Pecore sì, ma razionali per amore

buon-pastoredi Carlo Nardi • Diciamolo pure. Essere paragonati a ‘pecore’ non è proprio entusiasmante, e non doveva molto piacere neppure ai primi scrittori cristiani di lingua greca. Difatti persino alle ‘pecore’ guidate da Gesù, buon pastore nel Vangelo secondo Giovanni (cap. 10), aggiungevano spesso e volentieri l’aggettivo ‘razionali’, ‘logiche’, perché dotate di logos, il lume della ragione. Tanto per precisare. Non per nulla erano greci, come l’antico Ulisse “dal multiforme ingegno”. Erano i greci che, verso il sesto secolo a. C., avevano ‘inventato’ la filosofia, che sarebbe anche l’arte di ben ragionare.

Per esempio, tra gli stessi Padri greci Gregorio di Nazianzo deveva avere buone chances per convincere gli apollinaristi che smarronavano nel loro negare in Cristo un intelletto umano. Gregorio obiettava loro di immaginarsi un Cristo senza senno, ossia … un Cristo ‘dissennato’. Il che per un cristiano greco voleva dire un cascar nel ridicolo, oltre a dire un’eresia o comunque un’assurdità difficilmente digeribile, quella di un’una bestemmiaccia ‘bella e buona’.

Certo, come in Israele – penso ad Ezechiele -, così anche in Grecia i capi, come quelli della spedizione a Troia, erano chiamati “pastori di popoli”. I quali però sotto le mura di Troia non ci fanno una gran bella figura, tant’è che l’“ira di Achille”, preceduta e seguita da un’“Iliade di mali”, fa dire ad Orazio un’altra frase passata in proverbio: “Quante di re le mattane, / tante mazzate agli achei” (Quicquid delirant reges, plectuntur Achivi).

C’è però tra gli ebrei una linea che traspira tenerezza: quella presente nella parabola del pover’uomo, possessore d’una sola pecorella, che finisce sulla tavola a un ricco tirchio. È una cogente parabola del profeta Natan, la quale funge da una specie di trappola per smascherare il re (qui lasciamo stare “il santo” …) Davide che, non pago del suo harem, va a pigliarsi la moglie del fedelissimo Uria, becco e bastonato. E come bastonato! Insomma l’Antico Testamento, proprio tra questi fattacci, conosce tratti di tenerezza pastorale.

C’è poi da pensare che Giovanni scrive il suo Vangelo ad Efeso, nella cosiddetta Grecia d’Asia, dove si conosceva bene la poesia pastorale che mirava a trasfigurare e ingentilire il mondo ‘selvatico’ dei pastori (Polifemo) ai confini del viver civile, con il furente Pan. Inoltre in quei paraggi, tra primo e secondo secolo, si diffonde il romanzo pastorale. Mi vengono in mente, tra le molte storie, le Avventure dei pastorelli Dafni e Cloe innamorati, opera di Longo Sofista.

Forse, proprio sulla scia del romanzo, anche san Giovanni al cap. 10 del suo Vangelo s’è lasciato prendere la mano dal gusto del narrare ed ha trasformato il flash costituito dalla parabola della pecorella smarrita di Matteo e di Luca in un racconto simbolico che doveva andare a genio agli Efesini, i quali si crogliolavano a sentir parlar d’amore. Così, letterariamente, Gesù diventa il “pastore bello e buono” (ho kalós) e le ‘pecore’ mostrano che proprio pecore non sono perché, giuggiolone eppur giudiziose, esercitano un discernimento riguardo a quale amore e a quale Amante dar retta. Pecore ‘razionali’ dunque, come siamo noi. O come si dovrebbe essere.




Per Giovanni Galloni

E' morto Giovanni Gallonidi Giovanni Pallanti • Giovanni Galloni è morto a Roma il 23 Aprile del 2018. Era nato a Paternò in Sicilia il 16 Giugno 1927. Figlio di un intendente di finanza si trasferì giovanissimo da Paternò a Bologna dove si laureò a vent’anni in giurisprudenza. Nel 1959 conseguì la libera docenza in Diritto Agrario. Giovanni Galloni insegnò nelle Università di Napoli, Firenze e RomaTor Vergata. A Firenze e a Roma come professore ordinario di Diritto Agrario. Insieme a Giovanni Marcora, Ciriaco De Mita, Luigi Granelli e Nicola Pistelli, è stato uno dei fondatori della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana (a Belgirate in Lombardia nel 1953 fu, infatti, fondata la Sinistra di Base). Di quel gruppo è ancora in vita solo Ciriaco De Mita già Presidente del Consiglio dei Ministri. Galloni era un uomo intelligente, colto e molto buono. Non diceva mai male sul piano personale degli avversari. Aveva una visione molto realistica dell’Italia e si batteva per un riformismo ispirato alla dottrina sociale della Chiesa. Amico ed estimatore di Moro, non aveva ceduto ai ricatti delle Brigate Rosse e, insieme a Benigno Zaccagnini, si oppose ad ogni trattativa con i terroristi per la liberazione del Presidente della Dc. Giovanni Galloni aveva un grande senso dello Stato e fu Ministro della Pubblica Istruzione nei governi di Giovanni Goria e Ciriaco De Mita dal 28 luglio 1987 al 22 luglio 1989. Fu anche candidato dalla Democrazia Cristiana a Sindaco di Roma. Fu eletto Consigliere Comunale con migliaia di voti di preferenza, si dimise da Deputato e rimase in Campidoglio come Consigliere Comunale di opposizione. Un esempio da tenere presente anche oggi per i tanti politici che sono pronti a tutto per entrare in Parlamento e rimanerci il più possibile.

Dal 1990 al 1994 Galloni fu Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Pur essendo un uomo buono era intransigente, quando lo credeva opportuno, sulle cose che doveva fare, secondo lui, per il bene di tutti. Per questa sua impostazione di vita si scontrò col Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che, secondo il dettato costituzionale, era il Presidente dell’organo di autogoverno della Magistratura. Il Presidente Cossiga entrato in conflitto con Galloni gli levò alcune importanti deleghe, che gli furono restituite dal nuovo Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Io sono stato molto amico sia di Cossiga che di Galloni e posso testimoniare che Galloni non ha mai, in privato, criticato Cossiga e le sue scelte. Un vero Signore che è stato sei volte eletto Deputato al Parlamento, Presidente dei Deputati Democristiani, Vicesegretario Nazionale della DC con Zaccagnini Segretario e anche Direttore del quotidiano “Il Popolo”.

Negli anni ’60 del secolo scorso è stato uno dei fautori dei governi di centrosinistra. Giovanni Galloni è stato un uomo per bene e la sua è una grande storia democratico cristiana. Alla sua morte è stato ricordato dalla stampa italiana in maniera fuggevole essendo i giornali impegnati a spiegare le “strategie politiche” di Salvini, Di Maio e Martina. Una stagione politica, quella d’oggi, dove l’ombra di uomini come Galloni fa paura alla mediocrità dei “nuovi”politici. Per questo della morte di Galloni se n’è parlato poco o punto. Purtroppo.




«Preti senza battesimo?»

2839f8e7-c609-4d36-85b1-70aec25f07bedi Stefano Tarocchi • L’autore di questo denso seppur breve saggio di 156 pagine, uscito di recente per i tipi delle edizioni San Paolo, fratel MichaelDavide Semeraro, così avverte i suoi lettori, che hanno affrontato il suo pensiero dal titolo eloquente: «nel percorso di queste pagine non si può trovare nessuna soluzione, ma solo qualche provocazione che non vuole giudicare né, tantomeno destabilizzare. L’intento è semplicemente – si fa per dire – quello di pensare in modo sempre più ampio». E quindi aggiunge: «siamo solo agli inzi di un cammino, che però non possiamo più rimandare e in cui dobbiamo appassionatamente coinvolgerci non semplicemente per limitare i danni, ma per ampliare le opportunità di crescita e di testimonianza, serenamente diversi e coraggiosamente nuovi». L’autore è monaco dal 1983 e vive nella “Koinonia de la Visitation” a Rhêmes-Notre-Dame in Val d’Aosta.

La suggestione del titolo («Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio») era già stata affrontata nella lucida prefazione scritta dal vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi, sulla scia di Lumen Gentium (ma anche di Presbyterorum Ordinis!): «nella Chiesa non sono i fedeli in subordine alla gerarchia, ma è questa al servizio del popolo di Dio: il presbitero non deve sentirsi in primo luogo il capo a cui tutti i battezzati devono sentirsi subordinati, ma piuttosto deve sentirsi destinato dal sacramento dell’ordine (che è estensione del sacramento del battesimo) a porsi al servizio dei battezzati; e poiché anch’egli è fondamentalmente un battezzato, dovrà curare la sua crescita umana» in tutti gli aspetti che la compongono: l’avverbio usato da Bettazzi («fondamentalmente») va inteso nel suo senso più specifico.

Una Chiesa che sta attraversando un tempo di grandi cambiamenti, che sperimenta non tanto scandali inusitati al suo interno quanto modalità totalmente nuove di affrontarli, secondo fratel MichaelDavide deve cominciare a riappropriarsi del valore fondante del battesimo. La stessa terminologia in uso per definire normalmente il ministero ordinato dovrebbe far riflettere.

Qui ci aiuta inevitabilmente quella straordinaria “omelia” che il canone ispirato degli scritti del Nuovo Testamento colloca dopo le lettere di san Paolo, di fatto trasformandola in epistola vera e propria: la lettera agli Ebrei. Colui che secondo la legge mosaica non era sacerdote, il Cristo – ma lo era il suo precursore, Giovanni il Battista, che inopinatamente sceglie la strada del deserto anziché seguire le orme del padre, Zaccaria – diventa l’unico vero sacerdote: «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek» (Ebrei 5,7-10).

