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Prassi liturgica e obbedienza alla circostanza

1584124921614_1584124944.jpg--di Alessandro Clemenzia · In questo tempo di pandemia si sono incontrati, e forse scontrati, due tipi di necessità: uno imposto dalla circostanza, che richiedeva al singolo cittadino di non uscire dalla propria abitazione, neanche per adempiere al precetto domenicale; un altro, invece, riguarda l’adempimento di una prassi del senso religioso, anche se differentemente in base alle varie esperienze di fede. A partire da questo incontro/scontro è sorto un dibattito, tanto in ambito teologico-sacramentale, quanto in quello pastorale-spirituale, coinvolgendo, per l’interdisciplinarità dell’argomento, anche esperti del mondo politico, giuridico e canonico.

Il dibattito ha fatto spostare l’attenzione da una dimensione più soggettiva della situazione sociale a una più oggettiva: dalla necessità di partecipare all’assemblea liturgica alla domanda sulla legittima sospensione della forma pubblica della Messa, attraverso un atto di legge. I vari interventi ruotano attorno alla seguente domanda: il mezzo usato dal governo è stato realmente necessario? Certamente va riconosciuto che la decisione di sospendere le liturgie pubbliche, richieste dal governo e dalle ordinanze regionali, è stata anche recepita dalla Conferenza Episcopale Italiana, in ottemperanza al principio di reciproca collaborazione con lo Stato italiano (sancito dal Concordato, articolo 1).

Al di là del Concordato, che segna certamente un punto di non ritorno, è importante fare riferimento a una prassi che nella Chiesa è sempre esistita, basti pensare ai provvedimenti presi da Alessandro VII a causa di una terribile peste che dilagò nella città di Roma nel 1656, oppure alle disposizioni emanate dall’Arcivescovo di Lucca Giulio Arrigoni a causa del colera, avvenuto tra il 1854 e il 1855.

La polemica, soprattutto in ambito giuridico, riguarda non tanto la decisione della Conferenza Episcopale Italiana di recepire e disporre quanto richiesto dal governo e interrompere le liturgie pubbliche, ma la performatività di quanto affermato dal governo nel dichiarare sospese le Messe nella forma pubblica. Per approfondire questo argomento – che fuoriesce dalle mie personali competenze – vorrei riportare due contributi di esperti, recentemente usciti: uno, scritto da Massimiliano Viola, dottorando di ricerca in diritto costituzionale e cultore della materia in diritto pubblico, l’altro, da Andrea Drigani, docente di Diritto Canonico presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale (Firenze).

Il primo tratta l’argomento esclusivamente da un punto di vista giuridico. La questione fondamentale è quella di comprendere se lo Stato italiano, pur riconoscendo le finalità delle restrizioni nel contenimento della propagazione del virus, abbia realmente il potere di sospendere le “riunioni” di carattere religioso. Per rispondere a ciò, Viola si rifà al principio di proporzionalità, al quale ogni forma di autorità deve essere soggetta, e scrive: «Ora, è noto che il giudizio di proporzionalità è tradizionalmente scandito in tre fasi: (i) la valutazione dell’idoneità dei mezzi prescelti rispetto al fine da perseguire; (ii) la verifica intorno alla necessarietà del mezzo adottato, che deve imporre il minor sacrificio possibile degli altri diritti o interessi protetti; (iii) la proporzionalità in senso stretto, che guarda agli effetti dell’atto, secondo uno schema di costi-benefici, non dovendo gravare in modo eccessivo sul destinatario della misura. Si tratta, a ben vedere, di un’analisi sul quomodo del potere».

Alla luce di questo principio, secondo Viola nascono alcune perplessità: riconoscendo il caso d’emergenza sanitaria in cui ci si trova, il culto pubblico da parte dello Stato non può essere impedito, a norma della Costituzione, se non per motivi di buon costume. Proprio per questo la soluzione circa le celebrazioni liturgiche poteva essere la medesima delle restrizioni usate per il supermercato, e non l’impossibilità di assistere al culto. Non solo, secondo l’autore bisogna ricordare che «a essere posta in dubbio è la sussistenza, in capo allo Stato italiano, del potere di dichiarare unilateralmente sospese le sante Messe nella forma pubblica», e questo in forza del fatto che i due ordinamenti, secondo il Concordato, sono separati tra loro, per questo gli effetti del potere dell’uno sono nulli per l’altro; alla Chiesa, inoltre, a norma dei Patti lateranensi, deve essere assicurata la libertà di esercizio di culto. Viola riconosce tuttavia l’intervento della Conferenza Episcopale Italiana, la quale – come autorità ecclesiastica – può eccezionalmente dispensare dal precetto della partecipazione assembleare alla Messa domenicale.1586618199106

Senza entrare negli altri temi trattai, vorrei passare al contributo del prof. Drigani, il quale rintraccia come punto di partenza della riflessione il preambolo dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, sottoscritto il 18 febbraio 1984. Certamente, la libertà di culto è affermata dalla Costituzione italiana; eppure – ricorda Drigani – la Dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae fa una precisazione, ribadendo che l’esercizio del diritto alla libertà religiosa, essendo esercitato nella società umana, deve essere regolato da alcune norme, e tra queste vi è il principio morale della responsabilità personale e sociale: «nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui, quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune». Pur rimanendo aperti gli edifici di culto, di fronte un caso di pandemia ci si trova in uno stato di emergenza tale, in cui al precetto religioso devono passare avanti la tutela degli altri, il bene comune e la solidarietà sociale. Il canonista termina la sua riflessione riconoscendo lo stato di necessità in cui ci si trova e ricordando un antico principio del diritto romano: «Necessitas non habet legem, sed ipsa sibi facit legem».

Come si può osservare, si tratta di due contributi che offrono diverse chiavi interpretative sulla questione; al di là di uno schierarsi dall’una o dall’altra parte, è importante conoscere le ragioni di entrambe. Sia Massimiliano Viola che Andrea Drigani aprono all’ecclesiologia interessanti prospettive di ricerca.




Uno studio di economia per chi la ignora completamente

9788892221451_399402di Giovanni Pallanti · “Donna economia (edizioni San Paolo)”. E’ l’ultimo libro di Alessandra Smerilli, suora salesiana e professore ordinario di Economia Politica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma. Papa Francesco l’ha nominata, nel 2019, consigliere dello Stato della Città del Vaticano. Il libro è interessante perché la filologia della parola economia è il ‘governo della casa’. Storicamente, in quasi tutte le civiltà del mondo, il governo della casa è sempre stato affidato alle donne. Da qui la curiosità per il libro che, per la verità, non è nulla di eccezionale. O meglio: può essere interessante per chi non conosce nulla dell’economia. Il volume della professoressa Smerilli affronta dei capitoli riepilogativi di studi e teorie già conosciute. Il modello a cui la docente si riferisce è quello dell’economista cattolico download (1)Luigino Bruni. In altre parole, il riassunto di temi di economia politica viene amalgamato da valutazioni di morale sociale. Difficilmente si può definire questo aspetto dello studio della Smerilli come un contributo di etica economica, pur essendo presenti delle analisi risalenti all’enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”.
“Attraverso l’analisi delle teorie economiche, sociologiche e psicologiche – scrive la rivista Pagine per Te della San Paolo – l’autrice affronta i punti dirimenti di un nuovo modello del ben vivere, quali il lavoro e le tecnologie, i modelli di produzione e di consumo, il ruolo della finanza, portando sempre a testimonianza il pensiero di donne che hanno dato significativi contributi al dibattito internazionale”. La rivista delle edizioni paoline esagera un po’ il valore oggettivo di questo studio. Uno studio interessante solo per chi non conosce nulla di economia.




La diligenza del buon padre di famiglia e la legge vaticana sugli appalti

jpeg-fbdi Andrea Drigani · Nel diritto romano la nozione di «diligentia» («diligenza») era il criterio interpretativo circa l’adempimento delle obbligazioni che veniva poi concretamente precisato con le espressioni: «diligentia diligentis patris familias» e «exactissima diligentia custodiendae rei», tenendo presente che nella custodia s’intende anche la cura. Questa «diligentia» dal diritto romano è poi passata, e tuttora permane in molti ordinamenti civili. A ciò si è espressamente riferito Papa Francesco nel Motu Proprio del 19 maggio 2020 col quale ha emanato le norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Il Papa ha esordito osservando che la diligenza del buon padre di famiglia è principio generale e di massimo rispetto, sulla base del quale tutti gli amministratori sono tenuti ad attendere alle loro funzioni; in particolare per quanto attiene agli appalti, la possibilità di realizzare economie grazie alla selezione di molteplici offerte è decisiva, dice ancora il Papa, nella gestione dei beni pubblici, ove è ancora più sentita e urgente l’esigenza di un’amministrazione fedele e onesta. Il nuovo testo legislativo, un vero e proprio codice degli appalti, consta di 86 articoli più altri 12 sul contenzioso, assume la Convenzione dell’ONU contro la corruzione sottoscritta a Merida dal 9 all’11 dicembre 2003 e vengono sostituite le precedenti norme. La finalità prioritaria di questa legge vaticana sugli appalti è quella dell’impegno sostenibile dei fondi interni, della trasparenza delle procedure di aggiudicazione, della parità di trattamento e della non discriminazione degli offerenti, mediante misure in grado di contrastare gli accordi illeciti in materia di concorrenza e la corruzione. Per questo vengono previste procedure di verifica e di controllo, con speciale riferimento alle disposizioni sul conflitto d’interesse che, come è stato osservato, in Vaticano si tratta di un tema particolarmente sensibile, onde evitare qualsiasi distorsione della concorrenza. Saranno esclusi dall’iscrizione all’apposito Albo e dalla partecipazione alle gare operatori economici che siano in quel momento sottoposti a indagine, a misure di prevenzione o condanne in primo grado per partecipazione ad organizzazione criminale, corruzione, frode, reati terroristici, per riciclaggio di proventi di attività criminose e sfruttamento del lavoro minorile. Nel codice vaticano degli appalti si stabilisce, poi, che tutti i beni e i servizi, sotto pena di nullità del relativo contratto, sono ordinariamente acquisiti dagli enti in modo centralizzato. Gli enti centralizzati sono due: l’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) relativamente ai dicasteri della Curia Romana e alle istituzioni collegate dalla Santa Sede ed il Governatorato per lo Stato della Città del Vaticano. Fino ad oggi, di fatto, non era così poiché i vari organismi agivano spesso come isole staccate dal contesto generale. Presso la Segreteria dell’Economia, che viene ulteriormente confermata nel suo ruolo di vigilanza, viene istituito un elenco dei dipendentiVincenzo-Buonomo-1024x744 e degli incaricati professionali temporanei abilitati a svolgere le funzioni di progettista perito e di membro della commissione giudicatrice. Saranno sorteggiati e parteciperanno a rotazione alle commissioni. Sono molte dettagliate le incompatibilità con l’iscrizione all’elenco, tra le quali c’è la parentela fino al quarto grado e l’affinità fino al secondo grado di un soggetto riferibile ad un operatore economico che abbia presentato offerta, come pure l’essere socio o l’esserlo stato nei cinque anni precedenti di un operatore economico che abbia presentato offerta. Il professor Vincenzo Buonomo, Rettore della Pontificia Università Lateranense e Consigliere dello Stato della Città del Vaticano, uno dei protagonisti della stesura della nuova legge vaticana, ha rilevato che: «Se l’elaborazione di queste norme è il risultato di un impegno quadriennale, l’esigenza della loro redazione è nella volontà di Papa Francesco di dare continuità alle riforme avviate sugli assetti economici e sui criteri di gestione della Curia Romana e dello Sato della Città del Vaticano. Nella nuova normativa – ha concluso – si ritrova l’idea della Dottrina Sociale della Chiesa di legare l’azione alle reali esigenze di una comunità».




