La forma eucaristica della Chiesa: il contributo del cardinale Betori

Giovedi-Santo-Betori-sia-valorizzata-la-sofferenza-dei-credenti-che-rinunciano-all-Eucaristia_opengraphdi Alessandro Clemenzia · In questo tempo di pandemia, la riflessione ecclesiologica si è tutt’altro che ritirata dal suo incessante desiderio di scrutare i segni dei tempi: tutto ciò che gravita attorno all’uomo è la sua materia prima d’indagine. Ogni circostanza diventa il luogo di un gran numero di provocazioni, che spingono l’uomo a cercare il senso più profondo della realtà. È questo il contesto migliore in cui interpretare i numerosi dibattiti che animano l’attuale riflessione teologica, come ad esempio la liceità delle adorazioni eucaristiche per via telematica, o la questione della celebrazione della Messa senza il popolo; o ancora la validità dell’assolvimento dei precetti ecclesiali senza una vera e propria prassi eucaristica, etc.

Tali dibattiti rappresentano in realtà un’occasione rivolta alla Chiesa di approfondire la sua natura e il fondamento su cui poggia l’intera esistenza cristiana. L’omelia del cardinale Giuseppe Betori, in occasione della celebrazione della Messa in coena Domini nella cattedrale fiorentina ha offerto, a tale proposito, preziosissimi elementi su cui discernere. I punti nodali su cui l’Arcivescovo si è soffermato, e che rappresentano i cardini della liturgia eucaristica del giovedì santo nel triduo pasquale, sono due: la lavanda dei piedi e l’istituzione dell’Eucaristia.

Un primo elemento decisivo riguarda la misura del discepolato: «La misura dell’essere discepoli di Gesù è la capacità di porsi l’uno di fronte all’altro non per rivendicare i propri diritti, neanche nella prospettiva di uno scambio alla pari – amare quelli che ci amano –, ma nel sottomettersi agli altri nel servizio». Da queste parole si intravede la dimensione fondamentalmente relazionale dell’identità ecclesiale: una relazionalità tra gli uomini che – seppure fondata sul desiderio del raggiungimento di una sua pienezza, vale a dire la reciprocità – rimane sempre asimmetrica, in quanto non è il risultato di un accordo tra i singoli, ma è la dinamica caratterizzante attraverso cui ciascuno si pone di fronte all’altro nella totale consegna di sé. La lavanda dei piedi, in altre parole, è la visibilità del volto comunionale della Chiesa.

Un secondo elemento evidenziato riguarda la sottolineatura dell’altra azione compiuta da Gesù, vale a dire l’istituzione dell’Eucaristia. Di fronte a un sempre più evidente neo-romanticismo che penetra sempre più silenziosamente all’interno del “sentimento religioso”, riducendo così la fede a una mera ricerca interioristica di appagamento, Betori indica chiaramente il realismo del sacramento: “L’Eucaristia non è sentire Gesù vicino a noi, presente al nostro cuore. L’Eucaristia è una presenza reale”, così oggettiva da essere capace di trasformare in Lui colui che se ne ciba, generando così tra gli uomini nuove forme di relazione.

La sottolineatura di un bene così essenziale, quale la partecipazione eucaristica, sembra quasi entrare in conflitto con la decisione che la Chiesa stessa ha preso nel domandare ai fedeli di vivere questo tempo di pandemia senza riunirsi insieme nelle celebrazioni. Eppure, spiega il Cardinale, questa stessa rinuncia, se accolta con cuore sincero e con il senso di obbedienza alla circostanza, è capace di conformare il cristiano, singolarmente e comunitariamente, a Cristo. E qui emerge un altro elemento essenziale per la riflessione ecclesiologia, vale a dire la forma Christi della Chiesa: come, infatti, il Verbo di Dio si è svuotato della sua natura divina fino alla morte e alla morte di croce, così il cristiano – nel non sottrarsi come cittadino alle disposizioni date dal governo e dalle singole Conferenze Episcopali – è chiamato a svuotarsi di sé, di ciò che appartiene essenzialmente all’identità della Chiesa (e cioè l’Eucarestia), per mettersi come alter Christus a servizio degli altri (in questo caso nel “limitare l’espandersi del contagio virale”).

Un ulteriore contributo offerto dall’omelia di Betori riguarda il modo in cui comprendere la dimensione comunitariaunnamed dell’azione liturgica, il cui fondamento non è la partecipazione dell’assemblea (sempre e comunque essenziale nella celebrazione), ma l’azione di Dio: tali sottolineature «non sono annotazioni marginali, perché ne va della concezione della salvezza, che scaturisce sempre e solo dalla grazia, pur prendendo forma nella vita personale e comunitaria». Ciò che rende “una” la chiesa non è, dunque, una dinamica sociologica, ma il farsi “presenza” di Dio stesso in mezzo al suo popolo.

Un ultimo elemento da sottolineare è quello attraverso cui Betori concentra le implicazioni più profonde di quanto ha affermato, riuscendo a far confluire insieme tre differenti immagini di Chiesa: Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Comunione. In virtù dell’incarnazione del Verbo, egli si domanda «se non appartenga proprio alla natura dell’Eucaristia, e quindi ai suoi effetti, riconoscere nella carne del fratello la continuità del Corpo e del Sangue di Cristo che l’Eucarestia ci dona». In questo senso l’adorazione eucaristica dei singoli continua incessantemente attraverso il mettersi a servizio di ciascuno verso gli altri: chi, infatti, serve il corpo dei fratelli, serve il Corpo di Cristo. E ciò, conclude il cardinale, «darà autenticità ai gesti comunitari che faremo quando finalmente potremo tornare a riunirci come assemblea eucaristica».

Questa omelia, oltre a guidare il popolo di Dio nel vivere ecclesialmente ogni gesto quotidiano, si inserisce nella vivacità teologica di questi giorni e offre una risposta chiara ad alcune domande che hanno provocato il cuore di molti fedeli.




La pandemia della jihad durante la quarantena del Coronavirus

Battle-of-Ager-Sanguinisdi Mario Alexis Portella · In questi ultimi mesi il mondo è stato concentrato sulla pandemia del Coronavirus, dato che questo è stato sostanzialmente l’unico tema riportato dai mainstream media. Ma c’è un’altra “pandemia” al fianco del COVD’19 che è stata ignorata, pur essendo molto più mortale per l’umanità, che negli ultimi 1.420 anni ha ucciso non meno di 270 milioni di persone e continua a sopravvivere oggi. Tale pandemia è la jihad islamica e, come spiega il giornalista Rami Dabbas, un cittadino giordano ed ex-musulmano diventato cristiano, coloro che affrontano spesso questa minaccia sono i cristiani—non escludendo gli ebrei e musulmani—che sono classificati dalla sharia come cittadini di seconda classe nella migliore delle ipotesi e disumani nella peggiore.

Questa pandemia globale della jihad islamica è ancora più pericolosa perché non solo uccide, ma indottrina anche le persone, trasformandole in strumenti di odio e di incitamento. Il nuovo Coronavirus colpisce il sistema respiratorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, il recupero resta infetto. Quelli sfortunati al punto da affrontare uno scoppio di jihad o muoiono o sono infettati a vita.

Sì, ci sono militanti come i capi dell’ISIS che avevano consigliato ai loro membri di evitare i luoghi dove il COVD’19 è dilagante, in particolare nell’Europa occidentale. Gli islamisti, però, invece di rilassare i loro terrorismo, hanno trovato più ispirazione dal “nemico invisibile” per la loro jihad contro i cristiani perché la vedono come “amico”. Loro credono che il Coronavirus sia una “piaga” inviata da Allah al fine di punire i non-credenti con un “tormento doloroso”. Questo è il motivo perché tanti imam, come Jamil Al-Mutawa di Gaza che aveva predicato che Allah aveva creato il Coronavirus per uccidere gli infedeli (e gli israeliani): «Allah ha inviato solo un soldato, il Coronavirus» .

La suddetta mentalità non è un’idea nuova nell’Islam. Il concetto che Allah punirà gli ingiusti in questo mondo vienepersecution direttamente dal Corano: “Quindi se si pentono, è meglio per loro; ma se si allontanano, Allah li punirà con una dolorosa punizione in questo mondo e nell’aldilà. E non ci sarà per loro sulla terra nessun protettore o aiutante”. (Sura 9, 74) Sotto tale ispirazione, gli jihadisti hanno fatto tutto il possibile per osservare tale appello.

Alcune stragi contro i cristiani in questi ultimi mesi sono state:

  • Il 19 aprile nel villaggio di Unguwan Magaji, Nigeria, tre donne sono state tra i quattro cristiani uccisi dai militanti Miyetti Allah—un gruppo associato ai musulmani Fulani; la maggior parte dei membri sono pastori.

  • In Mozambico settentrionale—il 60% della popolazione nel paese sono cristiani, mentre i musulmani sono il 18%—alcuni affiliati di Boko Haram hanno massacrato più di 50 persone in un attacco a Xitaxi nel distretto di Muidumbe dopo che i cristiani si sono rifiutati di essere reclutati nei suoi ranghi.

  • Il 29 marzo nella città di Nzerekore, in Guinea, una folla musulmana ha bruciato una chiesa e ucciso almeno tre persone.

In una recente intervista sulla diffusione di gruppi terroristici islamici nel Sahel africano—una fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana, estesa tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est—un ricercatore francese, Olivier Hanne dell’Università Aix-Marseille, ha detto che i musulmani, dopo aver esteso la loro presa sul Sahara musulmano, hanno come prossimo obiettivo conquistare i luoghi in cui cristiani e musulmani vivono fianco a fianco, come in Europa. A proposito, in Francia, da quando è iniziata la quarantena del Coronavirus a metà marzo, la procura nazionale antiterroristica ha fatto molte indagini preliminari sul terrorismo, individuando i malfattori provenienti dall’Iraq e dalla Siria.