Gesù, «reso perfetto» (ossia diventato sommo sacerdote: il verbo greco traduce l’ebraico “riempire le mani”, tipico della consacrazione del sacerdote levitico) in quanto «è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15), perfeziona – cioè dona il sacerdozio – all’intero popolo di Dio.

Così ancora scrive la lettera agli Ebrei: «ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,11-14). Fondamentalmente lo scritto agli Ebrei, che non dimentichiamolo, doveva servire per istruire alla fede in Cristo i sacerdoti dell’antica alleanza che avevano abbracciato la nuova fede, desacralizza di fatto il ministero.

Fratel MichaelDavide fa risalire a questo impatto, e a quello di un certo mondo pagano che si convertì al Vangelo, quel rovesciamento che rende il ministero quasi esclusivamente concepito come chiamata divina (la “vocazione”), anziché servizio (“diakonia”): va allora operata quella rivoluzione copernicana che pone il ministero istituito al servizio del battesimo e non sopra di esso.

Si tratta di una vera e propria deposizione del sacro che, secondo l’autore, fa ritrovare al ministero la sua dimensione più umana: la lettera agli Ebrei parla chiaramente dell’antica alleanza quando dice che «ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per sé stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a sé stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5,1-4).

Ora, è significativo che queste parole che introducono al sacerdozio di Gesù, il Figlio che «imparò l’obbedienza da ciò che patì», ed in pari tempo esprimono una radicale contestazione del sacerdozio dell’antica alleanza, vengono adoperate in riferimento al ministero della nuova alleanza.

Questo significa situare quest’ultimo su di un fallimento fino dalla sua costituzione, dimenticando invece il forte richiamo a Melchisedek, sul cui sacerdozio di fonda quello di Cristo.

È così che Paolo, che nella lettera ai Romani scrive, parlando dell’offerta sacerdotale della vita, propria di ogni cristiano, così scrive: «vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rom 12,1-2).

Il sacerdozio del popolo di Dio, ossia il sacerdozio battesimale, rende consacrata al Signore la vita stessa di ogni credente: è qui che si innesta e si perfeziona il ministero istituito.

Desacralizzandone la portata – e quindi la persona che lo riceve – dona a quest’ultimo il suo specifico significato, e questo attraverso una rivalutazione senza pari del battesimo. Come dice Papa Francesco: «mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”» (Gaudete et exultate, 7).




Ricchezza in parole povere

Cardinale-Gianfranco-Ravasi-11di Giovanni Campanella • Nel marzo 2018, l’Editrice Dehoniane Bologna ha pubblicato, all’interno della collana “Le ispiere”, un piccolo libretto intitolato La voce del silenzio e scritto dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura e della Pontificia commissione di archeologia sacra.

Il libretto è un elogio della Bibbia e mette in evidenza quanto essa abbia influenzato tutte le dimensioni della cultura mondiale sacra e profana. Esprime inoltre lo stupore nei confronti di un Dio che accetta di farsi veicolare dalla povera e fragile parola umana.

Nel primo capitoletto (Il grande codice della cultura occidentale), Ravasi passa velocemente in rassegna alcuni noti letterati, alcuni “insospettabili”, che hanno avuto un debole per la Sacra Scrittura. Perfino Friedrich Wilhelm Nietzsche, non proprio benigno nei confronti della religione, aveva scritto in Aurora:

«Per noi Abramo è più di ogni altra persona, della storia greca o tedesca; tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro o di Petrarca, c’è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera» (citato a p. 6).

Nel secondo capitoletto (La debolezza della Parola), si assimila la celebre “kénosis” (“abbassamento” o più precisamente “svuotamento”), menzionata nella lettera di San Paolo ai Filippesi per indicare l’incarnazione e passione del Figlio di Dio, all’atto di Dio di affidarsi all’esile parola umana per comunicarsi. E per di più gli è piaciuto farlo soprattutto in una lingua povera. Anche qui verrebbe in mente il San Paolo della seconda lettera ai Corinzi: nella debolezza, l’azione di Dio è ancora più manifesta. «Si pensi che tutto il vocabolario dell’Antico Testamento, il lessico ebraico biblico, è formato soltanto da 5.750 parole, compresi gli avverbi, i segni dell’accusativo e alcuni segni marginali» (p. 12). Non è una lingua grandiosa dotata di centinaia di migliaia di vocaboli, come quelle moderne a cui siamo abituati, ma una lingua «pietrosa come il deserto da cui proveniva, una lingua di pastori, espressione di una civiltà nomadica» (ibidem). Eppure ha dato forma a uno scrigno preziosissimo che esprime Dio all’uomo.

Il terzo capitoletto (Gli spazi bianchi del silenzio) approfondisce il senso del titolo di tutto il libretto. Come il vertice del dialogo di due innamorati sta nel guardarsi negli occhi in silenzio, Dio predilige il silenzio per mettersi in dialogo con l’uomo. Lo scopre Elia, che riconosce Dio in un evento che il primo libro dei Re esprime con un ossimoro accostando “voce” e “silenzio”: «una voce di silenzio sottile».

Il titolo del successivo capitoletto, La diafanìa della Parola, richiama Teilhard De Chardin, secondo il quale «la parola dovrebbe essere una diafanìa, dovrebbe cioè essere così trasparente da riuscire a mostrare la luce che sta al di là, l’essenza, la sostanza delle cose, e non diventare uno schermo opaco» (p. 24). La lingua della Bibbia trasmette i suoi densi significati non solo attraverso ricchi simboli ma anche per mezzo della suo stesso suono. Ravasi lo espone egregiamente in questo bel passo:

«Ora, due versi, che sono quasi come l’apice ideale del Cantico dei Cantici, anche perché si trovano in posizioni strategiche all’interno del poemetto (2,16; 6,3), esprimono il loro “linguaggio” attraverso la “lingua” stessa. Anche non conoscendo l’ebraico, ci si accorge che il poeta ha voluto dire il suo messaggio attraverso la sua “lingua”, ossia l’ebraico, attraverso il suo suono, la sua musicalità. I due versi, infatti, sono dominati da un suono che continua a ripetersi: il suono -î- corrisponde alla prima persona, come in italiano, “io”, “mio”, e il suono -ô- evoca la terza persona, “lui”, “suo”. La protagonista nel Cantico dei cantici, in un contesto maschilista come quello orientale, è la donna. È lei che fa questa dichiarazione d’amore e di mutua appartenenza tra i due e dice: Dodî lî wa’ani lô … ‘Anî ledôdî wedôdî lî. Questo suono -î- è reiterato, per indicare che è tutta se stessa che in quel momento si consacra al suo dôdî, l’amato, espresso attraverso il suono -ô-, e al tempo stesso è fermamente convinta che il suo amato sia consacrato a lei» (pp. 28-29).

Il quinto capitoletto (L’alfabeto colorato dell’arte) si smarca dall’ambito strettamente letterario ed evidenzia come la Sacra Scrittura non abbia mai smesso di pervadere profondamente anche le altri arti, in tutte le epoche, fino ai nostri giorni. Anche “nolenti”, anche nonostante un incalzante razionalismo ateo, aggiungo io. Anche criticandone il messaggio o mettendola sotto accusa, si ottiene uno stesso risultato, se non addirittura talvolta lo si rafforza: la Bibbia resta tra i protagonisti principali. Rifugio o pietra d’inciampo o punto fastidioso di domanda ….. ma sempre al centro. Ravasi menziona pittori come Chagall e Gauguin (è suo La visione dopo il sermone, il quadro in copertina), che hanno mescolato scene bibliche con immagini di moderna quotidianità, e la musica immortale di Wolfgang Amadeus Mozart, che, nonostante il rapporto ambiguo con la fede, seppe plasmare le sue note sul respiro profondo della Scrittura.

L’ultimo breve capitoletto (La forza della Parola) sottolinea la grande sete di senso delle nuove generazioni. La Parola, con la sua forza, può farsi strada tra i moderni sberleffi per appagare questa sete e far sì che lo Sposo (Dio) raggiunga la Sua Sposa (l’umanità).




La centralità della coscienza

confessione_0-largedi Gianni Cioli • Nel discorso inaugurarle dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana di quest’anno papa Francesco esordisce con queste parole rivolte ai giudici: «Oggi vorrei riflettere con voi su un aspetto qualificante del vostro servizio giudiziale, cioè sulla centralità della coscienza, che è nello stesso tempo quella di ciascuno di voi e quella delle persone dei cui casi vi occupate. Infatti, la vostra attività si esprime anche come ministero della pace delle coscienze e richiede di essere esercitata in tuta conscientia».

Centralità della coscienza significa dunque, in questo contesto, al tempo stesso centralità della coscienza del giudice e centralità della coscienza delle persone la cui vicenda si trova ad essere giudicata. «In ordine alla dichiarazione di nullità o validità del vincolo matrimoniale», infatti, afferma il papa, i giudici sono chiamati a porsi «in certo senso, come esperti della coscienza dei fedeli cristiani […] manifestando così la connessione tra la certezza morale, che il giudice deve raggiungere ex actis et probatis, e l’ambito della sua coscienza, noto unicamente allo Spirito Santo e da Lui assistito».