«Cristo vive e vive per Dio»

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi · Non è raro ascoltare qualcuno, che di tanto in tanto, chi di fronte alla ricchezza della parola di Dio della liturgia domenicale accetta con una certa difficoltà, ad esempio la lettura semicontinua di una delle lettere di san Paolo, tipica delle domeniche del tempo ordinario.

Nonostante la difficoltà di raccogliere un pensiero da un testo limato (senza pietà!) dai curatori dei lezionari, ha un ruolo particolare indubbiamente la lettera ai Romani, quasi il testamento di Paolo indirizzato ad una comunità che non ha fondato, per ottenere il mandato di annunciare il vangelo nell’estremo occidente conosciuto al tempo: la Spagna. Nessuno si sognava al tempo di pensare ad una terra piatta…

Ascoltiamo le stesse parole dell’apostolo: «non trovando più un campo d’azione in queste regioni [ossia tutto le terre dell’oriente] e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza». E aggiunge: «partirò per la Spagna passando da voi (Rom 15,23-24.28).
Nel sesto capitolo della lettera l’apostolo affronta il tema del legame del credente con il Cristo attraverso il battesimo. Paolo può ben dire che coloro che sono stati battezzati in Cristo sono «immersi» nella sua morte – è il senso letterale del verbo greco –, e di conseguenza sono stati sepolti con il Cristo per poter ottenere la pienezza della vita nella risurrezione.

Ascoltiamo le sue parole: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo, dunque, siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Il battesimo, cioè, è qui richiamato non in quanto rito bensì in quanto efficace per rendere presente l’evento storico della morte di Cristo. È questa ad operare la salvezza.

E Paolo così prosegue: «se siamo stati intimamente uniti [lett. “della stessa natura”] a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,3-5).

L’apostolo mette in luce una profonda comunione con il Cristo, particolarmente sotto il profilo della risurrezione. Se infatti si parla di immersione nella morte, a maggior ragione Paolo parla di somiglianza nella risurrezione. Tutto questo prelude ad un nuovo essere del credente: «camminare in una vita nuova».Cristiani_2

La vita nuova del Cristo supera la stessa dimensione della morte: dice infatti Paolo:

«se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti, egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio».

Ora, se Cristo è morto al peccato – vale a dire a danno del peccato, quello dell’intera umanità, così che Paolo altrove può dire altrove che Cristo fu fatto «peccato» (2 Cor 5,21: «colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio») –, morire al peccato vuol dire uscire dall’influsso di quest’ultimo. Di conseguenza, «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rom 6,8-11). Infatti, «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti, chi è morto, è liberato dal peccato» (Rom 6,6-7).

Questa dimensione di vita in pienezza illumina anche il cammino dell’intera umanità. Se, invece, tanti uomini e donne del nostro tempo non solo si lasciano vivere, ma addirittura, in un modo o in un altro, pretendono di decidere la sorte del loro prossimo qualunque ruolo rivestano, probabilmente vivono la loro vita senza avere cercato, e trovato, un senso.

Ma «Cristo vive e vive per Dio»: nelle fragilità e le povertà delle nostre relazioni con gli altri si è installato un germe di novità, che cancella ogni virus distruttivo. Così lo stesso Paolo scriverà: «nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rom 14,7-8).




La sovranità delle nazioni come via all’unità dei popoli

11587684_2di Leonardo Salutati · In un discorso all’Unesco del 1980 Giovanni Paolo II sottolineava il fatto che esiste una sovranità fondamentale della società, che si manifesta nella cultura della nazione, per la quale, allo stesso tempo, l’uomo è supremamente sovrano. Tuttavia sulla carta d’Europa e del mondo ci sono delle nazioni che hanno una meravigliosa sovranità storica che proviene dalla loro cultura ma che sono private della loro piena sovranità. È una questione fondamentale per l’avvenire della cultura umana, soprattutto nella nostra epoca, così come l’urgenza di eliminare i resti del colonialismo (cf. nn.14-15).

Molti commentatori colsero l’allusione alla Polonia, in realtà il Papa andava oltre. Come ribadirà in altri interventi, Giovanni Paolo II tratteggia un’idea di nazione, che non coincide semplicemente con il concetto di stato titolare della sovranità, ma si allarga ai popoli, alla loro storia e alla loro cultura, dove lo stato è considerato «espressione dell’autodeterminazione sovrana dei popoli e delle nazioni» e i diplomatici «rappresentanti dei popoli e delle nazioni che, attraverso tali strutture politiche, manifestano la loro sovranità, indipendenza politica e la possibilità di decidere del loro destino in maniera autonoma» (1979). In questa ottica, denuncia il grave rischio di un «nuovo paganesimo» generato dalle ingiustizie, dal considerare alcuni popoli e culture inferiori ad altri, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (1984), che conduce inevitabilmente alla «divinizzazione della nazione. La storia ha dimostrato che, dal nazionalismo, si passa velocemente al totalitarismo e che, quando gli Stati non sono più uguali, le persone finiscono, anch’esse, per non esserlo più. Così la solidarietà naturale fra i popoli viene annientata, il senso delle proporzioni stravolto, il principio dell’unità del genere umano disprezzato» (1994). È l’opposto della visione cattolica che vede l’umanità destinata a raccogliersi come famiglia di Dio.

La preoccupazione per l’unità umana al di là della logica nazionale, è una caratteristica fondamentale del pensiero sociale della Chiesa, che l’ha condotta nel tempo a cercare meccanismi e sostenere organismi in grado di regolare le tensioni internazionali per favorire la costruzione della pace tra le nazioni. Tale attenzione conobbe una importante svolta negli anni ’60 del ‘900 quando cominciarono ad affacciarsi a livello globale i problemi della solidarietà internazionale a fronte dell’accelerare dello sviluppo economico. Per questo Pacem in terris (1963) considerava la Dichiarazione universale dei diritti umani, «Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite» auspicando che tale Organizzazione si adeguasse «sempre più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti» (n. 75).

Pur nella consapevolezza della necessità di salvaguardare le differenze etniche e nazionali, l’idea dell’unità della famiglia umana e quindi di una comunità globale, è costantemente presente nella Dottrina sociale della Chiesa. A tal proposito, già nell’Introduzione, il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa sottolinea che la salvezza, «che il Signore Gesù ci ha conquistato “a caro prezzo”, si realizza nella vita nuova che attende i giusti dopo la morte, ma investe anche questo mondo nelle realtà dell’economia e del lavoro, della tecnica e della comunicazione, della società e della politica, della comunità internazionale e dei rapporti tra le culture e i popoli» (n. 1).

All’interno di queste riflessioni si inserisce il discorso sull’Europa, che nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa del 2003, Giovanni Paolo II vedeva come un possibile modello di coabitazione di nazioni diverse organizzate in un quadro di regole internazionali, una «comunità di nazioni riconciliate aperta agli altri Continenti e coinvolta nell’attuale processo di globalizzazione» (EiE,109). Per questo così le si rivolgeva: «Ritorna te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Nel corso dei secoli, hai ricevuto il tesoro della fede cristiana. Esso fonda la tua vita sociale sui principi tratti dal Vangelo e se ne scorgono le tracce dentro le arti, la letteratura, il pensiero e la cultura delle tue nazioni. Ma questa eredità (…) è un progetto per l’avvenire da trasmettere alle generazioni future, poiché è la matrice della vita delle persone e dei popoli che hanno forgiato insieme il Continente europeo» (EiE 120).

Sulla linea di Ecclesia in Europa si pronuncerà anche Benedetto XVI e recentemente Papa Francesco. In un suo discorso del 2019, di fronte «al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione», dove «è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici», esortava alla «consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra» dall’Europa, per evitare «la minaccia del ricorso a conflitti armati ogni volta che sorge una vertenza tra Stati nazionali, come pure (…) il pericolo della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze, (…) la sopraffazione del più forte sul più debole». Allargando l’orizzonte sottolineava inoltre che «Lo Stato è chiamato ad una maggiore responsabilità (…) oggi è suo compito partecipare all’edificazione del bene comune dell’umanità, elemento necessario ed essenziale per l’equilibrio mondiale».

Un compito che è indubbiamente favorito dall’ispirazione cristiana che «può trasformare l’aggregazione politica,S.S. le Pape JEAN PAUL II culturale ed economica in una convivenza nella quale tutti si sentano a casa propria e formino una famiglia di Nazioni» (EiE, 121). A questo proposito, Giovanni Paolo II così esortava Europa: «Sii certa! Il Vangelo della speranza non delude! Nelle vicissitudini della tua storia di ieri e di oggi, è luce che illumina e orienta il tuo cammino; è forza che ti sostiene nelle prove; è profezia di un mondo nuovo; è indicazione di un nuovo inizio; è invito a tutti, credenti e non, a tracciare vie sempre nuove che sboccano nell’Europa dello spirito, per farne una vera casa comune dove c’è gioia di vivere» (Ibidem).

Esortazione quanto mai utile meditare oggi…




Gli anarchici bianchi: Nemici della democrazia democratica americana

31Douthat-mediumSquareAt3Xdi Mario Alexis Portella · Sin dall’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto bianco— atto di grande brutalità e non di razzismo—gli Stati Uniti d’America hanno subito un sisma nel loro ordine civile.

L’America si trova in uno stato di guerra civile culturale, difendendosi contro anarchici finanziati principalmente dal Black Lives Matter (BLM)—il BLM è un’organizzazione che sostiene di difendere i diritti dei neri americani, ed è anche sostenuto dall’Antifa, un movimento militante di bianchi di estrema sinistra che si definisce “antifascista” . Il BLM, però, non è altro che uno strumento terroristico dei marxisti in America. Approfittando della morte di Floyd, il BLM, insieme ai millenari bianchi, sono riusciti a creare una polarizzazione socio-politica caratterizzando gli Usa come un paese razzista. Il loro scopo, con la speranza di bloccare la rielezione del Presidente Donald Trump a novembre, è di sradicare i principi democratici sostituendoli con l’anarchia, ad esempio, cercano di eliminare la polizia nelle città con il movimento Defund the Police.

La violenza è la loro arma, come mostrato dai saccheggi violenti, le distruzioni di monumenti storici, ecc. E’ vero che alcuni monumenti demoliti erano di politici e generali degli Stati Confederati—quello non scusa le loro demolizioni—costruiti con il finanziamento del Partito Democratico durante le leggi di Jim Crow—leggi basato sulla teoria della supremazia bianca dopo la Guerra Civile (1861-1865) in quanto il razzismo fece appello ai bianchi che temevano di perdere il lavoro preso dai neri.

Questi anarchici, in gran parte bianchi, però, hanno anche distrutto monumenti di coloro che hanno lottato per l’uguaglianza umana, come quelli del Presidente Ulysses S. Grant—il generale dell’Unione che, combattendo per porre fine alla schiavitù, ha portato l’esercito del Nord alla vittoria contro gli Stati Confederati durante la guerra civile; quello del francescano chiamato “lApostolo della California”, il Venerabile fra Junipero Serra. Questi criminali hanno anche dissacrato i monumenti di Abraham Lincoln e dei soldati caduti durante la 2° Guerra Mondiale.