Noi dovremmo continuare a pregare e combattere contro il “nemico invisibile” che è uscito da Wuhan (Cina). Allo stesso tempo, non dimentichiamo quel “nemico religioso” che secondo il Seminario Teologico Gordon-Conwell, nello stato di Massachusetts (USA), ha ucciso fino a 900.000 cristiani negli ultimi dieci anni; secondo uno studio di Open Doors USA—una missione non confessionale a sostegno dei cristiani perseguitati nel mondo—nel 2018 circa 215 milioni di persone hanno subito persecuzioni religiose, 70% di loro nelle nazioni islamiche.

Questo avversario rimarrà molto dopo che il Coronavirus sarà sparito. Come ha detto durante un’intervista il mese scorso, l’Arcivescovo Cattolico Caldeo di Mosul e Akra Najeeb Michaeel Moussa, parlando della situazione in Iraq: «L’ideologia fanatica continua a regnare in molte menti e alcune persone stanno ancora sognando di scacciare tutti i cristiani dalle loro dimore storiche… Purtroppo, tuttavia, questa mentalità settaria continua a imporre la sharia [legge islamica] all’interno della legislazione irachena. I libri di testo scolastici e la predicazione settaria nelle moschee sono una fonte di divisione sociale e politica».

Come possiamo combattere quest’ideologia ispirata dalla sharia? Prima, i capi di stati devono pubblicamente ammettere che c’è un problema con il clero musulmano che ispira la violenza nei testi islamici. Allo stesso modo, si deve insistere sulla libertà religiosa—per questo motivo Mustafa Kemal Atatürk secolarizzò la Turchia, così eliminando il califfato e le osservanze della sharia. Questo non vuol dire che la libertà di coscienza del musulmano viene soppressa. Anzi, viene rispettata. Sotto quest’aspetto, il Vescovo Moussa ha detto: «Attraverso l’istruzione e la cultura, possiamo superare l’oscurantismo e la violenza».

Si può realizzare questo, non con un dialogo in cui ci vergogniamo di menzionare il nome di Gesù per paura di offendere i musulmani; esso non è altro che un monologo di correttezza politica—mi chiedo, se il musulmano può parlare di Allah e il profeta Maometto, perché noi non possiamo invocare Gesù Cristo? Si può arrivare tramite il dialogo in cui, secondo il nostro dovere cristiano, si parla della vita del Signore e dei Suoi insegnamenti. Come mai? Perché da lì nascono i diritti basati sull’uguaglianza tra uomo e donna e tra cristiano e non-cristiano. E così, come aveva detto papa S. Giovanni Paolo II durante il suo discorso alla gioventù musulmana in Marocco nel 1985, magari possiamo vivere in una vera armonia con Dio e il prossimo.




L’Europa, l’Italia e un progetto per il mondo del «dopo»

bandiere-italia-e-unione-europea_800x423-728x409di Antonio Lovascio· L’Europa si costruisce con le sue crisi, diceva Jean Monnet. E’ così. Forse se ne stanno rendendo finalmente conto, dopo la strage del Coronavirus , se non tutti i 27 Stati che vi hanno aderito, almeno i Paesi fondatori. Stanno cadendo alcuni tabù e l’Italia – che fin qui ha dimostrato una incredibile serietà e compattezza – può tirare un mezzo sospiro di sollievo, dopo che il Consiglio europeo, la Commissione esecutiva Ue e la Bce hanno deciso di aiutarci ad affrontare – con la speranza di poterne uscire al più presto, pena il venir meno della coesione sociale – un’Apocalisse sanitaria ed economica che per la verità non ha risparmiato nessuno. Dalla Cina all’America, dalla Spagna alla Francia per non parlare della più solida Germania, e in egual misura la Gran Bretagna.

Mentre è difficile prevedere gli sviluppi della pandemia in termini di ulteriori contagi e vittime, il nostro Paese – di fronte ad un futuro incerto e duro – cerca faticosamente e gradualmente di ripartire, non senza le solite divisioni politiche, portandosi appresso numeri che fanno spavento: PIL in caduta dell’8 per cento, deficit in corsa verso il 10,4%, debito in volo al 155,9%. Il che significa che su ogni cittadino pesa adesso un debito di 43 mila euro, neonati compresi. Urge però spalmare liquidità. Ma è indispensabile anche la solidarietà concreta dell’Europa. Per far riaprire le fabbriche ed erogare ammortizzatori sociali ai cassintegrati, prevedendo un corposo sostegno alle imprese aiutandone la capitalizzazione e contribuendo ad assorbirne le perdite e contribuendo ad assorbirne le perdite con strumenti specifici tarati sulle loro diverse dimensioni. Serve per riaprire i negozi e rilanciare quando si potrà il turismo. Calcolando che nel frattempo andranno persi non meno di 500 mila posti di lavoro. Non basterà infatti l’impegno-monstre di una manovra finanziaria mai varata : 155 miliardi di euro netti in termini di cassa da finanziare e 55 miliardi in termini di deficit. L’Italia confida dunque nella comprensione “sostanziosa” dell’Europa. E con l’appoggio di Spagna e Francia che si trovano nelle stesse identiche drammatiche situazioni, conta su prestiti senza condizioni-capestro dell’ordine di almeno 400 miliardi di euro garantiti da diversi strumenti: una sorta di rete di sicurezza!

Per avere questi fondi con rapidità, prima dell’estate, il premier Conte dovrà fare ulteriori sforzi per convincere i propri alleati europei ed americani che il mondo – come il virus dimostra – non si governa con i muri ma con la cooperazione. Lo ha ricordato il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli in una recente intervista all’Osservatore Romano, citando i continui richiami di Papa Francesco. Europa significa attenzione concreta alle persone, spesso abbandonate nella solitudine. Ha davanti a sé una sfida epocale. E questo infatti è il momento in cui l’Unione degli Stati, delle Nazioni, dei governi, deve superare le rivalità del passato e rafforzare le sue istituzioni per essere accanto a tutti i cittadini, quelli del Nord e quelli del Sud. Mettendo da parte gli egoismi ed i nazionalismi. Per fare cosa? Per rivedere il proprio modello di sviluppo, per riuscire a proteggere meglio le persone e per custodire ed esprimere anche quei valori di solidarietà spesso raccomandati dal Santo Padre insieme ad altri non meno importanti per l’uomo: il valore della vita e dei diritti inalienabili come libertà, pluralismo, democrazia, giustizia ed uguaglianza, ben evocati agli italiani dalla presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia sul “Corriere della Sera”.unnamed (1)

Rafforzare l’Europa vuol dire anche cambiarla, adeguando gli strumenti con i quali siamo entrati nella tempesta. Aprire – come dice Sassoli – un “cantiere della ricostruzione” per dare una risposta comune all’emergenza. Abbiamo bisogno di forme di decisione globale, di ricerca scientifica coordinata, di coordinamento di politiche finanziarie.

In questo processo di mutamente anche l’Italia dovrà fare la sua parte: lo deve se non altro alle vittime (ed al dolore delle loro famiglie) della pandemia, di cui ancora non si vede la fine. Questa è un’occasione da non perdere per progettare il mondo del “dopo”: per ricreare un sistema sanitario meglio articolato sul territorio, snellire la burocrazia di uno Stato che non riesce a far arrivare in tempi rapidi soldi alle imprese (che rischiano di chiudere per sempre i battenti), ai cassintegrati, agli artigiani e commercianti ridotti sull’orlo della disperazione. Uno Stato che,ad esempio, non ha ancora imparato a mettere al centro delle proprie politiche il ruolo della Famiglia e della Scuola. A porre le lancette dell’orologio in avanti e non all’indietro. Solo sveltendo il passo, potremo pretendere il rispetto che si deve ai fondatori del Vecchio Continente.




Il Papa, la Divina Misericordia e la lotta contro le ingiustizie

Faustina375di Giovanni Pallanti • Papa Francesco il 19 aprile del 2020 ha celebrato la festa della Divina Misericordia istituita da San Giovanni Paolo II nel 2000. Il Santo Padre ha ricordato la Santa polacca Maria Faustina Kowalska che ebbe delle visioni nel 1937 di Gesù che le disse “: Io sono l’Amore e la Misericordia stessa; non c’è miseria che possa misurarsi con la mia Misericordia”. Il Papa dice in questa omelia, durante la messa a Santa Marta, che per miseria umana vanno intesi tutti i nostri peccati anche quelli indicibili anche i peggiori e la Misericordia di Gesù Cristo abbraccierà ogni peccatore aiutandolo ad alzarsi. Poi il Papa ha proseguito dicendo: “ In questa festa della Divina Misericordia l’annuncio più bello giunge attraverso il discepolo arrivato più tardi. Mancava solo lui, Tommaso. (Tommaso è l’apostolo che non credeva alla resurezione di Cristo e disse che voleva toccarlo per sincerarsi che fosse davvero risorto n.d.r). Ma il Signore lo ha atteso. La Misericordia non abbandona chi rimane indietro. Ora, mentre pensiamo ad una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore – dice Papa Francesco- quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me.

Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso. Questa pandemia – prosegue il Papa- ci ricorda però che non ci sono differenze e confine tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quello che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disugualianze , di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità! Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto Misericordia e viveva con Misericordia: “ Tutti i credenti- conclude il Papa- avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”.( Atti 2,44- 45).

Il Santo Padre ha commentato questo brano degli Atti degli Apostoli dicendo:” Non è Ideologia, è Cristianesimo”.4489112_0040_cardianale_luce_palazzo_roma_papa_promozione_oggi_ultime_notizie

Papa Francesco dimostra così di essere un vero rivoluzionario cristiano un gesuita salito per la prima volta nella storia della Chiesa al Soglio di Pietro come capo della Chiesa cattolica ma non per questo si è fatto imbrigliare da logiche di potere. Dice quello che crede giusto, scandalizzando molte persone anche in Vaticano, ma perseguendo una testimonianza cristiana che sia veramente “lievito” per le buone azioni dell’Umanità e “sale” per le buone e prudenti azioni di giustizia sociale di libertà e ugualizanza tra tutti i popoli della terra.

