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Giovane ricco

di Carlo Nardi · Nel Vangelo secondo san Marco si trova il Ricco (Marco 10,17-31 in genere), nel Vangelo secondo san Matteo si trova il Giovane ricco (Matteo 19,20. cf. 16-30), nonché nel Vangelo secondo san Luca si trova un pio Notabile (Luca 18,18. cf. 18-30). Questi i Vangeli sinottici. Ma c’è anche un Vangelo secondo gli ebrei per lo più usato in parte in latino. Ed ora a proposito del cosiddetto giovane ricco e non solo. A questo proposito apro qualcosa di mio: un mio scritto Clemente di Alessandria. Quale ricco si salva? Il cristiano e l’economia (Cultura cristiana antica. Testi), Borla, Roma 1991, con ampia introduzione, il resto con il codice greco della biblioteca dell’Escorial ed un Vaticano greco, ma copiato dal suddetto. Tuttavia anche con citazioni, in primo luogo il titolo dello scritto usato da Eusebio di Cesarea, e vari fogli come di Massimo il Confessore mediante uno pseudo Dionigi l’Areopagita ed un frammento armeno. Quindi il testo. Introduzione: Sconcerto di fronte alle esigenze del Vangelo (pp. 59-66); Parte prima: Libertà interiore e retto uso della ricchezza (pp. 67-92); Parte seconda: L’amore cristiano (pp. 93-105).

Marco 10: il ricco, il giovane ricco’, secondo Matteo, e quindi nell’età malleabile, l’età delle scelte, delle scelte di vita: una scelta, quella del personaggio del Vangelo, che lo lascia nella sua malinconica solitudine, anzi una non scelta, un’occasione mancata, un treno perso, <<perché aveva molti beni>>. La prima letteratura cristiana si è lasciata interrogare e inquietare da questo testo, episodio, personaggio e soprattutto parole di Gesù. E’ interessante una lettura probabilmente tra i cristiani provenienti dal popolo ebraico, vicini a s. Giacomo autore della lettera cattolica, lettura presente in un frammento di un vangelo apocrifo. Al sentirsi dire da parte del ricco d’aver osservato e osservare i comandamenti di Dio, Gesù gli mostra tanti disgraziati e poveracci per i quali non fa né dà nulla. Insomma, Gesù ne smaschera se non la mala fede, una falsa coscienza. L’interpretazione non pare andare d’accordo con lo sguardo di profonda simpatia, anzi di compiacimento che Gesù gli riserva.

Eppure quell’interpretazione sarà in san Basilio (+ 379) e con qualche accenno in Clemente di Alessandria (+ 215), il quale dedica al testo di Marco un operetta, forse due o più discorsi cuciti insieme, dal titolo significativo: Quale ricco si salva? Che dice in sintesi in quel suo libretto? Intanto, non vuole né far disperare né lisciare nessuno. Ma dice che primo le cose create, i frutti della terra in sé sono un bene di Dio e non una maledizione. Secondo: l’attenzione alla bramosia di avere, di avere sempre di più, di possedere, di trattenere, rende la persona simile a quello che ha, insensibile come l’oro e l’argento, pronta a tutto, senza scrupoli.Terzo: quello che si ha, lo si ha per dare. I modi possono essere diversi, ma è per comunicarlo, per parteciparlo. E mi pare corretta l’interpretazione delle problematiche, anche ambigue parole di Gesù sull’ingiusta ricchezza, con cui farsi gli amici: Cristo, per Clemente, “dichiara che ogni possesso che si tiene per se stessi come proprio e non si mette in comune con chi ha bisogno, è ingiusto, ma che, a partire da questa situazione di ingiustizia, è anche possibile compiere un’opera giusta: dare un sollievo a qualcuno” (Quale ricco si salva? 31,6). E non è poco, secondo il Signore (Mt 25), come già per i profeti, specialmente Amos e Isaia.

Per saperne di più dei miei scritti in merito:

L’Evangelo nella Vita Antonii di s. Atanasio, in Rivista di ascetica e mistica, ossia RAM 50 (1981), pp. 34-46.

Nota a Clemente Alessandrino, Quis dives selvetur 19,3, in Pronetheus 9 (1983), pp. 105-110.

Il seme eletto e la maternità di Dio nel Quis dives selvetur di Clemente Alessandrino, in Pronetheus 11 (1985), pp. 271-286.

Il giovinetto (Introduzione e traduzione italiana in endecasillabi sciolti della poesia Der gerettete Jungling di J.G. Herder), in RAM 56 (1987), pp. 158-160.

Socratismo evangelico nell’Ottavo Stronateis (cap. I) di Clemente Alessandrino, in Annali dei Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze 4 (1988), pp. 23-36.

Il racconto del giovane capo dei briganti del Quis dives selvetur di Clemente Alessandrino negli Atti di Giovanni dello pseudo-Procoro, in Pronetheus 15 (1989), pp. 80-90.

Clemens Alexandrius (QDS 25,4) Platonis Apologiae (30E) inteprens, in Pronetheus 15 (1989), pp. 207-208.

Clemente di Alessandria, Quale ricco si salva? Il cristiano e l’economia, Borla, Roma 1991.

Respirare Dio’, ‘respirare Cristo’: patristica ed esicasmo fra Oriente e Occidente, in RAM 61 (1991), pp. 304-316.

Gioventù e riconciliazione cristiana. La proposta di Clemente Alessandrino, in RAM 62 (1993), pp. 343-367, con appendice di mia traduzione del Quis dives selvetur 42,1-15: pp. 368-371.

Quale ricco si salva. La proposta di Clemente Alessandrino, in Parola, Spirito e Vita 42 (2000), pp. 177-190.

Ricchezze, in Parrocchia di Santa Maria a Quinto in Sesto Fiorentino. Lettera settimanale ai parrocchiani 2 (15 ottobre 2006) n° 28, p. 3.

Giovanni Crisostomo e i poveri. La sua inquietante utopia. Voci antiche, in Parrocchia di Santa Maria a Quinto in Sesto Fiorentino. Lettera settimanale ai parrocchiani 3 (28 ottobre 2007) n° 30, p. 3.

Clément d’Alexandrie, Quel riche sera sauvé? Texte grec: O. Stahlin et L. Fruchtel (GCS 17 2), Introduction, notes et index par Carlo Nardi, Professeur à la Faculté de théologie d’Italie centrale, Florence / Patrick Descourtieux, Professeur à l’Institutum Patristicum Augunstinianum, Rome / Traduction Patrick Descourtieux / Sources Chrétiennes N° 567 / Les éditions du Cert 29, Bd La Tour-Maudoueg, Paris 2011:

Ricchezze e povertà, dignità e miserie. Tra le molteplici voci patristiche l’accorato disagio di Doroteo di Gaza, in Religioni e Società (Chiesa e povertà. Disagi e prospettive) 29 (maggio-agosto 2014), n. 79, pp. 38-45.

Giovanni Crisostomo e i poveri. La sua inquietante utopia. Voci antiche, in Parrocchia di Santa Maria a Quinto in Sesto Fiorentino. Lettera settimanale ai parrocchiani 3 (28 ottobre 2007), n° 30, p. 3.




Papa Francesco e la schiavitù del nostro tempo

di Antonio Lovascio · Dopo venti anni di progressi (registrati soprattutto nell’area del Pacifico, in America Latina e nei Caraibi), torna a farsi drammatico lo sfruttamento del lavoro minorile, una delle conseguenze devastanti del Covid 19. Secondo le stime delle Nazioni Unite sono oltre 160 milioni (più o meno come tutti gli abitanti di Spagna, Francia e Italia messe insieme ) i bambini sottoposti alla più vergognosa schiavitù del nostro tempo. Privati del diritto “di studiare, giocare e sognare”, come ha detto Papa Francesco il 16 giugno parlando nella Giornata mondiale da lui voluta nella speranza di non far rimanere ancora una volta inattuati i suoi appelli per eliminare questa piaga, colmare le lacune economiche e sociali che stanno alla base della dinamica distorta nella quale gli adolescenti sono purtroppo coinvolti.

Non possiamo fingere di essere distratti: siamo tutti chiamati a uscire da qualsiasi forma di ipocrisia, affrontando la realtà che siamo parte del problema”, ha esortato con vigore Bergoglio facendo presente che è in ballo il futuro della famiglia umana e in particolare delle nuove generazioni . Secondo i dati forniti dall’ISPI (l’Istituto per gli studi di politica internazionale) la maggior parte dei minori tra i 5 e 17 anni coinvolti nel lavoro minorile – circa 87 milioni – si trova in Africa subsahariana, che è anche il luogo in cui sono sfruttati di più i bambini sotto gli undici anni, a volte impiegati addirittura come soldati nei teatri di guerra. In Asia riguarda oltre 50 milioni di ragazzi, in particolare nel sudest asiatico. Colpisce che anche nelle zone più ricche del pianeta – Europa e Nord America – i minori che lavorano sono quasi 4 milioni.

Per l’Italia manca una rilevazione aggiornata, ma l’Associazione “Save The Children” lega strettamente questo fenomeno a quello della dispersione scolastica, che si è accentuato durante la pandemia. Da un recente sondaggio è emerso che quasi un ragazzo su dieci ha risposto che stava abbandonando la scuola per andare a lavorare a causa delle difficoltà economiche familiari o che non avrebbe seguito gli studi verso l’università dovendo trovarsi un’occupazione per gli effetti della crisi. Fanno poi riflettere alcuni dati ISTAT, confermati anche dall’Osservatorio Caritas, che fotografano come nel 2020 sia cresciuta la povertà assoluta (aumenta più al Nord che al Sud). Sono da considerare “assolutamente povere” più di due milioni di famiglie e quasi sei milioni di persone. Tra queste almeno un milione e trecentomila bambini, spesso preda nel Mezzogiorno della malavita organizzata.