La vera doppiezza, però, del BLM è il rifiuto di affrontare la tragedia di quanti neri americani vengono uccisi da altri neri americani, come i gangsters neri nella città di Chicago.

Purtroppo, i legislatori di sinistra hanno inneggiato all’attuale guerra civile sottomettendosi ai capricci del BLM, come inginocchiandosi per chiedere il perdono per i crimini commessi da altri bianchi. Così la Speaker della Camera Nancy Pelosi, il Senatore Charles Schumer ed altri esponenti democratici hanno fatto, contemporaneamente indossando sciarpe di stile africano—molti neri americani detestano questo poiché si considerano (neri) americani e non “afro-americani”.Unknown

Le radici di questo conflitto

Tanti nei mainstream media e nell’ambiente politico accusano il Presidente Trump di razzismo—non c’è niente di vero in questo siccome lui ha lottato contro la discriminazione razziale per anni—e per spingere questo caos. L’attuale fenomeno, scoppiato sotto la sua amministrazione, avvenne anche durante il mandato Presidente Richard Nixon (1969-1974).

Nixon, nonostante la sua retorica pacifica durante la campagna elettorale, anche quella del suo primo discorso inaugurale, ha polarizzato la società statunitense invece di conciliarla. Ad esempio, lui accusava i suoi avversari di essere i nemici della democrazia, in particolare i manifestanti contro la guerra in Vietnam. Appellandosi alla sua cosiddetta “maggioranza silenziosa”, proprio come Trump ha fatto ogni tanto, Nixon si è presentato come il salvatore dei suoi. Il risultato fu un paese ancora più diviso.

Non c’è dubbio, quindi, che gli Stati Unit hanno avuto momenti difficili nella propria storia, tra cui la schiavitù—occorre sapere che anche i neri in America possedevano altri neri come schiavi fino alla Guerra Civile. Tuttavia, anche se il razzismo esiste ancora, l’America non è un paese istituzionalmente razzista. Anzi, è ancora l’unica nazione sulla terra capace di garantire la libertà di parola e di religione a tutti. Occorre che Trump, come capo del mondo libero, si renda conto che se lui non semina l’ordine, l’unità, il progresso e la pace, non sarà soltanto l’America che crollerà, ma il resto del mondo civile.




Una catechesi che sappia di Cristo. Il nuovo Direttorio

609126e1ac96e8a845f6e79e8e1fa14a_XLdi Francesco Vermigli · È stato presentato lo scorso 25 giugno il nuovo Direttorio per la catechesi. Esso si rivolge alla Chiesa dispersa in tutto l’orbe, ma è indirizzato in particolare a coloro che vivono la catechesi sul campo. È un testo importante. Innanzitutto perché viene a distanza di quasi venticinque anni dalla promulgazione del precedente, uscito il 15 agosto del 1997 (mentre il primo Direttorio catechistico postconciliare risale al 1971). Ma sono soprattutto l’architettura generale del testo e il principio formale del medesimo che rendono conto della sua rilevanza. Ne parleremo più avanti: prima vogliamo fermarci sulla presentazione che i media hanno dato del testo.

Nel leggere gli articoli che hanno dato la notizia dell’avvenuta promulgazione del testo abbiamo avvertito, per così dire, una specie di straniamento. I media hanno usato immagini assai evocative, nel momento in cui hanno sottolineato come il Direttorio faccia un invito grande ad “abitare la cultura digitale”. Così l’Agenzia SIR (vedi) e così anche Avvenire (vedi), solo per fare qualche esempio. La cosa è indubbia, e corrisponde ad una parte del capitolo VII del Direttorio. Ma come accade sempre quando ci troviamo davanti ad un testo, è necessario guardare ad esso con pazienza e rispetto, cercando di scovare nelle pieghe del discorso e nei segnali letterari il problema essenziale a cui il testo vuol rispondere; al di là di quello che ad una prima lettura può attrarre l’attenzione. Detto con più immediatezza, non sarebbe importante il testo, se il cuore del Direttorio si limitasse a rilevare l’inevitabilità dell’uso degli strumenti digitali per la catechesi; con la consueta messa in guardia poi circa il fatto che – al di sotto delle potenzialità di tali strumenti – si potrebbero nascondere rischi per il singolo e per la Chiesa.

Ci pare che il Direttorio non sia importante per questo. Iniziamo da un dato che potrebbe sfuggire, ma che ci introduce al punto centrale della questione. Con il motu proprio Fides per doctrinam meno di un mese prima dell’annuncio della propria rinuncia al ministero petrino (e cioè il 16 gennaio 2013), papa Benedetto XVI ha stabilito il trasferimento delle competenze circa la catechesi dalla Congregazione del Clero (che aveva prodotto i Direttori del 1971 e del 1997) al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Si tratta di un fatto di grande significato, dal momento che la catechesi viene tolta dall’essere espressione dell’insegnamento che compete al ministero presbiterale, per diventare parte integrante di quel processo che impegna tutta la Chiesa dai tempi di Giovanni Paolo II: ad inverare, cioè, nella realtà di oggi la fede in Cristo. È un fatto capitale, che ci introduce al nocciolo della questione.

Il Direttorio – prima di analizzare le varie metodiche per la catechesi – coglie quest’ultima nel grande compito dell’evangelizzazione affidato dal Signore Gesù alla Chiesa. Prima di parlare di strumenti, cioè, il Direttorio parla di missione e di compito. E si ispira ad un passaggio mai sufficientemente considerato dell’Evangelii Gaudium che dice di come la nuova evangelizzazione prima che una prassi, è l’anima della catechesi. Così si legge in papa Francesco: «Quando diciamo che questo annuncio è “il primo” [il kerigma], ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti» (EG 164, citato in particolare a Direttorio 68).giovani-in-ascolto

L’architettura generale del testo (al primo posto: La catechesi nella missione evangelizzatrice della Chiesa) segue questo principio formale: l’anima più interiore della catechesi, il compito suo più proprio è rinnovare in tutti i contesti la semplicità e la potenza del kerigma che racconta la persona di Cristo e la sua missione. La catechesi non viene dopo il primo annuncio; piuttosto quell’annuncio che ha scosso le coscienze duemila anni fa è il cuore più intimo della catechesi. Essa non è semplicemente una sovrastruttura edificata sopra l’annuncio sulla nascita, passione, morte e risurrezione di Cristo per la nostra salvezza. La catechesi, come ho provato a dire nel titolo di questo articolo, deve reimparare a sapere di Cristo. Deve saper comunicare ancora oggi la salvezza che porta Cristo nel mondo.

La catechesi se pensata nella missione evangelizzatrice della Chiesa più che una metodica è uno stile: lo stile del Signore Gesù e dei suoi primi discepoli. Lo stile che parla al cuore dell’uomo, alla sua vita, alle sue relazioni; e che parla in una maniera diversa per ciascuno, perché nasce dalla conoscenza personale dell’interlocutore. La salvezza di Cristo non è infatti essenzialmente adesione ad alcuni articoli di fede: essa è innanzitutto adesione di ciascun uomo, con la propria concreta esistenza, alla persona di Cristo. Così sia la catechesi.




Percorso vocazionale sulle orme di san Francesco

41f4hyh4MIL._SX303_BO1,204,203,200_di Giovanni Campanella · A metà del mese di marzo 2020, la casa editrice Pazzini ha pubblicato la quarta edizione di un libro intitolato Signore che cosa vuoi che io faccia. Lettura vocazionale della leggenda dei tre compagni, all’interno della collana “Absorbeat (Libri di spiritualità francescana)”. L’autore è padre Francesco Marchesi, frate minore. È stato impegnato per lunghi anni nell’animazione vocazionale e nella formazione.

«Ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità all’interno della propria Provincia religiosa e si è dedicato alla predicazione di ritiri ed esercizi spirituali, specialmente alle clarisse, con una preferenza per gli Scritti di san Francesco e santa Chiara. Da 15 anni è parroco, prima a Reggio Emilia e attualmente a Bologna. Nell’esercizio del suo ministero ha prodotto diversi sussidi, alcuni dei quali pubblicati dalle Edizioni Dehoniane di Bologna» (quarta di copertina)

Il libro riporta il testo della Leggenda dei tre compagni, così come presente nel volume Fonti Francescane pubblicato a Padova nel 2011 dalle Editrici Francescane. È una delle biografie più note di san Francesco d’Assisi e si presta molto ad una lettura vocazionale. Infatti, ad ogni capitolo della Leggenda, padre Marchesi affianca una propria riflessione nella quale offre consigli utili e pratici per discernere la chiamata particolare che il Signore indirizza ad ogni giovane, traendo spunto proprio dalle vicende salienti del Santo assisiate e che via via sono analizzate lungo il libro.
Dopo la presentazione di Monsignor Pierbattista Pizzaballa (Amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini) e la premessa dell’autore, ci sono i diciotto capitoli della Leggenda, tutti accompagnati da una riflessione di Marchesi. Il tutto si conclude con alcuni salmi di taglio vocazionale, alcune preghiere di o comunque frequentemente recitate da san Francesco, alcune preghiere composte rifacendosi ad alcuni scritti di santa Chiara, altre preghiere di santi francescani e la preghiera di abbandono di Charles De Foucauld, non ufficialmente francescano ma spiritualmente assai vicino a san Francesco.download

Com’è facile intuire, il primo capitolo tratta della nascita di Francesco e presenta il suo ambiente, il suo carattere, la sua famiglia. Marchesi prende spunto da questi elementi per evidenziare che il discernimento vocazionale non è affatto una speculazione astratta, scissa dalla realtà: è nei fatti un processo assai “incarnato”, strettamente ancorato alla realtà, con buona pace di coloro che accusano il cristianesimo di essere lontano dal concreto. Infatti, per ognuno di noi, è nella famiglia e nel carattere che si innesta la chiamata del Signore. All’inizio, Francesco era molto attaccato a raffinatezze e vanità mondane; tuttavia aveva di partenza un cuore generoso. Lavorare sulla generosità e su certe virtù spontanee e naturali è un primo importantissimo gradino dell’itinerario di scoperta della propria vocazione.

«Qualunque sia l’ambiente e il carattere, la vocazione trova un terreno adatto nel quale crescere e svilupparsi, se c’è la generosità, cioè l’apertura agli altri, l’attenzione e la sensibilità verso gli altri, specialmente i più poveri. Se non c’è la generosità difficilmente si può parlare di vocazione. Se invece c’è la generosità si possono superare più facilmente le conseguenze negative dell’ambiente e del carattere. Tuttavia la generosità deve essere coltivata attraverso l’esercizio e la riflessione, così come può e deve essere lavorato il carattere.
Anche le eventuali conseguenze negative dell’ambiente, con l’aiuto della grazia di Dio, di una guida spirituale e di un gruppo, possono diventare dei “gradini” per giungere a Dio. L’essenziale è accettare sé stessi, fisicamente e come carattere, accettare la propria famiglia e la propria storia.» (p. 16)

Alla fine di ogni tappa, ci sono delle domande per aiutare il cammino di discernimento. Così, alla fine del summenzionato primo capitolo, tra le domande c’è: «Ti conosci? Conosci i tuoi difetti e le tue qualità?».Questo libro può essere una buona bussola, soprattutto in questo tempo in cui gli interrogativi di senso sono tanti e grandi.