Posta questa premessa il papa ricorda come la tematica della coscienza, molto cara ai Padri degli ultimi due Sinodi dei Vescovi, sia una tematica centrale anche nell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. «Ciò è derivato dalla consapevolezza che il Successore di Pietro e i Padri sinodali hanno maturato circa l’impellente necessità di ascolto, da parte dei Pastori della Chiesa, delle istanze e delle attese di quei fedeli i quali hanno reso la propria coscienza muta e assente per lunghi anni e, in seguito, sono stati aiutati da Dio e dalla vita a ritrovare un po’ di luce, rivolgendosi alla Chiesa per avere la pace della loro coscienza». Questo passaggio è tanto interessante quanto complesso: vi sono fedeli che, avendo reso assente a lungo la loro coscienza, sono andati incontro a dolorosi fallimenti esistenziali. Ma, di fronte all’eventualità, possibile per grazia di Dio, di un risveglio anche flebile della voce coscienza, la Chiesa, in ragione della legge suprema della salus animarum, è chiamata a ricercare le vie per accompagnare questi fedeli a trovare la pace per la coscienza stessa, ovvero la pace di fronte a Dio.

Il discorso si sposta quindi a quello sull’importanza della formazione della coscienza dei fidanzati. Perché, se il trascurare la coscienza può condurre a naufragi esistenziali, ovviamente è meglio prevenire che curare. Nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, ricorda dunque Francesco, «sono stati indicati percorsi pastorali» specifici per la formazione della coscienza, ovvero, «per aiutare i fidanzati ad entrare senza paure nel discernimento e nella scelta conseguente del futuro stato di vita coniugale e familiare». Questo nella consapevolezza che, oggi più che mai, è «necessaria una continua esperienza di fede, speranza e carità, perché i giovani tornino a decidere, con coscienza sicura e serena, che l’unione coniugale aperta al dono dei figli è letizia grande per Dio, per la Chiesa, per l’umanità». Il cammino sinodale e la successiva Esortazione apostolica Amoris laetitia, soggiunge il papa, «hanno avuto un percorso e uno scopo obbligati: come salvare i giovani dal frastuono e rumore assordante dell’effimero, che li porta a rinunciare ad assumere impegni stabili e positivi per il bene individuale e collettivo. Un condizionamento che mette a tacere la voce della loro libertà, di quell’intima cella – la coscienza appunto – che Dio solo illumina e apre alla vita, se gli si permette di entrare». Vi è dunque la necessità di «illuminare, difendere e sostenere la coscienza cristiana della nostra gente».

In funzione di ciò, sottolinea il papa, il Sinodo e l’Amoris laetitia hanno opportunamente fatto appello al «necessario rapporto tra la regula fidei, cioè la fedeltà della Chiesa al magistero intoccabile sul matrimonio, così come sull’Eucaristia, e l’urgente attenzione della Chiesa stessa ai processi psicologici e religiosi di tutte le persone chiamate alla scelta matrimoniale e familiare».

Il papa prospetta quindi la possibilità di un catecumenato matrimoniale, «inteso come itinerario indispensabile dei giovani e delle coppie destinato a far rivivere la loro coscienza cristiana, sostenuta dalla grazia dei due sacramenti, battesimo e matrimonio» e conclude ricordando ancora che la cura delle coscienze è un compito di tutti i battezzati che comporta la fedeltà, appunto, alla regula fidei, cioè alla tradizione viva illuminata dal magistero della Chiesa.

Per illustrare i criteri di questa fedeltà Francesco cita un insegnamento di Paolo VI del 1976: «occorre evitare gli estremismi opposti, sia da parte di chi si appella alla tradizione per giustificare la propria disobbedienza al supremo Magistero e al Concilio ecumenico, sia da parte di quanti si sradicano dall’humus ecclesiale corrompendo la genuina dottrina della Chiesa; entrambi gli atteggiamenti sono segno di indebito e forse inconscio soggettivismo, quando non sia purtroppo di ostinazione, di caparbietà, di squilibrio; posizioni queste che feriscono al cuore la Chiesa, Madre e Maestra».

In conclusione e in sintesi: «Dobbiamo impedire che la coscienza dei fedeli in difficoltà per quanto riguarda il loro matrimonio si chiuda ad un cammino di Grazia. Questo scopo si raggiunge con un accompagnamento pastorale, con il discernimento delle coscienze (cfr. Amoris laetitia, n. 242) e con l’opera dei nostri tribunali. Tale opera deve svolgersi nella sapienza e nella ricerca della verità: solo così la dichiarazione di nullità produce una liberazione delle coscienze».

Se ora consideriamo il ministero del confessore possiamo certamente cogliere delle analogie con le indicazioni del papa ai giudici sulla centralità della coscienza.

Anche per il confessore centralità della coscienza significa da una parte attenzione, rispetto e cura della coscienza delle persone che chiedono di essere assolte e, dall’altra, consapevolezza che la decisione di assolvere o rimandare l’assoluzione non è un equazione matematica ma un atto che deve essere frutto di un discernimento responsabile e coscienzioso.

Anche il confessore si può trovare di fronte a persone che chiedono la pace per la loro coscienza, dopo avere forse sperimentato dolorosi naufragi, magari proprio per aver «reso la propria coscienza muta e assente per lunghi anni». Questo ci conferma la necessità di una formazione della coscienza cristiana, come il papa ha richiamato, formazione oggi effettivamente, per molteplici ragioni, assai carente e nondimeno urgente. E tuttavia l’ovvia considerazione che è necessaria una formazione perché, come si è detto, è meglio prevenire che curare, non elimina drammatica consapevolezza, espressa dalla nota metafora coniata dal papa, che oggi la Chiesa è un ospedale da campo in cui non ci si può esimere dall’urgenza di curare, talora anche in situazioni molto difficili, con grande senso della realtà, senza lasciarsi bloccare né da «idealismi e nominalismi inefficaci» né da «eticismi senza bontà» (Evangelii gaudium nn. 231-232). La coscienza del confessore è dunque chiamata a entrare in un paziente dialogo con quella del penitente per un discernimento nella verità, capace di considerare la realtà dei fatti oggettivi e delle disposizioni soggettive, nelle quali rientrano anche, e non da ultimo, i limiti sperimentati della libertà (Amoris laetitia, n. 37. 301).

L’imprescindibile e urgente formazione della coscienza, d’altronde, non sempre potrà, o potrà solo in parte, avvenire nell’ambito della celebrazione del sacramento della penitenza. Il confessore dovrà perciò richiamarla e incoraggiarla prudentemente, suggerendo possibili percorsi concreti presenti nella Chiesa (analogia con il catecumenato) e lasciando sempre intravvedere, anche nelle situazioni più difficili, la bellezza della libertà cristiana, da riscoprire, anche in via graduale, nell’orizzonte della misericordia instancabile di Dio.

Anche la coscienza del confessore, il quale deve decidere con “coscienza certa” (ovvero con quella “certezza morale” che non è la certezza assoluta dell’equazione matematica), dovrà plasmarsi nella fedeltà alla regula fidei, cioè alla tradizione viva, illuminata dal magistero della Chiesa. Questo significa, come si è detto, «evitare gli estremismi opposti» di chi «si appella alla tradizione per giustificare la propria disobbedienza al supremo Magistero» e di chi si sradica, con improvvide fughe in avanti, «dall’humus ecclesiale corrompendo la genuina dottrina della Chiesa».

In conclusione dobbiamo, con ogni impegno, evitare «che la coscienza dei fedeli in difficoltà […] si chiuda ad un cammino di Grazia»; questo implica un impegno a discernere amorevolmente, in coscienza, il «bene possibile» (Evangelii gaudium nn. 44-45; Amoris laetitia n. 308), ovvero i possibili percorsi d’incontro fra il cuore dei peccatori e l’amore di Cristo, in ogni occasione e situazione, opportuna e non opportuna (cfr. 2Tm 4,2).




Il bombardamento di Trump in Siria. Un nuovo capitolo della guerra per procura con la Russia

trumpdi Mario Alexis Portella Chi voglia trovare un vespaio d’incontri e scontri, interni ed internazionali, nel mondo di oggi, indubbiamente lo troverà in Siria. Oltre alla guerre contro l’ISIS ed alle offensive dei ribelli che cercano di abbattere il governo centrale del presidente siriano Bashar al-Assad, è intervenuto a complicare la situazione il secondo bombardamento degli Stati Uniti in Siria – il primo risale al 2017 — azione, questa volta, intrapresa congiuntamente con Francia e Regno Unito: la motivazione addotta è il video che mostra un gran numero di vittime sofferenti ritenuto la prova che Assad ha utilizzato armi chimiche contro il suo popolo il 4 aprile 2018. Il Presidente Donald Trump, senza di sostanziali (e necessarie) prove per dimostrare la colpevolezza di Assad, e neppur potendo appellarsi ad una minaccia imminente contro l’America, ha ordinato un lancio di missili, che secondo la stampa, hanno colpito un centro di ricerca nel cuore di Damasco, un presunto impianto di stoccaggio di armi chimiche a Ovest di Homs  ed  una seconda struttura nelle vicinanze, ritenuta anch’essa deposito di armi chimiche e di equipaggiamenti ad hoc. Dopo l’offensiva Trump ha twittato “Missione compiuta!”. Mentre il presidente statunitense ha pubblicamente dichiarato che lo scopo finale di questa “missione” era soltanto l’eliminazione delle armi chimiche, essa è risultata invero essere un altro capitolo della “missione” continua per cacciare Assad, in modo che il governo americano possa istituire la sua egemonia nella regione per favorire gli interessi dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi.