I vari report evidenziano come al momento non siamo sulla strada giusta per l’obiettivo di eliminare il lavoro minorile entro il 2025. Anzi: per raggiungere questo traguardo il progresso a livello mondiale dovrebbe essere quasi 18 volte più veloce di quanto è avvenuto negli ultimi 20 anni. L’Italia è in grado di interrompere questo ciclo vizioso di povertà che avrà un impatto su diverse generazioni ? Per invertire questo trend – fortunatamente ne sono consapevoli il Capo dello Stato Sergio Mattarella ed il premier Mario Draghi – occorre una protezione sociale adeguata per tutti, che comprenda assegni familiari universali e la garanzia di un’istruzione di qualità che riporti tutti i bambini e le bambine a scuola, compresi quelli che non frequentavano le aule anche prima del Covid-19. Ma serve anche la promozione di lavori dignitosi per gli adulti, così che le famiglie non debbano ricorrere all’aiuto dei figli minori per generare reddito familiare. Ed è necessario rimuovere pericolose e discriminatorie norme (e abitudini) di genere che hanno un impatto determinante anche sul lavoro minorile. Servono, insomma, impegni e azioni concrete.




Il denaro di Cesare e il regno di Dio

di Stefano Tarocchi · Il testo di Marco del celebre insegnamento sul tributo a Cesare (Mc 12,14 e paralleli)1, ambientato nel tempio di Gerusalemme, è centrale all’interno della triplice tradizione sinottica.

Infatti, il vangelo di Luca si è riallacciato a quello di Marco, dopo il racconto dell’avvicinamento a Gerusalemme (Lc 19,28-40). Segue infatti il suo modello nelle pericopi precedenti e successive al passo qui considerato. Nulla lascia trasparire, sia nel contenuto che nelle formulazioni, la presenza di un’altra fonte. Le “concordanze minori” fra Luca e Matteo sono minime.

Qualcuno ha inviato a Gesù farisei ed erodiani per metterlo alla prova. Di farisei ed erodiani si è già parlato in Mc 3,6, ancora in Galilea, dopo la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata: «i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire».

È interessante notare come, nei diversi racconti sia differente l’introduzione all’episodio. Così scrive Marco: «mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso». Dal canto suo Matteo scrive: «i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani» (Mt 22,15-16). Infine, leggiamo in Luca: gli scribi e i sommi sacerdoti «si misero a spiarlo e mandarono informatori, che si fingessero persone giuste, per coglierlo in fallo nel parlare e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore» (Lc 20,20).

Il solo Marco però fa emergere un’inedita alleanza a Gerusalemme tra farisei ed erodiani (che spariscono però dai racconti paralleli), per mettere alla prova Gesù al fine di coglierlo in fallo e accusarlo. Così nemici e amici dei romani si trovano uniti nell’attacco contro Gesù.

Sicuramente gli erodiani non sono amici di Roma ma si alleano all’altro potentato religioso e politico, quello dei farisei («l’autorità e il potere del governatore»). Si genera così un nuovo atto d’accusa, una posizione definita ipocrita.

Gesù è considerato un maestro fidato: dunque quelle direttive che nascono da lui devono essere seguite da coloro che lo ascoltano. Ed è qui il nocciolo della questione.

La questione è più che spinosa: il tributo imperiale è permesso oppure no? Quando il figlio di Erode, Archelao, tetrarca della Giudea viene deposto dai Romani (6 d.C.) e il popolo giudaico perde la sua libertà, un movimento guidato probabilmente da Giuda il Galileo – ce lo dice Flavio Giuseppe – suggerisce che il pagare il tributo ai romani sia un delitto.

Qui la triplice tradizione usa termine diversi per definire questo tributo: Marco, come Matteo, utilizza in greco il termine latino che deriva da census, ossia una tassa sulla testa di ogni persona, che invece Luca nel parallelo chiamerà tributo. Si trattava di una tassa personale molto elevata, uguale per tutti che andava a finire direttamente al fisco imperiale.

I farisei avevano deciso di pagare il tributo, benché chiaramente sgradito.

Qualunque fosse stata la risposta di Gesù sicuramente la risposta affermativa avrebbe in qualche modo toccato la problematica teologica. Tuttavia, soprattutto una risposta negativa avrebbe fatto di lui un rivoltoso.

Ma è questo il fatto: Gesù non si abbassa mai a livello di coloro che lo interrogano nella loro ipocrisia raffinata, come fingere una giustizia solo per metterlo alla prova (Mc 12,15; Mt 22,18; Lc 20,20). Egli escogita una soluzione in qualche modo geniale. Chiede anzitutto la moneta del tributo: un denario, da cui il nostro termine denaro. Com’è noto esso era la paga di una giornata di lavoro.

Gesù evidentemente non ha con sé nessuna moneta, ma ce l’hanno i suoi avversari, che non faticano a produrla all’istante. E poi aggiunge chiedendo qual è l’immagine che si trova sulla moneta: si tratta dell’immagine del l’imperatore regnante: l’imperatore Tiberio Cesare, di cui si dice che fece coniare solamente tre versioni di denario, due delle quali erano molto rare. La terza versione è la moneta d’argento che mostra su un lato il busto dell’imperatore con la scritta del nome e sul lato opposto il titolo pontifex maximus.

Ora è più che evidente che la moneta è simbolo di potere. Quello che non capiscono gli avversari di Gesù, soprattutto nel tempio laddove si svolge il ministero di Gesù a Gerusalemme nei giorni avanti la passione, è una sfida ad un potere che appartiene a un mondo che non è quello di Gesù. Così la vicinanza di Gesù e del potere imperiale non deve trarre in inganno: essa non può suggerire nessuna sorta di compromesso.

Pertanto, Gesù non sceglie né a favore né contro il tributo. Tuttavia, se in qualche modo di fatto riconosce l’autorità imperiale, con le sue stesse parole le oppone con chiarezza l’autorità divina.

Questo fa ricordare le parole del libro di Giobbe, nel descrivere un dominio incontrastato sulle forze della natura, fino a contenere il mare: «chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?» (Gb 38,8-11). Verrebbe da pensare ai disastri scellerati che portano al clima impazzito…

L’accento è dunque decisamente su Dio: il potere umano è solo transitorio nell’opporsi alla stabilità e alla durata del regno di Dio.

Non si tratta però di una regola pratica che fornisce di colpo una risposta per ogni questione, che può sorgere nel rapporto dell’uomo col potere statale e divino, perennemente attuale. Laddove questo potere vorrebbe entrare in concorrenza con quello divino, la parola di Gesù si volge solamente a favore di Dio.

Dunque, la risposta di Gesù si differenzia dagli zeloti che mirano alla pura e semplice rivolta, come pure da quell’atteggiamento, definito apocalittico, del disinteresse politico oppure della semplice sopportazione di qualcosa che non può esser cambiato.

Gesù, in questo modo, addossa all’uomo la responsabilità di decidere dove è giusto riconoscere la richiesta ragionevole dello stato, oppure far valere l’autorità divina che è stata violata da un’autorità pervasiva.

Ecco perché i diversi racconti dei Vangeli registrano la reazione di meraviglia (Mt 22,22 e Lc 20,20), o di ammirazione (Mc 12,17) degli avversari: questi persistono nella ostilità contro Gesù, ma devono darsi per vinti dopo aver tentato. È forse questo il significato del verbo “tacere” usato nella conclusione di Luca.

1 «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio» (Mc 12,13-17; Mt 22,15-22; Lc 20,20-26)




Il salario familiare: un concetto antico ma costantemente attuale

di Leonardo Salutati · Nel videomessaggio del 16 giugno scorso in occasione della 109° conferenza internazionale del lavoro, Papa Francesco, riprendendo la denuncia dell’enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, pubblicata nel 1931 all’indomani della grande crisi, contesta per l’ennesima volta le disuguaglianze generate dal sistema economico (QA 55) e suggerisce, come via per superare la sproporzione nella ripartizione del reddito tra lavoratori e imprenditori, lo strumento del “salario familiare” (cf. QA 76-82), proposta caratteristica della Dottrina sociale della Chiesa (DSC) che riconosce alla famiglia un ruolo fondamentale nella strutturazione della realtà sociale, spesso messo in ombra per le urgenze della morale sessuale.

La realtà economica, infatti, condiziona l’esistenza della vita familiare e il modo in cui la famiglia può assumere il proprio ruolo sociale. Per questo il nucleo centrale della DSC riguardante la famiglia, sottolinea che essa deve poggiare su un forte impegno da parte dei coniugi ed essere sostenuta dai poteri pubblici, perché miseria o condizioni di vita troppo onerose, le impediscono di svolgere il suo ruolo e ne minano l’integrità. Perciò la DSC chiede che si favoriscano adeguate condizioni di vita per tutte le famiglie e per quelle povere in particolare, sulla base di un giusto salario e dell’accesso alla proprietà privata.

La questione del giusto salario è un argomento che attraversa tutta la DSC, richiamando all’urgente necessità che ogni lavoratore debba percepire un livello salariale che gli permetta di vivere e di mantenere la propria famiglia (cf.: RN 17; QA 76-82; DR 52; Pio XII, 1941; MM 71; PT 20; GS 67; LE 19; CA 8; CV 63). Ma il realismo economico della Chiesa insiste anche sull’importanza della proprietà privata per la famiglia, come garanzia contro gli imprevisti specialmente quando non esistano sistemi di sicurezza sociale (cf. RN 35; QA 68; DR 52); come garanzia della dignità e della libertà dell’uomo, della stabilità familiare e della pace sociale; a condizione che essa sia accessibile al maggior numero possibile di soggetti (cf. MM 111-115). In particolare Gaudium et spes, pur ricordando che «Ogni proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale, che si fonda sulla comune destinazione dei beni» (GS 71), insiste sul legame tra proprietà privata e libertà quando ricorda che: «La proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona indispensabile di autonomia personale e familiare e bisogna considerarli come un prolungamento della libertà umana. Infine, stimolando l’esercizio della responsabilità, essi costituiscono una delle condizioni delle libertà civili» (ivi).