A venticinque anni dalla «Ut Unum Sint» e a sessanta dalla fondazione del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani

71IX05Wn1ILdi Dario Chiapetti · Nei due mesi scorsi sono state celebrate due ricorrenze altamente significative per il cammino ecumenico della Chiesa cattolica. Il 25 maggio 2020 è ricorso il venticinquesimo anniversario della firma dell’enciclica di Giovanni Paolo II Ut Unum Sint, sull’impegno ecumenico. Per l’occasione, Papa Francesco ha indirizzato una sentita lettera al Card. Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani. Lo scorso 5 giugno è ricorso invece il sessantesimo anniversario della fondazione del Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ad opera di Giovanni XXIII, divenuto poi nel 1988 Pontificio Consiglio. Per l’occasione il Card. Koch ha rilasciato una densa intervista a Vatican News in cui ha ripercorso con lucidità le tappe del cammino ecumenico fin ad oggi svolto, riflettendo sulle prospettive future. Non hanno fatto mancare il loro contributo, in altre interviste alla suddetta testata, neanche il Segretario, Sua Eccellenza Mons. Brian Farrell, e il Sottosegretario Mons. Andrea Palmieri. Di seguito presento i contenuti principali di questi interventi.

Papa Francesco ha ricordato come Wojtyla abbia confermato con l’Ut Unum Sint l’impegno ecumenico in modo “irreversibile”, facendo propria la visione conciliare espressa da Unitatis Redintegratio secondo cui il movimento ecumenico è «sorto per grazia dello Spirito Santo», quello Spirito Santo che – come ricorda Bergoglio che egli ebbe a dire ad Istanbul nel 2014 – è il solo che può suscitare la diversità nell’unità. D’altro canto, il Pontefice ha affermato di condividere «la sana impazienza di quanti a volte pensano che potremmo e dovremmo impegnarci di più». Francesco ha poi espresso apprezzamento per due iniziative promosse dal Pontificio Consiglio. La prima è l’imminente pubblicazione di un Vademecum ecumenico per i Vescovi, volto a sensibilizzare alla responsabilità propriamente ecumenica del ministero vescovile. La seconda è la pubblicazione della rivista Acta Œcumenica che intende promuovere e divulgare una corretta informazione sull’attività ecumenica della Chiesa. L’unità, conclude il Pontefice argentino, in quanto dono dello Spirito, ci chiede di camminare, fin da ora, giacché essa «non verrà come un miracolo alla fine: viene nel cammino». Da qui l’accorata preghiera affinché lo Spirito «ispiri nuovi gesti profetici e rafforzi la carità fraterna tra tutti i discepoli di Cristo, “perché il mondo creda”».

Il Card. Koch, rievocando gli esordi della fondazione del Segretariato per la promozione dell’Unità dei Cristiani, ha sottolineato i tre pilastri che danno forma all’ecumenismo: il dialogo della carità, ovvero « la cura nel mantenere relazioni amichevoli tra le diverse Chiese», il dialogo della verità, ovvero «l’analisi teologica delle questioni controverse che hanno portato a divisioni nel corso della storia», e l’ecumenismo spirituale, ovvero «l’adesione1477558828865 profonda e concorde di tutti i fedeli alla preghiera sacerdotale di Gesù, affinché “tutti siano una cosa sola”». Purtroppo, l’unità – ha scandito il porporato – non è stata raggiunta, e ciò rivela che occorre trovare una visione comune sulla forma che essa deve acquisire. In tal senso l’ecumenismo come «scambio di doni» – come spesso è stato definito – è un primo imprescindibile passo. Koch afferma infatti che «dalle Chiese e dalle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma la Chiesa cattolica ha imparato soprattutto la centralità della Parola di Dio», «dalle Chiese ortodosse […] possiamo imparare molto sulla sinodalità nella vita della Chiesa e sulla collegialità dei vescovi […] e la Chiesa cattolica può offrire come dono speciale alla discussione ecumenica l’enfasi posta sull’universalità della Chiesa». Egli ha ricordato poi che con l’Ut Unum Sint, la prima enciclica sull’ecumenismo, da un lato, «tutti i membri della Chiesa sono tenuti per fede a partecipare al movimento ecumenico», dall’altro, che l’obiettivo centrale è quello «di trovare una forma di esercizio del primato “che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”».

Anche il Segretario Farrell ha posto l’attenzione, in particolare, sul fatto che occorre «far sì che tutti si sentano impegnati nella ricerca dell’unità voluta non dal Papa o dai teologi o dai vescovi, ma dal Signore», e che perciò occorre un «nuovo atteggiamento, un’apertura verso le altre Chiese», un profondo cambiamento delle «nostre mentalità di autosufficienza o a volte anche, in un certo senso, di superiorità, per imparare dagli altri».

Il Sottosegretario Palmieri, infine, ha sottolinea l’importanza di quell’accogliersi nella reciproca diversità che coinvolge e dà impulso alla riflessione teologica; ha affermato, infatti, che «non possiamo avere in mente un modello di unità, ma esso lo troveremo insieme nel dialogo reciproco insieme con gli altri cristiani». In tal senso, rifacendosi a Papa Francesco, ha ribadito che occorre aprirsi a quel riconoscimento dell’unità come a «qualcosa che già viviamo» e che ci fa «riscoprire questa comunione che ci lega» fino al desiderio di «renderla sempre più evidente, sempre più concreta nelle relazioni reciproche». L’ecumenismo è un «cammino veramente spirituale» che porta a riconoscere l’altro, non come nemico, ma come fratello, e deve coinvolgere «la vita delle comunità cristiane». Ciò non toglie il fatto che per il cammino ecumenico ricopre un posto imprescindibile la teologia, come nel caso della Commissione mista per il dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa che dal 1979 ha dato molti frutti.

Ciò che emerge da questi preziosi interventi, mi pare, è la proposta dell’ecumenismo come cammino spirituale di ogni cristiano e del coinvolgimento delle comunità cristiane nel cammino ecumenico, due strade concrete per procedere in spirito rinnovato e appassionato nell’ecumenismo, proposta che non esclude, anzi rilancia (o, almeno in parte, rifonda), lo studio e il metodo teologico. Infatti, il punto è: qual è/come è la mente che pensa e applica la dottrina? I due suddetti aspetti devono essere presi in seria considerazione innanzitutto dai pastori nel ripensare il modo di esercitare il ministero della predicazione, della catechesi, del confessionale e la pastorale in generale. Quanto le omelie e le catechesi sono strutturate ecclesiologicamente, e in quel modo che esplicita il senso ontologico ed esistenziale dell’ecclesiologia, e non da uno psicologismo individualista? Quanto ispira la predicazione – e l’azione pastorale! – una cristologia pneumatologica il cui contenuto è il principio secondo cui la nozione di diversità è costruita su quella di unità? Quanto il penitente avverte come condanna alla non pienezza della sua esistenza, la non unità della Chiesa? Quanto il confessore sente capitale aprire al penitente, per la sopravvivenza di questi, tale orizzonte di comprensione di sé? Quanto le comunità sono preghiera per l’unità della Chiesa? Quanto vivono, e sono educate a vivere, l’Eucaristia come preghiera dell’unica Chiesa e invocazione della riconciliazione, per poter celebrare e sperimentare pienamente l’«a te, Dio Padre onnipotente»? Quanto nelle comunità è promossa quella conoscenza e collaborazione con i cristiani di altre confessioni e, di pari passo, quella presa di consapevolezza di essere comunità cristiana in quanto manifestazione, nella comunione con gli altri cristiani, della Chiesa universale?

Solo dalla considerazione della proposta dell’ecumenismo come cammino spirituale di ogni cristiano che coinvolge tutte le comunità cristiane potrà nascere quella nuova creatura e quella nuova forma di pensiero teologico, propriamente pneumatizzato, di un’ontologia, vissuta, di comunione e alterità che coglierà più appieno quella verità tutta intera, che farà liberi.




La Scuola umiliata. Dopo troppe riforme sbagliate

Conte-Azzolinadi Antonio Lovascio · Al di là dei proclami (l’ultimo: “Basta con le classi pollaio”) è stato un affannoso e penoso procedere a “zig zag”. Così si sta preparando la riapertura della Scuola per il 14 settembre, dopo la sofferta e interminabile paralisi da Covid. Un distanziamento fisico che per gli allievi ha avuto effetti devastanti sul piano cognitivo, relazionale, emotivo, con alcune conseguenze negative pure in termini di aumento delle diseguaglianze e dei rischi di dispersione scolastica. Le “linee guida” della ripartenza,di fatto, scaricano responsabilità su Regioni, presidi, insegnanti. Con un milione di studenti (il 15 per cento) che ancora non sanno dove verranno sistemati (all’inizio nei parchi e poi nei cinema ?) mancando spazi negli Istituti e con il 40 per cento degli edifici non a norma.

Per calmare la piazza e l’ira di genitori, dirigenti e docenti esasperati, non è bastato annunciare 50 mila nuove assunzioni di personale (ma ne servirebbero 100 mila per affrontare i “doppi turni”), con un bonus per gli insegnanti dagli 80 ai 100 euro, agendo sul cuneo fiscale, e con un programma di formazione. In un Sistema educativo integrato, si continua però a sfavorire le Paritarie e Private, molte delle quali saranno costrette a chiudere.

Se per la gestione complessiva dell’improvvisa e sconosciuta emergenza sanitaria la “squadra” di Conte tutto sommato merita la sufficienza, dall’inizio della “Fase 2” sta mostrando troppa improvvisazione e scarsa concretezza, pur essendosi avvalsa dei suggerimenti di task-force composte da fior di manager, professionisti ed intellettuali. Indicazioni non recepite in tempo e nella loro portata soprattutto dalla ministra grillina Lucia Azzolina, trentottenne siciliana di belle speranze ma con scarsissima esperienza di insegnamento, che nella rapidissima scalata politica ha fatto valere più la conoscenza del diritto scolastico e sindacale che lo spessore e la continuità della titolarità di cattedra. Insomma una responsabile della Pubblica Istruzione “precaria” in tutti i sensi (in perenne balia, come i personaggi delle “Canne al vento” di Grazia Deledda) che alla fine ha fatto apparire un ruolo del tutto marginale della Scuola, declassata a emergenza secondaria, anzi a ultima delle emergenze. Purtroppo la spia di un Governo che al momento non ha alternative, ma dal pensiero corto, privo di una visione organica di prospettiva, molto più preoccupato – nonostante le raccomandazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – della tattica dell’annuncio ad effetto piuttosto che del destino complicato da immaginare per il nostro Paese. Ma sul banco degli imputati, con la Azzolina, il presidente del Consiglio Conte ed i responsabili dei dicasteri di maggior peso, vanno messi i segretari dei partiti di maggioranza ed anche quelli dell’opposizione, con Salvini e la Meloni più preoccupati di cavalcare il disagio sociale per ottenere nuovi consensi elettorali che di formulare proposte concrete, prioritarie, sostenendo – pur criticamente – l’esecutivo nella difficile trattativa con l’Europa per lo stanziamento immediato dei contributi e prestiti promessi per rilanciare l’economia e far fronte a strutturali carenze che da anni frenano la crescita.

