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San Giuseppe in quaresima.

450px-Sesto_Fiorentino_-_Pieve_di_San_Martino_-_Pala_d'altaredi Carlo Nardi • Ci sono, come dire? schegge natalizie in quaresima. Penso alla festa di san Giuseppe e all’Annunciazione, e ambedue ben congiunte nel bambin Gesù. E poi, circa Giuseppe, c’è un antico racconto che ne tratteggia specialmente la morte: La storia di Giuseppe il falegname, scritta probabilmente nel quarto secolo, che mi accingo a delineare.È l’ora dell’agonia, e Gesù è al capezzale del padre e ne avverte l’agitazione. Più volte il padre putativo invoca per nome di Gesù. Giuseppe confessa: chiede perdono per le perplessità di fronte alla giovane Vergine madre. Ma il Signore lo conforta. Segue l’ineluttabilità della morte, e Maria si accorge che il vecchio è alla fine. Quei momenti sono scanditi da gesti di tenerezza. Gesù tieni strette le mani del babbo. D’altra parte, non sono più parole, ma sospiri, e a sua volta Cristo vuole attorno a sé i suoi più cari.
Non di meno sono in atto altre presenze, a lor modo potenti, e oscure, demoniache e disperate e disperanti. A queste si oppongono gli arcangeli Michele e Gabriele. Più intensa è l’angoscia, ma più che mai il Signore scaccia le forze infernali, e l’anima del giusto è tra gli angeli in cielo.

Che dire di questa storia giunta a noi in lingua copta dall’Egitto cristiano? Si tratta di una umanità intrisa di desideri e di vicinanze. Non manca una tremenda serietà, per cui dipende la nostra salvezza eterna. E ancora penitpag20-21enza e preghiera, e gesti liturgici e spontanei, e in fine l’invocazione del nome di Gesù per una preparazione a un buona morte. E c’è il caso che dall’antico testo provenga un grappolo di giaculatorie, imparate in casa o alla dottrina: Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia. Gesù, Giuseppe e Maria, assisteteci nell’ultima agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia.

Mi presi a considerare il suddetto apocrifo, quando mons. Andrea Drigani, allora priore della Parrocchia di San Giuseppe (Via delle Casine), mi invitò a dir qualcosa sul Santo e i frutti della sua paternità. Qualche tempo dopo pensai a qualcosa si scritto: ‘La storia di Giuseppe il falegname’. Fra nascita, morte e risurrezione (in Giornale di Bordo di storia, letteratura ed arte serie terza 3 [1998], pp. 56-62; 4 [1999], pp. 68-75; cf. Id., Agonia. Note per la storia di un’esperienza umana, in Vivens homo 7 [1996], pp. 293-316).

E quando ho l’occasione di entrare nella Pieve di San Martino a Sesto Fiorentino, mi reco sempre al lato sinistro dov’è una cappella che accoglie un’ampia pittura, seicento o settecento? con un San Giuseppe agonizzante, attorniato da Gesù e da Maria. E la figurazione spiega quel che si legge dell’antica storia.




Contro il Maomettano Erdogan c’è solo nel Medio Oriente, il siriano Assad

Recep Tayyip Erdogan

Recep Tayyip Erdogan

di Mario Alexis Portella • Il 7 ottobre scorso, festa della Madonna del Rosario — inizialmente chiamata la Madonna della Vittoria perché alla sua intercessione fu attribuita la vittoria della flotta cristiania sui turchi musulmani nel 1571 a Lèpanto — il presidente Donald Trump iniziò a ritirare il resto delle truppe americane dalla Siria. Questi soldati, circa 1.000 che avevano collaborato con i curdi, noti come Forze Democratiche Siriane (FDS), per combattere contro lo Stato islamico (ISIS) nella parte nord-est del paese avevano dato alla FDS una funzione di “zona-cuscinetto” contro le incursioni turche; i curdi sono considerati terroristi dal presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan. Quasi immediatamente dopo il ritiro, la Turchia ha iniziato la sua incursione, inclusi attacchi aerei con i F-16 acquistati dagli Stati Uniti, aprendo un nuovo capitolo della guerra in Siria cominciata nel 2011; questa volta uccidendo sia curdi che cristiani, oltre a sfollare oltre 300.000 persone.

Ci serve sapere che l’attuale conflitto siriano, già abbastanza complessa, inizialmente è stata creato dal governo americano nel 2009, dopo che il presidente siriano Bashar al-Assad aveva rifiutato di consentire al Qatar e all’Arabia Saudita di estendere un gasdotto attraverso il suo paese. L’amministrazione Obama, con l’assistenza dei sauditi, ingaggiò mercenari ribelli per cercare di rovesciare Assad. Secondo un articolo del Wall Street Journal del 23 dicembre 2015, “U.S. Pursued Secret Contacts with Assad Regime for Years,” (Gli USA hanno perseguito contatti segreti col regime Assad da anni), gli Stati Uniti hanno cercato di sbarazzarsi di Assad sin dall’inizio del 2010. Questa tesi si basa su interviste con oltre due dozzine di noti e importanti personalità, tra cui funzionari statunitensi, anche attualmente in servizio, funzionari e diplomatici arabi. 

Parte della strategia araba-statunitense era di presentare il presidente siriano come un dittatore responsabile di ripetuti crimini contro l’umanità; da tale strategia sono state generate le manifestazioni del 2011 nel contesto più ampio della primavera araba mirata ad ottenere riforme d’impronta democratica nel paese. Contemporaneamente, gli USA hanno imposto un governo provvisorio: il Consiglio nazionale siriano (CNS) — con sede a Istanbul; la loro costituzione è stata annunciata nella metropoli turca il 23 agosto del 2011. La CNS ha anche sede nella Lega araba sostenuta dai sauditi ed è stata fortemente criticata per la sua estrema componente islamista, che include i membri dei Fratelli Musulmani — detta anche la Fratellanza Musulmana — i quali furono soppressi dal presidente Hafez al-Assad nel 1982. Il Consiglio nazionale siriano, una volta considerato come moderato, sponsorizzato dagli Stati Uniti e da altre nazioni, ha commesso atti barbari e criminali, proprio come l’ISIS.

Trump ha revocato le sanzioni contro la Turchia nonostante il suo uso di armi chimiche. Qui è mostrato un uomo ferito mentre entrava nella città sugli confini della Siria di Ras al-Ayn.

Trump ha revocato le sanzioni contro la Turchia nonostante il suo uso di armi chimiche. Qui è mostrato un uomo ferito mentre entrava nella città sugli confini della Siria di Ras al-Ayn.

Il presidente Trump è stato accusato, anche da alcuni dei suoi più vicini sostenitori, leader della maggioranza repubblicana in Senato USA, Mitch McConnell, di aver tradito gli alleati curdi, creando così più instabilità in Siria. Trump afferma di aver preso la sua decisione di abbandonare i curdi alleati degli Stati Uniti perché è diventato “troppo costoso”. Ciò si presenta come una contraddizione poiché il 18 ottobre il Pentagono ha dichiarato di aver approvato lo schieramento di 3.000 soldati statunitensi e munizioni all’Arabia Saudita, aumentando le sue difese dopo gli attacchi alle sue installazioni petrolifere. In realtà, l’ordine del Presidente di ritirare le truppe americane sembra essere basato su una conversazione telefonica del dicembre scorso con “il suo amico” — Trump ha pubblicamente detto così — il presidente Erdogan, e che doveva fare pressione per non fargli acquistare aerei da combattimento russi ma quelli degli Stati Uniti: i Lockheed Martin F-35.

È probabile che l’invasione turca distrugga la libertà di religione praticata nella Siria nord-est, l’unica area nel mondo arabo che consente alle persone di scegliere la propria fede, secondo i leader cristiani nella Siria nord-orientale. In effetti, un giornale islamista, Yeni Akit, che sostiene il partito al potere di Erdogan, ha pubblicato un avvertimento prima dell’invasione, “Vai a dire ai non credenti che l’esercito di (profeta dell’Islam) Maometto è tornato”, dichiarando essenzialmente la guerra religiosa della Turchia. In altre parole, Erdogan, con questa jihad o guerra santa,  cerca di reinserire l’egemonia turca persa quando Kemal Mustafa Atatürk abolì il califfato nel 1924 — la Rivoluzione Kemelista estromise il regno ottomano e la sua eredità politica e religiosa di Maometto su quelle terre.

Erdogan aveva già permesso agli jihadisti stranieri di attraversare la Turchia all’inizio della guerra nel 2011. È stato anche provato che nel 2015 sua figlia, Sumeyye, gestiva un ospedale situato nella città sudorientale turca di Sanliurfa per aiutare i guerriglieri feriti dell’ISIS. Dall’anno scorso Erdogan ha anche impiegato militanti di al-Qaeda e dello Stato islamico, insieme alle sue truppe, nell’acquisizione di Afrin nel 2018, dove furono sfollati 300.000 cristiani, yazidi e curdi. Secondo un membro di alto rango della Federazione Democratica Siriaca, Abdulrahman Hassan: «La nostra eredità è stata attaccata, la città è stata distrutta. I villaggi sono stati saccheggiati, donne e ragazze sono state prese in ostaggio, mancano uomini. Inoltre sono state distrutte diverse chiese e arrestati membri della chiesa».