La DSC ha sempre insistito che il lavoro si svolgesse a condizioni tali da salvaguardare la vita familiare con le sue dinamiche, con un’evoluzione di prospettiva e di linguaggio che rivelano il mutamento della mentalità e dei costumi. Se in un primo tempo tale preoccupazione riguardava infatti il problema della durezza del lavoro infantile e femminile nei processi di industrializzazione (cf. RN 33; QA 72), in seguito si afferma l’urgenza che le donne non siano obbligate a scegliere tra lavoro e famiglia (cf. LE 19). Un altro tema dominante riguarda la conciliazione tra vita professionale e vita privata. La DSC ha sempre rivendicato un tempo di riposo: anzitutto per ricostituire le forze del lavoratore e per santificare il giorno del Signore (RN 33); ma anche per rafforzare l’«unità domestica, che esige un frequente contatto e una serena convivenza vissuta tra i membri della famiglia» (MM 249); infine, con l’affermarsi della dimensione del tempo libero, per poter «curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa» (GS 67).

I primi documenti della DSC davano per scontata la funzione più ovvia della famiglia (la trasmissione delle competenze fondamentali della vita) e la sua collocazione al centro di un tessuto sociale. Ma con il diffondersi dell’individualismo e con la contestazione del modello di famiglia tradizionale, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso i documenti dedicano maggiore spazio a ciò che la famiglia apporta alla società (cf. GS 32; 52; PP 36; Sinodo La giustizia nel mondo 28; 57; LE 10; CA 39; 49; CV 44).

La DSC valorizza tutte le “competenze nascoste” della famiglia, quali per esempio i benefici di una educazione che permette di formare adulti responsabili, capaci di stringere legami, di dare il meglio di sé nella vita personale e professionale, nonché quelli derivanti dalla creazione di reti tramite le quali la solidarietà prende forma. Il ruolo sociale della famiglia, prezioso e indispensabile, va dunque sostenuto dai pubblici poteri, ma anche protetto da questi ultimi. Per questo la Chiesa ha sempre insistito sulla necessità di una vera politica familiare (cf. CV 44), pur vietando allo Stato di intervenire in campi che dipendono dalla sola responsabilità dei componenti di una famiglia (RN 11; Mit brennender Sorge 39; DH 5; GS 87).

Il realismo di cui la DSC dà prova su questi aspetti ci richiama dunque a cogliere l’importanza e la forza di quella promessa mediante la quale gli sposi si donano reciprocamente un avvenire ed è una lezione di grande attualità, specialmente di fronte all’approccio alla famiglia, oggi prevalente, fondamentalmente emotivo e alla fragilità economica che mette a rischio la capacità delle famiglie di svolgere il proprio indispensabile ruolo sociale. Benedetto XVI lucidamente ricordava che: «quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio» (CV 25).

In una società segnata dall’effimero e da tante situazioni di ingiustizia, l’annuncio di speranza cristiano sul sociale dovrebbe essere oggetto di profonda attenzione da parte di tutti.




Liberarsi dalla giostra dell’economia

di Giovanni Campanella · Nel mese di marzo 2021, la casa editrice Castelvecchi ha ristampato, all’interno della collana “Oblò”, un piccolo libro molto interessante e intitolato John Maynard Keynes – Un manifesto per la «buona vita» e la «buona società», scritto da Jesper Jespersen e curato da Bruno Amoroso. Dunque si tratta di una ristampa: il libro è stato scritto nel 2015.

Jesper Jespersen è professore di Economia alla Roskilde University, in Danimarca, ed è esperto di teorie keynesiane. Ha ottenuto un dottorato in Economia Internazionale all’Istituto Universitario Europeo a Firenze. Inoltre, è stato visiting professor all’Università di Borgogna, in Francia, e ricercatore al Churchill College a Cambridge. Ha anche insegnato a Londra e a Cambridge.

Bruno Amoroso è nato a Roma da genitori abruzzesi originari di Rapino (CH). Si è laureato in economia all’Università La Sapienza di Roma, sotto la guida di Federico Caffè. Dopo un breve periodo di ricerca in Italia sotto la guida di Franco Archibugi, si trasferì in Danimarca. Negli anni dal 1970 al 1972 è stato ricercatore e docente all’Università di Copenaghen. Dal 1972 al 2007 ha insegnato all’Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è stato professore emerito. È stato direttore della Facoltà di economia del Centro studi Eurispes, Roma. È stato docente all’International University Bac Ha di Hanoi, nel Vietnam, ed è stato visiting professor in vari atenei, tra cui l’Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l’Atılım Üniversitesi di Ankara, l’Università di Bari.

Due anni fa avevo già recensito un libro di Jespersen su Keynes (vedi), dove però erano riportati lunghi passaggi di scritti di Keynes, brevemente commentati da Jespersen.

Il libro che mi accingo ora a presentare è veramente di grande pregio perché in poche pagine e con esempi e parole chiare e semplici riesce a fornire un buon quadro panoramico di teorie complesse, quali sono quelle di un gigante dell’economia del ‘900 come Keynes. Jespersen tratta anche del pensiero non strettamente economico di Keynes, includendo quindi alcuni suoi tratti di filosofia morale. Inoltre, delinea lo scenario del “dopo-Keynes”, descrivendo quanto le teorie del grande economista britannico siano state fraintese e illustrando i profili delle scuole formatesi successivamente, in primis i post-keynesiani contrapposti ai neo-keynesiani (questi ultimi cercano di assorbire Keynes nell’impianto neoclassico).

 

Popolarmente, si ritiene che Keynes sia una specie di profeta dello stimolo della crescita ad ogni costo. Jespersen non è di questo avviso:

«Keynes, al contrario, come è spiegato nel capitolo 3, non era materialista. Il contenuto della vita e quindi anche l’obiettivo della politica economica era per lui la realizzazione della vita “buona”, con al centro l’amore, la bellezza e la verità. Il suo desiderio era quello di liberare il popolo dalla giostra dell’economia, il che richiedeva opportunità di lavoro per tutti. Ma fino a quando la disoccupazione imperversava, non c’era proprio nessuna libertà per gli individui di scegliere il contenuto individuale specifico della loro “buona vita”» (p. 111).

Un altro pensiero più avanti è illuminante a riguardo:

«La visione di Keynes è quindi attuale come non mai. L’obiettivo vero della politica economica deve essere che tutti coloro che possono abbiano un lavoro e che tutti inizino a lavorare sempre meno. Il senso della vita non è mai stato il lavoro. E l’aspetto positivo è che in misura crescente non abbiamo bisogno di lavorare così tanto. Quindi non è più la necessità economica a dettare il futuro dei nostri figli e nipoti; ma al contrario la nostra volontà (e capacità) di sostituire la giostra economica con valori più umani» (p. 115).




Misericordia e correzione: un rapporto inscindibile

di Andrea Drigani · Papa Francesco, nella solennità di Pentecoste, ha emanato la Costituzione Apostolica «Pascite gregem Dei», con la quale ha promulgato il nuovo testo del Libro VI del Codice di Diritto Canonico concernente le sanzioni nella Chiesa.

Il Papa ha esordito affermando che, sin dall’antichità cristiana, la Chiesa si è data delle regole di condotta che nel corso dei secoli hanno composto un coeso corpo di norme vincolanti, che rendono unito il Popolo di Dio e della cui osservanza sono responsabili i Vescovi. Queste norme, ivi comprese quelle penali, si sono fondate e si fondono sempre sulla legge suprema della Chiesa che è la salvezza delle anime (Cfr. il mio articolo su questa Rivista, marzo 2019, Le norme penali canoniche e la «salus animarum»).

Il Papa ha altresì osservato che le norme devono tenere conto dei cambiamenti sociali e delle nuove esigenze del Popolo di Dio, da qui il dovere di riformarle e adattarle alle circostanze.

Proprio per queste considerazioni – precisa il Papa – è apparso evidente la necessità di sottoporre a revisione la disciplina penale promulgata da San Giovanni Paolo II, il 25 gennaio 1983, nel Codice di Diritto Canonico e che occorreva modificare in modo da permettere ai Pastori di utilizzarla come più agile strumento correttivo e salvifico.

In passato – scrive ancora il Papa – ha causato molti danni la mancata percezione dell’intimo rapporto esistente nella Chiesa tra l’esercizio della carità e il ricorso, ove le circostanze e la giustizia lo richiedano, alla disciplina sanzionatoria. Tale modo di pensare rischia di portare a vivere con comportamenti contrari alla disciplina dei costumi, al cui rimedio non sono sufficienti le sole esortazioni o i suggerimenti. Questa situazione porta con sé il pericolo che con il trascorrere del tempo, siffatti comportamenti si consolidono al punto tale da renderne più difficile la correzione e creando in molti casi scandalo e confusione tra i fedeli.

La carità – precisa il Romano Pontefice – richiede che i Pastori ricorrano al sistema penale tutte le volte che occorra, tenendo presenti i tre fini che lo rendono necessario nella comunità ecclesiale, e cioè il ripristino delle esigenze della giustizia, l’emendazione del reo e la riparazione degli scandali.

Nel rispetto della continuità con la tradizione canonica, il nuovo testo introduce delle aggiunte al diritto vigente e sanziona alcune nuove figure delittuose.

Si può notare che i delitti concernenti gli abusi sui minori nel Codice precedente andavano sotto il capitolo «Delitti contro obblighi speciali dei chierici», oggi, invece, vengono elencati sotto il capitolo «Delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo». E’ stato introdotto anche il delitto di abuso sui minori commesso non solo da chierici, ma anche da membri di istituti di vita consacrata e da altri fedeli laici.

In ossequio al principio della trasparenza e della corretta gestione dell’amministrazione dei beni ecclesiastici saranno puniti gli abusi di autorità, la corruzione (sia il corrotto che il corruttore), le appropriazioni indebite, la mala gestio del patrimonio ecclesiastico.