Una negligenza collettiva, dunque, che stride con il corale plauso che dai due schieramenti parlamentari si è elevatoWhatever it takes_1 nei giorni scorsi nell’apprendere che il “Codice Draghi” (quel “whatever it takes”, tutto quello che è necessario; oppure: “costi quel che costi”) è entrato tra le voci definitive del dizionario Treccani. Con quelle tre parole in inglese, pronunciate con toni fermi il 26 luglio 2012 in una Londra ostile, l’allora presidente della Banca centrale europea salvò l’euro dalla tempesta perfetta che stava per abbattersi sull’Italia e sui Paesi più deboli. Come hanno osservato molti commentatori, ora sarebbe bastato applicare il “Codice Draghi” alla Scuola (invece le hanno attribuito meno risorse dell’ennesimo salvataggio Alitalia) , tenendo conto dell’interesse delle famiglie, dei diritti e bisogni di bambini e ragazzi, con una più equa ripartizione dei fondi giustamente dedicati a rafforzare il sistema sanitario e a colmarne le deficienze dopo anni di tagli indiscriminati e scelte sbilanciate. Senza però penalizzare l’Istruzione, che pure necessita di profondi e radicali interventi a tutti i livelli, non solo per far fronte alle esigenze di distanziamento fisico legate al Coronavirus, ma per ripensare i modi e l’organizzazione della didattica, dopo troppe riforme sbagliate.

Questo procedere sempre in ritardo, senza un articolato programma di investimenti – a più riprese lo ha fatto opportunamente notare Chiara Saraceno ,tra i massimi esperti di sociologia della famiglia a livello internazionale – segnala con chiarezza come la Scuola e la Ricerca non siano una priorità – insieme al Lavoro ed alla Sanità – né per il governo né per la politica in generale. <Nulla di nuovo, anzi del tutto normale, ahimè. Questa è l’unica normalità della scuola che non è stata scalfita dalla pandemia. Come se si ritenesse che il Paese possa riprendersi senza investire nelle generazioni più giovani>. Il futuro sono loro.




La strategia del guscio della lumaca per uno sviluppo sostenibile

f1_0_a-5-anni-dalla-pubblicazione-dell-enciclica-laudato-si-marco-pezzoni-cremonadi Stefano Liccioli · Lo scorso maggio è ricorso il quinto anniversario della pubblicazione della «Laudato si’», l’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune. Tra i tanti aspetti sviluppati da questo documento ce n’è uno che mi sembra particolarmente attuale e riguarda lo sviluppo sostenibile. Lo definisco attuale perché in questo periodo di pandemia è stato detto, in più occasioni, che tra le riflessioni più urgenti da fare ci sarebbe quella sui nostri stili di vita e, in generale, sui modelli economici delle nazioni più ricche considerati, da più parti, poco attenti al vero benessere della Casa comune e dei suoi abitanti, presenti e futuri. Non so quanto dietro ai buoni propositi ci sia una reale volontà di “conversione ecologica”, tanto più che una delle frasi più ricorrenti usate per dare coraggio alle persone è stata che passata la pandemia tutto sarebbe ritornato come prima. Invece no, non deve ritornare tutto come prima. La nostra società ed il nostro mondo devono uscirne migliori e questo miglioramento dipende anche dalla capacità di portare avanti uno sviluppo sostenibile. Nella suddetta enciclica Papa Francesco scrive a tal riguardo:«In ogni modo, se in alcuni casi lo sviluppo sostenibile comporterà nuove modalità per crescere, in altri casi, di fronte alla crescita avida e irresponsabile che si è prodotta per molti decenni, occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi. Sappiamo che è insostenibile il comportamento di coloro che consumano e distruggono sempre più, mentre altri ancora non riescono a vivere in conformità alla propria dignità umana. Per questo è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». I numeri, da parte loro, confermano le affermazioni del Santo Padre. Già nel 2005 il dettagliato studio intitolato “Millennium Ecosystem Assessment” commissionato dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan faceva notare che, per esempio, i paesi in via di sviluppo stavano registrando un aumento della produzione di rifiuti con la conseguente degradazione degli ecosistemi e la perdita di biodiversità oppure come la raccolta globale di legname era aumentata del 60% dal 1960 al 2005. I dati, qualora ce ne fosse bisogno, ci ricordano che il mondo haslide1-n risorse limitate perciò lo sviluppo economico non può essere illimitato o almeno non lo può essere nel senso comune attribuito a questo termine come se fosse, ad esempio in un grafico, una retta sempre in ascesa. Dobbiamo prendere realmente coscienza che una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito e che le nostre produzioni e i nostri consumi non possono superare la capacità di rigenerazione della biosfera. Facendo riferimento alla mitologia greca, il rischio reale è quello di trasformarci in tanti Crono che divorano i propri figli, persone cioé che pregiudicano l’esistenza delle generazioni future preparando per loro un mondo a dir poco inospitale. In tale ottica la lezione del filosofo Hans Jonas è più che mai pertinente. Nella sua opera Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979) egli afferma che la tecnica moderna ha cambiato l’agire umano conferendogli un potere che può avere delle conseguenze a lungo termine inimmaginabili anche dallo scienziato o dal filosofo. A suo avviso la Natura, sottoposta all’azione dell’uomo, ha assunto un nuovo carattere vulnerabile che ci impone una responsabilità verso di essa, proporzionata alla portata del nostro sapere. La presenza dell’uomo nel mondo non essendo più un dato indiscutibile deve diventare oggetto dell’obbligazione. Un’obbligazione che Jonas sintetizza in questo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Si tratta di una responsabilità nei confronti dei “figli che non hanno volto” per niente scontata dal momento che già il 9788806201050_0_200_304_75nostro atteggiamento verso il prossimo che vediamo spesso non è rispettoso e responsabile. Penso a tutte quelle popolazione prive del necessario per vivere e che muoiono di fame, mentre altre popolazioni come la nostra occidentale hanno tutto e di più. L’applicazione di questo imperativo passa specialmente attraverso la scelta di sistemi economici improntati ad uno sviluppo sostenibile, che accettino anche la decrescita. Una parola questa che generalmente piace poco ancorché usata, come fa l’economista Serge Latouche, con l’aggettivo felice: decrescita felice. Piace poco perché evoca, erroneamente, la chiusura delle industrie, la diminuzione del lavoro e dunque degli occupati. E’ stata allora preferita l’espressione di “a-acrescita” o di “abbondanza frugale”. Al di là dei termini è importante rifondare le economie dei Paesi più avanzati su standard diversi che privilegino la rigenerazione ed il riutilizzo dei beni prodotti e favoriscano comportamenti caratterizzati dalla sobrietà, diminuendo il proprio consumo di energia e migliorando le condizioni del suo uso, come già indicava anche Papa Benedetto XVI. Così facendo non avremmo un aumento della disoccupazione e l’economia non andrebbe in una crisi irreversibile. Essa inizierebbe soltanto a procedere in modo diverso, secondo un modello differente, proprio come fa la lumaca nella costruzione del suo guscio e che Latouche spiega così:«La lumaca costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande. La lumaca, evidentemente dimostra più saggezza degli uomini, che l’eccessiva grandezza peggiorerebbe la qualità della sua esistenza e allora abbandona la ragione geometrica in favore di una progressione aritmetica». Concludo facendo riferimento alle parole di Papa Bergoglio sempre nella “Laudato si’”:«Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di “cambiare il modello di sviluppo globale”, la qual cosa implica riflettere responsabilmente “sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni”. Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso».




Quel che si chiama giaculatoria. Giovanni Cassiano col «Deus, in adiutorium meum intende (Sal 69,2)».

John_Cassiandi Carlo Nardi · Giovanni Cassiano con una Conferenza fa parlare l’abate Isacco intento spiegare il O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Deus, in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina) (Sal 69,2). In Provenza, nei primi anni del quinto secolo, il padre Giovanni usò e raccomandò, come orazione, una formula, quella del secondo versetto del Salmo 69. Del resto sono scansioni che accompagnano anche il nostro ufficio e talora il rosario. Si tratta dunque della Seconda Conferenza dell’abate Isacco (Conlatio abbatis Isaac secunda), in Collationes 10,10 (Sources chrétiesses 54, p. 85 ss.) per i suoi monaci.

Un paragone. Come si fa con i ragazzi …

(p. 85). C’è una prassi da voi attivata per far scuola. Difatti, i fanciulli non sono altrimenti capaci di assimilare le prime lezioni sull’alfabeto e neppure sono in grado di riconoscere le lettere o copiarne tranquillamente i caratteri. Per loro l’unico modo è poter riprodurre, con una continua attenzione ed una giornaliera imitazione, la fisionomia, avvalendosi di modellini e formelle di cera stampigliate a regola d’arte. Allo stesso modo anche a voi dovete trasmettere una formula d’altra conoscenza, quella dello spirito: lo scopo è che voi, con sguardo sempre attento con massima tenacia, impariate a maneggiare la formula per il vostro bene con una continuità che non conosca intervalli, ovvero, con un consueto esercizio, sia in grado di fissare sguardi che giungano ancora più in alto.

Ed ecco la formula

Perciò vi sarà proposta un formula per apprendere questo tipo di preghiera: ogni monaco, intento a raggiungere una continua memoria di Dio, una volta messi al bando pensieri i più diversi, si abitui a meditarla, su e giù e senza posa, nel proprio cuore. Difatti, in un altro modo, non la potrà sperimentare, se non sarà bell’e sciolto dalle cure del corpo, che sono motivi di preoccupazioni.

Una confidenza

Questa formula fu consegnata a me da quei pochi monaci ancora in vita, tra i padri più vetusti. Allo stesso modo la suggerisco a pochissimi, quelli che ne sono veramente assetati.

Un versetto unico nel suo genere

A questo punto, per raggiungere una continua memoria di Dio, eccomi, in coerenza con intento volito, a proporre via via una formula di devozione: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2), e si capisce perché questo versetto (p. 86) è il solo che fu estratto dall’insieme dei testi delle Scritture.

Speciale davvero

Difatti accoglie in sé tutti i sentimenti, che possono inondare la nostra umanità, ed è proprio appropriato per ogni circostanza, anzi per tutti gli assalti. Di fronte a tutti i pericoli contiene in sé un’invocazione che si leva a Dio, contiene in sé l’umiltà d’una devota confessione, contiene in sé l’attenzione della vigilanza e un continuo timor di Dio, contiene in sé la meditazione della propria fragilità, la confidenza d’essere esauditi, la fiducia d’un aiuto sempre presente, sempre vicino.

Difatti, chiunque invoca continuamente la provvidenza d’Iddio, è sicuro che sempre gli sia presente. Chi ha in sé calore d’ardore e carità ben sa d’insidie tremende di chi fa il male e, con questa considerazione, attesta che, difeso com’è da Dio, tutt’attorno giorno e notte, non può non avere libertà, se non con l’aiuto di Chi lo difende.

Nella prova esterna. I demoni

Questo versetto è un muro inespugnabile per tutti quelli che sono messi alla prova da infestazioni demoniache, ed è corazza impenetrabile e scudo di assoluta sicurezza.