Non a caso Papa Francesco ha voluto come Elemosiniere Pontificio un giovane prete polacco creato Cardinale Konrad Krajewski, che ha dimostrato quello che il Papa vuole che faccia ogni cristiano andando personalmente alla guida di un pulmino a soccorrere i poveri, gli abbandonati, le persone costrette ad occupare un appartamento perchè non hanno la possibilità di ottenerlo in nessuna maniera , portando viveri, soldi e la benedizione papale. Un gesto rivoluzionario anche questo per le abitudini della Curia romana. Papa Francesco, tramite il suo Elemosiniere, non fa solo dei bei discorsi ma opera concretamente a favore dei più poveri.




Ancora sulla Pasqua ai tempi del virus

417p-K9DM-Ldi Stefano Tarocchi · Uno dei pochi elementi positivi che ci sono concessi da questi tempi surreali, ossia la lettura, e soprattutto di un testo recente e denso di Romano Penna (Amore sconfinato. Il Nuovo Testamento sul suo sfondo greco ed ebraico libro, San Paolo 2019) –  in particolare di una sezione dedicata alla lettera ai Romani –, ci permette di tornare sul tema della Pasqua.

Scrive l’apostolo nel cap. 5: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5,6-10).

Ci sono due frasi in parallelo in questa sezione della lettera ai Romani, entrambe con il verbo «morì» al termine (in questo modo esso è reso l’elemento centrale del ragionamento): Cristo «morì per gli empi», «morì per noi». Paolo parla addirittura del «tempo stabilito», quasi alludendo alla «pienezza dei tempi dei tempi» di cui parla altrove, a proposito della nascita di Gesù (Gal 4,4).

Di fatto l’apostolo muove dall’affermazione che nel momento in cui eravamo ancora “deboli”, ossia incapaci di poter fare da soli a salvarci, avvolti nella nostra incapacità – elemento questo di grande attualità! – , Gesù Cristo è morto per noi. Ma il punto fondamentale consiste nel fatto che Egli è morto per gli empi e per i peccatori, proprio nel momento in cui la condizione umana veniva a trovarsi senza rimedio alcuno: «Egli morì per noi … nel tempo in cui eravamo ancora peccatori, ossia quando non c’era in noi nulla che fosse degno di amore, neppure un atto di pentimento» (R. Penna).

Rifacendosi anche alla tradizione classica, san Paolo parla anche della capacità che, anche se raramente, può verificarsi: ossia che ci può essere qualcuno disposto a morire per un uomo giusto, oppure una persona buona; ma lui paradossalmente è morto per noi mentre eravamo nel peccato e senza nessun merito da produrre.prof-romano-penna-paoline-via-del-mascherino-94-roma

Già in precedenza l’apostolo aveva affermato che la morte di Gesù aveva preso il posto dello strumento usato nel giorno dell’espiazione: il “propiziatorio”, ossia il coperchio dell’arca dell’alleanza, asperso con il sangue una volta all’anno dal sommo sacerdote (Rom 3,25). Un particolare degno di nota: dopo che l’arca andò perduta al tempo della caduta di Gerusalemme (587 a.C.) il sommo sacerdote, di fatto, aspergeva il pavimento. Quindi siamo stati riconciliati con Dio quando eravamo suoi nemici, totalmente immeritevoli della sua misericordia.

In questo modo «l’apostolo mette in luce il carattere scandaloso di quella morte e della sua intenzionalità, in quanto essa non ha richiesto alcuna predisposizione morale in coloro per i quali è avvenuta. L’amore di Dio è generoso e libero: esso cade su una situazione negativa senza chiedere nulla come condizione previa» (Penna).

Tutto questo richiama la confessione di fede della prima Lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati» (1 Cor 15,3): ossia non a causa dei nostri peccati, ma per cancellare i nostri peccati.

Del resto, Paolo aveva esordito così nella stessa sezione: «giustificati [lett. “resi giusti”] dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,1-5).

E questo ancora una volta ci conduce alla fede, quella di Abramo nella fattispecie: «ecco perché gli fu accreditato [= ad Abramo] come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione».

Dunque, nel richiamo alla morte scandalosa di Cristo, sta anche la premessa straordinariamente adatta a leggere i segni di questi tempi: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,3-5).




La pandemia virale non trasforma la Chiesa in un villaggio virtuale

persona-irriconoscibile-che-scrive-sul-computer-portatile_1220-2279di Francesco Romano • Lo spunto per riflettere sulla vita della Chiesa ci viene offerto ancora una volta dalla omelia pronunciata da Papa Francesco nella Messa di venerdì dell’ottava di Pasqua sulla situazione inusuale ed eccezionale con cui oggi i fedeli non possono partecipare alle celebrazioni liturgiche nel tentativo di contenere la diffusione del coronavirus.

Il Papa ha presentato la questione con queste parole: “È una situazione difficile in cui i fedeli non possono partecipare alle celebrazioni e possono fare solo la Comunione spirituale. Dobbiamo uscire dal tunnel per tornare insieme, perché questa non è la Chiesa. Che il Signore ci insegni questa familiarità con i sacramenti e col santo Popolo di Dio”.

A questo proposito il Papa cita le parole che un Vescovo gli ha rivolto: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i Sacramenti, a non viralizzare il Popolo di Dio”.

In effetti i Sacramenti sono il centro delle azioni liturgiche, sono azioni di Cristo e della Chiesa, sono segni e mezzi con cui “la fede viene espressa e irrobustita, si rende culto a Dio e si compie la santificazione degli uomini” (can. 840). Per questo i Sacramenti sono la continuazione dell’ufficio sacerdotale di Cristo che si compie attraverso la Chiesa. Per loro natura sono di carattere comunitario e, nel limite del possibile, richiedono la partecipazione dei fedeli (can. 837 §2).

Questo sintetico inquadramento ci fa comprendere che non esiste emergenza che possa sospendere la vita reale della Chiesa, che non esiste pandemia che possa “viralizzare” la sua azione salvifica con il conseguente pericolo di dare spazio al relativismo o all’indifferentismo fino ad appiattire la sua vita ordinaria su situazioni eccezionali. Infatti, già alcuni non esitano a dire apertamente e con entusiasmo che la soluzione alternativa offerta dell’uso dei social per seguire le celebrazioni da casa sia una “comodità” perché per rivolgersi a Dio o per pregare, a loro dire, non c’è bisogno di andare in chiesa. Il Papa ha messo in guardia da questa Chiesa “viralizzata”, con Sacramenti e Popolo di Dio “viralizzati”, perché nella Chiesa la realtà virtuale non esiste, Cristo è realmente e non virtualmente morto sulla croce. Tutto questo conduce allo gnosticismo, cioè alla fine della Chiesa.

Il fine della Chiesa corrisponde alla sua missione salvifica ricevuta dal Signore, messa in grado di produrre con efficacia il suo effetto perché in essa si prolunga permanentemente e in qualunque circostanza il sacerdozio di Cristo le cui modalità sono sempre concrete e non apparenti, come nella situazione che stiamo vivendo.

L’azione salvifica della Chiesa passa prima di tutto attraverso il sacerdozio gerarchico o ministeriale che mette in grado il sacerdote di agire in persona Christi, ma anche attraverso il sacerdozio comune dei fedeli di cui fa parte l’intero Popolo di Dio, tutti i christifideles, per le funzioni che vengono loro propriamente riconosciute. A questo proposito, il can. 230 §3 così recita: “Dove la necessità della Chiesa lo consigli, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono compiere alcune delle loro funzioni, esercitare cioè il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la Comunione, secondo le disposizioni del diritto”.41oXURgkDaL

Senza entrare nella distinzione tra ministeri ordinati e ministeri istituti e le rispettive funzioni, qualsiasi fedele laico, sia uomo che donna, può svolgere temporaneamente ministeri liturgici detti “ministeri di supplenza” che non richiedono l’istituzione liturgica, come indicato dal can. 230 §3. Al riguardo, basti ricordare l’amministrazione del battesimo (can. 861 §2); la distribuzione della sacra comunione (can. 910 §2), ma anche l’esposizione e reposizione del SS. Sacramento senza la benedizione eucaristica (can. 934); la predicazione nelle chiese o oratori “in particolari casi o se l’utilità lo consigli” (can. 766); l’assistenza canonica dei laici ai matrimoni su delega del Vescovo, con il consenso della Conferenza Episcopale e la facoltà della Santa Sede (can. 1112 §1); la cura di parrocchie sprovviste di sacerdoti (can. 517 §2); il rito delle esequie senza Messa per designazione della Conferenza Episcopale e con il consenso della Sede Apostolica (Ordo exequiarum, n. 19, 1).

La celebrazione dell’Eucaristia, del sacramento della Confessione e dell’Unzione degli infermi sono prerogative insostituibili del sacerdote, ma dal sacramento del Battesimo deriva l’incorporazione a Cristo e la partecipazione ontologica e funzionale al suo ufficio profetico, sacerdotale e regale, condiviso da tutti i fedeli che li abilita a vivere nel loro modo proprio la missione della Chiesa. Ne sono un esempio, appunto, i “ministeri di supplenza” di cui abbiamo parlato.

È evidente che le risorse salvifiche di cui beneficia la Chiesa sono inesauribili perché le derivano dalla ininterrotta presenza del suo Divino Fondatore che l’accompagna e l’assiste fino alla fine dei tempi.