Secondo il senatore americano Richard Black: «Il presidente al-Assad sta proteggendo i cristiani non solo in Siria ma anche in altre parti del Medio Oriente». Anche Sua Santità Hanna Atallah Hanna, Arcivescovo di Sebastia del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, dichiarò il 14 agosto 2017: «Il restauro delle Chiese cristiane, distrutto dal terrorismo in Siria, è in corso sotto la cura personale, segui su del presidente Bashar al-Assad. Saluto Sua Eccellenza [Assad] e apprezzo la sua fermezza, il suo coraggio e la sua capacità di resistere alla crisi in corso in Siria. Negli ultimi anni i cristiani hanno sofferto molto, ma grazie al presidente al-Assad adesso c’è speranza, come si è visto anche a Ma’aloula, dove le ferite stanno lentamente guarendo».

Sua Santità Hanna Atallah Hanna, Arcivescovo di Sebastia del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme con il Presidente Assad

Sua Santità Hanna Atallah Hanna, Arcivescovo di Sebastia del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme con il Presidente Assad

Oltre al fatto che duemila anni di cristianesimo in Siria potrebbero essere spazzati via dal proprio territorio con la nuova aggressione di Erdogan, ci sono conseguenze che minacciano la sicurezza del mondo libero se la Turchia non viene fermata:

• molto probabilmente l’ISIS sarà in grado di riprendersi dalla sconfitta subita dai curdi;

• la Turchia eliminerà l’unico alleato degli Stati Uniti in Siria;

• la Turchia sarà rafforzata così come le aspirazioni neo-ottomane di Erdogan di creare un califfato turco con Hamas e la Fratellanza Musulmana;

• la Russia e il regime dell’Iran avranno un ruolo sempre più prevalente nel Medio Oriente;

• una vittoria turca sarebbe una grande sconfitta ideologica per l’Occidente.

Si è recentemente affermato che quasi un migliaio di militanti e sostenitori dell’ISIS incarcerati nei campi di prigionia curdi sono in grado di liberarsi dopo che i curdi sono stati costretti fuggire sotto i bombardamenti turchi. In altre parole, Erdogan ha cacciato gli americani mentre contemporaneamente ha aiutato a liberare i combattenti dello Stato islamico — questo nonostante che Abu Baker al-Baghdadi, il capo dell’Isis, è stato ucciso durante un raid americano nella Siria settentrionale. E sotto l’impulso del nazionalismo islamico-turco, ormai che il paese “più potente” del mondo, l’America — pur non rendendosi conto del suo ruolo mondiale per mantenere la pace — ha abbandonato i curdi, Erdogan sembra essere oggi in grado di imporre la politica dei suoi predecessori ottomani, cioè di implementare l’hakimiyyat Allah: il regno di Allah sulla terra. Nonostante che ora Assad stia intervenendo per proteggere i curdi, la situazione nel Medio Oriente è diventata molto più delicata.




La dimensione «pneumatofora» della sinodalità

papa_francesco_vescovi_1_lapresse1280di Alessandro Clemenzia Siamo ormai lontani dal pensare la sinodalità della Chiesa come un’utopia teologica o un programma pastorale da adempiere per ottenere il prima possibile delle efficaci trasformazioni infrastrutturali ecclesiali. La Chiesa, infatti, si scopre sinodale nell’essere costantemente orientata, talvolta anche con fatica, verso un camminare insieme “pneumatoforo”, capace cioè di accogliere, portare e ridonare quello Spirito che ha ricevuto e costantemente riceve dalla presenza del Risorto. Si potrebbe affermare che la Chiesa è sinodale nell’evento stesso del suo sinodalizzarsi: è in questo processo dinamico che essa può prendere una sempre più chiara consapevolezza della sua natura e della sua missione.

Questo è l’insegnamento che Papa Francesco continua incessantemente a offrire, riuscendo a provocare, da un lato, quanti tendono a rimanere staticamente ancorati a un passato ormai inesistente, dall’altro, coloro che riducono in modo più o meno esplicito questo cammino pneumatoforo a una conquista di natura sociologica. Egli lo ha ribadito anche di recente, nel saluto inaugurale durante i lavori dell’assemblea speciale del Sinodo dell’Amazzonia (7 ottobre 2019 nell’Aula del Sinodo), sul tema “nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. In quell’occasione il Papa è riuscito ad allargare gli orizzonti rispetto a una situazione che si era venuta a creare a causa di chi si riteneva capace di rispondere alle grandi sfide dell’Amazzonia a prescindere dallo svolgimento del cammino sinodale; è stato proprio il Papa a ricordare, all’inizio dei lavori, le quattro dimensioni che devono caratterizzare il presente sinodo: pastorale, culturale, sociale ed ecologica. Nel suo discorso, egli si è soffermato in particolare sulla prima, la dimensione pastorale, perché in qualche modo è la sintesi di tutte, e ha offerto alcuni suggerimenti preziosi per quanto riguarda il metodo. Anzitutto ha spiegato con quale “occhio prospettico” debba essere osservata la realtà dell’Amazzonia: non si tratta di applicare a un preciso contesto principi o postulati generali di natura filosofica o religiosa, in quanto il punto di partenza della riflessione è sempre la realtà, colta con “occhi di discepoli” e “occhi di missionari”.n-sinodo-large570_1547675

È questo lo sguardo ermeneutico che deve essere assunto per affrontare le grandi questioni, proprio perché «non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche; esse sono sempre condizionate da un’opzione previa». Avere occhi di discepolo e di missionario significa avvicinarsi all’altro senza avere la pretesa di addomesticarlo attraverso un centralismo esistenziale “omogeneizzante e omogeneizzatore”. Ciò ha delle profonde implicazioni anche riguardo al modo in cui ciascuno è chiamato a partecipare a un Sinodo, in quanto si deve porre una costante attenzione a non cadere in quelle ideologie che «portano all’esagerazione nella nostra pretesa di comprendere anche intellettualmente, ma senza accettare, comprendere senza ammirare, comprendere senza assimilare».

La sinodalità, ribadisce il Papa, non è un sistema di maggioranza parlamentare, da cui scaturirebbe “una Chiesa congregazionalista”, ma ha a che fare con il “contemplare”, il “comprendere” e il “servire”. Non solo, essa è particolarmente legata alla presenza e all’azione dello Spirito Santo: «Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo», Colui che di molti fa uno e fa sì che ciascuno possa esprimere in sé il tutto senza per questo perdere la propria identità. Non esiste, dunque, alcuna minoranza perdente, poiché quest’ultima deve essere assunta e sentirsi realmente espressa dalla maggioranza. Questa logica è ben lontana da ogni tentativo di “democratizzazione” della Chiesa.

È lo Spirito Santo, secondo Francesco, il vero attore principale dell’evento sinodale, tanto che – sottolinea il Papa in modo molto significativo – l’Instrumentum Laboris, che è il frutto di un attento e rigoroso lavoro previo al Sinodo ad opera di numerosi esperti, non è il testo su cui si vuole far convergere il maggior numero di consensi, ma è «un testo martire, destinato ad essere distrutto, perché è il punto di partenza per quello che lo Spirito farà in noi». Compito del Sinodo, dunque, è quello di lasciare che lo Spirito possa esprimere se stesso liberamente.

Un ultimo aspetto toccato dal Papa in questo discorso di apertura è che la grandezza di un Sinodo, proprio in quanto si tratta di un “evento”, deve essere colta nella sua tensione dinamica e processuale: «Stare nel Sinodo significa incoraggiarsi ad entrare in un processo», e non un semplice occupare spazi. Da queste parole scaturisce implicitamente un invito rivolto a tutti i cristiani, e in particolare ai teologi, a evitare di perdersi in toni polemici per raggiungere obiettivi ipotetici, e a godere maggiormente di ciò che avviene lungo la strada, in particolare il sinodalizzarsi della Chiesa.