Questa “missione” iniziò quando il Presidente Assad negò al Qatar e all’Arabia Saudita di estendere un gasdotto attraverso il suo paese nel 2009. L’amministrazione Obama, con l’aiuto dei sauditi, ingaggiò mercenari ribelli per cercare di rovesciare Assad. Secondo un articolo del Wall Street Journal del 23 dicembre 2015, “U.S. Pursued Secret Contacts with Assad Regime for Years,” (Gli USA hanno perseguito contatti segreti col regime Assad da anni), gli Stati Uniti hanno cercato di sbarazzarsi di Assad sin dall’inizio del 2010. Questa tesi si basa su interviste con oltre due dozzine di noti e importanti personalità, tra cui funzionari statunitensi, anche attualmente in servizio, funzionari e diplomatici arabi. Parte della strategia araba-statunitense era di presentare il presidente siriano come un dittatore responsabile di ripetuti crimini contro l’umanità; da tale strategia sono state generate le manifestazioni del 2011 nel contesto più ampio della primavera araba mirata ad ottenere riforme d’impronta democratica nel paese. Contemporaneamente, gli USA hanno imposto un governo provvisorio: il Consiglio nazionale siriano (CNS) nel 2011.

Il CNS, che non è altro che uno Stato fantoccio manovrato da americani e arabi e vanta un posto nella Lega Araba sostenuta dall’Arabia Saudita, è stato oggetto di forti critiche perché né è parte integrante la componente estremista islamista che include i membri della Fratellanza Musulmana, contro la quale aveva aspramente combattuto con esito positivo il presidente Hafez al-Assad (il padre di Bashar) nel 1982: il regime di Assad, ricordiamo, salì al potere nel 1970, sette anni dopo che il partito Sociale Nazionale Ba’ath (ossia il “Risorgimento”) — fondato nel 1947 — aveva tentato un colpo di stato militare contro il governo civile. Il partito “laico” come dimostra proprio dalla diversità religiosa dei tre fondatori: l’alawita Zakī al-Arsūzī, il cristiano ortodosso Michel ʿAflaq e il musulmano sunnita Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār così come Akram el-Hurānī che più tardi raggiungerà il gruppo e sarà il responsabile dell’aggiunta dell’aggettivo “sociale”.

Sotto la dittatura del primo Assad, la Siria visse un periodo di costante stabilità ad opera di un sistema di governo verticistico, monopartitico e repressivo; Assad, in maniera simile agli altri leader arabi, sviluppò anche un forte culto della personalità. La stabilità politica, garantita anche dall’appoggio dell’Unione Sovietica, permise di apportare importanti riforme infrastrutturali, e la laicità caratterizzante il partito al potere assicurò una forte tutela alle numerose minoranze religiose presenti in Siria, in modo particolare ai cristiani che potevano pubblicamente praticare la loro fede e persino aprire loro scuole col sostegno di fondi statali!

Quanto detto, sia chiaro, non vuol significare una simpatia o addirittura un invito ad appoggiare i regimi dittatoriali perché è mia profonda convinzione che il miglior assetto politico-istituzionale è la democrazia rappresentativa, ed in particolare quella della Repubblica degli Stati Uniti d’America col suo “checks and balances”.

E questo giudizio interessa, si comprenderà facilmente, anche Bashar al-Assad che, come già suo padre, ha promulgato delle norme oppressive a favore della minoranza alawita — una minoranza islamica-sciita — di cui egli fa parte, garantendosi i posti più importanti nell’amministrazione pubblica e nei gradi delle forze armate. Nonostante questo, come ha insistito il Vescovo Cattolico latino di Aleppo (Siria) Antoine Audo durante un’intervista ai giornalisti a Ginevra nel 2016, << Assad ha sempre rispettato i diritti dei cristiani e quando i terroristi hanno raggiunto la Siria, sostenuti dall’Occidente, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, i cristiani cominciarono ad essere ad essere perseguitati e massacrati >>. Anche Assad nel settembre del 2017 disse ai giovani cristiani ortodossi che loro, cioè i cristiani << non sono ospiti né sono come uccelli migratori. Essi fanno parte dell’origine della Nazione, e senza di loro non c’è la Siria molteplice che conosciamo >> .

L’ISIS in Siria, apparentemente, non è più, oggi, un fattore decisivo nella vita politica come lo è stato nel periodo in cui si è dichiarato, e tale è stato considerato, il rappresentante e la voce di tutti i musulmani del mondo, l’autoproclamato califfato islamico 2014, impostosi con la violenza sul territorio siriano ed iracheno. Anche se nel frattempo i jihadisti stranieri continuano ad affluire verso la Siria per combattere come aderenti all’ISIS, adesso questa regione è devastata dalle guerre per procura tra gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa (un’altra denominazione per indicare l’Unione Sovietica) che non sembrano destinate a terminare a breve.

Gli USA, insieme con l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo, Turchia, Francia e Regno Unito, hanno sostenuto le forze di opposizione ad Assad, mentre la Russia, l’Iran e le milizie Hezbollah sono intervenuti a sostegno del regime. Da non dimenticare – per capire la complessità della situazione politico-militare di queste terre – il problema del popolo kurdo, occupante il territorio al nord della Siria al confine della Turchia, che ha contributo validamente ad eliminare il pericolo ISIS in Sira. I kurdi, benché siano appoggiati dagli americani, sono ritenuti terroristi dal governo turco di Erdogan, che ne persegue lo sterminio.

Tornando al tema della diffusa condanna di Assad da parte di tante potenze mondiali per l’uso, presunto, di armi chimiche, la propaganda su stampa e TV ci ha mostrato immagini di immense folle prive di ogni protezione, ad esempio, guanti, maschere, ecc., vittime innocenti di questo attacco col sarin. I danni, anche letali, prodotti dal rilascio del sarin nell’aria, si verificano tramite il contatto del gas soprattutto con la pelle e con gli occhi, ma anche tramite il respiro dell’aria infetta: addirittura dagli abiti esposti al gas può diffondersi il contagio a vasto raggio. Anche una piccola goccia di sarin sulla pelle può provocare sudorazione e contrazioni muscolari. Sfila davanti ai nostri sguardi il film di una popolazione inerme esposta alle disastrose conseguenze dell’attacco chimico, priva di qualsiasi possibilità di difesa…è legittimo, ci si deve chiedere, è giusto ?

Tutte le informazioni e le cosiddette prove prodotte a conferma che Assad ha effettivamente commesso atti criminosi contro l’umanità, provengono da territori non da lui controllati, cioè dai ribelli e dalla Protezione Civile Siriana, ossia i “Caschi Bianchi”. Quest’ultima è un’organizzazione che tenta di riscattare le vittime delle guerre in Siria, ma di fatto è un’associazione di propaganda di guerra a beneficio dei governi occidentali che tentano di rovesciare il regime di Assad, non solo collegata coi servizi segreti britannici e americani, ma apertamente, e per sua stessa ammissione, finanziata con milioni di dollari dal Dipartimento di Stato USA, dal Foreign Office, e da Germania, Paesi Bassi e Danimarca, ecc.

Ecco “le prove” di una “missione” clandestina orchestrata per deporre Assad e creare un inestricabile caos nel Medio Oriente, dove ogni paese in cui si sono insediati gli USA per le loro mire economico-strategiche, ha finito per diventare lo scenario di una orribile tragedia!




«Gaudete et Exsultate»: il diavolo, il discernimento e la santità

diavolo_bdi Francesco Vermigli • La recente esortazione di papa Francesco Gaudete et Exsultate, ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica tanto per lo scopo generale che essa si prefigge, quanto per alcuni passaggi più specifici. Da un lato si è sottolineato l’obbiettivo ampio dell’esortazione, rivelato dal sottotitolo («sulla chiamata alla Santità nel mondo contemporaneo»). Dall’altro lato l’attenzione si è rivolta con insistenza sui passaggi dedicati alla rilevazione di due “sottili nemici della santità”: il pericolo dello gnosticismo e quello del pelagianesimo. Nel primo caso il papa si innesta sulla riflessione conciliare sulla santità – il cui riferimento più autorevole non potrà che essere il capitolo quinto della Lumen gentium («Universale vocazione alla santità nella Chiesa») – siglata da Francesco in maniera personale con la formula cordiale ed efficace della “santità della porta accanto”. Nel secondo caso, siamo posti di fronte a immagini piuttosto ricorrenti nel suo pensiero: così nel discorso tenuto a Firenze il 10 novembre 2015 – in occasione del V Convegno Nazionale della Chiesa in Italia – parlò della tentazione pelagiana e di quella gnostica, come pericoli incombenti sulla Chiesa di oggi.

Qui vorremmo fermarci piuttosto su alcune considerazioni che il papa imbastisce alla fine dell’esortazione. Il capitolo quinto e ultimo del documento è intitolato a «Combattimento, vigilanza e discernimento». A fronte di visioni edulcorate e semplicistiche della santità, il papa richiama la dimensione virile del combattimento spirituale, nota che la santità deve accompagnarsi alla vigilanza, sottolinea che essa si deve pensare come una conquista progressiva. Ed è in questo luogo che il pontefice dà ampio spazio al tema del diavolo come ostacolo continuo che si frappone al credente impegnato sulla strada della santità.

Innanzitutto, sono interessanti alcuni spunti (GE 160) attorno ai racconti evangelici della liberazione degli indemoniati compiuta da Gesù: il papa richiama il carattere semplificatorio dell’opinione moderna che tende a pensare tali racconti come mere “soprannaturalizzazioni” di malattie psichiche. Del resto ci pare proprio che la vita terrena di Gesù possa considerarsi come una sorta di caveat per la vita spirituale di ciascun cristiano: quanto più si fa presente l’opera salvifica di Dio per l’uomo, tanto più si scatenano le forze del Maligno. Nella vita di Gesù questo accade in maniera estrema e paradigmatica nel momento della consumazione salvifica della croce, l’ora dello scatenarsi delle forze demoniache: «dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato» (Lc 4,13), aveva scritto Luca al termine del racconto delle tentazioni; «ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre» (Lc 22,53) dirà Gesù al momento dell’arresto. Così accade nella vita di ogni uomo che percorre la via della perfezione: più si avvia lungo la strada irta e tuttavia dolcissima della santità, più è da prevedersi l’intervento di colui che tenta in ogni modo di dividere (diaballo) l’uomo da Dio.