Nello scoraggiamento … interviene il versetto personificato, personificato nel Cristo Signore

Questo versetto non permette che quanti si trovano nell’accidia e nell’ansia, o avviliti da tristezza o da pensieri d’ogni tipo …, non permette che disperino circa i rimedi che offre la salvezza. Il versetto infatti mostra che Colui, che è lo stesso il versetto, invoca sempre, davanti ai suoi occhi, i nostri pericoli, e Lui non è lontano da chi lo supplica: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

E nelle realizzazioni

Se ci si trova in mezzo a realizzazioni volute dallo Spirito Santo nella gioia del cuore, il versetto ci ammonisce di non esaltarci affatto né insuperbirci per quella congiuntura favorevole che, come Lui attesta, non può perdurare senza la protezione di Dio, al momento che il versetto stesso implora Dio di aiutarlo non solo sempre, ma anche tutto insieme. HIC

Tra gioie e dolori, dolori e gioie

Questo versetto – mi spiego – risulta per ciascuno di noi di una utilità di cui non possiamo fare a meno in qualsiasi situazione. Difatti, chi brama sempre e comunque l’aiuto di Dio fa vedere che ne ha bisogno non solo nelle angosce causate delle difficoltà, ma, nella stessa misura, anche nelle gioie per effetto di esiti fortunati, perché Dio, come lo libera dalle prime, lo stabilizzi in queste ultime, poiché Egli sa che la nostra fragilità non si regge senza il supporto di quell’aiuto.

Quando la pancia grida! La cattiva consigliera41MXEsFgvxL._SX331_BO1,204,203,200_

Mi sento stringere dalla golosità: sono alla ricerca di pietanze sconosciute nel romitorio e, nella mia squallida solitudine, mi salgono su dalle narici odori di portate di mense regali e, seppur assolutamente contro la mia volontà, mi sento trascinato a bramarle: è allora che devo dire: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Mi sento spunzecchiato ad anticipare l’ora fissata del desinare e mi è di gran pena nel cuore il mio sforzo di attenermi alla misura stabilita da una giusta regolare parsimonia. Con rincrescimento devo affermare: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 62,2).

Avrei bisogno di ricorrere a digiuni più rigorosi per combattere la carnalità, ma vi pone ostacoli la delicatezza dello stomaco o mi fa paura la durezza risecchita degli intestini: perché il mio desiderio abbia effetto o almeno si dia pace ai ribollimenti della concupiscenza della carne senza che ci sia bisogno dell’intervento di un digiuno più rigoroso, devo pregare: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 62,2).

Mi avvio a rifocillarmi. Lo richiama l’ora stabilita di precetto. Assaggio il pane e mi fa schifo, e scarto ogni pietanza capace di soddisfare il bisogno naturale. Con profondo rammarico devo dichiarare: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 62,2).

E se la testa duole o si chiudono gli occhi? Messe brevi e desinari lunghi? Nemmeno quelli!

Voglio perseverare nella lettura alla ricerca di un rigore interiore, ma ecco che il mal di capo mi punge e mi blocca. E son le nove di mattina (hora tertia) e la sonnolenza mi scaraventa la faccia sulle pagine sante. Mi vedo costretto a rinunciare a quel tempo riservato alla quiete o almeno lo devo abbreviare. Non solo. Devo interrompere le regolari scansioni della messa e della salmodia: mi obbliga un irresistibile colpo di sonno. In un modo o in un altro modo devo dichiarare: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Richiamo dalla foresta” ovvero pace dei sensi? Il

Mentre ancora mi trovo a lottare contro i vizi: di punto in bianco i pizzicori della carne si mettono a stuzzicarmi e, con un carezzevole piacere, s’ingaggiano a farmi arrivare, nel sonno, ad accondiscendere a quelle sensazioni. Perché quel fuoco a me estraneo non divampi e bruci i fiorellini profumati della castità, non mi resta che gridare: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Mi accorgo che gl’incentivi della libidine sono ormai spenti e il calore genitale si è fatto più tiepido nelle mie membra. Perché questa virtù, anzi questa grazia di Dio, che si è verificata in me rimanga a lungo o magari per sempre, devo dire con decisione: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Acidità di stomaco” con piccinerie e meschinità. Vizi tristi

M’inquietano i pungoli dell’ira, dell’amore del quattrino, della tristezza e mi sento obbligato a lasciar perdere la dolcezza, quella che avevo deciso di perseguire perché mi è amica. Per non lasciarmi trascinare in un fiele amaro dal turbinio del risentimento, devo proclamare tra le lacrime più dolorose: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Mi sento messo alla prova dal sorgere dell’accidia, della brama di primeggiare e dalla superbia e la mia mente si lascia accarezzare da una particolareggiata considerazione della negligenza o tiepidezza altrui. Perché in me non abbia la meglio questa tremenda suggestione del Nemico, devo pregare con tutta la contrizione del mio cuore: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Buoni propositi

Ho lasciato sgonfiare il sentimento della superbia ed ho acquisito con una continua compunzione dello spirito la grazia dell’umiltà e della semplicità: perché non abbia a sopraggiungere di nuovo il passo della superbia e perché non mi sconvolga la mano del peccatore (Sal 35,12), e perché non resti confuso ancor più gravemente per la vittoria del mio orgoglio, devo proclamare con tutte le mie forze: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Quando si dice “una frana”

Nell’anima mi sento ribollire di innumerevoli distrazioni della più varia specie e nel cuore d’instabilità; e non sono capace di imbrigliare il disperdersi dei pensieri e non sono in grado di effondermi in preghiera senza che ne sia interrotto da fantasie di vane rappresentazioni e senza essere trattenuto da discorsi e da fatti di cui sono venuto a conoscenza; e mi sento sopraffatto da una così grande aridità che proviene da questa sterilità al punto da rendermi conto di non ricavare assolutanente alcun frutto dalle percezioni che sono dono dello Spirito Santo. Perché ottenga d’essere liberato dallo squallore del mio spirito, ragion per cui non sono in grado di districarmi, neppur a forza di gemiti e sospiri, per forza proclamerò: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2).

Fin che la barca va …”

Per la visita dello Spirito Santo sento di avere raggiunto di nuovo un orientamento per l’anima, una stabilità per i pensieri, un entusiasmo per il cuore con una gioia indicibile ed un’esuberanza della mente; ho avuto l’esperienza di ridondare anche di quelle percezioni che sono dono dello Spirito Santo per una repentina illuminazione da parte del Signore a proposito dei angeli con le loro santissime intelligenze in precedenza a me del tutto nascoste. Perché meriti di dimorare davvero a lungo in questa situazione, devo gridare spesso e volentieri: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2 Vg). (…)

Morale della favola

(p. 89) A pro preghiera di questo versetto va profusa in una continuità incessante, nelle avversità (p. 90) per esserne strappati, nella prosperità per esservi conservati senza esaltazioni. Mi spiego. La meditazione del versetto ritorni senza posa nel tuo cuore. Non smettere mai di cantarlo quando ti trovi all’opera o in servizio o in viaggio. Meditalo quando dormi, quando mangi, tra gl’infimi bisogni della natura. Questo rimuginare del cuore, divenuto per te salutare impronta (formula), non solo ti custodirà sano e salvo da ogni assalto di demoni, ma ti purificherà anche da tutti i vizi contratti da contatti terreni, ti condurrà alle famose considerazioni delle realtà invisibili e celesti e ti farà assurgere all’ardore nella preghiera, inesprimibile e sperimentato da pochissimi. Ti raggiunga il sonno quando mediti il versetto, finché non ne riceverai l’impronta (formatus) per gli effetti di un esercizio incessante, al punto di cantarlo abitualmente anche nell’assopimento. Sia il primo a venirti incontro non appena svegliato, nel tuo svegliarti preceda tutti quanti i tuoi pensieri, nel tuo levarti dal letto ti consegni al tuo inginocchiarti e da lì in poi ti conduca ad ogni lavoro o azione. Ti accompagni ogni momento. (…)

Ora ragiona in base ai insegnamenti di chi sa di legge siedi a casa tua e vai a zonzo (Deuteronomio 6,7), quando dormi e quando si alti. (…).

Ancora sia questo il canto che ti si fa presente nell’inginocchiarti in preghiera come nel rialzarti, e ti diventi preghiera vigile e continua per affrontare i bisogni imprescindibili dell’esistenza. Cassiano, Instructiones 10,10 (SCh 54,87).

***

Non senza umorismo.

Che cos’hanno da dirci parole di un monaco di milleseicento anni fa? Nel versetto biblico è il tutto nel frammento nell’eco dello scritto di Urs von Balthasar (…). L’incedere martellante del padre Cassiano è un invito alla consueta invocazione: O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto (Sal 69,2), che pare un umile ritornello in crescendo. Il responsorio mi pare sempre più imperioso e suadente: imperioso perché parla d’Iddio, suadente perché con minuzie suscita un monario sorriso. Di benevola ironia. Quel parlar di gorgogli di stomaco, di mal di testa e di reconditi pizzicori oscilla tra lo psicofisico e il morale, qual è la nostra condizione umana. Benedette le spicciole cose che possono far sorridere. Eppure il buon Dio ci conosce anche per quei singhiozzi o sbadigli, lui che ci ha fatti. Se poi si pensa che egli si è fatto uno di noi, l’umanità feriale, che Cassiano “umanamente” invita a offrire a Dio con la biblica richiesta di aiuto, è quella di tutti noi, povera e grande che merita, sì, l’ironia che giustamente ci ridimensiona – Dio solo e grande! –, ma non lo sghignazzo del sarcasmo. Perché è umanità che abbisogna dell’incoraggiamento della fiducia.

Cf. Peter Dyckhoff, La preghiera della quiete. Alla scuola di Giovanni Cassiano. Traduzione di Luigi Dal Lago, Vicenza, N. Pozza 1995; Mario Degli Innocenti, Abba, cos’è la preghiera? Conferenze sulla preghiera. Introduzione, traduzione e note, Magnano (Biella), Qiqajon Comunità di Bose 2000.




I rifugiati nel mondo sono oggi 79,5 milioni: muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza

13814644_giornata-mondiale-del-rifugiato-680x365di Carlo Parenti · Il 20 giugno scorso è stata La Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale ONU.

L’emergenza sanitaria per il Covid-19 ha riguardato purtroppo anche i rifugiati, ma nel più assoluto silenzio dei media. Per l’Alto Commissario delle Nazioni Unite, Filippo Grandi, “la stragrande maggioranza, l′84% dei rifugiati nel mondo è ospitata in regioni povere o in via di sviluppo e il loro accesso a un’assistenza sanitaria di qualità era già molto limitato anche prima della pandemia. In questo momento devastante, con il coronavirus che causa una grande afflizione fisica e mentale, la necessità di investire in servizi sanitari continui, compresa la salute mentale, e garantire la loro accessibilità a tutti è evidente e critica come mai”. È anche il sentimento del nostro Presidente, Sergio Mattarella: “L’impatto della pandemia aggrava ancor di più la critica condizione di quanti, a causa di conflitti o per la violazione di diritti fondamentali, sono costretti a fuggire dal proprio Paese“.

A livello globale il fenomeno dei rifugiati risulta in aumento, secondo i numeri del rapporto annuale Global Trends pubblicato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr). Alla fine del 2019 risultavano 79,5 milioni le persone in fuga nel mondo: il dato più alto registrato finora dall’Agenzia. Complessivamente, l’1% dell’intera umanità – 1 persona ogni 97 – è sfollata o rifugiata. Una cifra senza precedenti che è destinata ad essere superata negli anni a venire, se i governi e la politica internazionale non metteranno in campo azioni concrete e urgenti per debellare le cause di queste migrazioni forzate: conflitti, insicurezza e cambiamenti climatici. Secondo alcuni studi quest’ultimi potrebbero essere la causa nel 2050 di migrazioni di 250 milioni di persone. Addirittura altri ipotizzano cifre che sfiorano addirittura un miliardo.82dbf6cae1772ebce3f61a4b34447ba4_XL

Il citato rapporto Global Trends indica inoltre che di questi 79,5 milioni in fuga alla fine dello scorso anno, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri paesi. La cifra restante (33,8 milioni) era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo. Molti i bambini. Unhcr stima siano 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati, un numero pari alle intere popolazioni di Australia, Danimarca e Mongolia messe insieme. Come poi non dire di un altro conteggio drammatico. Sono, secondo alcune stime , 40.900 le persone morte, dal 1990 a oggi, nel mare Mediterraneo o nelle altre rotte dell’immigrazione verso l’Europa.