E’ stato poi ulteriormente specificato il diritto alla difesa ed una più precisa determinazione delle pene per offrire agli Ordinari e ai Giudici criteri oggettivi nella valutazione della sanzione da applicare al caso concreto.

L’arcivescovo Filippo Iannone, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, in margine alla presentazione della Costituzione Apostolica «Pascite gregem Dei», ha osservato che la salvezza delle anime richiede che chi ha commesso dei delitti, espii anche la colpa; quindi punire chi ha commesso delle azioni criminali diventa un atto di misericordia nei suoi confronti. La misericordia – ha concluso – richiede che chi ha sbagliato venga corretto.




Tina Anselmi ricordata nel 75° della Repubblica Italiana.

di Giovanni Pallanti · Il presidente della Repubblica Mattarella nel 75esimo della fondazione della Repubblica ha citato Tina Anselmi come modello di virtù democratiche. Nata nel 1927  a Castelfranco Veneto, è morta nel 2016 dopo una vita intensa di lotta per la libertà e la giustizia sociale. 

Si chiamava Tina perché un gruppo di soldati italiani di stanza in Africa durante la Prima guerra mondiale, subì un attacco notturno da parte delle truppe nemiche. Si svegliarono in tempo per difendersi grazie a una cagnolina che cominciò ad abbaiare, sentendo avvicinare il pericolo. Questa cagnolina si chiamava Tina. Fra quei soldati c’era il babbo di Tina Anselmi, che volle chiamare la figlia con quello stesso nome.  

Il padre Ferruccio, dopo la guerra aveva trovato un posto di lavoro come aiuto farmacista ed era iscritto al partito socialista. Tina Anselmi, come successe a molti giovani fra le due guerre mondiali, si iscrisse all’Azione cattolica, per non diventare fascista. Infatti solo dopo la Seconda guerra, l’Azione cattolica di Gedda virò su posizioni di estrema destra, contestando la politica di Alcide De Gasperi. 

Tina Anselmi invece rimase fedele all’impostazione maturata quando, durante la guerra, fu portata, con i suoi compagni di classe, dai fascisti nel viale delle Fosse, di Bassano del Grappa, dove ad ogni albero era stato impiccato un giovane partigiano dai nazifascisti. 

L’Anselmi, mai dimenticò ciò che provò di fronte a quella orrenda visione. Sarà sempre antifascista e sinceramente avversaria di ogni totalitarismo. Durante la Resistenza fu staffetta, con il nome di <Gabriella>, della brigata autonoma partigiana <Cesare Battisti>. Dopo la lotta contro il nazifascismo, si laureò in lettere all’Università cattolica di Milano e diventò una sindacalista della Cisl. Iscritta alla Democrazia Cristiana, fu vicina a uno dei maggiori statisti italiani del Dopoguerra: Aldo Moro. Così come al segretario della Dc, eletto nel 1975, Benigno Zaccagnini, anche lui partigiano combattente. 

Nel 1976 Tina Anselmi venne nominata ministro del Lavoro e l’anno seguente, su sua proposta, il Parlamento approvò la legge 903, chiamata <Legge Anselmi>, sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di lavoro. Nel 1978 diventò ministro della Sanità e fece approvare la legge 833, che istituì il servizio sanitario nazionale. Non era mai successo che in Italia, una donna fosse diventata ministro e che fosse riuscita a far approvare due leggi fondamentali per l’applicazione dei valori sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza. 

Tina Anselmi fu nominata, quando era un semplice parlamentare, presidente della Commissione d’indagine sulla loggia massonica P2. Era il 9 dicembre 1981. Anselmi riuscì a scoprire tutti i retroscena del capitalismo malato e della corruzione politica che, in chiave antidemocratica, indebolivano per fini personali, le istituzioni repubblicane. La Commissione P2 scoprì i capi dei servizi segreti, i capi delle Forze dell’ordine, dei carabinieri e dell’esercito, e delle altre forze armate, quasi tutti iscritti alla loggia massonica segreta di Licio Gelli. Furono scoperti anche molti uomini politici e parlamentari, iscritti anche alla Dc. Tra questi, il capo della segreteria politica di Benigno Zaccagnini, onorevole Giuseppe Pisanu.

Tina Anselmi non si fece intimidire da nessuno e svelò nella relazione finale della Commissione d’indagine, tutto quello che aveva scoperto. Mai sposata, si ritirò, ormai molto anziana, in Veneto, nella sua abitazione privata, dove morì serenamente accudita dai familiari e dalle amate nipoti. 




Robert Schuman verso gli onori degli altari. Pietra miliare della nascente comunità europea.

di Francesco Romano • Il Papa Francesco ha riconosciuto l’eroicità delle virtù del Servo di Dio Robert Schuman e lo ha dichiarato venerabile autorizzando il 19 giugno 2021 la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgarne il decreto. Il Vescovo di Metz il 9 giugno 1990 decretava l’avvio della causa di beatificazione. Il processo diocesano si concludeva il 29 maggio 2004 dando inizio alla fase romana che si è protratta fino ai nostri giorni.

Robert Schuman si è distinto come uomo politico e di fede manifesta. La sua notorietà si è imposta per il ruolo fondamentale che ha svolto nel dare impulso alla costruzione dell’Europa unita tanto da essere stato riconosciuto come padre fondatore insieme ad altri due uomini cattolici, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi. Fondamentale il suo ruolo nella creazione del primo nucleo della comunità europea, la Ceca, che evolverà da Mercato Comune, a Comunità Economica Europea e infine a Unione Europea.

Schuman fu capo del governo francese nel 1947 e ministro degli Esteri dal 1948 al 1953. Era lorenese, di cultura tedesca e francese. Il padre, dopo l’annessione tedesca dell’Alsazia Lorena, diveniva cittadino del Reich e per questo preferì trasferirsi a Lussemburgo per non risiedere in terra germanica. Robert nacque cittadino tedesco, studiò diritto nelle università germaniche divenendo avvocato. Quando nel 1918 l’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia, lui intraprese la carriera politica come deputato del dipartimento della Mosella.

A seguito della profonda inimicizia dovuta alle tre guerre del 1870, 1914-1918 e 1939-1945, Schuman sentì la necessità di arrivare a una riconciliazione tra Francia e Germania. L’idea fu quella di coinvolgere la Germania in un comune progetto europeo proponendo ad Adenauer il piano di quella che sarà la Ceca (Comunità Europea del carbone e dell’acciaio) per mettere in comune le maggiori risorse di cui l’Europa occidentale disponeva allora. Il Cancelliere Adenauer gli diede fiducia accogliendo la sua proposta che consisteva in una condivisione di sovranità. Il carbone della Germania permetteva la ripresa industriale europea occidentale, e la Germania si vedeva internazionalmente riabilitata in un quadro occidentale.

Schuman si fece carico del progetto e riuscì a vederlo realizzato nella Dichiarazione del 9 maggio 1950, ricordata impropriamente come “bomba Schuman”. La storia ha dimostrato l’importanza della Ceca nell’avviare le relazioni di pace franco-tedesche e nell’essere solido fondamento della costruzione europea.

Schuman mosso dall’universalità della sua fede e dalla profondità delle sue convinzioni spirituali ha fatto esperienza degli orrori della Grande guerra e non ha mai desistito dal farsi operatore di pace tra la Francia e la Germania alle cui culture apparteneva. La militanza cattolica lo ha impegnato per tutta la vita trascorsa con sobrietà e umiltà, sentita come una missione di pace e la dedizione politica come un servizio.

Fu così che quando ancora l’Europa stava soffrendo per le conseguenze del secondo conflitto mondiale, iniziava ad aprirsi uno spiraglio che tornava a dare fiducia incoraggiandola a fare un cammino condiviso. Il 18 aprile 1951 a Parigi i governi di Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo istituirono la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio con l’intento di realizzare un progetto federalista, sovranazionale. Figura di rilievo fu il ministro degli Esteri francese Robert Schuman che vedeva nella condivisione delle risorse minerarie e industriali della Francia e della Germania la possibilità di evitare il ripetersi, almeno in Europa, delle stesse cause che avevano portato al secondo conflitto mondiale. Il 25 marzo 1957 a Roma si ritrovarono in Campidoglio i rappresentanti degli stessi governi per istituire la Comunità Economica Europea (CEE) e la Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom). I due trattati, chiamati Trattati di Roma, furono poi ratificati dai rispettivi parlamenti

Il Pensiero di Schuman, insieme alla visione europea condivisa da De Gasperi e Adenauer, segna l’orizzonte europeo alla base del quale vi è il suo stesso vissuto di uomo di fede. Una sua particolare caratteristica è stata la grande fiducia nella Provvidenza che lo portava a dire: “Siamo tutti strumenti ben imperfetti di una Provvidenza che se ne serve per realizzare dei grandi disegni che ci sorpassano. Questa certezza ci obbliga a molta modestia, ma ci dà anche una serenità che non ci potrebbe dare la nostra esperienza personale”. Questa consapevolezza di uomo di fede lo rende capace di coltivare la speranza anche negli insuccessi, di esercitare la pazienza nel sopportare le contrarietà suscitate da invidie e calunnie, di nutrire la fiducia che l’integrità e la coerenza alla fine ripagano.

Se Schuman è stato il Padre fondatore e la pietra miliare di una precisa idea di Europa, questo presupposto ci richiama alla mente le meditazioni di S. Giovanni Paolo II in occasione degli “Angelus” nei mesi di luglio agosto 2003, quindi in prossimità del fallito progetto di Costituzione europea. Il 17 agosto del 2003 il Papa esortava l’Europa a recuperare la forza unificante del cristianesimo che ha saputo integrare tra loro diversi popoli e culture, inoltre “il processo di allargamento dell’Unione Europea ad altri paesi non può riguardare unicamente aspetti geografici ed economici, ma deve tradursi in una rinnovata concordia di valori da esprimersi nel diritto e nella vita”. Nell’esortazione del 24 agosto 2003 il Papa rivendica per il Trattato le radici cristiane dell’Europa quale principale garanzia per il futuro, mentre un buon ordinamento della società deve radicarsi in autentici valori etici e civili, il più possibile condivisi dai cittadini.