L’azione del diavolo si esplica principalmente nella “corruzione spirituale” (GE 164-165), quella sorta di veleno esistenziale che consiste in uno stordimento dei sensi spirituali; qualcosa che è altro rispetto al peccato compiuto dall’uomo e umilmente condotto davanti alla misericordia di Dio Padre: qui l’esempio appena accennato dal papa del grande peccatore Davide che si pente e si converte, appare particolarmente appropriato. La corruzione spirituale si manifesta piuttosto nella tiepidezza e nella tristezza; nell’ottenebramento della vista spirituale, incapace di vedere il male e di combatterlo: in breve la corruzione spirituale è la lenta ed inesorabile sconfitta nel combattimento verso la santità.

Proprio questa difficoltà a riconoscere il male come tale pare essere l’origine più radicale della corruzione spirituale. È qui infatti che il papa mette in campo l’altro tema su cui ci vorremmo in conclusione fermare: il discernimento, che abbiamo affrontato in un nostro precedente articolo in questa stessa rivista dedicato al sinodo dei giovani (nel dicembre 2017). Il discernimento è ciò che preserva dalla caduta nella corruzione spirituale o ne è la correzione decisiva, qualora l’uomo vi si sia caduto. Il discernimento si pone come ciò che rende capace l’uomo di dire con chiarezza bene il bene e male il male; in modo specifico, è quell’attività spirituale che permette di riconoscere ciò che viene dallo spirito buono e ciò che viene dallo spirito cattivo. Il discernimento è soprattutto opera dello Spirito santo, è principalmente una grazia (GE 170), che si ottiene nella preghiera costante e fiduciosa (GE 171). Per concludere, esso è come l’anima e la condizione pregiudiziale della santità: giacché quest’ultima si costruisce passo dopo passo, si realizza nelle piccole cose, si rende concreta nelle scelte di ogni giorno, essa ha bisogno di questa capacità di leggere l’opera dello spirito cattivo che allontana l’uomo da Dio e dalla sua volontà.




Il millennio della «porta del cielo»

luzi-firenzedi Antonio Lovascio • “Haec est porta coeli”, è inciso da mille anni sulla soglia della Porta Santa di San Miniato. Una scritta che rivela cosa deve significare il complesso della Basilica romanica, illuminata da un cielo finalmente raggiungibile, un cielo che ci prepara a tornare in città, esaltati dalla bellezza che abbiamo contemplato e possibilmente dall’esperienza di Amore che lì è stata trasmessa. Una porta aperta su varchi di mistero e trascendenza. “ Qui c’è l’anima di Firenze”,come ha detto l’arcivescovo card. Giuseppe Betori. Ne doveva avere avuta profetica percezione lo stesso Vescovo Ildebrando quando, il 27 aprile del 1018, avvertì la necessità di ricostruire completamente il vetusto luogo di culto che conservava le reliquie del protomartire armeno Miniato e dei suoi compagni uccisi durante le crudeli persecuzioni di Decio alla metà del terzo secolo. Ma oltre a custodire la memoria di quei santi, avrebbe dovuto testimoniare con il suo splendore l’orizzonte di speranza pasquale per tutta la “città degli uomini”. E tenere sempre vivo uno sguardo di conforto, di premurosa vigilanza, di attenzione. Citando Simone Weil, lo ha ricordato presentando i sessanta grandi eventi con i quali verrà celebrato il Millenario, l’attuale Abate della comunità olivetana Bernardo Gianni – che ha raccolto e porta avanti con coraggio e spirito creativo l’eredità di Agostino e Vittorino Aldinucci, quest’ultimo considerato un padre dell’ecumenismo. Oggi l’Abbazia è come “una vela che dà vento alla vita delle persone”.

Tra i molti appuntamenti programmati fino al 2019, l’inaugurazione delle tre porte lignee e del Ciborio della Basilica appena restaurati, composizioni musicali poetiche inedite ed eseguite per la prima volta in assoluto. E ancora una grande festa per le famiglie e la cittadinanza, incontri e installazioni artistiche, convegni internazionali e giornate di studio, letture e performance. Per sottolineare come questo luogo sacro sia un armonico distillato di storia, fede ed arte. Nel Cinquecento San Miniato è stato persino un simbolo della resistenza dei fiorentini alle truppe di Carlo V, come si può osservare in un affresco di Giovanni Stradano in Palazzo Vecchio. Lo stesso Michelangelo fu coinvolto nella difesa del campanile della basilica. E un ruolo importante lo ha avuto anche nella Seconda Guerra Mondiale.

Un angolo tanto caro ai sindaci Giorgio La Pira e Piero Bargellini, al poeta Mario Luzi, che ha celebrato San Miniato più volte con le sue liriche («Stringiamoci la mano sugli spalti di pace, nel segno di San Miniato». Come il Vescovo Ildebrando, La Pira collocò sulla collina la sua “Gerusalemme celeste”, la città che San Giovanni nel finale dell’Apocalisse e della Bibbia vede scendere dal Cielo come prospettiva ulteriore, come porta di speranza. Quasi a ricordarci, il “sindaco santo”, che la nostra vita, con le sue attese e i suoi desideri, non può in uno sgretolamento della vita stessa, ma approdare un giorno in un mistero indecifrabile, in un sito ancor più bello di Firenze , che è appunto la “Gerusalemme celeste”, dove finalmente giustizia, pace, conforto avranno tutto il diritto che qui, così faticosamente riescono a trovare. La Pira – lo va ripetendo in queste settimane l’Abate Bernardo – sognava una città capace di aprirsi, di accogliere e di armonizzare l’uomo secondo la misura che il Vangelo propone. Raggiungendo anche le “periferie” come oggi ci chiede Papa Francesco.

Richiamando spesso nei suoi versi questa “visione” lapiriana, Mario Luzi forse meglio di ogni altro è riuscito ad offrire uno sguardo di sintesi così potente e strabiliante su San Miniato, “riserva di un fuoco antico” . Molti ricordano ancora la sua invocazione tanto spirituale quanto laica pronunciata la sera del 7 dicembre del ’97, per salutare la rielezione dell’Abate Agostino Aldinucci . Con la sua lirica il poeta chiese anzitutto ai presenti di fare memoria, respingendo la tentazione dell’oblio e della dimenticanza. Invitando al ricordo, non propose l’immagine della solita Firenze da cartolina, quella che in fondo viene proposta ai turisti correndo il rischio di trasformarci in una sorta di Eurodisney dell’arte rinascimentale. Dobbiamo ricordare qualcosa per tornare a rivivere qualcosa di nuovo, che tuttavia riceva da questo passato stimoli positivi, concreti, moderni e altrettanto intrepidi. “Levò alto i pensieri, stellò forte la notte, inastò le sue bandiere di pace e di amicizia” : sono tutte immagini di speranza, di coraggio, di raccomandazione a portare luce nel cuore della notte e anche una cordialità fatta di pace e di amicizia che troppe volte le nostre città non conoscono. Questo è lo spirito con cui la Comunità olivetana di San Miniato, sempre fedele alla Regola di San Benedetto, celebra il suo primo Millennio.




«Placuit Deo»: la forma relazionale ed ecclesiale della salvezza

immaginedi Alessandro Clemenzia • Placuit Deo sono le prime parole che danno il nome alla Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, indirizzata all’intero corpo episcopale. Esse indicano la direzione verso cui deve essere rivolto lo sguardo quando il discorso verte sul tema della salvezza: l’azione libera di Dio.

La Lettera, a seguito della pubblicazione della Dichiarazione Dominus Iesus (del 2000), non vuole affermare nuovi contenuti di fede, ma «intende mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di Papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali» (n. 1). La missione ecclesiale di annuncio del vangelo deve costantemente tenere conto, sia del contenuto da comunicare (che si articola a partire dalla definitività della rivelazione di Dio Padre in Cristo), sia dell’interlocutore, inserito in un preciso contesto culturale, contrassegnato da una continua trasformazione.

Le due grandi tentazioni odierne, a proposito della salvezza, sono descritte da Papa Francesco attraverso il recupero di due antiche eresie: il pelagianesimo e lo gnosticismo. La prima, per quell’individualismo che ripiega l’uomo ad accontentarsi di sé, raggiungendo un’autonomia tale da Dio e dai fratelli da credere che la salvezza sia ottenibile attraverso i soli sforzi personali. La seconda tentazione, invece, fa riferimento a quell’accentuazione del sentimentalismo che scaturisce da un’eccessiva attenzione rivolta alle sensazioni intimistiche del proprio io, per cui la salvezza sembra riguardare esclusivamente il mondo dell’interiorità.

Sarebbe sufficiente la formula “placuit Deo” per spezzare dall’interno la forza di queste due tentazioni che albergano nel cuore di ogni uomo. Ogni pretesa di auto-realizzazione (condizione che può riassumere l’intenzionalità a cui portano entrambe le tendenze) deve cedere consapevolmente il posto alla libera e gratuita azione di Dio, che rende possibile all’uomo il raggiungimento della sua pienezza attraverso la comunione con Lui: è nel rapporto col Creatore che la creatura ritrova il suo destino, e cioè il compimento integrale di sé, proprio perché “è da Dio”. Tale offerta di salvezza è avvenuta in particolare con la persona stessa di Gesù, il quale «non si è limitato a mostrarci la via per incontrare Dio, una via che potremmo poi percorrere per conto nostro» (n. 11), ma ha raggiunto l’uomo nella sua condizione mortale per divenire egli stesso la via: “Io sono la via” (Gv 14,6).