Nessun fedele, proprio in forza della sua dimensione ontologica per la consacrazione battesimale, è considerato una risorsa superflua nel cooperare efficacemente con i sacri Pastori al fine salvifico della Chiesa. Quanto abbiamo appena detto ne è solo un esempio, ma su questo sarebbe possibile dire ancora di più. Infatti, oltre alle situazioni ordinarie, sono proprio le situazioni straordinarie a rendere evidente come l’azione salvifica della Chiesa non si interrompa mai. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) ci ricorda che Dio ha legato la salvezza al sacramento del Battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti: “Da sempre la Chiesa è fermamente convinta che quanti subiscono la morte a motivo della fede, senza aver ricevuto il Battesimo, vengono battezzati mediante la loro stessa morte per Cristo e con lui. Questo Battesimo di sangue, come pure il desiderio del Battesimo, porta i frutti del Battesimo, anche senza essere sacramento” (CCC, n. 1258). Lo stesso si può dire di colui che muore con il desiderio del Battesimo senza che ci sia nessuno che glielo possa amministrare, oppure perché in quella circostanza manca la materia dell’acqua. In modo particolare “i catecumeni che muoiono prima del Battesimo, il loro desiderio esplicito di riceverlo, unito al pentimento dei propri peccati e alla carità, assicura loro la salvezza che non hanno potuto ricevere mediante il sacramento” (CCC, n. 1259).

Papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata lo scorso 20 marzo da Casa Santa Marta ha ricordato l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alla possibilità che ha ogni fedele, in assenza della mediazione del sacerdote, di riconciliarsi con Dio con un semplice atto di contrizione per i peccati commessi e il proposito di ricorrere quanto prima alla confessione per ottenere l’assoluzione sacramentale (CCC, n. 1452). Ancora una volta viene in evidenza come ogni emergenza per quanto grave non possa incidere o menomare la funzione salvifica insita nella Chiesa perché essa viene partecipata sempre, benché nei diversi modi, a ogni uomo in quanto membro inscindibile dell’unico Corpo mistico permanentemente santificato dal suo Capo.

Un altro esempio dell’inesauribile funzione salvifica della Chiesa lo troviamo nel sacramento del matrimonio che permane anche quando viene celebrato nella forma straordinaria senza la presenza del ministro assistente (can. 1116), come invece prevede la forma ordinaria che richiede ad validitatem la presenza dell’assistente competente cui spetta chiedere e ricevere il consenso dei contraenti a nome della Chiesa (1108 §§1 e 2). Il matrimonio in genere è un diritto nativo e inalienabile della persona. Il matrimonio sacramento è anche la personale via di salvezza alla quale il fedele è chiamato, e viene disciplinato e tutelato dall’ordinamento giuridico avendo anche una funzione sociale ed ecclesiale, fatto salvo che “tutti possono contrarre matrimonio, se il diritto non ne fa loro divieto” (can. 1058). Tuttavia, il Codice di Diritto Canonico prevede che in determinate circostanze, quando non sia possibile avere la presenza dell’assistente competente e vi sia un imminente pericolo di morte (can. 1116 §1, n.1) oppure quando si prevede che l’impossibilità di adire il ministro competente si protrarrà almeno per un mese (can. 1116 §1, n. 2), il fedele non può essere privato di questo sacramento e il matrimonio può essere celebrato semplicemente con lo scambio del consenso tra i due nubendi alla sola presenza di due testimoni.

Anche in questo caso la forma straordinaria della celebrazione del matrimonio comprova che la funzione salvifica della Chiesa e la sua efficacia non sono soggette a condizionamenti che possano limitare la missione che il Signore le ha dato.

Le modalità con cui la Chiesa opera, anche nelle situazioni eccezionali, sono sempre concrete e producono con efficacia la grazia e la salvezza. Neppure la pandemia virale è in grado di trasformare o sostituire la Chiesa in un villaggio virtuale. Il nuovo Popolo messianico è la Chiesa di Cristo, il suo segno sacramentale; è una realtà umana concreta, strutturata secondo il suo fine che è il Regno di Dio, costituita anche di un elemento divino. Questo Popolo è assunto dal Signore a essere strumento della salvezza di tutti, quale luce del mondo e sale della terra (Lumen Gentium, n. 9).

Il Popolo di Dio, segno visibile della Chiesa, vive e si realizza nell’esercizio delle relazioni che gli sono proprie, in quanto costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità” (LG, 9). Questa è una esigenza da tutelare per evitare il rischio di cadere in una mentalità gnostica come il Papa mette sull’avviso quando nel rispondere all’obiezione di un Vescovo: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i Sacramenti, a non viralizzare il Popolo di Dio”, ha spiegato nella sua omelia dello scorso 17 aprile: “La Chiesa, i Sacramenti, il Popolo di Dio sono concreti. È vero che in questo momento dobbiamo fare questa familiarità con il Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanerci. E questa è la familiarità degli Apostoli: non gnostica, non viralizzata, non egoistica per ognuno di loro, ma una familiarità concreta, nel popolo. La familiarità con il Signore nella vita quotidiana, la familiarità con il Signore nei Sacramenti, in mezzo al Popolo di Dio. Loro hanno fatto un cammino di maturità nella familiarità con il Signore: impariamo noi a farlo, pure. Dal primo momento, questi hanno capito che quella familiarità era diversa da quello che immaginavano, e sono arrivati a questo. Sapevano che era il Signore, condividevano tutto: la comunità, i Sacramenti, il Signore, la pace, la festa”.

Dalla Chiesa universale alle Chiese particolari, “nelle quali e dalle quali sussiste la Chiesa cattolica una e unica” (can. 368), alle parrocchie in cui, come le definì il Papa San Paolo VI, “vi è la presenza della Chiesa viva e operante in mezzo al popolo fedele, e, in senso più completo, la presenza di Cristo nella pienezza della sua funzione salvatrice”, la Chiesa di Cristo e il Popolo di Dio sono realtà concrete nell’essere e nell’operare. I doni salvifici sono veri ed efficaci, appartengono alla Chiesa come tale senza disparità alcuna di distribuzione sulla base dell’estensione geografica o della presenza numerica dei fedeli. Come si è espresso Papa Francesco, “in questo momento dobbiamo fare questa familiarità con il Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanerci”.

Il fatto che in questo particolare momento facciamo “familiarità con il Signore in questo modo”, non deve indurre qualche benpensante nell’errore che la vita cristiana, la religione e il culto siano cose aleatorie o virtuali e conseguentemente poter essere subordinate ad altre esigenze viste come primarie di maggiore importanza. Resta fermo il presupposto che “la Chiesa, i Sacramenti, il Popolo di Dio sono concreti” perché la salvezza è una realtà concreta. La santità di un solo membro agisce positivamente sulla santificazione dell’intero Popolo come la santità del Capo santifica il corpo, fino a ogni singolo membro della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tunnel, dice il Papa, e in questo cammino della Chiesa, già sperimentato molte altre volte nella sua storia, la santificazione dei christifideles, del Popolo di Dio, non conosce sospensione né forme surrogate di attuazione rispetto all’insegnamento e alla volontà che il Signore ci ha lasciato.




Vivere come se Dio ci fosse in tempo di pandemia

261di Leonardo Salutati · Premesso che è indiscutibile usare prudenza e seguire protocolli sanitari al fine di contenere e disinnescare l’epidemia, come pure che dobbiamo obbedire ai vescovi e alle indicazioni date, condivisibili o meno; è comunque lecito e doveroso ragionare su quello che sta avvenendo, porsi delle domande e lasciarci interrogare dall’eccezionalità del momento che stiamo vivendo.

Come cristianità dovremmo chiederci quanto siamo orientati e capaci a mettere tutto il presente nelle mani di Dio e chiederne da lui la salvezza; a fondatamente sperare che, alla luce di una conversione personale unita alla conversione del popolo, Dio potrà donare salvezza alle anime e ai corpi in un tale contesto. Oppure riteniamo che solo l’intervento di medici e governatori ci potrà aiutare?

La politica, atea e irreligiosa da qualsiasi punto la si guardi, equipara di fatto i fenomeni religiosi a quelli culturali, ludici e sportivi. Una simile equazione tuttavia è inaccettabile. L’apporto della fede, cristiana in particolare, alla società specialmente in occasioni di catastrofi che superano l’abilità dell’intervento umano, è tutt’altra cosa, non solo perché è totalmente differente rispetto agli eventi culturali, ludici e sportivi, ma soprattutto perché si propone come fonte di sostegno per la società e per lo Stato stesso. Ciò è, di fatto, scritto nella coscienza della maggior parte degli italiani, nonostante la forte secolarizzazione del nostro Paese.

Da uno Stato autenticamente “laico” e, dunque, non “laicista”, ci saremmo aspettati che distinguesse gli eventi religiosi dagli altri e che, così come è stato fatto per altri ambiti, avesse stilato un protocollo che consentisse lo svolgimento della vita religiosa, a certe condizioni, in ottemperanza al contenimento dell’epidemia. Magari che invitasse la Chiesa, con la quale è legato dagli accordi concordatari, a pregare secondo i propri riti per propiziare il Signore e scongiurare il male.

Invece succede che il cristiano può ancora recarsi nelle chiese per la preghiera personale ma se, per assurdo, a un tratto iniziasse la celebrazione di una Messa, dovrebbe uscire. Illogico da ogni punto di vista. Dal punto di vista teologico, poi, provocante e tragico (M. Begato). La situazione che si è prodotta ci spinge pertanto a chiederci quale modello di convivenza Chiesa-Stato-società stiamo vivendo e se la Chiesa, all’indomani del Coronavirus, non rischi di presentarsi come una realtà inerme e passiva. Già da tempo, tra l’altro, ovunque in Europa dilagano forme di cristianofobia a vari livelli: culturale, educativo, liturgico, fino al puro e semplice vandalismo senza tutele e senza echi mediatici.

Il fatto è che la Chiesa non è del mondo, ma vive nel mondo e sta succedendo che la sua vita risenta, più di quanto non si voglia ammettere, dei processi più generali della società contemporanea, come ha documentato E. Hobsbawm nel suo lavoro di alta sintesi “Il secolo breve” e come più volte ha denunciato Benedetto XVI, il quale nella sua ultima conferenza pubblica prima d’essere eletto papa, a Subiaco il 1 aprile 2005, lanciava una proposta paradossale all’uomo e alla cultura contemporanea.