Parlare di radici cristiane dell’Europa non significa fare una scelta confessionale come principio ispiratore, bensì ricordarsi anche della storia che riguarda la fondazione dell’Europa, soprattutto a partire dall’Italia, come tradizione che si forma durante il millennio dell’unità giuridica, per dirla con l’illustre studioso Francesco Calasso: “la Chiesa che dopo il crollo del mondo antico aveva accettato la lex romana come propria lex saeculi, accanto alla lex spiritualis ne era nato il connubio dell’utraque lex“. Da questo connubio con la legge ecclesiastica che si dirigeva a tutto l’orbe cattolico, la legge romana traeva le prime istanze ideali di universalità, alle quali forniva la base politica per la rinnovazione dell’Impero Romano d’Occidente. Il diritto giustinianeo, restituito dall’insegnamento di Irnerio della scuola di Bologna all’integrità originaria, si irradiò in gran parte d’Europa e oltre i confini dell’Europa romanza fino all’entrata in vigore delle codificazioni moderne, rappresentando il diritto comune, cioè l’unum ius dell’unum imperium, pur riconoscendo la validità di ciascun diritto particolare con la nascita degli stati nazionali. Il diritto canonico contribuì all’irradiazione del diritto comune in gran parte dell’Europa perché l’insegnamento del diritto canonico obbligava allo studio del diritto romano.

L’Europa è debitrice a uomini come Robert Schuman, umile per virtù, ma grande per ingegno e ideali permeati dalla fede e dalle radici cristiane della sua storia. La prudenza evangelica, regina delle virtù, è stato il faro che ha guidato i passi della sua vita, sostenuta dalla vasta e profonda competenza che gli derivavano dagli studi giuridici e nelle varie discipline da renderlo capace di discernere i valori cristiani e di incarnali nell’esercizio della sua professione e nell’azione politica. È stato instancabile nello studio che lo ha reso capace di approfondire i problemi e nel confronto al quale si è sottoposto volentieri insieme allo sforzo di accogliere le idee e i suggerimenti altrui.




L’Iran si radicalizza ancora di più con il nuovo presidente islamico

di Mario Alexis Portella · La Chiesa Cattolica in Iran ha ricevuto il francescano padre Dominique Mathieu, O.F.M., Conv., come nuovo Arcivescovo di Tehran-Isfahan dei latini (Iran) — la Chiesa (latina) in Iran è composta da sei parrocchie e circa 2.000 membri.

Padre Mathieu, in teoria, occupa un posto vacante da sei anni dopo il pensionamento del precedente arcivescovo, Mons. Ignazio Bedini, S.D.B. Sebbene la Chiesa Cattolica esista in Iran da circa 700 anni, il regime islamico non ha sempre tollerato la sua presenza. Infatti, subito dopo la rivoluzione del 1979 quando lo Shah Mohammed Pahlavi è stato deposto e di conseguenza finisce la democrazia in Iran, l’arcivescovo dell’epoca fu allontanato dal paese per circa dieci anni.

Oggi, però, l’Arcidiocesi di Teheran-Isfahan è ancora senza vescovo. Il Mons. Mathieu, che ha ricevuto la consacrazione episcopale il 16 febbraio 2021, non è ancora potuto entrare nel paese. Con conseguenze deleterie come la negazione del visto di soggiorno alla settantacinquenne suor Giuseppina Berti, delle Figlie della Carità, per 26 anni attiva nel lebbrosario di Tabriz, la Repubblica Islamica di Iran sta mostrandosi proprio come il paese teocratico che vuole sradicare il cristianesimo dalla sua terra.

Di conseguenza, le minoranze cristiane in Iran non riescono a vivere in pace siccome la loro persecuzione prosegue senza alcuna pietà da parte delle autorità islamici. Alcuni convertiti cristiani, recentemente, sono stati arrestati o convocati per scontare la pena. In alcuni casi, anche i loro beni sono stati confiscati:

  • Nel maggio 2021, tre cristiani convertiti Amin Khaki, Milad Goodarzi e Alireza Nourmohammadi sono stati accusati di diffondere propaganda ed attività educative contrarie alla santa Sharia dell’Islam.

  • Il convertito cristiano Reza Zaimi è stato codannato a scontare una pena detentiva di nove mesi. A febbraio la Sezione 4 del Tribunale rivoluzionario di Karaj gli ha inflitto un anno e sei mesi di carcere e gli ha vietato di lasciare il Paese con l’accusa di «propaganda contro il regime attraverso il proselitismo del cristianesimo evangelico». La pena è stata ridotta dalla Corte d’Appello di Alborz a nove mesi di reclusione e a due anni di divieto di lasciare il Paese.

La costituzione iraniana, mentre riconosce ufficialmente i diritti umani, politici, economici e di altro tipo ai cittadini, comunque dichiara che tutte le leggi e i regolamenti devono essere basati su “criteri islamici” e su un’interpretazione ufficiale della sharia.

Anzi, il Preambolo dice:

L’esercito della Repubblica Islamica dell’Iran e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche devono essere organizzati in conformità con questo obiettivo, e saranno responsabili non solo di proteggere e preservare le frontiere del paese, ma anche di adempiere alle esigenze ideologiche missione del jihad sulla via di Allah; vale a dire, estendere la sovranità della di Allah in tutto il mondo (questo è in accordo con il versetto coranico: «Prepara contro di loro qualunque forza tu possa radunare e corde di cavalli, incutendo timore nel nemico di Allah e nel tuo nemico, e altri oltre a loro».Sura 8, 60

Per questo, il codice penale prevede la condanna a morte per proselitismo e tentativi da parte di non musulmani di convertire i musulmani, nonché per moharebeh (“inimicizia contro Allah”) e sabb al-nabi (insulto al profeta”) — l’applicazione della pena di morte varia a seconda della religione sia dell’autore che della vittima. La legge vieta ai cittadini musulmani di cambiare o rinunciare al proprio credo religioso.

Questo non è altro che una jihad contro coloro che professano Gesù Cristo come vero Dio e vero uomo. Ma i cristiani non sono gli unici a subire la jihad del regime iraniano; ci sono anche coloro che chiedano per l’uguaglianza davanti lala legge, nonostante siano musulmani.

Mi limito presentare, tra tanti esempi, quello di Esmail Bakhshi e Sepideh Golian, due sindacalisti iraniani che avevano denunciato di aver subito torture tra novembre e dicembre 2018 dello scorso anno, sono stati nuovamente arrestati il 19 gennaio 2019, e rischiano ulteriori forme di vessazione.

Bakhshi e Golian erano stati arrestati il 18 novembre 2018, per aver preso parte a una manifestazione pacifica di fronte alla sede del governatore di Shush, nel Khuzestan, per chiedere la ripresa del versamento degli stipendi a migliaia di operai del complesso industriale di Haft Tappeh, dove si produce canna da zucchero.

Rilasciati su cauzione un mese dopo, i due sindacalisti avevano denunciato che nel corso della detenzione erano stati picchiati, sbattuti violentemente contro un muro, buttati a terra, umiliati e minacciati di aver compiuto stupri e omicidi.

Secondo i giornali di Sepideh, che usciranno in Italia per iniziativa del festival Vicino/Lontano e delle Librerie nel Comune di Udine, con il patrocinio di Amnesty International, l’attivista Sepideh racconta che nella ha subito torture e ha dovuto confessare essendo sottoposta a violenze.

L’Iran, come sponsor dell’organizzazione terrorista Hezbollah, sta anche costruendo uno stato dentro lo stato del Libano con i soldi provenienti dal mercato nero. Gli scaffali dei supermercati, ad esempio, si stanno progressivamente svuotando per la ragione che il Libano non ha sufficienti dollari per consentire alle imprese libanesi di importare beni e servizi con cui soddisfare la domanda del mercato interno. Anzi, quei pochi che sono rimasti nelle tasche dei libanesi finiscono perlopiù per alimentare l’acquisto delle merce di contrabbando.

Ora la situazione è peggiorata con il nuovo presidente eletto, Ebrahim Raisi, un gran violatore dei diritti umani.

Quello che è diventato più scandaloso per gli iraniani (cristiani e non cristiani) è il silenzio dei capi di stato occidentali. Il Vaticano può direttamente intervenire, specialmente sull’Iran che ha un corpo diplomatico sorprendentemente ampio presso la Santa Sede (solo la Repubblica Dominicana ha più diplomatici accreditati dell’Iran).




Formarsi alla relazione

di Alessandro Clemenzia · La figura di san Giuseppe si presenta capace in ogni epoca di offrire quei criteri fondamentali che sottostanno alla natura delle diverse vocazioni nella Chiesa; tra queste, quella al ministero ordinato.

Papa Francesco, in un discorso rivolto alla comunità del Seminario regionale marchigiano Pio XI di Ancona (10 giugno 2021), ha presentato la centralità della famiglia di Nazareth per sottolineare un aspetto che non può minimamente essere trascurabile per coloro che si formano all’ordine sacro, vale a dire la docilità: «Il Figlio di Dio ha accettato di lasciarsi amare e guidare da genitori umani, Maria e Giuseppe, insegnando a ciascuno di noi che senza docilità nessuno può crescere e maturare». Questo aspetto, centrale per ogni cammino di consacrazione, è soprattutto una virtù, e come tale, prima che da vivere, è da ricevere in dono.