In questa prima parte della Lettera della Congregazione viene ribadito, attraverso un esplicito riferimento cristocentrico, il carattere prevalentemente relazionale della salvezza: essa raggiunge l’uomo dal di fuori, come azione preveniente (gratia praeveniens) e proveniente da un Altro. La seconda parte della Lettera, invece, fondandosi su quanto già affermato, recupera il carattere comunitario della salvezza attraverso la mediazione salvifica della Chiesa; quest’ultima «ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità» (n. 12). La Chiesa è qui presentata non in senso sociologico, ma come quella realtà che più corrisponde all’essenza di ogni uomo, nella sua dinamica orizzontale (le relazioni interpersonali) e verticale (il suo essere costituito a immagine e somiglianza di Dio).

Senza soffermarsi su quanto la Lettera approfondisce circa l’economia sacramentale attraverso cui Dio risana l’uomo dal peccato (gratia sanans) e lo innesta nelle dinamiche trinitarie (gratia elevans), è interessante rivolgere l’attenzione sulla natura sociale della salvezza: ciò che il Padre, per mezzo di Cristo e nello Spirito Santo, opera verso il singolo, lo fa già in vista della comunità a cui appartiene. È come se la salvezza fosse un dinamismo che, attraverso il suo destinatario, fluisse e si irradiasse nel suo contesto sociale: Dio si dà all’io già, a-priori, in vista del noi. Si può comprendere, a tale proposito, lo statuto ecclesiale (si potrebbe affermare: noi-ale) della salvezza, contrariamente a qualsiasi logica ego-istica che può nascondersi anche nel più innocente desiderio di redenzione.

L’indole relazionale e comunitaria della salvezza spiega chiaramente come il mezzo attraverso cui Dio raggiunge l’umanità assuma la medesima forma del suo mittente, dove la relazione e la comunità condividono il nome proprio di Trinità. L’azione salvifica di Dio, dunque, è il dinamismo con cui Egli va trinitariamente incontro alla sua creatura, trinitizzando, attraverso il singolo, tutte le relazioni interpersonali che lo costituiscono “persona”. La salvezza non è uno stato che si raggiunge alla fine dei tempi, ma è una Presenza che raggiunge l’uomo nell’oggi, dal davanti (per questa ragione si può parlare di memoriale e non soltanto di memoria): l’uomo è chiamato a vivere questa esperienza di grazia con una sempre maggiore consapevolezza, il cui compimento coinciderà con la pienezza della sua vocazione.




Il cammino di santità nelle indicazioni di Papa Francesco

1523378760_5accea46e5032di Francesco Romano • L’esortazione apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate” (GE) é stata pubblicata il 19 marzo 2018 a distanza di poche settimane dalla Lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si tratta di casualità, perché le due grandi e ricorrenti tentazioni, la neo pelagiana e la neo gnostica, dalle quali la Lettera “Placuit Deo” intende mettere in guardia, vengono presentate dall’Esortazione “Gaudete et exsultate” come “due sottili nemici della santità”.

Il sottotitolo dell’Esortazione, “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, ne riassume con tutta evidenza il tema e la finalità. La santità è un percorso che coincide con la vita dell’uomo, nessuno escluso e senza alcun limite di tempo. La santità non è riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie per dedicare molto spazio alla preghiera. La risposta alla chiamata alla santità è di «vivere con amore offrendo a ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno» (GE 14).

Ogni momento è propizio per fare attento l’orecchio alla chiamata. Per questo la Lettera non si presenta come una esposizione dottrinale sulla santità, ma ha per scopo di «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (GE 2). E in questo senso il Papa spera che le sue «pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità» (GE 177).

Il Papa volge uno sguardo molto allargato sul panorama della santità andando con il pensiero al di là di coloro che già sono stati beatificati o canonizzati per affermare che la santità è nel popolo di Dio paziente, che lui definisce “la classe media della santità” (GE 7) come i genitori, i lavoratori che sostengono le loro famiglie, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere.

Il punto centrale dell’Esortazione è la sottolineatura che la santità viene da Dio ed è un dono della grazia, non il risultato del proprio sforzo. Per questo, in stretta continuità con la recente lettera “Placuit Deo” vengono indicati i “due sottili nemici della santità […] due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo” (GE 35).

Anche all’interno della Chiesa è possibile che si insinuino “forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo a un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare” (GE 35). Vi sono infatti coloro che pretendono di dominare la trascendenza di Dio come chi vuole che tutto sia chiaro e sicuro, mentre “noi arriviamo a comprendere in maniera molto povera la verità che riceviamo dal Signore. E con maggior difficoltà riusciamo a esprimerla. Perciò non possiamo pretendere che il nostro modo di intenderla ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri” (GE 43).

Nel cammino di santità la grazia raggiunge gli uomini sorprendendoli nelle loro condizioni reali, “Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica incontrarlo dal momento che non dipendono da noi il tempo, il luogo e le modalità dell’incontro” (GE 41).

La tentazione che ancora oggi molti hanno di affidarsi alle proprie forze, per i pelagiani corrisponde alla convinzione che tutto si può fare con la volontà umana come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, a cui si aggiunge la grazia. Per il Papa le fragilità umane non sono guarite completamente dalla grazia. La grazia suppone la natura e la sana in modo progressivo (GE 50). L’impronta pelagiana è presente anche in coloro che si sentono attaccati a “un certo stile cattolico” (GE 46), confidano nello sforzo umano magari “incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali” (GE 58).

Non si può vivere una vita cristiana senza la grazia di Cristo che non può essere assorbita o sostituita dal perfezionismo con cui si dedicano alle pratiche e agli impegni ecclesiali come “l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa” (GE 57). Questi atteggiamenti segnano la distanza dal dono della grazia e manifestano quanto l’atteggiamento pelagiano sia una falsificazione del messaggio evangelico e si pone alla ricerca dell’affermazione di se stesso e del proprio gruppo dando eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie. Questo riguarda “gruppi, movimenti e comunità che tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati o corrotti” (GE 58).

Nel mettere in guardia dalle proposte ingannevoli e fuorvianti, il Papa esorta a non lasciarci scoraggiare per le difficoltà che segnano il percorso della chiamata universale alla santità, soprattutto se sostenuti dalle opere di misericordia e di carità che restano il miglior baluardo di fronte alle nuove forme di gnosticismo e pelagianesimo. Al centro della gerarchia delle virtù vi è la carità (GE 58) che, in quanto virtù teologale, non si esercita con lo sforzo della volontà personale, ma per effetto della grazia che attira e muove (GE 60).

Nel presentare le beatitudini come la “carta d’identità del cristiano” il Papa ricorda che “la parola felice o beato diventa sinonimo di santo, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge nel dono di sé la vera beatitudine” (GE 64).

Il Papa mette in guardia anche da certe convinzioni distorte di chi crede che con il culto e la preghiera o osservando alcune norme etiche da gloria a Dio. Invece, “il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri” (GE 104).

Il discernimento è l’unico modo e anche un dono che dobbiamo chiedere per sapere “se una cosa viene dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo” (GE 166). Il discernimento, anche nelle piccole cose, ci permette di sottrarci dalle tendenze del momento, è “uno strumento di lotta per meglio servire il Signore”, per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la sua grazia. Il Papa incoraggia a fare ogni giorno un sincero esame di coscienza per entrare in dialogo con il Signore che ci ama (GE 169).

Occorre promuovere l’attitudine all’ascolto, afferma il Papa, per avere la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale, alle proprie abitudini e ai propri schemi, con un atteggiamento di obbedienza al Vangelo e al Magistero “cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza […]. Le medesime soluzioni non sono valide per tutte le circostanze e quello che era utile in un contesto può non esserlo in un altro” (GE 173).

La speranza del Papa è che l’Esortazione “Gaudete et exsultate” possa essere utile a tutta la Chiesa nel promuovere il desiderio di santità chiedendo allo Spirito Santo di infonderlo in ciascuno di noi: “così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere” (GE 177).




Un libro-intervista al teologo ortodosso Christos Yannaras.

original-293451di Dario Chiapetti • Metaphysics as a Personal Adventure. Christos Yannaras in Conversation with Norman Russell (St Vladimir Seminary Press, New York, 2017, 212 pp.) è un’intervista a tutto campo teologico con particolare carattere biografico fatta al professor Christos Yannaras (1935), filosofo e teologo ateniese, tra quelli che più hanno segnato e stanno segnando il corso della riflessione in seno all’Ortodossia, il cui pensiero, snodandosi a partire dal grande tesoro del pensiero greco e da sollecitazioni di certe istanze teoretiche dell’Occidente, genera un potente allargamento di orizzonti del pensare filosofico e teologico sia dell’Oriente che dell’Occidente. In particolare, è la centralità che riveste nel pensiero di Yannaras la questione riguardante l’ontologia – compresa, essa, come ontologia della persona e l’originalità con cui essa viene sviluppata – che fa sì che la produzione del pensatore greco si accrediti in una posizione sicuramente rilevante nell’attuale tornante del percorso del pensiero filosofico e teologico che sta cercando di raggiungere i frutti più maturi della prospettiva personalista. La presente intervista condotta da Norman Russell – il più grande studioso e traduttore, insieme a Basilio Petrà, delle opere di Yannaras – offre così un’ampia autopresentazione, da parte del professore greco, della sua figura e del suo pensiero, così come non veniva offerta al pubblico dal suo Ta kath’ eauton del 1995, e di cui, di seguito, intendo offrire alcuni elementi principali.