Egli ricordava che nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, “anche nel caso che Dio non esistesse”. Infatti, nella contrapposizione delle confessioni cristiane e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità.Coronavirus: messa Ancona

A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma oggi non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale.

La situazione odierna del mondo con il suo tentativo portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, “come se Dio ci fosse”.

Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti, ma che potremmo rilanciare oggi a tutti i non credenti e gli indifferenti. In tal modo nessuno verrebbe limitato nella sua libertà, ma tutto troverebbe quel sostegno e quel criterio di cui vi è urgente bisogno. Vi troverebbe sostegno anche l’intelligenza e l’attività di quei medici, ricercatori, politici, operatori sociali e addetti ai lavori, chiamati a fronteggiare una minaccia mortale che riguarda tanta parte di umanità contemporanea.





Digressione sulla virtù della prudenza nel tempo della pandemia

Tommaso_-_Summa_theologica,_1596_-_4593718.tifdi Gianni Cioli · L’esperienza della pandemia che stiamo vivendo ci conferma che il progresso spirituale non può essere disgiunto dalla concreta attenzione alle persone. Faccio appello a quello che in teologia morale si chiama razionalità pratica e che, tradotto in parole povere, significa attenzione agli altri attraverso l’esercizio del buon senso. Il buon senso d’altra parte non è una qualità che si può dare per scontata e bisogna cercare di guadagnarlo e di aiutare gli altri a trovarlo. L’orizzonte verso cui deve muoversi il nostro anelito al buon senso è dato dalla virtù della prudenza. Nella prima virtù cardinale, infatti, la ragione pratica trova il proprio compimento e diviene capace di affrontare anche le situazioni più critiche. Nella virtù della prudenza la ragione pratica guadagna innanzitutto uno sguardo obiettivo sulla realtà. È capace di accogliere la verità delle cose senza lasciarsi condizionare dall’indisponibilità ad accettarla per l’arbitrio di una volontà che vorrebbe che le cose stessero diversamente. A questo proposito, forse tanti ritardi a prendere drastici provvedimenti contro la pandemia sono dipesi dalla volontà di non vedere i pericoli, a fronte dell’impopolarità delle necessarie misure da adottare. Ogni sguardo sulla realtà condizionato da un interesse di parte è rinuncia alla prudenza. Ogni negazionismo, se non è mentire sapendo di mentire, è comunque mancanza di prudenza. Questa capacità di conoscenza obiettiva implica, secondo l’acuta riflessione di san Tommaso d’Aquino, una serie di disposizioni dette anche parti integranti della prudenza fra cui la memoria (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 1) ovvero la capacità di tenere presenti le proprie esperienze passate in modo obiettivo, senza falsificazioni; la docilità (Summa Teologica, II-II q. 49 a. 3), cioè capacità di lasciarsi istruire e di trarre vantaggio dall’esperienza altrui e, ovviamente, distinguendo le fonti attendibili dalle fake news; la solerzia (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 4) (particolarmente necessaria in questo tempo di emergenza) ovvero la capacità di rimanere obiettivi di fronte all’inatteso senza lasciarsi condizionare e obnubilare dal panico.

La prudenza, tuttavia non è solo capacità di conoscere obbiettivamente come stanno le cose, è anche capacità di decidere come si debba agire per volgere le cose al meglio. L’orizzonte della prudenza è dunque la giustizia, anzi, per il cristiano, la giustizia informata dalla carità. La parte integrante della prudenza che attiene maggiormente alla sua dimensione decisionale è la previdenza (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 6), ovvero la capacità di prevedere l’efficacia di un comportamento in vista del conseguimento del fine. Altre due disposizioni integranti da considerare sono la circospezione (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 7) e la cautela (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 8). La prima è la capacità di valutare le circostanze nelle quali l’azione deve compiersi. La considerazione delle circostanze è particolarmente importante da tener presente in questo tempo di emergenza pandemica per praticare il buon senso. Ad esempio è fuori discussione che fare la comunione e confessarsi spesso, andare in chiesa per pregare, partecipare all’eucaristia e stringersi fisicamente intorno alle persone in lutto sono atti buoni e doverosi. Ma nella circostanza del lockdown, è stato bene scegliere di evitare il più possibile (o anche del tutto) queste attività per la finalità doverosa di limitare il contagio. Dopo il lockdown voglio auspicare che queste attività (in particolare quelle celebrative) riprendano quando sarà il momento e con tutte le misure di cautela necessarie, perché la Chiesa non è esonerata dalle regole della società civile. Per cui, se nei pubblici esercizi è obbligatorio distanziarci e sanificare, secondo protocolli precisi e suscettibili di controllo, sarebbe increscioso che in chiesa si volesse fare a discrezione nostra.download (1)

Bisogna considerare dunque anche la cautela fra le parti potenziali della prudenza. La cautela è la disposizione a riconoscere i mali e a difendersi da essi. All’obiezione che «nessuno può premunirsi da tutti i mali che possono capitare» (Summa Teologica, II-II q. 49 a. 8 arg. 3) Tommaso d’Aquino risponde che alcuni mali «possono essere abbracciati dalla ragione. E contro di essi è ordinata la cautela, per evitarli del tutto, o per renderli meno nocivi. Altri invece capitano di rado e casualmente. E questi, essendo infiniti, sfuggono alla ragione, e l’uomo non può cautelarsi efficacemente da essi, sebbene la prudenza prepari l’uomo a subire meno gravemente i colpi della sorte» (Summa Teologica, II-II q. 49 a. 8 ad 3).

La questione della cautela ci può aiutare ad interrogarci sulla qualità delle nostre paure. La paura è una passione molto umana che, come tutte le passioni, può degenerare in senso egoistico rendendoci veri e propri schiavi, ma che può anche essere padroneggiata e risultare alleata della nostra esistenza “nella carne”. Per il cristiano c’è sicuramente una paura molto buona, che è il santo timore di Dio, dono dello Spirito, che altro non è che la paura di non riuscire ad amare veramente. Poi c’è la cautela, alleata della prudenza, che è quella percezione del pericolo che ci aiuta a discernere se un rischio è proporzionato o no al bene da compiere. Tutte queste disposizioni, in realtà, nell’orizzonte cristiano sono a servizio della carità. Soprattutto in questo tempo, la libertà del cristiano non significa certo l’esonero dalla cautela; nella fattispecie, dal sano e caritatevole timore di nuocere alla salute e alla vita, degli altri e propria. Questa cautela, questo “timore sano”, ci dovrà indurre quindi ad osservare, con attenzione e pazienza, tutte le norme di sicurezza che ci verranno indicate per il tempo che sarà necessario. È proprio la libertà cristiana, che deriva dalla certezza che il Signore è risorto e ha vinto la morte, a permetterci di avere pazienza nelle costrizioni necessarie, sostenuti dalla carità. San Paolo si sentiva libero anche quando era in catene. Anche noi saremo liberi, nella fatica dell’attenzione e della cautela, se ci lasceremo sostenere dall’amore invece che dal nostro narcisismo.

Non possiamo concludere senza considerare altre due parti della prudenza tradizionalmente definite soggettive perché competono a soggetti differenti e che sono la prudenza regnativa (cf. Summa Teologica, II-II q. 50 a. 1), ovvero la capacità di chi è al potere prendere decisioni di governo sagge, e la prudenza politica (cf. Summa Teologica, II-II q. 49 a. 2) che porta il cittadino a partecipare responsabilmente alla costruzione del bene comune. È davvero auspicabile che in questo momento i nostri governanti siano capaci di lasciarsi guidare dalla prima per trovare la quadra fra l’esigenza di continuare a frenare il contagio e quella di non far collassare in modo irrimediabile la produzione e l’economia, favorendo inoltre la solidarietà per quelle fasce di popolazione che non saranno in condizione di ripartire. Ed altrettanto auspicabile che non manchi a nessuno di noi la seconda per affrontare quest’emergenza con solidarietà e responsabilità.




«Facis de necessitate virtutem»