San Paolo VI e la «fratellanza umana»

s-l600di Andrea Drigani Il tema della «fratellanza umana» è stato richiamato di recente, attraverso documenti e riflessioni, anche in ordine alla promozione del dialogo interreligioso. L’argomento, tuttavia, ha degli antecedenti nel magistero di San Paolo VI, che è assai opportuno rammentare. Papa Montini nel Radiomessaggio natalizio del 22 dicembre 1964 esordiva con un augurio di fratellanza. «Di fratellanza, uomini che ci ascoltate; di fratellanza più vera, più operante, più universale di quella che già unisce gli uomini fra loro». Paolo VI osservava che Cristo fattosi uomo per noi e nostro maestro, ci aveva già insegnato dalle pagine, non mai pienamente comprese, non ancora universalmente applicate, del suo Vangelo: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8): cioè uguali, cioè solidali, cioè obbligati a riconoscere in ciascuno riflessa l’immagine dello stesso Padre celeste e a promuovere scambievolmente il raggiungimento dei medesimi destini: la pienezza umana e la figliolanza divina per la grazia, in questa vita, la beatitudine eterna nella vita futura. Oggi – proseguiva Papa Montini – la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio di ogni moderna convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, che vuol dire un essere pari al nostro, degno di rispetto, di assistenza, di amore. Bisogna che cadano le barriere dell’egoismo e che l’affermazione di legittimi interessi particolari non sia mai offesa per gli altri né mai negazione di ragionevole socialità. Bisogna che la democrazia – diceva ancora Paolo VI – a cui oggi si appella la convivenza umana, si apra ad una concezione universale, che trascenda i limiti e gli ostacoli ad un’effettiva fratellanza. Papa Montini rilevava che queste concezioni, purtroppo rischiavano di essere facilmente caduche. La via del vero progresso è faticosa e incerta. La resistenza umana nella ricerca dell’ottimo conosce scoraggianti flessioni. L’uomo è instabile. La conquista della verità è ardua. Il bene è difficile. L’odio è più forte dell’amore. Paolo VI volle indicare, sia pur fugacemente, alcune forme nelle quali si manifesta l’opposizione alla fratellanza tra gli uomini. Prima di tutto il nazionalismo, che divide i popoli opponendoli gli uni agli altri, alzando fra loro barriere di contrastanti ideologie, di psicologie chiuse, di interessi esclusivi, di ambizioni autarchici, quando non sia di avidi e prepotenti imperialismi. Altro ostacolo, tra gli altri, alla fratellanza umana, rinascente anch’esso, era – per Paolo VI – il razzismo che separa e oppone le differenti stirpi componenti la grande famiglia umana, creando orgogli, diffidenze, esclusivismi, discriminazioni, e talora oppressioni a danno del reciproco rispetto. Qualcuno potrebbe chiedersi – annotava inoltre Papa Montini – se anche6694d680cd_54632114 la religione non fosse un motivo di divisione tra gli uomini. A tal riguarda rilevava che la religione, compresa quella cattolica, è un elemento di distinzione fra gli uomini com’è la lingua, la cultura, l’arte, la professione, ma non è per sé elemento di divisione. E’ vero che il cristianesimo – aggiungeva – per la novità di vita che porta al mondo, può essere motivo di separazioni e di contrasti, derivante da ciò che di bene conferisce all’umanità. Ma non è suo genio lottare contro gli uomini; per gli uomini, se mai, nella difesa di quanto è in essi sacro e insopprimibile, l’aspirazione fondamentale a Dio, e il diritto di manifestarla all’esterno nelle forme dovute del culto. La verità rimane ferma – concludeva Paolo VI – e la carità ne irradia il benefico splendore. Questo è più che mai il programma nostro, convinti come siamo che il mondo ha bisogno di amore, ha bisogno di superare in se stesso i vincoli dell’egoismo, ha bisogno di aprirsi a sincera, progrediente, universale fratellanza. Questi insegnamenti di San Paolo VI, per la loro attualità, potranno essere estremamente utili e proficui per un’ulteriore comprensione e sviluppo della «fratellanza umana».




Attenzione internazionale per l’ambiente

downloaddi Giovanni Campanella • A metà luglio del 2019, la casa editrice Edizioni Francescane Italiane ha pubblicato un libro intitolato Il sogno (folle) di Francesco – Piccolo manuale (scientifico) di ecologia integrale e scritto da Luca Fiorani.
Fiorani è un fisico e insegna alle università Lumsa, Marconi e Roma Tre. È membro del comitato direttivo del Movimento cattolico mondiale per il clima. Autore di numerosi articoli, brevetti e testi, svolge un’intensa attività di divulgazione scientifica. Nel libro summenzionato, riprende alcuni concetti chiave dell’enciclica Laudato Si’ collegandoli ai recenti risultati della negoziazione internazionale sui cambiamenti climatici e ai dati scientifici più aggiornati.

Il tema del clima è tornato prepotentemente alla ribalta molto recentemente, quando venerdì 27 settembre 2019 milioni di ragazzi hanno manifestato in numerose piazze italiane. Il ministro dell’istruzione ha ritenuto giustificati tutti questi studenti assenti da scuola. A prescindere dall’opportunità o meno di tale giustificazione, è indubbiamente positiva la maggiore sensibilità riguardo al tema.

Innegabile conseguenza della legge suprema dell’amore per gli altri è la cura per l’ambiente in cui viviamo. È l’ambiente in cui non solo viviamo noi ma anche gli altri che dobbiamo amare. Fiorani ci ricorda che tutto è strettamente interconnesso: «chi di noi, guardando i pomodori che ha fatto crescere con tanta cura nell’orto, immagina che possano comunicare tra loro grazie a funghi sotterranei? E che la pianta riceva dal fungo acqua e sali, ricambiando con carboidrati?» (p. 25).

Non che i politici siano da biasimare in toto. La comunità internazionale ha conseguito anche dei successi nell’ambito in questione. Ne è un esempio la vicenda del buco dell’ozono. Sembra infatti che nell’ultimo decennio lo “squarcio” abbia seguito un trend di diminuzione e sembra che ciò sia direttamente correlabile al Protocollo di Montreal del 16 settembre 1987 che contribuì a ridurre drasticamente i clorofluorocarburi. Kofi Annan lo considerò addirittura l’accordo tra nazioni che ha avuto più successo. Quindi i politici non sono sempre caratterizzati da fredda insensibilità nei confronti dei temi ambientali.

A volte sembra che sull’argomento si scontrino due visioni del mondo opposte. Una considera tutto al servizio di un’utilità immediata e tangibile per l’uomo. Un’altra considera l’uomo un intruso, un prevaricatore che in pochi secoli ha crudelmente assoggettato e danneggiato i numerosissimi altri esseri viventi che in migliaia di anni hanno popolato il pianeta. Per superare le estremizzazioni di antropocentrismo e fisiocentrismo, Fiorani ritiene che sia possibile proporre:

«un antropocentrismo cristico o oblativo in cui la persona – modellandosi su Cristo – vive il dono-di-sé con i suoi simili, trascinando la natura verso Dio, o, addirittura, un comuniocentrismo, in cui si pone al centro il rapporto stesso tra persona e natura. In questo modo, la persona assume una funzione sacerdotale e la natura una funzione eucaristica» (p. 33).

Successivamente cita due passi molto suggestivi sul tema. Il primo è di Teilhard de Chardin:20190213160758_3per2

«dato che la nostra umanità assimila il mondo materiale e l’Ostia assimila la nostra umanità, la trasformazione eucaristica travalica e completa la transustanziazione del pane sull’altare» e «via via, invade irresistibilmente l’Universo» (L’ambiente divino, Queriniana, Brescia, 1994 come citato a p. 34). Il secondo è di Chiara Lubich: «la terra ci mangia come noi mangiamo l’Eucaristia: non quindi per trasformare noi in terra ma la terra in “cieli nuovi e terre nuove”» (Scritti Spirituali/4, Città Nuova, Roma, 1981 come citato a p. 34).

Non sembrerebbe un caso che la lettera enciclica Laudato Sì (24 maggio 2015) preceda di pochi mesi lo storico Accordo sul Clima di Parigi (13 dicembre 2015), ideato da delegati di 196 paesi e volto a sostenere tecnologie pulite e limitare emissioni nocive e l’aumento della temperatura superficiale del pianeta. L’accordo è stato poi firmato da 175 paesi nel Palazzo di Vetro di New York il 22 aprile 2016. Purtroppo, nel 2017, gli Stati Uniti si sono sfilati dall’accordo. Tuttavia, la negoziazione non si è fermata e in un incontro a Bonn nel novembre 2017 sono stati fatti passi avanti nell’elaborazione di regole attuative. Nonostante l’opposizione di Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait, tali regole sono state completate a Katowice nel dicembre 2018 e si è stabilito di farle entrare in vigore nel 2020.

Naturalmente, sul piano concreto, c’è ancora tantissimo da fare. Molti dati sull’inquinamento sono ancora pericolosamente in crescita. Fare troppo i drammatici però non aiuta. Si può indubbiamente affermare che in questi ultimi tempi il menefreghismo riguardo al nostro tema è grandemente diminuito. È aumentata invece l’attenzione, un po’ grazie a Greta Thunberg, un po’ grazie a papa Francesco e un po’ grazie a politici illuminati che sono meno evidenziati dai riflettori dei media. In fin dei conti, la tanto bistrattata classe dirigente, contro cui si scagliano frotte di studenti, non è proprio tutta da buttare.