Il solo corso della vita di Yannaras – come ci si accorge nella prima parte del libro – fa trasparire tutto il suo profilo intellettuale nonché spirituale. Questi si accorge da giovane del «pietismo» che connota il sentire ortodosso dei suoi tempi, troppo lontano dalla vitalità dell’esperienza ecclesiale dei Padri e più incline a impostazioni moralistiche e conservatrici. Il suo orizzonte esistenziale e intellettuale si allarga quando, grazie a Dimitrios Koutroubis, conosce l’opera di Fëdor Dovstoievskij, la sua critica dell’Occidente, e il personalismo della filosofia religiosa russa, soprattutto di Nikolaj Berdjaev. Sceglie di approfondire gli studi filosofici e teologici a Bonn, città in cui conosce il pensiero di Martin Heidegger, evento cruciale per lo sviluppo del suo pensiero. Si sposta poi a Parigi dove entra in contatto con l’opera di Jean-Paul Sartre che va a completare la prospettiva filosofico-teologica apertagli dal filosofo tedesco, dei teologi Marie-Dominique Chenu e Étienne Gilson che gli forniscono importanti stimoli con i loro studi sullo sviluppo del cristianesimo e della teologia in Occidente, e frequenta le figure della seconda generazione dei pensatori russi della diaspora (Pavel Evdokimov, Nicolas Lossky, Olivier Clément, ecc.). Questi, se mettono Yannaras in contatto con il pensiero dei loro padri (Vladimir Lossky, Sergej Bulgakov, ecc.) fornendogli la chiave per un ritorno fecondo al pensiero patristico, gli mostrano, a suo giudizio, anche già la svolta inconsapevole che essi hanno operato verso un certa tendenza individualistica, tutta occidentale, nel modo di concepire l’esperienza ecclesiale. Tornato in Grecia approfondisce il contenuto ontologico della nozione teologica delle persona (titolo del suo Dottorato alla Facoltà Teologica di Tessalonica del 1970), la persona nel significato ontologico del corpo (Hê metaphysikê tou sômatos. Spoudê ston Iôannê tês Klimakos, 1971), dell’eros (l’opus magnum di Yannaras: To prosôpo kai ho Erôs, 1976) con la conseguente delineazione della figura di un ethos fortemente improntato personalisticamente (Hê euletheria tou êthous. Dokimes gia mia orthodoxê theôrêsê tês Êthikês, 1970) affrontando poi molteplici temi tra i quali, ad esempio, quelli sociali e politici (Hê apanthrôpia tou dikaiômatos, 1997), fino a riprendere il tema ontologico, opportunamente affrontato anche mediante la riflessione dei suoi presupposti filosofici-linguistici, grazie all’apporto teoretico offerto dal pensiero di Ludwig Wittgenstein (To rêto kai to arrêto, 1999) e del pensiero psicanalitico di Jacques Lacan (Ontologia tês schesês, 2004).

Lo studio filosofico dell’ontologia di Heidegger fa diventare Yannaras consapevole della contraddizione interna della metafisica occidentale che, proprio con l’intento di cogliere l’ente affrancandosi da ogni dogmatismo, a causa, però, di una gnoseologia intellettualista individualisticamente connotata sul piano antropologico, isola il problema ontologico da ogni forma di verifica esperienziale, attribuendo alla verità il carattere empirico di apparenza il cui orizzonte di conoscenza è unicamente l’esperienza dell’esistenza come temporalità, arrivando inevitabilmente a decretare, con Friedrich Nietzsche, il nichilismo e quindi la morte di Dio.

Yannaras afferma che in To prosôpo kai ho Erôs ha inteso indagare se la testimonianza dell’«esperienza ecclesiale», a cominciare dalla letteratura cristiana dei primi secoli, conteneva risposte metodologicamente e empiricamente coerenti alle problematiche di Heidegger. Ebbene, nel personalismo dei Padri e nella loro precisa prospettiva apofatica, Yannaras trova queste risposte che gli permettono di andare oltre i Padri e delineare una vera e propria ontologia critica. Il professore ateniese richiama come l’apofatismo venga inteso da lui, nella linea dei Padri, come un’«attitudine», non come una «tesi»: la conoscenza è dall’esperienza, cioè dalla relazione del soggetto con altri soggetti/oggetti della realtà, e è da verificare empiricamente, non da ridurre intellettualisticamente in quanto la verità non si esaurisce nella sua formulazione linguistico-concettuale giacché significante e significato non coincidono. Ora, la conoscenza si attesta sull’evento-relazionale dell’evento-persona – è disvelamento, a-lēteia, della persona – l’esperienza del soggetto, cioè, nella sua costituzione erotica, di movimento di libertà verso un’alterità.

Data l’importanza riconosciuta alla relazione – la domanda ontologica si pone unicamente nel-soggetto-nella-relazione – la verifica empirica della conoscenza sarà evento relazionale, e quindi sociale e, più propriamente, ecclesiale, secondo il principio di Eraclito: “ciò che condividiamo verifichiamo, ciò che possediamo privatamente falsifichiamo”. Ecco che l’attitudine “apofatica” chiama sorprendentemente in campo la «verifica sociale della conoscenza» (l’opposto dell’accettazione di massa di qualche contenuto da credere intellettualisticamente elaborato): la verità – sottolinea Yannaras – sta nella conoscenza conseguita dal soggetto che esiste al modo della sua costituzione relazionale e nell’effettiva esperienza relazionale che è ek-stasis, non in una adaequatio rei et intellectus.

L’esistenza personale come dato teo-ontologico permette a Yannaras di approfondire anche il significato della prospettiva teologica orientale della distinzione tra l’essenza e l’energia di Dio fino a rinvenirne le implicazioni sul piano ecclesiologico. L’essenza, l’ousia – dal participio presente di einai – è quel «modo» di ipostatizzare l’essere; l’energia è la partecipazione di tale modo di ipostatizzazione dell’essere. Ora, l’essere personale del Padre è la paternità, la paternità, fonte dell’essere, è amore e libertà. Dall’/nell’amore e libertà è generato il Figlio e procede lo Spirito Santo e come amore e libertà la Trinità esiste. La comune attività (energeia) della libertà dei Tre, il modo d’essere Increato, è partecipato, certamente nel Logos per lo Spirito Santo, al modo d’essere creato. Da ciò si arriva, proprio mediante l’esperienza ecclesiale, alla figura di Chiesa non come «religionizzazione» della fede strutturantesi su contenuti (dogmatici, pastorali, morali, ecc.) intellettualisticamente colti e proposti da recepire, con il conseguente invito a raggiungere una salvezza individualisticamente intesa, ma come «evento ecclesiale», come modo d’essere nell’amore e nella libertà, che attua la verità ontologica-personale degli uomini e così una profonda conoscenza della realtà che supera il dogmatismo, il positivismo e il nichilismo.

Ecco presentati alcuni aspetti del pensiero di questa figura di intellettuale che è Christos Yannaras. Egli attesta come la riflessione orientale – e greca nella fattispecie – scorga, a partire dall’esperienza personale-ecclesiale, così come i Padri l’hanno vissuta e intesa, nel dato teologico rivelato il contenuto ontologico di carattere personale e il suo modo apofatico di darsi a conoscere. È così superato l’esito nichilistico di un pensiero metafisico onticamente improntato; è così indicata e rilanciata la via della Chiesa: la persona, il modo dell’essere.




Mons. Tonino Bello e «la chiesa del grembiule»

DonTonino-grandedi Stefano Liccioli • Con la visita pastorale che Papa Francesco ha fatto in Puglia in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Mons. Tonino Bello che è stato Vescovo delle diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, il Santo Padre prosegue il suo percorso tra i sacerdoti che, a loro modo, hanno abitato le diverse periferie dell’esistenza, pastori con l’odore delle pecore così come il Santo Padre chiede di essere ai suoi sacerdoti. Dopo don Primo Mazzolari e don Milani lo scorso anno, Padre Pio lo scorso marzo, il 20 aprile Papa Francesco ha reso omaggio a Mons. Tonino Bello.

Nato nel 1935 ad Alessano, in provincia di Lecce, don Tonino (come preferiva farsi chiamare dalla gente) è stato ordinato sacerdote nel 1957. Ha ricoperto l’incarico di vicerettore del seminario di Ugento, assistente dell’Azione Cattolica e quindi vicario episcopale per la pastorale diocesana. Già parroco, nel 1982 è stato ordinato vescovo. Un ministero, quello episcopale, che eserciterà fino al 1993, anno della sua morte avvenuta a causa di un tumore. Nel tratteggiarne la figura Papa Francesco ha detto: «Capire i poveri era per lui vera ricchezza, era anche capire la sua mamma, capire i poveri era la sua ricchezza. Aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda. […] Una Chiesa che ha a cuore i poveri rimane sempre sintonizzata sul canale di Dio, non perde mai la frequenza del Vangelo e sente di dover tornare all’essenziale per professare con coerenza che il Signore è l’unico vero bene». Questa vicinanza ai poveri Mons. Bello non la viveva in maniera teorica, ma si faceva realmente loro prossimo, coinvolgendosi in prima persona, preferendo il potere dei segni al potere dei segni. «Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità».

Nel definire il ritratto di don Tonino il Papa ha sottolineato il suo desiderio di vedere una Chiesa che sappia indossare il grembiule, i panni cioé del servizio, la sua attenzione ad unire la contemplazione all’azione, ad essere cioé “contemplattivi”, il suo amore per il mondo a cui non devono essere sempre «opposti i rigori della legge se non sono stati prima temperati con dosi di tenerezza».