Guercino_-_St_Jerome_in_the_Wilderness_-_WGA10950di Andrea Drigani · Questa frase di San Girolamo (347-420), Dottore della Chiesa, è diventata proverbiale in molte lingue, anche in quella italiana: «far di necessità virtù», che normalmente costituisce un invito a fare con buona disposizione d’animo, non controvoglia, ciò che dobbiamo fare obbligatoriamente. Questa espressione, nel tempo di pestilenza che stiamo vivendo, assume un significato più profondo poichè siamo in un oggettivo stato di necessità che, giuridicamente, ha assunto le caratteristiche dello stato d’emergenza, per il quale, onde evitare un contagio letale, si è determinato un temporaneo affievolimento di alcuni diritti tra i quali quello alla libertà di movimento, al lavoro, all’iniziativa economica, all’accesso alla scuola, all’esercizio pubblico del culto. Le autorità statali nello stabilire queste limitazioni, ancorchè provvisorie, si sono basate sulla norma contenuta nell’art. 32 della Costituzione che afferma: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», nonché sull’art. 2, laddove si dichiara che la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». La proclamazione dello stato d’emergenza, e la conseguente parziale compressione di alcuni diritti può creare perplessità in un regime democratico, ma nell’attuale contesto italiano è evidente e ovvio che lo stato di necessità, dovuto alla pandemia del coronavirus, è fondato in modo pieno e veridico. Pertanto l’indicazione di San Girolamo va recepita, con l’osservanza delle norme di sicurezza, per la salvaguardia del diritto fondamentale alla salute e per l’inderogabile solidarietà politica, economica e sociale. Giova ribadire che pure il magistero della Chiesa ha esposto delle precise considerazioni sulla regolazione dei diritti. La Dichiarazione «Dignitatis humanae», citata anche nel Preambolo dell’Accordo concordatario tra la Santa Sede e la Repubblica del 18 febbraio 1984, afferma, al § 7, «Nell’esercizio di tutte le libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale: nell’esercitare i propri diritti i singoli esseri umani e i gruppi sociali, in virtù della legge morale, sono tenuti ad avere riguardo tanto ai diritti altrui, quanto ai propri doveri verso gli altri e verso il bene comune». L’indissolubile rapporto fra diritti e doveri nella stessa persona, com’è noto, fu già enunciato da San Giovanni XXIII nell’Enciclica «Pacem in terris» del 1963, rilevando che i diritti e i doveri hanno entrambi nella legge naturale che li conferisce o li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile. Papa Roncalli notava, ad esempio che il diritto di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto ad un dignitoso tenore di vita, col dovere di vivere dignitosamente; il diritto alla ricerca del vero col dovere di cercare la verità. San Giovanni XXIII concludeva, su questo punto, che coloro i quali, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra. Nella «Pacem in terris» si reperisce inoltre la definizione di bene comune inteso come l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo della loro personalità; tale definizione si ritrova, poi, nellasan-tommaso-large_0 Costituzione conciliare «Gaudium et spes» e nella Lettera Apostolica «Octagesima adveniens» di San Paolo VI del 1971. Il principio del bene comune è antico e assai radicato nella tradizione cristiana, San Tommaso d’Aquino (1225-1274) così lo descrive: «Bonum commune est finis singularum personarum in communitate existentium» («Il bene comune è il fine delle singole persone esistenti nella comunità»). Il bene comune è, contemporaneamente, il bene di ciascuno e il bene di tutti. Può darsi che ai nostri giorni, così drammatici e difficili, accettare il bene comune ci appaia pesante e faticoso, raccogliamo allora la raccomandazione del santo Dottore della Chiesa: «Facis de necessitate virtutem».




«La libertà nel pensiero francescano. Un itinerario tra filosofia e teologia» di Orlando Todisco

71xTs6bCWALdi Dario Chiapetti · Orlando Todisco (1938), frate minore conventuale e docente di filosofia francescana al Seraphicum di Roma, offre al pubblico il suo La libertà nel pensiero francescano. Un itinerario tra filosofia e teologia (Edizioni Porziuncola, Assisi 2019, 322 pp., 28 euro). È quello della libertà un tema che non smette di esercitare una forte presa sull’uomo che anela ad essa senza mai possederla pienamente. E risulta carico di interesse esplorare come da un’esperienza come quella del francescanesimo, così fortemente improntata alla povertà e alla fraternità, sia scaturito non solo un vero e proprio pensiero ma, nello specifico, una concezione di libertà che va a definire una metafisica, un’ontologia, una teologia, un’etica, una politologia.

L’itinerario che Todisco percorre trova nell’esperienza di Francesco d’Assisi il suo punto di avvio, per passare a indagare la riflessione di tre grandi pensatori francescani – Bonaventura da Bagnoregio, Giovanni Duns Scoto e Guglielmo d’Occam – mostrando come questi abbiano tradotto, interpretato e sviluppato l’intuizione fondamentale del Fondatore della loro famiglia carismatica.

L’Autore intravvede già in Francesco la delineazione di una concezione di libertà che prima ancora di essere colta sul piano morale è appresa su quello ontologico. Ciò non è oggetto di trattazione da parte dell’Assisiate il quale – come noto – ha scritto poco, tuttavia, nella sua esperienza e nei suoi scritti, emerge. Todisco mostra come Francesco abbia sentito dapprima il flusso di vita dell’età dinamica dei Comuni che poneva pian piano al centro l’individuo e che archiviava quella feudale, statica e caratterizzata da un forte senso gerarchico della realtà, così come in qualche modo si ha anche nell’esperienza monastica. Precisamente, l’Autore mostra come l’ideale di Francesco non sia quello del dare-avere a cui si vota il mercante ma dei sentimenti nobili del cavaliere. Tuttavia, la libertà di Francesco prende forma con l’incontro coi lebbrosi, ossia nella sua dimensione non autocentrata ma oblativa, di dono di sé all’altro finalizzato ad affermare l’altro in quanto altro. Questa oblatività si attua poi come fraternità – con i compagni, le altre persone, gli stranieri (il Sultano), con ogni creatura -, il tutto in quanto ricondotto al Dio creatore: è questo il senso fondamentale del Cantico delle Creature.

In tale quadro Todisco vede già tutta racchiusa la rivoluzione filosofica insita nell’esperienza di Francesco: dall’essere come necessità/razionalità/diritto della filosofia classica, di una Physis impersonale alle cui leggi devono sottostare sia Dio che il kosmos, all’essere come libertà/dono, a carattere comunitario, di un Dio che è in sé dono – l’arché è generazione e il Logos un essere generato – e, per una volontà indeducibile – ma non per questo priva di perché da scoprire -, trae ex nihilo la creazione, libera e come fascio di relazioni. Nel primo caso si ha la delineazione di un pensiero oggettivante, un’ontologia dell’identità, sotto il segno della necessità, del primato dell’universale sul particolare; nel secondo caso un’ontologia dell’alterità, personale, in cui l’essere è tale non in quanto è ma in quanto è voluto, voluto liberamente e voluto libero. Todisco osserva come il pensiero della filosofia classica, in particolare aristotelico, abbia trovato echi nella Scolastica medievale di un Tommaso d’Aquino il quale ha cercato di ricondurre così tanto la libertà alla bontà identificata, quest’ultima, con la razionalità – sia in riferimento a Dio che alla creazione – da destare le scomposte reazioni in senso contrario dell’età moderna che hanno separato Dio dall’uomo proprio in virtù della salvaguardia della libertà di quest’ultimo rafforzando ancor più quella tendenza oggettivante del pensiero che ha portato alle forme di dominio sulla natura e di aberrazioni storiche del secolo scorso che tutti conosciamo e che rivelano il volto tragico della libertà quando questa si caratterizza in senso individualistico.

È a questo punto che si situano i capitoli sui tre pensatori francescani sopra nominati, i quali hanno sviluppato, creativamente, sul piano filosofico e teologico l’assunto fondamentale di Francesco.

Di Bonaventura l’Autore mostra come questi abbia messo a punto una «metodologia dell’alterità» che compone i vari saperi rispettandone il carattere plurale. L’essere in quanto voluto fa uscire dalla comprensione neutrale dell’essere e pone le basi dell’esercizio della razionalità non come autonomia del soggetto pensante ma come omaggio alla libertà creativa di Dio, giacché tale apertura è proprio il tratto essenziale dell’essere. Todisco mostra come la teologia non sia per il Doctor Seraphicus un sapere specifico ma lo «spazio entro cui gli altri saperi prendono posto» e che apre loro «quell’abisso di senso costituito dalla libertà creativa» senza imporsi con un modus definitivus, divisivus e deductivus» come quello della teologia del tempo. In tal modo è messo in crisi il primato della ragione oggettivante, il quale è riservato alla ragione ermeneutica o simbolica.

Scoto radicalizza il tratto volontario e libertario dell’essere che viene messo in opposizione alla metafisica del logos marcata dalla necessità. Ciò – puntualizza Todisco – non comporta il rifiuto della razionalità giacché il Doctor Subtilis riconosce che se il nucleo ontologico si sottrae al rigore della logica ciò non è perché questo è illogico ma metalogico. La ragione non è in sé negativa ma va trascesa perché non coglie l’essere in quanto voluto e non è capace di compiere tale operazione di autotrascendimento. È proprio l’essere in quanto voluto, e quindi contingente, ad acquistare tutto il suo spessore ontologico. Si hanno tante creature, tutte poste in essere in quanto volute e questi molti non rappresentano una degradazione ontologica per la visione cristiana e in particolare francescana. Il ricevere l’essere non rappresenta un’umiliazione per la creatura, anzi: siamo perché amati, e non siamo amati perché siamo o perché è razionale. L’Autore mostra poi come, a differenza di Bonaventura, Scoto riconosca un imprescindibile carattere «proemiale» all’ens in quantum ens, univocum che permette di giungere correttamente, dal punto di vista epistemologico, all’ens volitum, creatum. In tal senso, è l’ens in quantum ens il soggetto della metafisica e l’oggetto adeguato dell’intelletto, che dice la quidditatem entis, il «carattere univoco» dell’essere, e che quindi è diverso dall’ens che partecipa dell’actus essendi di Tommaso. In definitiva, la priorità è tolta all’ontologia del carattere analogico dell’essere e attribuita alla metafisica del carattere univoco dell’essere alla quale spetta poi l’importante compito di custodire «l’apertura, entro cui la teologia prende forma».maxresdefault

Occam, in nome della libertà creativa, mette sotto osservazione il rapporto mente-realtà osservando la necessità della cautela che occorre tenere nel considerare il concetto quale immagine adeguata della realtà. Ciò mina il sapere oggettivante che riconduce Dio e l’uomo nelle categorie universali e negli schemi intellettivi e conoscitivi di una razionalità necessitante. La critica dell’oggettività degli universali non conduce però al nominalismo. Todisco mostra come Occam non miri a rendere l’universale insignificante ma a «segnalare la genesi del concetto e dunque l’attività della nostra mente». È qui che l’Autore passa all’analisi politica del Venerabilis inceptor. Il «mondo delle essenze» è quello del «potere occulto» che necessita per Occam una critica politica della plenitudo potestatis delle istituzioni temporali e ecclesiastiche le quali devono avere come loro unico fine quello di tutelare la crescita della libertà a beneficio di tutti. In ciò sta la forza profetica francescana della povertà intesa come «rapporto essenzialmente nuovo con le cose» che scaturisce dal riconoscimento della libertà creativa di Dio.

