,

765_360_salo-111_1500999735di Carlo Nardi • Almeno dalla Regola di san Benedetto (cap. 9) in poi il Salmo 94 nel breviario romano ci parla della notte già protesa al primo albeggiare. Apriva infatti il ‘mattutino’, la prima ora dell’ufficio divino, l’odierna ora della lettura. Sennò, è da premettere alle lodi, con la libertà di scegliere anche altri salmi adatti. Comunque, tra i cosiddetti invitatori, fra cui i Salmi 66 e 23.

Leggiamolo: Venete, esultiamo al Signore … È appunto un invito a lodare Iddio, anzi ad ‘aprire la bocca’, come si è detto immediatamente prima con un versetto del Salmo 50, il Miserere, penitenziale e insieme traboccante di allegrezza: «Signore, apri le mie labbra / e la mia bocca annuncerà la tua lode» (Sal 50,17). Il Salmo 94 invita ad una lode viva, esultante, ossia ‘saltellante’: sono salti di gioia, … per chi li può fare. Fa pensare che, insieme all’avanzarsi dell’alba, l’occhio spazi dai mari alla terraferma, e dal piano alle vette. Tutto è opera di Dio, da lodare nella natura che è sua creazione. E poi noi, con l’elezione a popolo di Dio, di un Dio pastore e guida. Perché la nostra dignità è nell’essere suoi.

Sennonché il Salmo ricorda episodi oscuri dell’esodo: i rimpianti per la schiavitù dell’Egitto, la paura del cammino nel deserto, il mettere Dio sotto accusa in una specie di processo. Il mugugno, la ‘mormorazione’, infatti prese campo a Meriba, il cui nome viene da rîb, che sa di lite. Fu un chiamare in causa Dio, con una ostilità che escluse il popolo ostinato dall’ingresso alla Terra promessa.

Difatti, c’è sempre il rischio di un fallimento totale, di una rovina per l’eternità. Lo suggerisce il Salmo nell’uso della preghiera della Chiesa, la quale nel salterio mattutino sembra sottolineare particolarmente la frase: Oh se ascoltaste oggi la sua voce! la ‘voce di Dio’, da ‘ascoltare oggi’. Un ascolto da non rimandare a domani, che non c’è automaticamente dato.

Invece, è certo il dilemma se entrare o non entrare nel riposo di Dio, ed è altrettanto certo che può dipendere anche dall’oggi. La liturgia del primo mattino c’insegna ad approfittare di ‘quest’oggi’, facendo eco alla Lettera agli Ebrei (cap. 3), che legge il Salmo in una prospettiva di eternità: «Impegniamoci ad entrare in quel ristoro: che nessuno piombi nella stessa forma di incredulità» (Ebr 3,11) di chi aveva diffidato di Dio.

La preghiera notturna di questo Salmo, opportunamente a memoria, può anche confortare le nostre preoccupate insonnie e conciliarci nel ristoro di un ascolto fiducioso di Dio, e così prepararci a un nuovo giorno.