I formatori di Seminario sono così chiamati a guardare San Giuseppe come modello di santità nel “custodire” e “prendersi cura” della vocazione dei seminaristi. Rivolgendosi direttamente a coloro che si occupano in prima linea della formazione, Francesco li ha esortati a essere sempre, per i ragazzi loro affidati, ciò che Giuseppe è stato per Gesù, affinché i seminaristi «imparino la docilità dalla vostra obbedienza; la laboriosità dalla vostra dedizione; la generosità verso i poveri dalla testimonianza della vostra sobrietà e disponibilità; la paternità grazie al vostro affetto vivo e casto». La castità qui è colta come “libertà dal possesso”; e in questo consiste il vero amore: infatti, «solo quando un amore è casto, è veramente amore».

Rivolgendosi poi ai seminaristi, il Papa li ha esortati a diventare preti esperti d’umanità, sempre pronti a comunicare con ogni uomo e donna di oggi, attraverso l’esperienza dei propri fallimenti e dolori; non ci si può accontentare di essere degli esperti nella comunicazione attraverso un’abilità nell’uso dei social e dei media.

Per preparare sacerdoti esperti d’umanità, il Seminario deve diventare sempre di più un luogo capace di penetrare nella realtà odierna, senza mai allontanarsi da essa: «Tra le mura del Seminario dilatate i confini del cuore – il cuore dilatato –, estendendoli a tutto il mondo, appassionatevi di ciò che “avvicina”, […] che “apre”, che “fa incontrare”». Ed è proprio vivendo questa dinamica della prossimità che il desiderio di ciascuno non si accontenta di rimanere racchiuso in spiritualismi appaganti, che generano tra l’altro solo rigidità: «Dietro ogni rigidità c’è un problema grave, perché la rigidità manca di umanità».

Alla luce di questa riflessione il Papa introduce le quattro componenti essenziali della formazione: quella umana, quella spirituale, quella intellettuale, e infine quella pastorale.

Il primo invito è quello di non censurare nulla della propria umanità, coltivando quotidianamente «relazioni pulite, gioiose, liberanti, umane, piene, capaci di amicizia, capaci di sentimenti, capaci di fecondità».

La dimensione spirituale, in questa luce relazionale, non può essere compresa come qualcosa di intimistico, ma significa diventare costantemente «intercessori per il mondo». Questo orientamento verso l’esterno è il primo modo per evitare di cadere in una religiosità liturgica che altro non è se non la celebrazione di se stessi.

Lo studio è un’altra componente essenziale, che non va confuso con l’intellettualismo: attraverso di esso, infatti, si possono mettere le basi, in vista di una preparazione volta a saper parlare e dialogare con il mondo attuale». È proprio nella complessità della cultura odierna che va incarnata la sapienza del Vangelo: per il raggiungimento di questo fine sono necessarie una seria competenza e una rigorosa preparazione.

La dimensione pastorale non va intesa come un attivismo che fa vivere la realtà in modo superficiale, ma deve essere capace di spingere ogni seminarista, singolarmente ed ecclesialmente, «ad andare con entusiasmo incontro alla gente». Questa disponibilità di uscita verso l’altro è la dinamica che meglio aiuta il presbitero a non chiudersi in se stesso, dando vita a quel clericalismo sempre in agguato.

Queste quattro dimensioni costitutive della formazione al presbiterato sono lette dal Papa in chiave relazionale; per questo il vero pastore è chiamato ogni giorno ad assumere, in relazione al gregge che gli è affidato, una triplice postura umana: egli deve saper stare davanti, in mezzo e dietro.

La Chiesa è Chiesa se è capace di indirizzare il suo sguardo, tanto su Cristo, quanto sul mondo: tutto ciò è vero se viene quotidianamente assunto, non solo dai presbiteri o da chi si prepara all’ordine sacro, ma da ogni battezzato, ciascuno secondo la propria vocazione.




Santa Brigida. Roma e la devozione al Cristo sofferente

di Francesco Vermigli · Il rione Monti è uno dei più frequentati dalla gioventù romana di oggi (e non solo da quella romana…). Porta iscritto nel suo nome il riferimento ad un’orografia mossa: ne fa esperienza chi ne percorra le strade in un continuo saliscendi, tra locali e bancarelle. C’è una via che attraversa il quartiere in direzione est-ovest, e che è nota perché – presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Roma che là aveva la propria sede – si riunivano negli anni ’30 dei giovani fisici italiani, di cui alcuni poi sarebbero diventati famosissimi (Fermi, Majorana… su tutti): coloro che erano comunemente detti “i ragazzi di via Panisperna”.

Provenendo dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, la strada scende rapidamente, per poi risalire. In cima a questa prima gobba di via Panisperna c’è una chiesa certo meno famosa della basilica Liberiana: San Lorenzo in Panisperna, o San Lorenzo in Formosa; chiesa addossata a quello che era un monastero di clarisse. Tradizione vuole che essa sia stata costruita sul luogo del martirio di san Lorenzo. Certamente tra quelle mura è stato accolto il corpo di santa Brigida, prima di esser traslato in Svezia; quasi a simboleggiare nella morte il legame che in vita aveva stretto la santa svedese all’Urbe e alla storia romana.

Trattare di santa Brigida in poche righe impone di provare a far sintesi in una biografia assai convulsa e variegata, come la sua; rilevando alcuni degli aspetti più significativi della sua vita e tratteggiando almeno in parte il ruolo che ella svolse nella Chiesa del XIV sec. Alla santa svedese avevamo accennato nell’articolo dell’aprile 2017 su questa stessa rivista online (vedi). Vogliamo qui provare innanzitutto a recuperare l’intreccio tra la vita di Brigida e la città di Roma; simbolicamente rappresentato dal ricordo “brigidino” nella Chiesa di San Lorenzo, chiesa intitolata ad un santo che più romano non si può.

Brigida fu donna aristocratica, moglie e madre; terziaria francescana. Rimasta vedova, iniziò una vita fatta di pellegrinaggi e aiuto concreto ai più poveri. Si stabilì a Roma, facendo di Roma la propria città di elezione. È la Roma papalina della metà del XIV sec.; città papalina, però, senza papa, ancora ad Avignone, a sentir parlare francese. È la Roma immiserita dalle mille carestie e pestilenze, e che in quegli anni viene scossa dall’esperienza popolana ardita e tragica del tribuno Cola di Rienzo. È in questa città così turbolenta e abbrutita che Brigida giunge assieme a sua figlia Caterina; che la seguirà poi anche nell’onore degli altari. Questa permanenza romana così stabile e significativa di Brigida racchiude in sé il segreto della vita della santa svedese.

Perché certo la santa svedese a Roma si espresse al meglio nella sua condotta caritativa, nell’attenzione e nella cura dei più poveri. Si preoccupò – come la santa senese Caterina, a lei di fatto contemporanea – del ritorno del papa a Roma da Avignone. Operò per il bene degli altri, compì pellegrinaggi, intervenne nella vita della Chiesa. Ma all’origine di tutto ci fu un’intimità ai dolori di Cristo e al mistero della sua Passione, che è espressione compiuta di una spiritualità che si potrebbe definire classicamente tardomedievale. La spiritualità della Devotio moderna, cioè, e di quel fenomeno delle beghine diffuso in specie tra le fredde lande del nord Europa: quella spiritualità che intreccia l’agostinismo medievale e la dimensione incarnatoria del francescanesimo con una decisa virata individualistica della religiosità.

Come noto, Brigida ha lasciato alcune opere scritte. In modo particolare, ricordiamo il corpus di rivelazioni, raccolto da Alfonso di Vadaterra e altre rivelazioni autentiche; ma non raccolte da colui che fu il direttore spirituale della santa svedese. Altre preghiere attribuite a Brigida sono entrate nella tradizione devozionale occidentale e sono ancora molto diffuse, ma non possono essere ricondotte a lei come vera autrice; al massimo si potrebbe dire che risentono di un’atmosfera spirituale, prossima a quella espressa da Brigida nelle opere autentiche.

La centralità della città di Roma nella sua vita e il tratto cristologico della sua spiritualità sono gli aspetti che abbiamo provato a far emergere in queste righe di presentazione della figura di Brigida. Le due cose non sono immediatamente collegate. Tuttavia possiamo notare almeno un nesso decisivo nella storia della santa svedese. E quello che rileviamo è quello che accadde in quella stessa epoca a figure di assoluta rilevanza come Caterina da Siena. Quel nesso che stiamo accennando, consiste nel fatto che l’impegno ecclesiale, l’assistenza ai poveri, l’ingresso nelle vicende della storia ha la sua origine più radicale, la sua dimensione più intima in un’esperienza mistica di Dio.

In modo particolare, la dimensione fortemente cristocentrica e incarnatoria di questa spiritualità rende ragione forse ancor di più del versante attivo della vita di Brigida. Una donna che vive la storia, vive il tempo (e vive la città di Roma nelle sue grandi contraddizioni…) perché è nella storia che in Cristo, nel Cristo sofferente, si è rivelato il vero volto di Dio.




A servizio dei giovani per combattere la cultura della dipendenza

di Stefano Liccioli · Accanto al tradizionale calendario dei santi ce n’è un altro, di tenore diverso, ma a cui viene attribuita una grande importanza, oserei dire uguale o maggiore se non temessi di essere fermamente invitato a “lasciare stare i santi ed a scherzare con i fanti”. Si tratta del calendario delle giornate mondiali e internazionali. Non mi riferisco a quelle che riguardano la vita della Chiesa Cattolica o che comunque nascono in ambito ecclesiale. Sto parlando di quelle giornate dedicate a temi particolari che i legislatori nazionali ed internazionali fanno a gara ad inserire nel calendario annuale tanto che dovremmo quasi rimpiangere il fatto che l’anno bisestile con i suoi 366 giorni cada solo una volta ogni quattro anni perché anche un giorno in più tutti gli anni sarebbe utile per accogliere un’altra di queste giornate.