Le riflessioni di Todisco rivelano, a ben vedere, un progressivo prendere campo delle influenze della mens moderna sui pensatori presi in esame. E tuttavia l’Autore mostra come questi tentino, nell’orizzonte di pensiero in cui sono immersi, di affermare e garantire la libertà e l’alterità come nozioni a contenuto ontologico, proprio come un’attenta teologia della creazione (e trinitaria) a mio parere vuole. È questo un dato assai prezioso e in relazione ad esso il pensiero francescano, credo, abbia tanto da offrire.




La pandemia e un vecchio principio teologico

Chiesa coronavirusdi Francesco Vermigli · È sotto gli occhi di tutti come in tempi di pandemia la Chiesa abbia dovuto non poco rimodulare l’accesso dei fedeli ai sacramenti. È stato detto che lo abbia fatto per limitare la diffusione del contagio; come senso di responsabilità nei confronti dell’umanità, afflitta dall’emergenza sanitaria e civile. Si è intesa questa responsabilità come segno di carità nei confronti degli uomini; introducendo già qui – in un modo più o meno consapevole – un principio teologico e non solo pratico, per giustificare la necessità di tale riadattamento della vita sacramentale. È stato poi detto che “Dio è ovunque”, che “Dio non si lega ad un luogo”… lo si è detto per confortare gli stessi fedeli, non poco disorientati da questa situazione inedita.

Sorprende che – almeno per quanto ci consta – non sia stato preso in considerazione a sufficienza un principio scolastico che ha avuto una certa fortuna nella storia della teologia: il principio sancito dalle parole Deus non alligatur sacramentis (“Dio non si lega ai sacramenti”). Prima di analizzare più in profondità questo principio, in maniera ancora generica possiamo già dire che con esso si intende che la salvezza che porta Dio, è più vasta dei confini della vita sacramentale.

Tale assioma della teologia si rintraccia in forme lievemente diverse nel campione della Scolastica. A STh, III, q. 64, a. 7, Resp., si legge: «Deus virtutem suam non alligavit sacramentis quin possit sine sacramentis effectum sacramentorum conferre» (“Dio non lega la sua potenza ai sacramenti, Lui che può produrre gli effetti dei sacramenti, senza i medesimi sacramenti”). A STh, III, q. 68, a. 2, Resp. si legge:«Deus interius hominem sanctificat, cuius potentia sacramentis visibilibus non alligatur» (“Dio santifica l’uomo interiormente, Dio la cui potenza non è legata ai sacramenti visibili”).

A quali situazioni si applica questo principio? Si applica innanzitutto al di fuori dei confini della Chiesa: ad esempio la seconda quaestio che abbiamo considerato sopra, si chiede «utrum aliquis possit salvari sine Baptismo» (“se ci si possa salvare senza sacramento”). L’applicazione più immediata del principio pare dunque rivolta alla situazione di coloro che non appartengono alla comunità ecclesiale. D’altra parte sembra davvero difficile che questo principio possa valere per coloro che non appartengono alla comunità ecclesiale, nel caso abbiano consapevolmente rifiutato l’annuncio evangelico. Ma tale principio può applicarsi anche alla situazione di necessità che abbiamo vissuto in questi ultimi due mesi? Può valere, cioè, all’interno della vita della Chiesa, in determinate condizioni? Per rispondere a questa domanda, è necessario prima definire meglio il principio.

Nelle due citazioni dalla Summa di Tommaso le parole che vanno di conserva con il principio, sono le parole virtus e potentia. Sono parole che sembreranno ad un primo sguardo scontate, ma che rimandano ad una dialettica della teologia Scolastica non piccola: quella tra potentia Dei ordinata e potentia Dei absoluta; dove absoluta si deve intendere come “sciolta” dall’economia salvifica ordinata, cioè sciolta dall’economia salvifica regolata dalla volontà divina. Se leggiamo il principio sullo sfondo di questa dialettica, esso si potrebbe banalmente parafrasare in questi termini: “la potenza di Dio può salvare anche senza i sacramenti, ma ordinariamente accade che lo faccia attraverso di essi”.

Ora, i casi più comuni previsti dalla prassi ecclesiale, dal Catechismo, dal diritto canonico per situazioni di eccezionalità vanno proprio nel senso di questa nostra parafrasi. Si pensi alla comunione spirituale. Come abbiamo mostrato in un articolo uscito anni fa in questa rivista (vedi) essa reca con sé il desiderio di tornare a comunicarsi sacramentalmente, non appena vengano a cadere le condizioni che hanno reso necessario comunicarsi solo spiritualmente. O si pensi al caso della contrizione perfetta prevista già dal Concilio di Trento (Denz. 1677) e accolta nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1452, di cui ha magistralmente parlato nello scorso numero il padre Francesco Romano: anche qui si nota che la remissione dei peccati mortali è condizionata dall’impegno di ricorrere appena possibile alla confessione sacramentale.riassunto concilio di trento

Questi esempi ci conducono a pensare come il principio del Deus non alligatur sacramentis – quando applicato allo stato di eccezionalità all’interno della Chiesa – ottiene uno spazio non piccolo. Ma ci impone questa precisazione, ulteriore rispetto al caso in cui si applichi al di fuori dei confini della Chiesa: che, cioè, ad intra della comunità ecclesiale esso viene meno nel momento in cui verranno a decadere le condizioni di eccezionalità. Questo non perché Dio non possa comunicare la propria vita in altro modo: ma – decadute le condizioni di eccezionalità – Dio non comunicherà la precisa grazia sacramentale eucaristica, se non con la sua presenza corporea e spirituale; non comunicherà la precisa remissione dei peccati gravi, se non attraverso l’assoluzione sacramentale.




Una gravidanza speciale

610xjVsW+dLdi Giovanni Campanella · Nel mese di maggio 2019, la casa editrice Feltrinelli ha ristampato un piccolo racconto, intitolato In nome della madre, all’interno della collana “Universale Economica”. In realtà, il racconto è stato scritto nel 2006 e pubblicato per la prima volta nel settembre di quell’anno all’interno della collana “I Narratori”.

L’autore è Enrico De Luca, detto Erri, scrittore, giornalista, poeta e traduttore italiano, nato a Napoli nel 1950. Ha studiato da autodidatta varie lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico, fino a diventarne traduttore. Si autodefinisce non religioso ma è profondamente innamorato della cultura ebraica e del mondo biblico.

De Luca immagina la gravidanza di Maria di Nazaret e scrive alcune sue suggestioni in questa piccola narrazione. Il racconto è in prima persona: è Maria stessa che racconta la sua gravidanza. Un occhio speciale è riservato alla descrizione del carattere di Giuseppe e della sua forza interiore. Attingendo alla summenzionata passione per l’ebraismo, l’autore riesce a richiamare riti e usanze pertinenti all’interno dei suoi dialoghi. Questo piccolo racconto parte quindi dall’Annunciazione e si conclude con la nascita di Gesù. È incorniciato, all’inizio e alla fine, da alcune poesie: una che fa da prologo e tre poste dopo la narrazione. La vera e propria narrazione è suddivisa in quattro piccole parti, dette “stanze”.

La prima stanza è incentrata sul dialogo tra Maria e Giuseppe, in cui lei racconta a lui l’annuncio dell’angelo. Maria non aspetta: glielo comunica il giorno stesso. Per De Luca, Giuseppe crede immediatamente a ciò che le dice la sua fidanzata ma non nasconde (e comprensibilmente) la sua grande preoccupazione. De Luca riprende una sua traduzione letterale delle parole del Deuteronomio riguardo alla lapidazione per adulterio e la fa citare a Giuseppe; i due poi si scambiano opinioni sul da farsi.

Nella seconda stanza sta il prima, il durante e il dopo del matrimonio, con tutto il carico di sospetti e diffidenze intorno ai due sposi. L’autore comincia qui a descrivere più da vicino la gravidanza e le sensazioni di Maria, con poetica e realistica attenzione alla fisicità dell’evento. La stanza si conclude con la notizia del censimento, che contribuisce a scombussolare ulteriormente la vita già complessa dei protagonisti.

Il viaggio verso Betlemme comincia con la terza stanza. Durante il viaggio, ci sono brevi scambi di battute con personaggi incontrati lungo il cammino. Come si sa, i due coniugi non trovano un alloggio “ordinario”, una volta giunti a destinazione. Così decidono di sistemarsi in una minuscola stalla con un bue, appena fuori dalla cittadina.Erri_De_Luca-Trento_Film_Festival

L’ultima stanza è tutta incentrata sul parto e sul primo abbraccio tra Maria e il suo piccolo. De Luca immagina che Maria sia completamente sola a gestire il parto. Giuseppe sta fuori dalla porta a vigilare. Gli uomini non potevano assistere al parto. Il parto avviene di notte, contrariamente alle previsioni dei due sposi che pensavano che sarebbe avvenuto all’alba: questo permetterà alla mamma di stare a lungo abbracciata al suo bambino, prima che il mondo incominci a prenderglielo.

«Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l’appartenenza a un popolo. Fuori c’è odore di vino. Fuori c’è l’accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio» (p. 67)

Il dialogo-monologo tra Maria e Gesù prosegue con tenerezza.

Qualcuno storcerà un po’ il naso di fronte all’approccio molto peculiare di De Luca nell’accostarsi alla Natività. Il racconto è tuttavia ricco di suggestioni originali e interessanti.




Relazioni educative e nuovi media. Appunti sparsi ai tempi del Coronavirus

2697748_1024x0r72_h300f2di Stefano Liccioli · La pandemia legata alla diffusione del Covid-19 credo che rappresenterà un passaggio irreversibile per diversi ambiti della nostra vita. Uno di questi è l’uso degli strumenti digitali in campo educativo o almeno il giudizio che abbiamo di essi. Se finora tali mezzi erano stati considerati, in molti casi, come elementi accessori, in questo periodo hanno dimostrato tutto il loro valore, tutte le loro potenzialità. Faccio solo alcuni esempi. Senza le varie piattaforme digitali non sarebbe stata possibile la didattica a distanza che, con tutti i limiti che vi possiamo rintracciare, ha permesso comunque di dare continuità al lavoro degli insegnanti e soprattutto di mantenere aperto il dialogo educativo con gli studenti che, in tal modo, hanno potuto respirare un po’ di normalità. Senza i social network sacerdoti e religiosi non avrebbero più potuto raggiungere parrocchiani e fedeli isolati nelle proprie case a cui invece hanno continuato a far sentire la propria voce e la propria vicinanza, condividendo con loro riflessioni e momenti di preghiera.