Vorrei ricordare che il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, nell’omelia della veglia di preghiera “Morire di Speranza” del 18 giugno u.s. nella Basilica di Santa Maria in Trastevere -promossa dalla Fondazione Migrantes, la Caritas Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Astalli, la Federazione Chiese Evangeliche in Italia, lo Scalabrini Migration International Network, le Acli, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, l’Associazione Comboniana Migranti e Profughi- ha invitato a riascoltare le parole di papa Francesco sul sagrato deserto di Piazza S. Pietro nel periodo pasquale.

Parole “rimaste impresse in modo indelebile nel nostro cuore e che hanno raggiunto i confini della terra caratterizzando particolarmente questo nostro tempo che oserei dire ‘fuori del tempo’. Riascoltiamo le sue parole, portando nel cuore non solo le attese personali, ma facendo nostre quelle dei profughi, dei rifugiati, dei migranti che, lungo quest’anno e ancor più nel tempo eccezionale della pandemia, muoiono e vivono nella disperata ricerca della salvezza”.

I venti contrari sono certo forti e chi più ne soffre sono i poveri: nel tempo della pandemia, come non pensare a chi è costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia – pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, già Europa, o chi si accalca alle sue frontiere. Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi”, ha detto il segretario generale della Cei: “luoghi di dolore, dove, più di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni già invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all’acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai quasi 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?”. “Di questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha detto papa Francesco, il 14 giugno u.s. parlando della situazione in Libia al termine della preghiera dell’Angelus. “Se siamo qui è perché non solo non ci sentiamo dispensati, ma perché sappiamo che Gesù non è mai indifferente, anzi: salì sulla barca dei suoi amici e la sua presenza calmò le acque”, ha quindi aggiunto mons. Russo: “è quindi la sua presenza a donarci nuovamente l’audacia e la forza: della preghiera e del gesto. E non dimentichiamo, in questo tempo dopo la Pentecoste, che, non il vento del Mar di Galilea, ma il vento dello Spirito spinse i discepoli frastornati incontro ai popoli allora conosciuti, parlando una lingua nuova che tutti potevano intendere. La lingua dell’amore, che particolarmente nel tempo della pandemia ha visto molti soccorrere i più soli e i più esposti. Fra essi abbiamo presenti i volti di tanti e tante badanti, delle colf, di immigrate e rifugiate che si sono prese cura degli anziani impedendo che fossero abbandonati alla solitudine e preda del contagio negli Istituti. Sono stati tanti quelli che hanno avuto compassione e hanno portato il loro contributo per sfamare chi era senza casa”.

Chiudo con una anticipazione preziosa. Papa Francesco il 13 maggio 2020, Memoria della B.V. Maria di Fatima, per consentire una preventiva e adeguata preparazione, ha fatto pubblicare il MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 106ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2020 [che la Chiesa celebra il 27 settembre 2020]: “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Si può trovare qui (vedi)




Al tempo del Coronavirus, tutti virologi? Tutti canonisti?

download (2)di Francesco Romano • Il titolo, volutamente provocatorio, vuole registrare quanto il mondo degli opinionisti possa incidere negativamente sulla comunicazione da condizionare gli orientamenti, le scelte di vita, il comune sentire in ambito etico, culturale ecc. Un esercito di “pensatori” che fondando il loro sapere su approssimative e spesso presunte conoscenze di tutto lo scibile, tra un sillogismo e un anacoluto, si presentano a tutte le ore del giorno nelle case dei telespettatori come la fonte genuina della verità, da ricevere tanta più forza di adesione quanto più il personaggio che le propala è notorio e assiduo frequentatore dei vari talk show.

Quante trasmissioni martellanti e ripetitive hanno occupato tutti gli ancor minimi spazi della comunicazione per dare notorietà a nuove star della scienza che hanno gareggiato a insegnarci come lavarsi le mani, a indicare la necessità a giorni alterni delle mascherine, a comunicarci la scoperta dell’ultima ora che i guanti non sono solo inutili, ma anche dannosi, a convincerci che dovremo abituarci a familiarizzare con un virus che sembra avere meno carica virale delle loro interviste!
In questo frangente pandemico la comunicazione ecclesiale, il più delle volte tecnicamente improvvisata con il ricorso ai social, è stata efficacemente utilizzata in modo capillare e lodevole su tutto il territorio nazionale soprattutto da parroci mossi da forte zelo pastorale per stare vicino ai propri fedeli e offrire la possibilità di seguire da casa le celebrazioni.
Purtroppo si sono dovuti registrare anche nel mondo ecclesiastico voci che non hanno risparmiato di lanciare come arditi strali i loro giudizi contro gli stessi Vescovi su come interpretare e applicare le norme concordatarie, gestire i luoghi di culto, la liturgia e perfino valutare la pericolosità del contagio, in alcuni casi facendo sfoggio anche di canoni del Codice o citazioni del Concilio senza neppure capirne il significato. Ho ricordo di un professore e giurista molto noto che spesso diceva di aver visto improvvisati canonisti maneggiare il Codice come un ricettario dell’Artusi, con tutto il rispetto per questo importante autore.
Non possiamo così presto dimenticarci che già dalla così detta “fase uno” della pandemia la Conferenza Episcopale Italiana ha dettato le linee guida per sostenere i Vescovi nelle decisioni da prendere per le rispettive Diocesi. D’altra parte gli stessi Vescovi diocesani, settimana dopo settimana, hanno esercitato la loro cura pastorale nel dare sostegno spirituale al clero e ai fedeli delle loro Chiese e precise disposizioni di comportamento a salvaguardia della salute di tutti.
Dopo questa premessa, per fare un esempio, mi soffermo su un fatto che si è verificato per iniziativa di un certo parroco, questa volta in modo meno lodevole, che è arrivato a emanare un proprio decreto di dispensa dall’osservanza del precetto festivo per tutti i suoi parrocchiani venendo a sovrapporsi, o per certi versi a contrapporsi, alle precise direttive già date dal Vescovo.
Il punto della questione nello specifico è ora di precisare quali siano le prerogative del parroco in ordine alla facoltà di dispensare dall’obbligo di osservare il giorno festivo, in riferimento alla fattispecie del can. 1245.
La dispensa è un atto positivo con cui viene concesso l’esonero dall’osservanza delle leggi puramente ecclesiastiche per un caso particolare da coloro che godono potestà esecutiva nei limiti della loro competenza, oppure da coloro cui compete dispensare in forza del diritto o di una legittima delega (can. 85), per una giusta e ragionevole causa (can. 90 §1). Quindi la competenza è iure proprio del Vescovo diocesano e di coloro a lui equiparati che reggono una Chiesa particolare, escluso le leggi processuali o penali e le leggi che la Santa Sede ha riservato a sé (can. 87 §1). In forza del diritto anche l’Ordinario del luogo (vicario generale ed episcopale) può dispensare dalle leggi diocesane (can. 88).
Il parroco non possiede alcuna potestà esecutiva per cui in linea generale non ha la facoltà di dispensare a meno che una legge per casi particolari non gliela conceda espressamente (can. 89). Questo si verifica per la fattispecie contemplata dal can. 1245 relativamente alla facoltà del parroco per “singoli casi di dispensare dall’obbligo di osservare il giorno festivo”. Si tratta di una facoltà data in forza del diritto, ma con margini di estrema limitazione, in modo subordinato al Vescovo diocesano, da usare conformemente alle disposizioni da lui emanate per assicurare unità di criteri per tutta la diocesi. Infatti il can. 1245 esordisce in modo categorico con la frase “fermo restando il diritto dei Vescovi diocesani di cui al can. 87”, per escludere che possa essere erroneamente inteso come se ci fosse un diritto cumulativo tra Vescovo e parroco.150904542-3ec95972-df77-48b1-98c2-721f8cc2d4c8
Se la dispensa avviene per intervento dell’autorità competente che esonera dall’osservanza della legge, vi sono anche leggi che già prevedono circostanze in cui si è esentati, senza che ci sia bisogno dell’intervento dell’autorità. In questo caso non si ha dispensa bensì “semplice esonero”, si pensi per esempio all’esonero dalla legge del digiuno di un’ora prima di ricevere l’Eucaristia per le persone anziane, quindi anche prima del sessantesimo anno di età, per coloro che sono affette da qualche infermità e per coloro che le assistono (can. 913 §3).
Oltre al “semplice esonero” dobbiamo necessariamente ricordare, nel contesto dell’argomento che stiamo trattando, anche la “epikèia” che si distingue nettamente dalla dispensa essendo una regola soggettiva della coscienza il cui giudizio fa cessare l’obbligo della legge ab intrinseco, senza l’intervento dall’esterno dell’autorità competente, a causa di circostanze che ne renderebbero eccessivamente gravosa l’osservanza. La “epikèia” è un concetto che appartiene alla morale più che al diritto, agisce nel fòro interno, anche se ha qualche affinità con la “aequitas” giuridica.
A fronte dell’obbligo di partecipare alla Messa nei giorni festivi di precetto (can. 1247) il Legislatore universale fissa una norma che si configura più come una esortazione pastorale anziché una prescrizione giuridica, lasciando ai fedeli di valutare quando “partecipare alla celebrazione eucaristica diventi impossibile” per esempio per “una causa grave” attendendo a uno spazio di preghiera (can. 1248 §2).
Fatte queste premesse in punto di diritto, il caso concreto che ci ricordano queste osservazioni è dato da un parroco, di cui non farò riferimento alla diocesi di appartenenza, che ha ritenuto di sostituirsi al diritto dei Vescovi di dispensare (cann. 87; 1245) emanando per tutto il proprio territorio parrocchiale un decreto di dispensa a tempo indeterminato dalla partecipazione alla celebrazione eucaristica nel giorno festivo a norma del can. 1245. Questo accadeva all’inizio della “fase due” con la ripresa graduale delle celebrazioni delle Messe con il popolo a determinate condizioni molto rigorose per salvaguardare la salute pubblica. Quanto alla dispensa dal precetto festivo, fin dall’inizio della pandemia la Chiesa ha sempre provveduto a fornire informazioni ai fedeli, e ancora oggi lo fa se le circostanze personali che si riferiscono all’età, alla salute, oppure al luogo sacro, non offrissero sufficienti garanzie a tutela della loro salute.
Nel protocollo d’intesa del 7 maggio 2020 firmato dal Presidente del Consiglio Conte, il Ministro dell’Interno Lamorgese e il Card. Bassetti Presidente della CEI, al punto 5.2 viene ricordata “la dispensa dal precetto festivo per motivi di età e di salute”. Detto per inciso, in questo caso si sarebbe dovuto parlare di “esonero” anziché di “dispensa” in quanto già la legge prevede l’eventualità che si verifichi l’impossibilità di partecipare alla Messa.
A questa disposizione generale del Protocollo d’intesa faceva seguito l’intervento pastorale e giuridico del Vescovo diocesano, da cui dipende il suddetto parroco, in forza della sua potestà esecutiva (can. 87) teso ad evitare che “il ritrovarsi insieme possa in qualche modo essere causa di nuove infezioni per disattenzioni, superficialità, voglia, affrettata di partecipazione senza essere nelle condizioni di età e salute per farlo”. Questo permetteva di fugare il dubbio o la distrazione circa la ripresa dell’obbligo di soddisfare il precetto festivo.
Inoltre, per significare che la graduale ripresa della “fase due” non corrispondeva alla ripresa di un obbligo, il Vescovo invitava “i sacerdoti che non potessero celebrare alle indicazioni stabilite dalle Indicazioni a confrontarsi con il Vescovo, il Vicario generale, il Vicario episcopale per la pastorale, il Vicario foraneo, “e dopo esserci confrontati, si potrebbe anche giungere alla conclusione che in quel luogo le celebrazioni pubbliche non si riprendono”.
La sovrapposizione del parroco in questione alla competenza del Vescovo diocesano, o peggio la negligenza nel non aggiornarsi alle disposizioni date dal suo Vescovo, non gli permettono di fondare sul can. 1245 il “decreto parrocchiale” di dispensa per tutta la parrocchia dal precetto festivo per una materia già dettagliatamente presa in esame dal Vescovo. L’atto amministrativo del parroco è, inoltre, privo del requisito essenziale per la validità, ovvero la sopraggiunta “giusta causa” della dispensa, che non sia quella già presa in esame dal Vescovo, come abbiamo testé detto, che in base a essa ha emanato le sue disposizioni: “il ritrovarsi insieme possa in qualche modo essere causa di nuove infezioni per disattenzioni, superficialità, voglia, affrettata di partecipazione senza essere nelle condizioni di età e salute per farlo”.
Forse quel parroco aveva confuso la sua parrocchia con quelle del Brasile o di qualche altra parte del mondo. In questo caso una disposizione generale del Vescovo diocesano, data per un territorio sconfinato, potrebbe richiedere una applicazione particolare per una determinata parrocchia, come “singolo caso”. Questa è la mens del can. 1245 che non permette di essere invocato in modo generico e con approssimazione.
Riguardo all’obbligo del precetto festivo la questione è molto più semplice senza doversi improvvisare giuristi per l’occasione. Nessuno dovrà mai telefonare al parroco per chiedere la dispensa se una domenica si svegliasse con la febbre a 38 gradi, oppure tutte le volte che a un poliziotto, a una infermiera o a un ferroviere tocca fare il turno di servizio di domenica, non solo per una saggezza elementare, ma anche perché è proprio il can. 1248 §2 a prevedere la “impossibilità” di partecipare alla Messa per una grave causa fondando la norma sul principio di diritto naturale “ad impossibilia nemo tenetur”. Non c’è bisogno di chiedere la dispensa al parroco per essere sollevati dall’osservanza del precetto, bensì, come abbiamo sopra spiegato, è già la legge stessa che contiene in sé l’esonero e, per essere ancora più precisi, sarà la discrezionalità che opera nella coscienza della persona, la “epikèia”, a far discernere il livello di impossibilità ad adempierlo.
Il Vescovo avendo ricordato il rischio ancora molto alto di contagio, ha fornito un criterio di giudizio incoraggiando allo stesso tempo a una maggiore prudenza come un dovere sociale per cui con la riapertura in modo graduale al popolo della celebrazione delle Messe ha voluto anche ricordare che il passaggio alla “fase due” non ha superato e risolto i rischi della “fase uno” perché “il ritrovarsi insieme può essere ancora causa di nuovi contagi”. In questo modo l’impossibilità di partecipare alla Messa per una grave causa oggettiva come l’età e la salute, viene allargata anche al timore del contagio che, nonostante nella parrocchia siano stati rispettati tutti i protocolli, non comporta l’obbligo di partecipare alla Messa.
L’intervento pastorale del Vescovo diretto a tutte le parrocchie e ai singoli fedeli della sua diocesi è l’esempio che non si è trattato di una concessione della dispensa, bensì l’affidamento alla discrezionalità e alla coscienza di ognuno, secondo la condizione in cui viene a trovarsi, di decidere cosa fare. Si tratta appunto della “epikèia”, quale regola soggettiva della coscienza.
In conclusione, mostra tutta l’incongruenza giuridica il ricorso al can. 1245 di quel solerte parroco, giurista per un giorno o mal consigliato, nel decretare la dispensa dal precetto festivo della Messa, indistintamente per tutti i suoi parrocchiani, oscurando l’indicazione pastorale già data dal suo Vescovo di commisurare, ciascuno nella propria coscienza, il livello di impossibilità a prendere parte alla celebrazione della Messa rispetto alla propria situazione, cioè l’età, la salute, il timore del contagio, nonostante il rispetto di tutti i protocolli adottati dalla parrocchia.