In questi ultimi tempi si è molto parlato (e molto si parlerà ancora) della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (istituita nel 2007 dall’Unione europea) soprattutto in relazione alla sua celebrazione nelle scuole italiane. Non è questa la giornata di cui voglio parlare o quanto meno da cui voglio prendere spunto per condivere in questa sede alcune riflessioni. Si tratta piuttosto della giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga (Risoluzione 42/112 del 1987 dell’Assemblea Generale dell’ONU) che mi rammarico non cada durante l’anno scolastico (si celebra infatti il 26 giugno) e che, in particolar modo, non venga recuperata nei mesi di scuola per aiutare alunni ed alunne di ogni ordine e grado a parlare del tema delle droghe o quello più generale delle dipendenze.

Infatti, a mio avviso, dopo un paio di decenni in cui questo argomento ricorreva spesso (e a ragione) nelle attività formative rivolte ai giovani, mi pare che attualmente se ne parli meno e quando se ne parla ci si sofferma soprattutto sugli aspetti legali (ad esempio la distinzione tra la detenzione di droghe per uso personale e quella ai fini di spaccio oppure il rischio di guidare un veicolo sotto l’effetto di stupefacenti), dimenticando che il consumo di droghe è un problema in sé non solo per gli effetti negativi che a breve ed a lungo termine può avere su di noi, ma proprio a livello di principio perché si fonda sull’idea che per stare bene si debba alterare artificialmente il proprio stato d’animo.

Il mio timore è che nei confronti delle droghe si stia diffondendo più o meno consapevolmente una sorta di politica dell’appeasement, nell’accettare cioé che il consumo di sostanze stupafacenti possa rientrare nell’ambito delle scelte personali purché non abbia conseguenze dirette sugli altri, tralasciando il fatto che la tutela della salute personale è un diritto sancito dalla nostra Costituzione, ma è anche un dovere di cui ognuno si deve far carico. In tale ottica trovo preoccupante la proliferazione di questi negozi che vendono la cannabis light, ancorché si premurino nel dire che il loro tipo di commercio è legale, come se la questione, ancora una volta, fosse solo di rispetto delle leggi e non soprattutto della persona.

Credo invece che oggi più che mai sia necessario combattere tra le nuove generazioni una cultura della dipendenza che non riguarda solo le droghe, ma anche l’alcol, il gioco, l’uso compulsivo di nuovi media e social network.

Questa lotta alle dipendenze non può che avvenire attraverso la via educativa dal momento che l’introduzione o l’inasprimento di norme penali non può essere di aiuto in tal senso.

Solo l’educazione fatta non solo di parole, ma soprattutto di testimonianze può far capire a ragazzi ed a ragazze che occorre lavorare su se stessi per accettare le proprie fragilità, senza illudersi di superarle grazie Solo l’educazione può spiegare ai giovani che il confronto con la vita di tutti giorni non è facile, soprattutto quando essa delude le nostre aspettative, ma che la strada per la felicità passa, in primo luogo, dall’imparare ad accogliere la vita così com’è, senza rifugiarsi in facili ed illusori surrogati della felicità come droghe e quanto altro ci isola dal mondo e ci allontana dalla realtà.

Sarebbe importante che personaggi molto ascoltati dai giovani, spesso pronti ad intervenire su tante questioni, potessero aiutare le tradizionali agenzie educative (che ormai si riducono a poche realtà, purtroppo) nel combattere la cultura della dipendenza (purché ci credano per davvero), a rischio di perdere nell’immediato un po’ di popolarità, nel consapevolezza però di fare un servizio importanto per il futuro della nostra società.




L’artista che trovò Dio. Un saggio su don Lorenzo Milani di Valentina Alberici

di Gianni Cioli · Valentina Alberici, nata a Piacenza nel 1968, vive attualmente in provincia di Parma, è Laureata in economia aziendale e lavora nel settore informatico. Esperta per passione anche nell’ambito storico artistico, ha prodotto saggi significativi di ermeneutica dell’arte cristiana. Negli ultimi anni si è dedicata con successo alla produzione di opere divulgative a carattere storico nell’ambito della pubblicistica cattolica (Gesù è davvero esistito? Un viaggio avventuroso sulle tracce di Gesù, Cinisello Balsamo 2011; La chiamavano Maddalena. La donna che per prima incontrò il risorto, Milano 2015; Lorenzo Milani. L’artista che trovò Dio, Milano 2017; Maria Maddalena penitente o diaconessa? Una santa, due verità sotto il cielo di Roma, Autopubblicato 2019).

Il saggio Lorenzo Milani. L’artista che trovò Dio, che vogliamo prendere in esame, esprime per certi versi la versatilità dell’autrice. Lascia trasparire la sua passione per la storia dell’arte, la sua capacità di ricerca, la sua abilità di scrittrice coinvolgente, nonché la sua convinzione di cristiana sinceramente affascinata dalla la figura di uno dei profeti più lucidi della Chiesa del novecento. Con questo libro, più che una nuova biografia del priore di Barbiana, Valentina Alberici ci offre un piccolo romanzo di formazione che assembla lampi narrativi, testimonianze edite e inedite, riferimenti a documenti d’archivio e, soprattutto, citazioni di scritti del Milani, in una sorta di continuo ed efficace flashback. L’opera si articola in sei capitoli.

Il primo, Farò il pittore, riflette sugli effetti dall’inaspettata decisione del diciottenne, neo diplomato Lorenzo che nel 1941, piuttosto che iscriversi all’Università secondo le attese della famiglia, sceglie di dedicarsi alla pittura. La riflessione di Alberici si sviluppa soprattutto attorno alla bella figura dell’artista Hans Joachim Staude, tedesco ma fiorentino d’adozione, primo maestro del Milani nell’arte pittorica, ma soprattutto, suo determinante maestro nell’arte di vivere ed efficace maieuta della sua personalità.

Il secondo capitolo, Studente all’Accademia di Brera, considera il periodo, breve ma ricco di incontri, confronti e scontri anche con figure artistiche di spicco, trascorso dal giovane come allievo dell’Accademia di Brera a Milano (1941-1942). Qui l’autrice concede un particolare risalto alla figura di alla figura di Tiziana Fantini, anch’ella allieva a Brera. Con lei Lorenzo aveva stretto una profonda amicizia, un rapporto che continuò anche quando il giovane Milani abbandonò l’Accademia, pare per lo “sgarbo” del docente di tecnica di affresco, Achille Funi, che, passando tra i cavalletti degli allievi, aveva “osato” ritoccargli un lavoro.

Il terzo capitolo, La conversione, vuole illustrare l’importanza decisiva del periodo trascorso all’Accademia di Brera per la conversione del futuro prete fiorentino. Particolarmente influente sul giovane, inquieto e in permanete ricerca d’un senso, sarebbe stata, secondo Alberici, la sua docente di Storia dell’Arte e del Costume, Eva Tea, donna di grande cultura e carisma, collaboratrice dell’Istituto Beato Angelico di Milano. Proprio lei avrebbe suscitato in Lorenzo l’amore e l’interesse per l’arte sacra e, conseguentemente, per la liturgia cattolica, i suoi riti e i suoi colori. Questo amore e interesse appaiono testimoniati da un suo dipinto del 1942 che raffigura una celebrazione liturgica all’interno del duomo di Milano. Proprio, durante la visita a una chiesa del capoluogo lombardo, il giovane Milani avrebbe confidato all’amica Tiziania Fantini la sua determinazione a farsi prete.

Il quarto capitolo, In Seminario, descrive l’approdo di Lorenzo, dopo il discernimento mediato da don Raffale Bensi, al Seminario a Firenze, il suo cammino di maturazione verso il ministero ordinato, il suo sincero amore per la liturgia e il suo impegno nella vita di pietà, la sua fedeltà alla disciplina, la sua serietà, ma anche la sua capacità critica, di fronte allo studio della teologia. Quest’interesse e questo spirito critico si riflettevano nei rapporti con suoi professori dello Studio teologico, talora fortemente stimati, talaltra decisamente biasimanti. In questo capitolo Alberici ci presenta un Lorenzo finalmente sereno e rappacificato con se stesso, radicalmente convinto della sua vocazione e al tempo stesso, proprio perché del tutto identificato con la sua vocazione a servizio della missione della Chiesa, capace di maturare il carisma della critica profetica nei confronti della sua Chiesa. La lettura del famoso testo di Henri Godin e Yvan Daniel, La france pays de mission?, ma anche di romanzi come Anche i santi vanno all’inferno di Gilbert Cesbron sulla scelta dei preti operai, lo aiutarono a cogliere i limiti della miopia ecclesiastica riguardo all’urgenza missionaria nei confronti di un popolo che la Chiesa andava perdendo.

Il quinto capitolo, Finalmente prete, parla dell’approdo tanto desiderato di Lorenzo al sacerdozio ministeriale, della sua gioia e della sua serietà nel celebrare i sacramenti, nel dedicarsi ai malati e ai giovani, ma anche del suo bisogno di sperimentare nuove forme di approccio pastorale, come pure della presa di coscienza della sua vocazione di educatore, ovvero di maestro. In queste pagine Alberici descrive abilmente la parabola – da Montespertoli, a Calenzano, a Barbiana – del don Milani, incompreso dalla sua Chiesa, incompreso perché profeta e, paradossalmente, profeta perché incompreso. L’autrice mette fra l’altro bene in evidenza il ruolo che l’esperienza di ex artista ha giocato nella pratica educativa di don Lorenzo, in particolare attraverso la commovente narrazione della realizzazione, fatta dal priore insieme ai ragazzi, del mosaico in vetro dedicato al Santo scolaro, opera tuttora presente nella chiesa di Barbiana e che costituisce, a mio avviso, un profondo messaggio di spiritualità cristiana.