Studiare, un esercizio dello spirito

Gamogna. Ragazza che meditadi Francesco Vermigli • Frequentando il mondo universitario e incontrando studenti provenienti da ogni dove, mi è facile avvertire sempre più il desiderio che essi nutrono, di sentirsi dire qualcosa di chiaro sul senso profondo dello studio da loro intrapreso. In effetti, in un mondo liquido, liquide possono essere anche le ragioni per le quali si accede alla vita universitaria, in essa si vive e da essa si esce. In questo contesto, “liquido” significa che si entra all’università per uno scopo – e forse talvolta neanche con uno scopo ben determinato – significa che questo scopo, se c’era in origine, subisce continuamente sollecitazioni contrarie lungo il percorso universitario; infine “liquido” significa che da questo percorso si esce talvolta con altre ragioni rispetto a quelle originarie, se non addirittura si finisce con l’uscire da esso senza alcun obbiettivo definito. Qui si avverte la drammaticità dell’esistenza dei nostri giovani, a cui talvolta si chiedono atteggiamenti (quali decisione, forza di volontà, fedeltà, chiarezza…) che spesso non possono garantire: e questo non perché non vogliano, ma perché nessuno ha mai fornito loro gli strumenti per farlo, li ha incoraggiati a cercarli, li ha accompagnati a trovarli.
Obbiettivo di queste righe non sarà certo offrire la soluzione ad una problematica tanto radicata. Qui proveremo innanzitutto a sollecitare la presa di coscienza del carattere determinante della stagione universitaria. Secondo l’antico paradigma della vita spirituale che il futuro si costruisce sul presente, non pare opportuno solo proiettare nel tempo che verrà le domande dello studente (“quale sbocco lavorativo mi apre questo percorso di studio?”, “potrò realizzarmi?”…), perché se da un lato rilevano un desiderio di pienezza che commuove, dall’altro potrebbero ingenerare ansia e sfiducia; se questo desiderio non viene educato e rafforzato ogni giorno, di fronte alle incertezze e alle fatiche della quotidianità. Uno studente solo proiettato sul futuro finisce con l’essere decentrato rispetto all’oggi in cui è chiamato a vivere la pienezza della propria esistenza. Piuttosto egli dovrebbe chiedersi: “cosa in questo momento della mia vita mi viene richiesto?”, “in cosa consiste oggi il mio bene?”.9788810605127

Negli ultimi tempi, mi sono capitati tra le mani un paio di libretti che su questo punto hanno qualcosa da dire: essi dovrebbero essere intesi proprio nella dialettica tra il presente e il futuro di uno studente universitario. Mi riferisco a B. Uberti, Come Prometeo. Studiare è un atto di speranza (2013) e a A. Tumminelli, Lo studio. Un esercizio spirituale (2018). In fondo, si tratta di alcuni degli ultimi frutti di una riflessione sulla vocazione allo studio e sulle implicazioni esistenziali di esso, il cui più celebre antenato potrà rintracciarsi in Coscienza universitaria; opera pubblicata nel 1930 dall’allora Montini, quando ricopriva il ruolo di assistente nazionale della FUCI: ne abbiamo parlato in un articolo dell’agosto 2018 (vedi).

Il primo principio della vita universitaria è dunque irrinunciabile, eppure su di esso paiono cadere in molti, come strattonati tra il passato che non c’è più e il futuro che non c’è ancora. E questo è il primo principio: se vuoi il futuro, devi volere ancora prima il presente. Volere il presente universitario significa implicarsi in esso, esprimere in esso la propria responsabilità e la propria costanza. Volere il presente, significa innanzitutto mettere ordine in esso: vale a dire, innanzitutto cercare il bene possibile nell’oggi, senza fantasticare circa un bene futuribile e immaginifico e impossibile. Volere il presente vuol dire pazientare, combattere le tentazioni della rassegnazione e della sfiducia, rilanciare la propria vita di studio nella fedeltà agli impegni presi all’inizio o almeno ricalibrati lungo il percorso. Volere il presente, volere l’oggi della vita universitaria è davvero un’opera dello spirito, che coinvolge tutto il nostro essere; per questo, come nel titolo del nostro scritto, possiamo e dobbiamo dire che lo studio è come un esercizio spirituale.71BUuBd+3dL

Con un paio di ultimi spunti vorrei terminare queste righe. Innanzitutto, se lo studio è come un esercizio spirituale, ne consegue che la vita dello studente universitario deve essere sottoposta ad un continuo discernimento: alla sapiente capacità di dare priorità ad alcune cose e di tralasciarne altre, di ascoltare consigli e portare lo studio nella vita e la vita nello studio in un modo equilibrato. Dall’altro lato, se lo intendiamo come un esercizio spirituale, lo studio ha bisogno anche di una guida, che sarà innanzitutto quella dei compagni di studio, che salvano il singolo studente da ogni pericoloso solipsismo intellettualistico. Ma sarà anche la guida sapiente di qualcuno che per esperienza spirituale sia in grado di far capire allo studente le dinamiche della propria coscienza: quella figura paterna che illumina la fatica dello studio alla luce della Parola di Dio e aiuta a distinguere nella complessità delle mozioni dell’anima.




«Roma città corrotta e infetta»

garbageromadi Giovanni Pallanti • La Diocesi del Papa è Roma. Come successore di San Pietro, primo vescovo di Roma, il Papa è il supremo pastore della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.  Ma cos’è la città di Roma? E’ la città di Sodoma e Gomorra. Tutto il peggio si concentra in Roma. Quando nel XVI secolo Martin Lutero, scandalizzato dalla vendita delle indulgenze e dalla corruzione morale dei preti e degli abitanti di Roma, fu spinto alla più grande divisione della cristianità non aveva tutti i torti. Dai tempi degli antichi romani l’antica capitale dell’Impero era fondata sul sangue e sulla corruzione.  Sul sangue perché la politica veniva sempre risolta con azioni di forza anche per il governo dell’Urbe e dell’Impero. Sulla corruzione perché i notabili dell’antica Roma per conquistare il “Consolato” erano disposti a spendere milioni e milioni di sesterzi per comprare il voto della loro clientela popolare.  Il Papato dall’alto  medioevo fino al Concilio di Trento (1545-63) era spesso, salvo Pontefici santi, impersonato da uomini che della santità personale non ne avevano nemmeno una briciola. Basti pensare che Papa Alessandro VI, il più corrotto sul piano personale  che la Storia ricordi, fu combattuto dal Priore di San Marco a Firenze, il domenicano Girolamo Savonarola, che  anche per questa ragione fu impiccato e bruciato in Piazza della Signoria il 23 maggio 1498.  Il popolo romano non è stato mai migliore della Chiesa Cattolica in Roma. Anzi da essa ha preso i peggiori vizi.  Per arrivare a tempi più recenti nell’Ottocento i romani erano dediti alla frequentazione delle osterie che sulla porta mettevano una frasca di alloro per richiamare l’attenzione del popolino che si abbeverava con il vino dei Castelli e frequentava le puttane romane che per numero gareggiavano con quelle del Carnevale di Venezia. Le poesie di Gioacchino Belli sono una bella testimonianza della società romana di quel tempo.  La Chiesa non fu immune dalla piccola e grande malvagità del popolino romano. Quando Pio IX incaricò del governo pontificio Pellegrino Rossi  Egli fu ucciso a coltellate da un carrettiere  di nome Ciceruacchio il 25 novembre 1848, per impedire un rinnovamento della pubblica amministrazione e della giustizia nello Stato Pontificio. Il popolino romano ha sempre desiderato, a grande maggioranza, il caos all’ordine.  Nell’era contemporanea  con Leone XIII si è inaugurata una serie di Romani Pontefici degni di grande rispetto. Tra questi Pio XI, San Giovanni XXIII, San Paolo VI e San Giovanni Paolo II. Ricordando, in estrema sintesi, la storia sociale e morale di Roma non meraviglia il fatto che nel 2019, vi siano trenta piazze dell’Urbe dove si spaccia la droga H24 ( cioè giorno e notte). Così come non meraviglia che in tempi recenti la banda della Magliana fosse in collegamento, tramite i servizi segreti deviati e spezzoni della politica, con ambienti vaticani che sono stati responsabili, piaccia o no, della sparizione di Emanuela Orlandi. In questi giorni l’uccisione, con un colpo di pistola alla testa del ventiquattrenne Luca Sacchi, è stata collegata dagli inquirenti ad una compravendita di una dose importante di droga che probabilmente serviva per essere rivenduta. Infatti nello zaino di Anastasiya Kylemnyk, compagna del Sacchi, alcuni testimoni raccontano di aver visto mazzette di banconote per download (1)migliaia di euro sufficienti  per l’acquisto di un grosso quantitativo di cannabis e cocaina. La coraggiosa  mamma dell’assassino, Valerio Del Grosso di 21 anni,  ha denunciato alla polizia il figlio e il suo complice: una piccola luce nel buio della vita romana. Un esempio coraggioso su cui meditare.  Roma, la Diocesi del Papa, assediata dalle Mafie, da  Trastevere ad Ostia, piena zeppa di rifiuti e supermercato della droga è ancora quella città infetta dove miracolosamente soffia il vento dello Spirito Santo che riesce a tutelare l’attuale Pontefice Francesco dalla corruzione della Curia Romana e dai vizi della capitale d’Italia.




Annunciamo il Vangelo per placare l’ansia di Gesù

primopiano_7519di Stefano Liccioli • Con la fine di ottobre si è concluso il mese missionario straordinario indetto da Papa Francesco per il centesimo anniversario della lettera apostolica “Maximum Illud” di Papa Benedetto XV. Il tema del mese, “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”, ha il merito a mio avviso di mettere in evidenza il legame tra il sacramento del Battesimo e la missionarietà: l’adesione di fede a Gesù Cristo comporta necessariamente l’annuncio del Vangelo. Ha scritto Papa Francesco nel messaggio per la giornata missionaria mondiale:«Così, nella paternità di Dio e nella maternità della Chiesa si radica la nostra missione, perché nel Battesimo è insito l’invio espresso da Gesù nel mandato pasquale: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi pieni di Spirito Santo per la riconciliazione del mondo (cfr Gv 20,19-23; Mt 28,16-20)». Il Pontefice, nel proseguo del testo, tocca inevitabilmente l’argomento della cosiddetta “missio ad gentes”:«Anche oggi la Chiesa continua ad avere bisogno di uomini e donne che, in virtù del loro Battesimo, rispondono generosamente alla chiamata ad uscire dalla propria casa, dalla propria famiglia, dalla propria patria, dalla propria lingua, dalla propria Chiesa locale. Essi sono inviati alle genti, nel mondo non ancora trasfigurato dai Sacramenti di Gesù Cristo e della sua santa Chiesa».