La fecondità dell’esilio: riflessioni sul sabato santo in tempo di pandemia

Sabato-Santo-scaleddi Gianni Cioli · La pandemia, da cui ancora non siamo ancora usciti, ha segnato profondamente e dolorosamente la vita della famiglia umana ed ha costituito anche per la Chiesa – mi in particolare al caso della Chiesa cattolica italiana – una prova singolarmente inedita per l’impossibilità di celebrare pubblicamente la liturgia.

L’11 aprile, sabato santo, in pieno lockdown scrissi e trasmisi ai miei parrocchiani una riflessione sull’esperienza che, come Chiesa stavamo vivendo. A distanza di due mesi e mezzo, concluso ormai un tempo di Pasqua segnato dall’assenza di celebrazioni con il popolo, vorrei riproporre le considerazioni fatte alla viglia della Pasqua per riflettere sul senso spirituale dell’esperienza che abbiamo vissuto e, parte stiamo ancora vivendo:

«Oggi, sabato santo, è un giorno senza liturgia e perciò senza omelia. Vi invio perciò una non-omelia che intende dar voce al silenzio liturgico che segna questo giorno e – egoisticamente – mi aiuta anche a sentirmi in comunione con voi e, quindi, meno solo e lontano nonostante la distanza fisica. Oggi è un giorno simbolicamente espressivo per la fede cristiana, nel quale – con l’assenza delle celebrazioni – si celebra l’assenza feconda del Signore. Egli è fecondamente assente perché ha condiviso – realmente e non per modo di dire – la nostra morte. La Vita è entrata nell’abisso della morte fino in fondo. Questo giorno così particolare appare poi singolarmente espressivo in questo tempo surreale. La pandemia ci ha privati infatti dell’assemblea eucaristica, non per due giorni… in attesa della veglia pasquale, come la liturgia prevede ogni anno, ma per un tempo la cui lunghezza è difficile da prevedere, ma che, presumibilmente, non sarà breve [Il divieto di celebrazioni pubbliche è durato dall’8 marzo fino al 18 maggio, data in cui le assemblee liturgiche hanno potuto riprendere con particolari restrizioni e rigidi protocolli di sicurezza vigenti a tutt’oggi: NDR]

Riflettendo su questa condizione mi è tornato alla mente il tempo dell’esilio babilonese, ovvero il tempo in cui i Giudei furono privati della possibilità di celebrare i sacrifici prescritti dal Signore. Fu un tempo lungo e doloroso che, a partire dal 597 a.C., vide la distruzione del Tempio e la deportazione a più riprese degli abitanti di Gerusalemme e del Regno di Giuda con la loro permanenza coatta a Babilonia. Ma, a giudizio degli studiosi, fu anche un periodo estremamente fecondo per la fede ebraica e, in particolare, per la redazione dei testi biblici. A Babilonia il popolo dovette trovare il modo di vivere l’alleanza senza Tempio e senza terra, recuperando le tradizioni dei padri e ricomprendendo, in modo più profondo, la propria identità e la fede nel Dio unico.

Al capitolo 29 del Libro del profeta Geremia è riportata una bella lettera che il profeta scrisse agli esiliati. In questa lettera egli li esortava ad accettare e valorizzare la condizione dell’esilio; facendosela – in buona sostanza – piacere! Geremia inoltre – ponendosi, come al suo solito, in una posizione estremamente impopolare – diffidava i deportati dal dare credito a quei profeti venditori d’illusioni, che promettevano soluzioni della cattività a breve termine.

Ma il popolo – affermava poi Geremia – non avrebbe dovuto perdere la speranza. Dopo il compimento dei tempi non brevi stabiliti, infatti, le promesse del Signore, promesse di pace e di bene, si sarebbero realizzate: “Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – dice il Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò; mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi – dice il Signore – cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso – dice il Signore – vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto condurre in esilio” (Ger 29, 11-14).

Cosa c’entra la nostra condizione con quella dei Giudei in esilio? Beh, anche per noi si è profilata una situazione chemichelangelo_profeti_jeremiah_02 ci ha letteralmente spogliati di tante sicurezze; posti di fronte a un orizzonte di precarietà; collocati in un tempo sospeso e in uno spazio paradossalmente straniero, proprio nella costrizione delle mura domestiche. Siamo stati esiliati gli uni dagli altri all’interno delle nostre case e privati della celebrazione del Sacrificio cristiano che è l’Eucaristia. Le Messe vengono celebrate, sì, ma senza il popolo. Si possono vedere in televisione e tramite i social, ma senza accedere alla comunione. Questo nostro “esilio” può essere anche per noi un tempo fecondo, come lo fu l’esilio babilonese per il popolo della Antica Alleanza? Parlando con diversi preti e vescovi ho registrato testimonianze che depongono in favore di questa fecondità. Secondo quanto attestano i pastori con cui mi sono confrontato, in questo tempo di prova, soprattutto attraverso i contatti e i momenti di preghiera condivisi attraverso i social, nel popolo di Dio emergerebbe, in effetti, un senso di appartenenza alla propria comunità diocesana e parrocchiale che può sorprendere, come pure il bisogno di approfondire la conoscenza della Parola di Dio e delle verità di fede attraverso la condivisione, possibile anche a distanza.

Se anche i tempi stabiliti per la fine del nostro “esilio eucaristico” non dovessero essere brevi, non perdiamo la speranza [La condizione dell’“esilio eucaristico” sebbene formalmente conclusasi l’11 maggio permane in una certa misura nelle restrizioni ancora vigenti e alle quali è giusto attenersi perché sarebbe improvvido, e quindi irresponsabile, non voler considerare il rischio di favorire nuovi contagi NDR]. Ripensiamo alla lettera di Geremia agli esiliati… Forse anche il nostro potrà essere un esilio fecondo: un’occasione per rialzarci dalle nostre tiepidezze, per riscoprire la fede dei padri e ritrovare il gusto di trasmetterla a figli. Se la pasqua di Cristo è il compimento della storia della salvezza penso si possa dire che la cattività babilonese, come del resto la cattività egiziana, furono feconde in vista dell’assenza feconda del Signore nel sabato santo, ovvero del tempo in cui Egli è rimasto nell’abisso della morte per liberarci dalla morte e da ogni male. Così anche il nostro esilio potrà risultare fecondo in virtù di questa feconda assenza del Signore che oggi possiamo contemplare, e del suo silenzio che oggi dobbiamo ascoltare.

Il Sabato Santo è anche il giorno in cui, come vuole la tradizione bizantina, si celebra l’Ora della Madre. Ci si concentra cioè sulla figura di Maria in cui in questo giorno si sommano il dolore per la morte del figlio e la speranza per la sua Resurrezione. Ci aiuti dunque la Vergine Maria a contemplare l’assenza e ad ascoltare il silenzio».