Il sesto capitolo, Più che lettere, capolavori, può sorprendere ed apparire, a uno sguardo superficiale, una debolezza metodologica. Riporta infatti integralmente due famose lettere di don Milani, precedute solo da brevi introduzioni. La prima è Lettera ai giudici, scritta nel 1965 in occasione del processo che lo vide imputato per apologia di reato, dopo la sua Risposta ai cappellani militari della Toscana in cui difendeva l’obiezione di coscienza al servizio militare. La seconda è la lettera-articolo, Un muro di foglio e d’incenso, inviata nel 1959 all’amico Nicola Pistelli, direttore di Politica, sul tema dell’atteggiamento dei cattolici nei confronti delle autorità ecclesiastiche e sul compito della stampa cattolica nella Chiesa e nella società. Di solito, si potrebbe obiettare, documenti del genere si riportano in appendice, ma in questo caso si tratta di due scritti che effettivamente meritano di costituire il capitolo finale del libro perché riassumono per certi versi appieno il pensiero di don Milani e risultano davvero illuminanti per comprenderne la personalità e la profezia. La Lettera ai giudici, definita da padre Ernesto Balducci «uno dei capolavori della letteratura cristiana di tutti i tempi», illustra compiutamente la visione milaniana sulla coscienza, sulla sua centralità e sull’importanza della sua formazione. La lettera a Nicola Pistelli, pubblicata postuma, illumina icasticamente l’ecclesiologia del priore di Barbiana.

Risultano molto utili le due pagine dedicate alla Cronologia e alle opere di Lorenzo Milani che permettono al lettore di ripercorrere senza smarrirsi l’articolato gioco di specchi che si sussegue nelle pagine attraverso il flashback della narrazione.

Il periodo, breve ma intenso e decisivo (maggio 1941-giugno 1943), della vocazione artistica di Lorenzo Milani è stato già oggetto di varie indagini che hanno contribuito a far luce sul carisma d’una personalità certo non comune e difficilmente classificabile. È stato efficacemente messo a fuoco da Nerea Fallaci, nella sua imprescindibile biografia, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani (Milano 1974), ed è stato più recentemente illustrato in occasione di una mostra tenutasi a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi dal 6 giugno al 24 luglio 2013, e documenta in un ricco catalogo (S. Gesualdi – C. Baldini [edd,], Don Lorenzo Milani e la pittura: dalle opere giovanili al Santo Scolaro, Signa 2013).

Il saggio di Valentina Alberici porta ulteriore luce su questo periodo, ritrovando e illustrando nomi, pensieri e storie, che si sono incrociati con la vicenda di Lorenzo, dal diploma liceale all’ingresso in seminario, ricomprendendo le idee del giovane, i suoi atteggiamenti e i suoi tormenti, spesso singolari e sopra le righe, attraverso le parole e i gesti della maturità, e illuminando le scelte, radicali e sofferte, dell’adulto, del prete e del profeta, con le esperienze determinanti della giovinezza.

Fra le tante testimonianze di quanto quel periodo in genere e l’esperienza di aspirante pittore in specie possano aver contribuito alla formazione del futuro prete colpisce in particolare quella, già a suo tempo raccolta da Nerea Fallaci, del suo maestro Hans Joachim Staude, al quale Lorenzo, interrogato da lui sui motivi che l’avevano spinto a entrare in seminario, avrebbe risposto: «“È tutta colpa tua! Tu hai parlato di cercare sempre l’unità, di cercare l’essenziale, di semplificare, di eliminare i dettagli, di vedere le cose nella loro unità dove ogni parte dipende dall’altra…” Lorenzo non si era accontentato di realizzare tutto ciò “su un pezzo di carta” e aveva aggiunto: “I rapporti non li voglio più cercare soltanto fra colori, ma fra persone nel mondo e nella mia vita, nel rapporto fra me e il mondo. Allora ho trovato un’altra strada”» (pp. 18-19).




Faccia a faccia con Dio. Isacco di Ninive, Rābi‘a, Kinga, Francesco d’Assisi

di Dario Chiapetti · Faccia a faccia con Dio. Isacco di Ninive, Rābi‘a, Kinga, Francesco d’Assisi è un testo di Sabino Chialà, Caterina Greppi, Iacopo Iadarola, Fabio Scarsato (Edizioni Messaggero, Padova 2021, 89 pp., 8 euro), che pone all’attenzione la «concezione cristiana di “mistica”» (p. 10), come quello stare dell’uomo «faccia a faccia» con Dio, in cui la luce del volto di Quest’ultimo si riflette nel volto del primo. In secondo luogo esso evidenzia come si realizzi in contesti storici, geografici, culturali e religiosi diversi, secondo quanto – come si legge nell’introduzione (p. 7) – il Concilio Ecumenico Vaticano II ha compreso: «Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale» (Gaudium et spes 22). Con veloci ma incisivi quadri gli Autori presentano rispettivamente le quattro figure che compaiono nel titolo, alcune più conosciute, altre meno, mettendo in vivida luce la loro esperienza di fede.

Sabino Chialà richiama la figura di Isacco di Ninive, vissuto nel VII secolo in Mesopotamia e appartenente alla Chiesa siro-orientale (detta nestoriana e considerata eretica), la cui riflessione è stata riconosciuta per la sua indiscussa autorità, tanto da essere annoverato tra i Padri della Chiesa. Nato in un’area periferica, ha attraversato un’epoca di rivolgimenti politici, sociali e religiosi, nei quali si è fatta spazio la sua esperienza di Dio, che ha dato indirizzo ai suoi scritti teologici. In essi è trattata la misericordia del volto divino che si rivela in tutta la sua forza nella fragilità umana. Egli sviluppa teologicamente la questione dell’esperienza dell’uomo, con le sue passioni, la sua fragilità, le sue tentazioni, persino il suo peccato, quale luogo della rivelazione di Dio. Da ciò nasce la comprensione della compassione quale sentimento di Dio, fino ad una lettura forte della croce: «la morte di nostro Signore non fu assolutamente per salvarci dai peccati né per qualcos’altro, ma solo perché il mondo sentisse l’amore che Dio ha per la creazione» (Centurie IV,78, p. 30).

Caterina Greppi presenta la figura di Rābia‘a al-‘Adawiyya, una donna di Bassora (Iraq), morta nell’801, che da poco più di un secolo è conosciuta anche in Occidente, e che per prima ha testimoniato i valori che saranno del sufismo, il misticismo islamico. Ella conobbe una radicale conversione che la portò ad abbandonarsi completamente a Dio attraverso l’amore incondizionato a Lui. Rinunciò a tutti i suoi beni vivendo la continenza dei bisogni naturali per ottenere il disvelamento del divino. Visse in una capanna, e molti, riconoscendo la sua autorità spirituale, andavano da lei per ottenere consigli (i suoi detti presentano somiglianze sorprendenti con gli apoftegmi dei padri e delle madri del deserto). Un punto centrale della sua spiritualità è la distinzione tra l’amore di desiderio, che consiste nel ricordo di Dio, in cui l’uomo si distoglie da chi è altro da Lui, e l’amore di cui Dio è degno, che consiste nell’azione di Dio finalizzata a togliere i veli all’uomo affinché questi Lo veda. Ella si è così distanziata dalla teologia islamica, per la quale la categoria di amore si riferisce alla Legge e non a Dio, né in Sé né nei confronti dell’uomo (pp. 48-49).

Iacopo Iadarola tratteggia la figura di Kinga della Trasfigurazione, carmelitana ungherese, morta di tumore nel 2009 a 36 anni. Rimasta affascinata dalla personalità di santa Teresa Benedetta della Croce, conosciuta mediante la visione di un film sulla sua vita, si fece largo in lei il desiderio di entrare nel Carmelo. È così che divenne, qualche anno dopo, suor Kinga della Trasfigurazione. La vita claustrale non le risparmiò difficoltà, come quelle riguardanti le relazioni con le consorelle, ed è così che ella iniziò a conoscere in prima persona il significato del nome che ricevette, la trasfigurazione: l’esperienza del Trasfigurato oltre quella dello Sfigurato (e viceversa, p. 68) e quindi della realtà trasfigurata oltre il suo aspetto sfigurato. La comunione con le sue compagne si approfondì negli anni della malattia che ella definì «un grande regalo» (p. 69) – «mi avvinghio alle preghiere delle sorelle per non affondare» (p. 70) -, mentre l’unione con lo Sposo toccò il suo vertice nell’esperienza massima di dolore, fisico e morale, che fu, dal punto di vista spirituale, partecipazione all’esperienza di Cristo dell’abbandono del Padre. Al “faccia a faccia” con Dio non si è sottratta: Non mi sono tirata indietro – espressione che richiama quella del servo sofferente di Isaia – è proprio il titolo del suo diario, nelle cui ultime pagine fa riferimento alla sua vita come a «una bella fragola matura».

Fabio Scarsato porge al lettore la figura di Francesco d’Assisi. «De toto corpore fecerat linguam», scrive Tommaso da Celano di Francesco: sono queste le parole che per l’Autore riassumono l’esperienza di “faccia a faccia” che il Poverello ha vissuto con Dio. Si tratta di un aspetto che innanzitutto si evidenzia nella grande forza comunicativa del Santo. A tal proposito vengono richiamati alcuni episodi della sua vita, così come alcune sue scelte ed alcuni aspetti della sua personalità e dei suoi gesti. In secondo luogo, questo “faccia a faccia” con Dio è ravvisabile in modo particolare nella sua profonda devozione eucaristica, ossia verso un Dio «guardabile, palpabile, gustabile» (p. 81), che manifesta la centralità del suo carattere “simbolico”, ovvero che mette insieme la realtà divina con quella umana, in rapporto – per così dire – pericoretico. Il volto di Dio si manifesta a Francesco nelle cose create, il quale così manifesta anche il volto di queste, dischiudendo innumerevoli “faccia a faccia” tra esse e l’uomo. Il Santo si trova così faccia a faccia col volto del lebbroso, del Crocifisso di San Damiano, di Chiara, del lupo, di ogni farabutto, di ogni brigante, di ogni scarto della società, del sultano, di ogni lontano, della luna, del sole, dell’acqua, del fuoco, delle piante, dei fiori, della madre terra, del vento, delle nubi, della storia, degli enigmi della vita, e infine del Serafino sulla Verna.