Ma il profondo valore di radicare nel Battesimo l’azione missionaria dei cristiani fa sì che l’annuncio della Parola di Dio e la testimonianza del Vangelo non siano un compito riservato a pochi, a degli specialisti del settore, ma un mandato per ogni cristiano:«Ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio».

In questa prospettiva ogni battezzato, nessuno escluso, si deve sentire coinvolto nell’azione evangelizzatrice della Chiesa, ciascuno nel proprio stato di vita. E’ un richiamo importante per tutti i laici che spesso non sono consapevoli del ruolo particolare che hanno in virtù di essere incorporati a Cristo nel battesimo e di vivere nel secolo. A tal proposito è sempre bene ricordare cosa afferma la Lumen Gentium:«Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità». (LG 31) Sono sempre più convinto che la vera valorizzazione dei laici non sia nell’affidarli maggiori compiti un tempo riservati a sacerdoti e religiosi, ma nel formarli e renderli consapevoli che sono chiamati ad essere “sale della terra e luce del mondo” nell’ambiente in cui lavorano, studiano o nelle proprie famiglie, lì dove i membri dell’ordine sacro fanno più fatica ad arrivare.primopiano_8811

Sul modo in cui portare questo annuncio Papa Francesco nell’omelia della Santa Messa per la Giornata Mondiale Missionaria dello scorso 20 ottobre ha detto:«L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio». In tal senso vale la pena ribadire che le parole ammoniscono, ma gli esempi trascinano. San Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi ricordava:«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». (EN, 41), ma sempre San Paolo VI precisava:«[…] Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava «dare le ragioni della propria speranza» – esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita». (EN 22). Una testimonianza ed un annuncio che sono resi a tutti, come ha indicato nella suddetta omelia Papa Francesco:«Il testimone di Gesù va incontro a tutti, non solo ai suoi, nel suo gruppetto». Il mio augurio è che la conclusione del mese di ottobre dischiuda e rafforzi la consapevolezza che ciascuno di noi “è una missione su questa terra” (EG 273). Ancora Papa Bergoglio:«Siamo qui per testimoniare, benedire, consolare, rialzare, trasmettere la bellezza di Gesù. Coraggio, Lui si aspetta tanto da te! Il Signore ha una sorta di ansia per quelli che non sanno ancora di essere figli amati dal Padre, fratelli per i quali ha dato la vita e lo Spirito Santo. Vuoi placare l’ansia di Gesù? Vai con amore verso tutti, perché la tua vita è una missione preziosa: non è un peso da subire, ma un dono da offrire. Coraggio, senza paura: andiamo verso tutti!».




«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture»

9788831552523di Stefano Tarocchi • «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,44-48).

Con il racconto nel Vangelo di Luca dell’incontro del Signore risorto con i discepoli, che lo attendono nel luogo dove già ha trascorso con loro la cena avanti la sua passione il Papa Francesco apre la lettera apostolica Aperuit illis – lett. «Aprì loro….» – nella quale istituisce la domenica della parola di Dio. Così scrive il papa: la «III Domenica del Tempo Ordinario [nel 2020 sarà il 26 gennaio] sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio».

Se il percorso del papa muove dalla Costituzione dogmatica conciliare sulla divina rivelazione (Dei Verbum) e passa attraverso insegnamento dell’esortazione di Papa Benedetto dopo il sinodo sulla Parola di Dio (Verbum Domini), lascia trasparire un percorso mai compiuto del tutto, all’interno della Chiesa cattolica.

Si tratta di un percorso che non si è mai perso nella grande Chiesa, a cominciare da quando san Girolamo, dopo la morte di papa Damaso I, si trasferì in Terra santa, a Betlemme, dove morì il 30 settembre 420, per completare la traduzione delle Scritture nella lingua parlata dal popolo: la Vulgata latina, appunto. Per una di quelle eterogenesi delle vicende umane la lingua è divenuta poi estranea al popolo di Dio. C’è voluto un percorso durato secoli prima che il Vaticano II si dedicasse raccomandare le traduzioni nelle lingue parlate comunemente: «è necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. Per questo motivo, la Chiesa fin dagli inizi fece sua l’antichissima traduzione greca dell’Antico Testamento detta dei Settanta, e ha sempre in onore le altre versioni orientali e le versioni latine, particolarmente quella che è detta Volgata. Poiché, però, la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, di preferenza a partire dai testi originali dei sacri libri (Dei Verbum 22).

S. Efrem il Siro († 373), citato da Papa Francesco, così scriveva: «chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto di più ciò che sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono a una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di quanti la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla» (Commenti sul Diatessaron, 1, 18).papa-francesco-san-pietro-e-paolo-evangeliario-110086.660x368

Se la fede, scrive Paolo ai Romani, «viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rom 10,17), il papa pone in rilievo la celebrazione eucaristica, con la duplice mensa del pane e della parola: «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).

A tale proposito papa Francesco aggiunge: «l’omelia… riveste una funzione del tutto peculiare, perché possiede «un carattere quasi sacramentale» (EG142)… Per molti dei nostri fedeli, infatti, questa è l’unica occasione che possiedono per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla loro vita quotidiana. È necessario, quindi, che si dedichi il tempo opportuno per la preparazione dell’omelia. Non si può improvvisare il commento alle letture sacre. A noi predicatori è richiesto, piuttosto, l’impegno a non dilungarci oltre misura con omelie saccenti o argomenti estranei» (AI 5).

Se è vero, come troviamo nelle “lettere pastorali” della tradizione paolina, che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» (2 Tm 3,16), è il Cristo la parola definitiva data agli uomini.

È del resto così che si esprime la lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).

Infatti, così scrive san Girolamo: «se al dire dell’apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, Prologo).

È così che la prima generazione cristiana ha inteso le parole di Gesù, a cominciare dalle parole con cui nel vangelo di Marco di narra l’esordio del suo ministero: «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

E il papa ancora aggiunge, citando sant’Agostino a proposito della Madre di Dio: «qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: “Beato il seno che ti ha portato (cf. Lc 11,27)”. E lui: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio, e la custodiscono”. Come dire: anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi, ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne» (Sul Vangelo di Giovanni, 10, 3).

È la stessa dimensione comunionale che si percepisce nell’Apocalisse: «ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Così infatti scrive lo stesso libro: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino… se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro (Ap 1,3; 22,19).

«Il giorno dedicato alla Bibbia – è ancora Francesco che parla – vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti» (AI 8).

Così infatti scrive lo stesso libro: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino… se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro (Ap 1,3; 22,19).

«Il giorno dedicato alla Bibbia – è ancora Francesco che parla – vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti» (AI 8).




Alcune riflessioni morali sul «vizio» del fumo

imagesdi Gianni Cioli • Tempo fa un lettore di Toscana oggi mi poneva la seguente questione: «Da tanti anni ormai ho il vizio del fumo e non riesco a smettere, forse per mancanza di convinzione. Ultimamente qualcuno mi ha detto che secondo lui fumare è peccato, perché danneggia il nostro corpo e comporta il rischio di gravi malattie. Eppure il mio vecchio parroco fumava. Come stanno le cose?»

Io rispondevo che la domanda del lettore è forse meno semplice di quanto possa immediatamente apparire. Non mi risulta, in effetti, che la teologia morale in passato, quando era tendenzialmente centrata sugli atti per stabilire con esattezza che cosa fosse peccato e cosa no, si sia seriamente posta il problema della peccaminosità del fumo. Salvo sviste, le uniche questioni relative all’uso del tabacco reperibili nei vecchi manuali di lingua latina sembrano quelle riguardanti il digiuno eucaristico: se masticare, annusare o fumare tabacco potesse compromettere il digiuno previsto per poter fare la comunione e, in genere, pareva di no (cf. Alfonso Maria De Liguori, Opere morali; D. M. Prummer, Vademecum theologiae moralis).

La mancata attenzione al fumo come problema morale da parte della teologia manualistica post-tridentina è forse in buona parte dovuta al fatto che nei secoli in cui l’abitudine di fumare si è diffusa non si aveva ancora la consapevolezza che il fumo potesse fare particolarmente male. Addirittura talora si pensava che potesse fare bene: ad esempio, se ben ricordo, mio nonno raccontava che da soldato veniva invitato a fumare come misura profilattica contro possibili infezioni alle vie respiratorie.

Nel corso del XX secolo l’esperienza clinica e la ricerca scientifica hanno invece poi dimostrato che in realtà il fumo nuoce gravemente alla salute – a quella di chi fuma e anche a quella degli altri – soprattutto se si fuma molto. Studi recenti confermano che il fumo è particolarmente dannoso in certe condizioni, come in ambienti chiusi e nelle autovetture (Fumare dentro la macchina fa male cento volte di più, «La Repubblica», 16 ottobre 2012). Per questo molti stati hanno emanato negli ultimi anni leggi particolarmente restrittive riguardo al fumo.