Grazie a certe piattaforme web si sono potute svolgere, pur a distanza, riunioni di lavoro e non solo, una modalità d’incontro che potrebbe essere mantenuta in futuro non in maniera sostitutiva a quella in presenza, ma alternativa e complementare. Infatti, a causa di ritmi di lavoro e di vita che si sono fatti sempre più intensi, sperimentiamo tutti la difficoltà a trovare momenti liberi per fissare incontri di formazione o di confronto: i sistemi utilizzati in questi periodo ci permettono, secondo me, di immaginare a tal riguardo prospettive nuove.

Sono tutte esperienze che hanno contribuito a vincere una certa diffidenza riservata alle nuove tecnologie ed alla loro applicazione, per esempio, all’insegnamento o alla catechesi.

Una volta passata l’emergenza si tratta di capire come proseguire e rafforzare questa integrazione tra metodologie tradizionali d’insegnamento e nuovi media. Il potenziale di questi ultimi non si riduce, infatti, nell’accorciare le distanze, ma nel consentire una maggiore interattività da parte di tutti i soggetti che ne sono coinvolti. Non è questa la sede per entrare in tecnicismi per addetti ai lavori, ma certe applicazioni digitali permettono, per esempio, di realizzare davvero quella didattica laboratoriale tanto auspicata non solo nei documenti ministeriali, ma anche da tutti coloro che pensano che l’insegnamento non debba essere una mera trasmissione dei saperi, bensì una costruzione di essi insieme agli studenti. Personalmente cerco di avere sull’argomento una posizione equilibrata: credo che per saper fare (in termini “didattichesi” avere delle competenze) occorra sviluppare contestualmente delle abilità e delle conoscenze. D’altra parte sono pure convinto che ciò che s’impara facendo rimane più a lungo dentro di noi.download (2)

Mutatis mutandis un discorso analogo vale anche per la catechesi di bambini e ragazzi, troppo spesso ancorata ad un modello scolastico dove per scolastico s’intende un sistema d’insegnamento frontale. Anche in questo caso l’uso di strumenti digitali che permettano un maggior coinvolgimento di chi partecipa agli incontri di catechismo darebbe, a mio avviso, dei buoni risultati. Senza dimenticare che la catechesi delle nuove generazioni per essere un vero percorso d’iniziazione alla vita cristiana dovrebbe valorizzare molto l’aspetto esperienziale di tale vita attraverso la liturgia, la carità, non limitandosi solo alla trasmissione delle conoscenze (la dottrina).

Ciò che conta, secondo me, è non essere radicali. Su questi temi la parola chiave è integrazione tra nuovi e vecchi linguaggi educativi. Come la diffusione della televisione non ha sostituito totalmente la radio nei modi di comunicare, come l’automobile non ci ha fatto dimenticare la bicicletta come mezzo di trasporto, così non possiamo pensare che gli strumenti digitali e le nuove metodologie didattiche legate ad essi ci facciano mettere da parte i sistemi con cui per secoli le persone hanno imparato.

Solo per fermarsi ad un aspetto credo, per esempio, che la chiusura delle scuole abbia reso più consapevoli tutti, a cominciare dagli stessi studenti, di quanto sia irrinunciabile un rapporto diretto con i propri insegnanti in cui la prossimità favorisce in maniera del tutto speciale dinamiche come l’empatia che sono irrinunciabili in una relazione educativa. L’ambito privilegiato dell’insegnamento deve rimanere quello in presenza e non solo perché si riesce a “fare più cose”, ma proprio perché frequentare la scuola non vuol dire ricevere unicamente delle nozioni e delle valutazioni, bensì crescere in un rapporto di formazione con i propri docenti che non può che avvenire in presenza. Il medesimo discorso vale per la catechesi che si svolge nelle nostre parrocchie.

Allo stesso tempo spero che tra i frutti positivi di questo periodo così complicato ci sia il coraggio di ripensare, alla luce delle esperienze fatte, certi schemi educativi ancora troppo condizionati da quel “s’è sempre fatto così”.




Lucia Bruni 2020

Alice_in_Wonderlanddi Carlo Nardi · “Oh, pensa”, disse Alice Liddell, quella delle Meraviglie, “come sarebbe bello se potessimo passare attraverso lo specchio! Sono sicura che ci sono delle cose bellissime là dentro! Facciamo che ci sia un modo per passarci attraverso, facciamo che sia diventato tutto come un leggero velo di nebbia.”
Le favole dormono con tutti noi, sul nostro cuscino, e, come i libri, sono il passaporto della fantasia per accettare e vivere meglio la realtà.
Se tutti i libri nei loro infiniti caratteri, potessero aprire le pagine e spiccare il volo, getterebbero tanti piccoli semi preziosi. La terra, come l’animo umano, quando è ben coltivata, dà sempre i suoi frutti.
La funzione più nobile dello scrittore”, diceva Ignazio Silone, “è di trasformare l’esperienza in coscienza.”
Facciamo che questo momento così confuso, spaurito, incerto, sospeso sia pari a una tempesta che frantumi vecchie e inerti abitudini su cui ci eravamo adagiati, scuota i nostri animi e contribuisca a riportare un’armonia di significati e messaggi utile a nutrire il bisogno e il desiderio di accrescere la nostra conoscenza.
Oppure accettiamo le sagge considerazioni di Hunk, lo spaventapasseri che incontra Doroty Gale nel mago di Oz?
Io non possiedo il cervello: solo paglia.”
“Come fai a parlare se non hai il cervello?”
“Non lo so. Ma molta gente senza cervello ne fa tante di chiacchiere.”

Imparando, si ringrazia.

Libro di prete, libro mattone”: un modo di dire che ricordo d’aver letto in una recensione di don Pellizzari – teologo al Seminario di Cestello, letterato di metà Novecento, Ricciolone per quelli di Castello e del Sodo, dov’era cappellano al cosiddetto Monacaio -; si trattava di una sua considerazione sulla Vita di Cristo, autore l’abate Ricciotti: un libro del tutto immune dalla suddetta sentenza, secondo Pellizzari, perché chi lo legge vi trova un’ampia dottrina e una chiara semplicità a cominciare dal prologo breve e schietto, intriso di trepida umanità e di schietto Vangelo. Eppure il detto, birboncello anzi che no, mi accompagna tutte le volte che mi accingo a prendere la penna in mano e anche prima di rovesciare lo scritto nel computer per integrare, rivedere e correggere.
Come mai? Per il mio mestiere – peraltro gradevole – d’insegnamento e di ricerca mi occupo della storia della letteratura cristiana dall’avanzato primo secolo all’alto medioevo, nei tempi dei cosiddetti Padri della Chiesa. E ancora di mestiere, beh! di ministero – tutt’e due le simili parole vengono dal latino
ministerium dal suono per noi solenne -, per il fatto che sono un prete fiorentino e priore di Santa Maria a Quinto.
Quindi, come parlo di patristica o di patrologia, intendo storie di età romana, e vanno conosciute a garbo per farle a loro volta spiegare con metodi e criteri adatti. È questa l’opera della storiografia, filologia, linguistica e “figli e figlie” di scienze antiche e nuove.
Nel contempo sono in una parrocchia fin dall’agosto del 1989; e lì ho conosciuto il babbo e la mamma di Lucia, e nell’archivio, fin dal parroco Luigi Franchi, ho la custodia delle loro carte che rimandano alle cose eterne, quelle di Dio. In quei paraggi ci sono anche altre fonti di conoscenze storiche: monumenti, come le nostre tombe etrusche, ma anche gli scarabocchi su muri vecchi e, ahimè, freschi di imbiancatura. E sono anche a portata di mano fragili e umili le carte che parlano di Quinto e dintorni per adire a fonti certe, sennò a probabili e, se non c’è di meglio, addirittura solo verosimili: accorgimenti con cui si cerca di scrivere la storia. Talora però ci troviamo tra le mani il puro possibile, e allora non si può parlare di storiografia a regola d’arte. Ma solo come possibile è quanto si legge in un romanzo storico. E dico poco! Il Manzoni illumina il seicento più di tante storie in merito pubblicate da professoroni, e così la Yourcenar con le sue Memorie di Adriano ci immerge in usi e costumi, e nei palpiti del cuore degli uomini nel Mediterraneo greco-romano del secondo secolo dopo Cristo. Tant’è che anche i più scrupolosi storici dell’antichità si basavano sul criterio per cui lo storiografo avrebbe potuto mettere sulle labbra di un personaggio in carne ed ossa parole che in quella situazione era proprio il caso che il medesimo avrebbe detto cosi e cosà. Penso ai rigorosi Tucidide, Luca evangelista e Tacito, che tuttavia paiono attuare questo stile (a meno che non ci fosse stato undownload stenografo: il che poteva essere o non essere).
Ed è anche lo stile del genere letterario di Lucia Bruni con le sue “storie” originali e con il gusto del novellare di un tempo che fu, a veglia sul canto del fuoco, quando, sbisoriata la corona e messi a letto i bambini – i tetti bassi -, si ragionava del passato, dell’oggi e del domani, e di tutto e di più.
E così l’opera della Lucia mi ha indotto a prender sul serio l’ironico detto “Libro di prete, libro mattone”, e ricordare che, se si scrive, lo si fa per farsi capire e volentieri. Che poi ci riesca o meno … Intanto sono grato alla curiosa e intraprendente quintigiana, a Lucia Bruni, per il mio proposito, da lei punzecchiato felicemente