Di Mons. Bello è stato ricordato anche il suo impegno per la pace sia come presidente di Pax Christi sia come prete e vescovo, ma soprattutto come cristiano. «Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. […] Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione». Un concetto, questo, che il Santo Padre ha ribadito anche durante la Messa celebrata a Molfetta:«Don Tonino sosteneva che “la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. […] La pace è qualche cosa di più: è convivialità”. È “mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi, mettersi a tavola tra persone diverse”, dove “l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare”. Perché i conflitti e tutte le guerre “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. E noi, che condividiamo questo Pane di unità e di pace, siamo chiamati ad amare ogni volto, a ricucire ogni strappo; ad essere, sempre e dovunque, costruttori di pace».

Di don Tonino voglio ricordare un’affermazione che egli fece in un dibattito con il giornalista Mario Cervi durante una trasmissione televisiva. Il prelato disse che i vescovi hanno il diritto-dovere di parlare di pace e giustizia perchè sono problemi vitali su cui si gioca il destino dell’uomo, altrimenti il rischio è che si limitino a parlare del colore dei paramenti o del numero dei ceri sull’altare. Ecco, credo che la risposta di Mons. Bello sia valida per tutte le volte che si vuole strumentalizzare la Chiesa o relegarla in sacrestia perché il messaggio di pace, amore e giustizia che Gesù le ha affidato è ancora oggi (e deve esserlo) una pietra d’inciampo.

Ha concluso così Papa Francesco il suo discorso:«Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. Dalla vostra terra Dio ne ha fatto sorgere uno, come dono e profezia per i nostri tempi. E Dio desidera che il suo dono sia accolto, che la sua profezia sia attuata. Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. Davvero ci aiuterà a spandere oggi la fragrante gioia del Vangelo».




Lo sviluppo economico nella «Gaudium et spes»: un insegnamento ancora attuale

 

fabbricadi Leonardo Salutati • Il tema dello sviluppo è centrale all’interno del capitolo dedicato alla vita economica e sociale di GS (nn. 63-72) ed offre una prospettiva che sarà ripresa dal Magistero sociale successivo fino ad oggi. Per i Padri conciliari era ben chiaro che lo sviluppo non era da intendersi soltanto in senso quantitativo, ma che riguardava anche i cambiamenti nella struttura di tutte le relazioni economiche e sociali. Fu una intuizione che anticipava di anni l’esigenza, che si manifestò in seguito, di superare una modalità di valutazione solo quantitativa dello sviluppo incentrata sul PIL e di adottare, come farà poi l’ONU con gli “Indici di sviluppo umano”, altri criteri quali, per esempio: l’alfabetizzazione, la qualità dell’istruzione, la sanità, l’attesa di vita, la qualità dei sistemi di protezione sociale, la disparità di reddito, ecc.

La riflessione di GS si concentrava sulla complessità della realtà economica e sociale con le sue interconnessioni, che l’attuale sistema globale ha pienamente manifestato. Per questo i principi che il documento conciliare elenca, rivelano ancora oggi tutta la loro attualità. Essi sono essenzialmente quattro.

Il primo ricorda che lo sviluppo economico deve contribuire allo sviluppo di tutto l’uomo integralmente considerato tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa (n. 64). È una visione radicalmente opposta a quella economicista (n. 63), che riduce l’uomo ai suoi soli bisogni materiali, che sarà continuamente riproposta e arricchita dal Magistero successivo fino a Papa Francesco.

Il secondo principio è legato al primo ed insegna che lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell’uomo. Non deve essere abbandonato all’arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune nazioni più potenti. (n.65). Pensiamo, per esempio, quali conseguenze ha avuto il trascurare questa indicazione in occasione della crisi dei mutui subprime del 2008 e delle crisi provocate dall’attività finanziaria esclusivamente speculativa. Al n. 70 si precisa ulteriormente l’obbligo di una opportuna programmazione per assicurare il giusto equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e le esigenze di investimenti per la generazione successiva.

Il terzo principio definisce il fine dello sviluppo. Richiamando la necessità dello sviluppo di ogni uomo e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente (n.64), alla luce delle ingenti disparità economico-sociali che si accompagnano a discriminazioni nei diritti individuali e nelle condizioni sociali, si afferma che lo sviluppo esige che venga messo fine ad ogni disparità, per rispondere alle esigenze della giustizia e dell’equità, nel rispetto dei diritti personali e dell’indole propria di ciascun popolo (n. 66). È ancora di grande attualità poi il richiamo esplicito, nello stesso paragrafo, al rischio per gli agricoltori di essere cittadini in condizioni sociali di inferiorità, soprattutto nel “terzo mondo”, ed al loro diritto di essere sostenuti per aumentare la produzione e garantirne la vendita, nonché per la realizzazione delle trasformazioni e innovazioni necessarie, come pure per raggiungere un livello equo di reddito.

Il quarto ed ultimo principio ricorda che tutti i cittadini hanno il diritto e il dovere – e il potere civile lo deve riconoscere loro – di contribuire secondo le loro capacità al progresso della loro propria comunità (n. 65). Il dovere di solidarietà impone poi di non lasciare inutilizzate risorse che potrebbero servire al bene comune ed esige che, salvo il diritto di migrazione, le comunità non siano private dei mezzi materiali e delle risorse intellettuali di cui hanno bisogno.

Il fenomeno delle migrazioni internazionali, che è una delle caratteristiche più importanti della realtà contemporanea con proporzioni inusuali, pur non essendo trattato dettagliatamente dal Concilio, in quanto cominciava allora ad affacciarsi sulla scena internazionale, è però considerato come un importante fattore di crescita economica. Per questo GS ricordava che la giustizia e l’equità richiedono di eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione o di lavoro (n. 66) favorendo l’integrazione nella vita sociale del popolo o della regione che accoglie i migranti, senza abbandonare l’impegno a promuovere, nella misura del possibile, posti di lavoro nelle regioni stesse d’origine (ibid.).

Affermare come fa GS il dovere di essere al servizio di tutto l’uomo e di ogni uomo come pure di ogni popolo, provoca necessariamente ad interrogarsi sul modo di operare dell’economia mondiale e sull’esistenza di regole adeguate in ambito finanziario, per definire le caratteristiche di quello sviluppo dei popoli di cui si avverte sempre di più l’urgenza e che il Magistero sociale della Chiesa può contribuire ad elaborare.




Qualche pensiero sulla «politica». Con l’aiuto di tre Santi

downloaddi Andrea Drigani •La politica è costantemente e continuamente al centro dei rapporti dentro gli Stati e tra gli Stati. E’ un argomento che pur muovendo dall’antichità è sempre attuale e guarda pure al futuro. Richiamare qualche spunto per una meditazione sulla politica, alla luce della cultura cristiana, anche ai nostri giorni, forse non è tempo buttato via. Con la parola «politica» si intendono due concetti, che sono tuttavia da ritenersi collegati, lo studio del fenomeno politico e l’esercizio dell’attività politica. Lo studio (o scienza) della politica riguarda soprattutto l’origine e il fondamento dello Stato, la sua organizzazione e la sua autorità, la natura dell’agire politico ed economico, le sue relazioni con la morale e la religione. Questi problemi furono già oggetto di riflessione dei grandi filosofi greci, in particolare di Platone e Aristotele. Per quanto attiene all’esercizio della potestà politica, San Tommaso d’Aquino (1225-1274) dice che sono due le virtù che devono maggiormente brillare in coloro che ne sono titolari: la giustizia e la prudenza. La giustizia garantisce i doveri tra le persone private, i doveri degli individui verso la comunità e i doveri della comunità verso i cittadini. La prudenza è necessaria quando si tratta di approntare le leggi che si reputano opportune per provvedere al bene comune. Scrive infatti il Dottore Angelico: «Spetta alla prudenza deliberare, giudicare e comandare rettamente i mezzi che servono per raggiungere il bene di tutta la collettività». San Giovanni Paolo II, durante il Grande Giubileo dell’anno 2000, segnatamente il 31 ottobre, volle proclamare San Tommaso Moro (1478-1535) Patrono dei Governanti e dei Politici. Papa Wojtyła nella Lettera con la quale decideva tale Patrocinio ne spiegava i motivi. Innanzitutto il bisogno da parte del mondo politico ed amministrativo di avere dei modelli credibili, che mostrino la via della verità in un momento storico in cui si moltiplicano ardue sfide e gravi responsabilità, che richiedono scelte politiche chiare a favore della famiglia, dei giovani, degli anziani e degli emarginati. San Giovanni Paolo II affermava la necessità di riandare all’esempio di San Tommaso Moro, che si distinse per la fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime proprio perché, in esse, intendeva servire non il potere, ma l’ideale altissimo della giustizia. imagesForte di tale rigoroso impegno – osservava ancora Papa Wojtyła – lo statista inglese pose la propria attività pubblica al servizio della persona, specialmente se debole o povera; gestì le controversie sociali con squisito senso d’equità; promosse l’educazione integrale della gioventù. L’armonia tra il naturale e il soprannaturale costituisce forse l’elemento che più di ogni altro definisce la personalità di San Tommaso Moro: egli visse la sua intensa vita politica con umiltà semplice, contrassegnata dal celebre «buon umore», anche nell’imminenza della morte. Non volendo dare il proprio appoggio al disegno di Enrico VIII che voleva assumere il controllo sulla Chiesa in Inghilterra, rassegnò le dimissioni. Per la sua irremovibile fermezza nel rifiutare ogni compromesso con la propria coscienza, fu imprigionato, «processato» e decapitato. L’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale: ecco la luce che ne illuminò la coscienza. San Tommaso Moro – dichiarava San Giovanni Paolo II – con la sua vita testimoniò, fino all’effusione del sangue, il primato della verità sul potere e il servizio alla persona umana come fine supremo della politica. Il Concilio Vaticano II ci rammenta, tra l’altro, che i Santi non cessano di intercedere per noi presso il Padre e la nostra debolezza è quindi molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine, questo può valere anche per la politica.