Su queste basi testi di etica medica (P. Chaurchard, Farmaci, psicofarmaci e morale) e manuali di bioetica recenti (L. Ciccone, Bioetica. Storia, principi, questioni) hanno posto in evidenza che l’abuso di tabacco può costituire una grave scorrettezza morale.

Per tornare al puntuale quesito del lettore, piuttosto che sul piano del peccato preferirei affrontare la questione sul piano del dovere morale, anche in linea col rinnovamento della teologia morale degli ultimi cinquant’anni che ha spostato l’accento dalla preoccupazione di stabilire il confine fra lecito e illecito alla riflessione circa gli atteggiamenti che possano incarnare al meglio la carità (cf. Optatam totius 16). Il peccato implica, oltre tutto, un coinvolgimento della persona che appare problematico collegare a priori a un determinato atto materiale.fumo

Non è dunque il caso di ritenere che chi fuma commetta di per sé e sempre un peccato, tuttavia, se è vero che il fumo può nuocere gravemente alla salute, credo che anche il semplice buon senso ma soprattutto il senso della carità ci pongano di fronte a una serie di doveri non trascurabili.

Il primo è quello di non danneggiare la salute altrui e, quindi, di evitare di fumare innanzi tutto nei luoghi dove è proibito per legge, cioè negli ambienti pubblici, ma anche nei luoghi privati frequentati da persone e soprattutto dove possono esserci bambini.

Il secondo dovere è quello di non danneggiare la propria salute e di prendersi cura di sé, e questo, se è vero che il fumo è nocivo – sempre ma soprattutto se se ne abusa -, comporterà il dovere di non cominciare a fumare e, se ormai si è fumatori, quello di cercare seriamente di smettere, magari gradualmente se può facilitare le cose, o per lo meno, di fumare meno, evitando comunque luoghi e situazioni in cui il fumo può essere più nocivo come in casa o in macchina.

A questi doveri potremmo aggiungere quello di affrancarsi il più possibile da ogni dipendenza – e quindi dal fumo che notoriamente è una dipendenza insidiosa – per essere sempre più liberi di crescere umanamente e nella vita spirituale. Paradossalmente può darsi che un fumatore accanito possa non essere ritenuto attualmente responsabile, e quindi non imputabile di colpa, se fuma troppo perché la dipendenza limita la sua libertà di scelta, ma è anche vero che tutti quanti abbiamo la responsabilità di prevenire la dipendenza e che si può essere responsabili in causa delle nostre mancanze di piena libertà.

Detto ciò, si deve anche tener presente che non è del tutto scontato presumere una simile responsabilità in chi ha cominciato a fumare da giovanissimo, senza una piena consapevolezza, magari con l’illusione di sentirsi grande ed è scivolato nella dipendenza. Non si deve poi neanche trascurare il fatto che, in chi ha contratto l’abitudine, la sigaretta può essere percepita come un sostegno irrinunciabile per affrontare delicati momenti di concentrazione nello studio e nel lavoro, analogamente al caffè. Si tratta certo di condizionamenti fallaci da cui ci si può affrancare con volontà, pazienza e adeguate terapie – vale sicuramente la pena di farlo e ci si deve provare -, ma è anche vero che liberarsi dal bisogno di fumare non appare immediatamente facile. Più che al confessore direi che ci dovrebbe rivolgere al proprio medico per individuare con lui la migliore strategia di abbandono del fumo: se sia preferibile ad esempio una scelta drastica o graduale e con quali eventuali terapie di sostegno. E dicendo questo non intendo ovviamente relativizzare il valore terapeutico della preghiera e dei sacramenti perché nell’antropologia autenticamente cristiana non vi è un dualismo fra spirito e corpo.

In conclusione non nego che in determinate circostanze la scelta di fumare possa configurarsi anche come peccato, ma non credo che si debba generalizzare, rischiando di ingenerare sensi di colpa e di favorire nevrosi proprio in chi ha già abbastanza problemi. Mi pare invece che si possa ragionevolmente e serenamente prospettare, in maniera articolata, un dovere sintetizzabile in una battuta: è bene fumare meno, smettere del tutto è meglio, non cominciare affatto è meglio ancora.




Dinamismo tra Chiesa particolare e Chiesa universale nel rescritto del 2016 sull’obbligo della consultazione per erigere un istituto di vita consacrata diocesano

cq5dam.thumbnail.cropped.750.422di Francesco Romano • Nell’udienza del 4 aprile 2016 concessa al Segretario di Stato Vaticano, il Santo Padre Francesco stabiliva in forma di rescritto che la previa consultazione prevista dal can. 579 CIC per la erezione a livello diocesano di nuovi istituti di vita consacrata fosse da intendersi necessaria ad validitatem, pena la nullità del decreto vescovile.

Il can. 579 aveva trovato in dottrina giuridica diversità di interpretazioni sulla validità della erezione da parte del Vescovo diocesano in assenza della consultazione della Sede Apostolica che veniva richiesta con la formula “purché [dummodo] sia consultata la Sede Apostolica”.

Una certa linea d’interpretazione riconosceva la validità di una erezione canonica anche in caso di omissione di consultazione della Sede Apostolica adducendo l’assenza di una espressa clausola irritante come prevede il can. 10. D’altra parte la particella “dummodo”, “purchè”, secondo il can. 39 produrrebbe effetti invalidanti in quanto clausola aggiuntiva a un atto amministrativo (decreto, precetto, rescritto), mentre il can. 579 è una legge e non un atto amministrativo. Inoltre, il consiglio o il consenso richiesti dal can. 127 §2 riguardano alcune persone prese non come gruppo, ma nella loro individualità, mentre secondo il can. 579 il superiore da consultare è la Santa Sede.

Per un’altra scuola di pensiero ciò che rendeva invalida l’erezione canonica del Vescovo diocesano era soltanto l’omissione della consultazione della Santa Sede e non il disattendere l’esito negativo della consultazione che potrebbe essere comunicato esplicitamente oppure come tacito dissenso procrastinando la risposta nella forma del silenzio amministrativo (can. 57).

L’intervento del Papa Francesco, in quanto legislatore, con il rescritto del 2016 risolve il dubbio intorno agli effetti giuridici della previa consultazione già prevista dal can. 579. La deroga che egli vi apporta con l’espressa introduzione della clausola irritante “ad validitatem” è la dimostrazione che effettivamente il dubbio oscillava e che vi era la necessità di un intervento chiarificatore definitivo secondo la ratio della norma.

La formula irritante “ad validitatem” viene a rafforzare il significato semplicemente limitativo già dato dalla particella “dummodo” presente nel can. 579, ma privo di quella forza invalidante che il can. 39 attribuisce espressamente solo a un atto amministrativo, mentre il can. 579 è una legge.vacanze-convento

Il rescritto pontificio del 2016 conferma la necessità dell’intervento della Santa Sede in termini di consultazione previa per la valida erezione di un nuovo istituto diocesano, ma l’atto erettivo resta di natura episcopale. Il valore giuridico della previa consultazione riguarda l’effetto irritante nel caso in cui venisse omessa come parere da richiedere, ma da non confondersi con il consenso. Per questo, la mancata osservanza dell’esito della consultazione non inficerebbe la validità del decreto di erezione del nuovo istituto.

La vita consacrata appartiene alla vita e alla santità della Chiesa (LG 44; cann. 207, 574 §1) e questa è la ragione che ha motivato il Legislatore nel 1983 nel codificare il can. 579, e poi nel 2016, nel puntualizzare in termini di validità la necessaria consultazione della Santa Sede che deve fare il Vescovo diocesano prima di erigere un istituto di vita consacrata, preservandolo da errori dovuti spesso da una non sufficiente competenza giuridica in questo ambito.

Oltre a una esigenza di carattere pratico, il senso di questa norma che vede coinvolti il Vescovo diocesano e la Santa Sede risiede nel carattere teologico ed ecclesiale che vi sottostà, ben sintetizzato dal can. 575: “I consigli evangelici, fondati sull’insegnamento e gli esempi di Cristo Maestro, sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal Signore e con la sua grazia sempre conserva”.

Il vero senso di una consultazione richiesta espressamente “ad validitatem” dal rescritto pontificio trova la sua giustificazione nel principio di comunione che deve sempre risplendere prima di tutto nel rapporto tra Chiese particolari e Chiesa universale. La vita consacrata è un dono fatto da Dio alla Chiesa universale, anche se materialmente un Istituto trae origine a livello diocesano e da esso tende ad espandersi con la sua presenza nelle varie diocesi del mondo. La consultazione della Santa Sede offre alla Chiesa particolare il giudizio della Chiesa universale sull’unico dono ricevuto da condividere, accompagnandolo fin dal suo germoglio.

Fatta salva la necessaria consultazione della Santa Sede, spetta al Vescovo diocesano emanare il decreto di erezione che unisce l’azione di governo e quella magisteriale in quanto Vescovo in comunione con il collegio episcopale che ha la prerogativa del discernimento dell’autenticità dei carismi: “I Vescovi in comunione col Romano Pontefice, ricevono da Cristo Capo il compito di discernere i doni e le competenze” (Mutuae relationes 9; cf. can. 576). La prudenza richiede che “nel fondare nuovi istituti si deve ben ponderare la necessità o almeno la grande utilità, nonché la possibilità di sviluppo, affinché non sorgano imprudentemente istituti inutili o sprovvisti del sufficiente vigore” (PC 19).

Il senso di questo rescritto pontificio del 2016 va oltre l’aspetto strettamente giuridico sulla eventuale non validità o non liceità del decreto episcopale, sull’osservanza o meno del can. 579 e sull’esercizio del controllo della Suprema Autorità. La ratio della norma, bene illustrata da Lumen gentium 44, va inquadrata nella natura ecclesiale della vita consacrata che “appartiene fermamente alla sua vita e alla sua santità” e soprattutto che i consigli evangelici “congiungono in modo speciale i loro seguaci alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve essere pure consacrata al bene di tutta la Chiesa”. La vita consacrata appartiene alla Chiesa universale e benché ogni istituto di vita consacrata esplica la sua dimensione ecclesiale in una Chiesa particolare che si riconosce nel suo Pastore, la vita consacrata è per l’edificazione della Chiesa e la salvezza del mondo (can. 573 §1), è congiunta in modo speciale al suo mistero (can. 573 §2), appartiene alla sua vita e santità (can. 574 §1), è un dono peculiare nella vita della Chiesa (can. 574 §2), è un dono che riceve dal Signore e con la sua grazia sempre conserva (can. 575).

L’interpretazione dell’autenticità di un carisma appartiene al munus episcopale, ma in questo dinamismo tra Chiesa particolare in cui si radica il dono e Chiesa universale in cui il dono cresce e si diffonde è tutta la Chiesa destinataria del medesimo dono per la sua edificazione e la salvezza del mondo.

La ratio del can. 579 con la deroga apportata dal rescritto pontificio del 2016 vuole significare che il discernimento del Vescovo si perfeziona quando è congiunto alla consultazione della Santa Sede nel divenire espressione di comunione ecclesiale.




«Credo Professo Attendo». Evangelos Yfantidis a tutto campo sul cristianesimo ortodosso

271di Dario Chiapetti • È appena uscito Credo professo attendo. Sulle orme del cristianesimo ortodosso (Asterios, Trieste 2019, 300 pp., 29 euro), un testo che raccoglie alcuni discorsi tenuti dall’Archimandrita p. Evangelos Yfantidis (Kavala 1975), Vicario Generale dell’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta. I dieci capitoli che compongono il testo toccano il campo delle questioni teologiche, storiche, pastorali, sociali, ecumeniche fondamentali per l’Ortodossia, così come sono sentite da questa oggi. Nella fattispecie, quella che è offerta al lettore è una prospettiva costantinopolitana e magisteriale come si evince dai costanti richiami degli insegnamenti del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, del Metropolita della suddetta Arcidiocesi, Gennadios Zervos, nonché da riferimenti ad altre figure di rilievo nel Patriarcato, come quella del Metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas, secondo alcuni, il più grande teologo vivente.

Il titolo – Credo professo attendo – suggerisce bene il quadro che il presente testo vuole rappresentare. L’Autore spiega nel Preambolo che la presente pubblicazione si propone di far scoprire l’Ortodossia secondo i suddetti tre verbi che dominano il Simbolo della Fede. Il credere è riferito a quanto proclamato dai Santi Concili e Sinodi della Chiesa; il professare alla testimonianza, con la propria vita, dell’identità cristiana; l’attendere esprime la dimensione escatologica propria dell’esperienza cristiana. In queste semplici e veloci annotazioni vi sono racchiusi gli aspetti centrali per la fede cristiana ortodossa e cristiana in generale. Innanzitutto, il credere è il credere dei Concili, ossia un credere ecclesiale-sinodale, non soggettivistico, e, per di più, è un credere teologico-dogmatico che – come mostra l’Autore – è, alla radice, vitale, esistenziale, non mortificante, ma esaltante l’essere dell’uomo. Connesso a ciò, il professare è curiosamente presentato non relativamente alla dottrina, come ci si sarebbe forse aspettati, ma alla testimonianza di vita o, meglio, al testimoniare la Vita. In virtù della fondamentale esperienza ecclesiale quale comunione (koinonia) divinoumana, la dottrina della Chiesa – insieme alla Scrittura, agli insegnamenti dei Padri e ai testi liturgici – è compresa dall’Ortodossia come “espressione creata della grazia increata di Dio” (p. 66) e in base a ciò la verità che la dottrina intende esprimere è riferita non a dei concetti ma alla vita in Cristo che i concetti tentano di esprimere. Da tale esperienza di vita colta nel suo situarsi tra il già e il non ancora, si comprende l’attendo che caratterizza l’esperienza autenticamente cristiana. Tale dimensione di attesa si manifesta nell’atteggiamento cristiano che non mira a cercare accomodamenti mondani, magari a discapito di altri, ma anzi che attende operosamente il Regno di Dio come, appunto, koinonia, comunione divinoumana, oltre ogni comprensione della salvezza riguardante la sola anima del solo individuo.20180219-evangelos-yfantidis

Se questo è il quadro generale fornito dall’Autore, numerosi sono gli aspetti particolari che lo compongono e lo illustrano.

Innanzitutto, è degno di nota l’evidenziazione dell’importanza della fede e della sua connessione al dogma e alla teologia: ciò che è fondamentale per l’Ortodossia è la fede dei Profeti, degli Apostoli e dei Martiri colta nel suo legame con la Scrittura, le definizioni dogmatiche, i testi liturgici e le icone. La fede così intesa – formulerei sulla base delle riflessioni di Yfantidis – è sguardo di comunione e comunione di sguardo. La fede è sguardo di comunione in quanto non riguarda innanzitutto dottrine, magari anche frammentate tra loro, ma la visione/esperienza della salvezza come riconduzione di tutto in Cristo, come affermazione del particolare nella comunione del corpo di Cristo; e comunione di sguardo, sguardo che nasce dalla comunione con chi, insieme a chi guarda, ha guardato e guarda: gli Apostoli, i Profeti, i Martiri, i Padri.

Affrontata la questione della fede, l’Autore perviene alle questioni pastorali. Se l’Ortodossia, generata nella fede, diviene portatrice di questa vita di comunione, propria di Dio, essa non può che manifestare questa vita con la prossimità verso l’uomo di oggi fino a desiderare di condurre questi alla scoperta di tale vita fin nella sua radice. Ecco che Yfantidis riprende l’espressione di Giovanni Crisostomo della Chiesa come «ospedale da campo» – una Chiesa che si fa prossima piegandosi sulle ferite degli uomini – e, accanto a questa e come declinazione di questa, di emergenza catechetica. Ciò può far domandare: quanto la Chiesa, smarrendo il nesso tra dogma e vita, ha in buona parte, anche se non formalmente, abbandonato il primo, sostituendolo con le scienze umane, nell’ispirare la sua predicazione, ma ancor più nel suo concepire sé e la sua azione? E quanto la Chiesa per spiegare la vita ha così perso la sua carica di manifestare la Vita?

Tale vitalità del cristiano si riversa sulle questioni sociali: in riferimento a ciò l’Autore dedica spazio a presentare di Bartolomeo il magistero sociale, la visione di Europa che nel cristianesimo deve trovare anche oggi spinte alla costruzione di ponti, gli sforzi per la promozione del dialogo interreligioso, ecc. In particolare, grande attenzione viene posta sulla questione ambientale. L’esperienza cristiana, se sgorga dal tesoro, sempre nuovamente acquisito, dei Padri, porta il fedele a quella centratura eucaristica dell’esistenza, ossia a quell’esistere redento, proprio di ogni battezzato, come sacerdote del creato. Ecco che creazione, custodia del creato, «conversione ecologica» – espressione, come l’Autore precisa, di Giovanni Paolo II – non sono mode preoccupanti del momento ma nucleo essenziale del rapporto tra Dio e l’uomo. Yfantidis mostra, ripercorrendo le vicende degli ultimi decenni riguardanti l’azione comune su questo punto tra Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, come sia proprio questo aspetto, centrale della fede, un terreno fecondo di incontro tra le due Chiese.

Questo e tanto altro ancora dell’Ortodossia viene presentato al lettore dall’Archimandrita Evangelos Yfantidis e che fa rendere conto del cammino, anche faticoso, che questa sta compiendo per comunicare la novità della vita in Cristo all’uomo di oggi, realizzando così sempre più la sua identità. È tale cammino che accomuna le Chiese e è in tale camminare che come cristiani vogliamo procedere.




Italia 2019: i giovani privi di speranza espatriano e diminuiscono le nascite.

logo_migrantesdi Carlo Parenti • La migrazione, si dice, che interroghi le società di arrivo su che tipo di valori esse condividano e, di conseguenza, su che tipo di società vogliano essere: aperta, chiusa, accogliente, pura, meticciata, ecc. Oggi, però, ad avviso della Fondazione Migrantes, organismo della CEI , la migrazione interroga anche (e soprattutto) la società di partenza e questo vale in special modo per l’Italia coinvolta, insieme alla comunità internazionale, nel processo di globalizzazione (formativo, culturale, lavorativo, ecc.).

Recentemente il direttore generale del Censis, Massimo Valerii ha indicato come il vero problema italiano quello della mancanza di speranza. “Le persone non immaginano un futuro migliore del presente. Non coltivano sogni”. Per il curatore da anni del rapporto sulla situazione sociale del nostro paese “è necessario recuperare la speranza, la forza di sognare a occhi aperti, perché sono i sogni che si fanno di giorno quelli che ti danno il coraggio di andare oltre, di rischiare”.

Tra le conseguenze di questo fenomeno, che è l’aspetto immateriale della grande crisi economica ( e aggiungo politica) iniziata nel 2007, vi è appunto un fenomeno migratorio: la fuga dall’Italia di migliaia persone. Tra queste i giovani, spesso i più istruiti che fuggono da soli o con la famiglia. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantes, presentato a fine settembre (unitamente al 27° Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes) ce ne dà la consistenza numerica (vedi).

Dal 2014 la perdita di cittadini italiani risulta l’equivalente di una grande città come Palermo (677 mila persone): una perdita compensata, nello stesso periodo, dai nuovi cittadini per acquisizione di cittadinanza (oltre 638 mila) e dal contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri residenti. Da gennaio a dicembre 2018 ben 128.583 italiani sono espatriati (400 persone in più rispetto all’anno precedente). Come dire una città quale Sassari ,che ha 127.533 residenti. Ma quel che più preoccupa è il dato dei minori –circa 26mila- che rappresenta il 20,2% del totale. Poiché è impensabile che essi siano fuggiti da soli è intuitivo che sono espatriati con giovani genitori. Infatti l’attuale mobilità italiana continua a interessare prevalentemente i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). In valore assoluto, quindi, chi è nel pieno della vita lavorativa e ha deciso di mettere a frutto fuori dei confini nazionali la formazione e le competenze acquisite in Italia, raggiunge le 83.490 unità di cui il 55,1% maschi.131829389-61adb2d6-a0ff-4d09-9de2-b94cd68b0386

Le partenze nel 2018 hanno riguardato 107 province italiane. Le prime dieci, nell’ordine, sono: Roma, Milano, Napoli, Treviso, Brescia, Palermo, Vicenza, Catania, Bergamo e Cosenza. Con 22.803 partenze continua il solido “primato” della Lombardia, la regione da cui partono più italiani, seguita dal Veneto (13.329), dalla Sicilia (12.127), dal Lazio (10.171) e dal Piemonte (9.702). Il 2014 è stato l’ultimo anno che ha visto le partenze degli italiani essere inferiori alle 100 mila unità. Da allora l’aumento è stato continuo sino a superare le 128 mila partenze negli ultimi due anni con un aumento, quindi, del 36,0% rispetto al 2014.

Ma quanti sono in totale gli italiani residenti all’estero? Su un totale di oltre 60 milioni di cittadini residenti in Italia a gennaio 2019, alla stessa data l′8,8% è residente all’estero. In termini assoluti, gli iscritti all’Aire (l’Anagrafe italiani residenti all’estero) aggiornati all′1 gennaio 2019, sono 5.288.281. Dal 2006 al 2019 la mobilità italiana è aumentata del 70,2% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire a quasi 5,3 milioni. Quasi la metà degli italiani iscritti all’Aire è originaria del Meridione d’Italia (48,9%, di cui il 32% Sud e il 16,9% Isole); il 35,5% proviene dal Nord Italia (il 18% dal Nord-Ovest e il 17,5% dal Nord-Est) e il 15,6% dal Centro.

Questo ultimo dato significa che il meridione si impoverisce sempre di più. A spostarsi dal Meridione, nell’ultimo decennio, considerando inoltre le migrazioni interne, sono state soprattutto persone con un livello culturale medio-alto. “Cedendo risorse qualificate -evidenzia il Rapporto – il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord.

Aggiungo inoltre che le previsioni demografiche ci dicono che nel 2050 il numero degli italiani diminuirà di quattro milioni e mezzo di persone, prevalentemente a causa della denatalità. Tant’è che tra le conclusioni del rapporto si legge: Siamo dunque chiamati prima di tutto come persone, ma anche come professionisti, studiosi, impegnati a vario titolo nella società a scegliere non solo da che parte stare, ma anche che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere noi e far vivere i nostri figli, le nuove generazioni. Da più parti dopo il “terremoto” politico estivo vissuto dall’Italia e dopo le tante discussioni, più o meno accese sul piano europeo, che hanno visto l’Italia recitare una parte non di secondo piano, arrivano le richieste di occuparsi di emigrazione italiana tra le priorità del nostro Stato e non più (o meglio non soltanto) di immigrazione.




Bene comune: un principio da ricollocare al centro della vita politica

San_Tommaso_d'Aquino_e_gli_angelidi Leonardo Salutati • Può essere utile, se non necessario, riflettere sull’importanza del bene comune come fine della politica, in particolare alla luce di quanto sta avvenendo in varie parti del mondo dove, per ricordare solo i fatti più recenti, un aumento del prezzo del biglietto della metro (Cile), l’applicazione di una tassa su chiamate via WhatsApp (Libano), la revoca dei sussidi per il carburante (Ecuador), ha scatenato una protesta popolare, esplosa a causa della disperazione che nasce dalla povertà e da situazioni di forte disparità di reddito tra la parte di popolazione più povera (la stragrande maggioranza) ed una minoranza ricchissima, costringendo la politica a recedere dai provvedimenti intrapresi e a rendersi conto che può essere pericoloso e dannoso per tutti sottovalutare le istanze della popolazione.

Il bene comune è un concetto che ha trovato accoglienza soprattutto nella riflessione cattolica, ma che nasce da molto lontano. Ne parla Aristotele, che considera “beni” i fini che l’uomo persegue nel suo agire, tra i quali il fine più alto è la costruzione della polis, la città, e dunque, il bene comune. In tutto il mondo greco avere a cuore la vita della cosa pubblica era di primaria importanza, tanto che chi non se ne interessava era considerato idiota (che sta a sé; uomo semplice, rozzo, privo d’istruzione, di scarsa intelligenza). Il concetto di bene comune lo troviamo poi nella civiltà romana nel significato di bene della collettività, la res publica, anche se non riceve grande attenzione ad eccezione di Cicerone e Seneca. Tornerà al centro dell’interesse nel XIII secolo, con S.Tommaso d’Aquino, che rielabora la riflessione di Aristotele e ne farà il perno della sua visione dell’uomo e della comunità umana. Da allora il bene comune si colloca al centro del pensiero cristiano e diventa principio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa, a cominciare dalla Rerum Novarum, fino al Vaticano II e, più recentemente, alla Caritas in veritate di Benedetto XVI e la Evangelii gaudium di Francesco.

Nella cultura laica, invece, il concetto di bene comune esce di scena fin dal primo Rinascimento e non è considerato da gran parte del pensiero filosofico e politico e dall’etica laica, dal secolo XV in poi. È ignorato dall’illuminismo ed è trascurato fino a buona parte del Novecento, quando viene ripreso da alcuni filosofi del diritto di matrice anglosassone, interessati alla nozione di giustizia sociale (come John Rawls) e dalla corrente degli economisti che si interrogano sull’esistenza dei beni collettivi (tra cui il premio Nobel, Elinor Ostrom).

Nonostante questa recente attenzione comunque, il bene comune non ha ancora recuperato il terreno progressivamente perso nella modernità e continua oggi a risultare per molti anacronistico, soprattutto per il permanere di una visione individualista dell’uomo, che scardina alla base la possibilità di fondare la sua socialità e dunque la politica su un dato oggettivo attorno al quale convergere. Con questa visione, la dimensione sociale dell’esistenza da fattore costitutivo dell’essere umano si riduce a realtà del tutto accessoria e la società assume le caratteristiche di una struttura esterna, con la quale diventa necessario fare i conti al solo scopo di evitare pesanti conflittualità.81Tz7GUB9cL

Diversamente se vi fosse l’impegno di tutti ed in particolare della politica a tutelare la «dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone» (CDSC 164) e dunque il bene comune, fatti drammatici come quelli sopra accennati potrebbero essere evitati o quantomeno ridimensionati. Infatti l’impegno per il bene comune, che per Aristotele è lo scopo della politica e la sua dimensione qualificante, favorisce la ricerca di quell’«l’insieme di condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» (Ibidem). Nella persona umana infatti, lo si voglia o no, individualità e relazionalità sono inseparabili, per cui: «Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale» (Ibidem).

In quanto bene di tutti e di ciascuno, allora, deve includere tutti, a cominciare dagli esclusi, dai più fragili e dai poveri; deve includere anche le future generazioni, specie in tema di risorse ambientali; non ammette l’eccessiva disparità di reddito sia tra i cittadini di una nazione che tra i singoli stati, ancora oggi così diffusa e da sempre causa principale di ogni tensione sociale e internazionale. È l’impegno per il bene comune che consente al cristiano di tendere a Dio come suo fine ultimo ed al singolo e all’azione politica in generale, di perseguire quella felicità che, da Aristotele in poi, continua ad essere lo scopo ultimo della vita umana e che, pur non coincidendo con il bene comune di una nazione o di un popolo, ne costituisce tuttavia il presupposto.