Ultime conversazioni con Benedetto XVI

 

1467713364285di Francesco Vermigli • È uno strano libro quello che qui ci proponiamo di presentare: Benedetto XVI, Ultime conversazioni, a cura di Peter Seewald, Milano, Garzanti, 2016, pp. 235. Un libro-intervista a colui che ora ha il titolo di papa emerito, da parte di quello stesso giornalista che aveva rivolto domande a Ratzinger – e composto libri a partire da quei colloqui – quando egli era ancora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede o durante il suo pontificato. Uno strano libro, si diceva: perché l’intento è apparentemente ordinario – tutto teso a descrivere la biografia di un uomo di Chiesa asceso al soglio di Pietro – ma la vita di Benedetto XVI che Seewald ci propone, ha un punto di vista speciale e il tratto è singolare.

La postazione da cui la biografia di Ratzinger viene guardata sono gli accadimenti ultimi della sua vita ecclesiale. Vale a dire che tutto il materiale raccolto da Seewald, tutto l’intrecciarsi delle domande e delle risposte, tutto il colloquio – ora stringente e cadenzato, ora più disteso e lento – ha la sua origine e il suo punto di partenza in quell’11 febbraio 2013, in quella sala del Concistoro, in quella dichiarazione redatta in latino, che – come dirà Ratzinger nel corso dell’intervista – ha scelto perché «è una lingua che conosco così bene da poter scrivere in modo decoroso. Avrei potuto scriverlo [il testo] anche in italiano, ma c’era il pericolo che facessi qualche errore» (p. 33). La biografia che viene ricostruita a partire dalle risposte di Benedetto XVI è vista, si direbbe, “dalla fine” e necessariamente anche la struttura del libro ne risente: la prima parte è infatti intitolata alle “Campane di Roma” e traccia la vita del protagonista, dalla decisione della rinuncia al pontificato fino alla sua vita nel Mater Ecclesiae; dove si è ritirato dopo il conclave, nel quale è stato eletto il suo successore.

Ma la conseguenza più apprezzabile della scelta di iniziare dalla fine è un’altra: è quel tono pacato con cui Ratzinger guarda alla propria vita passata. I giorni vissuti in quella sorta di romitorio tra i Giardini Vaticani diventano il contesto esistenziale a partire dal quale le considerazioni sul proprio passato si fanno distese e calme. La conseguenza più percepibile è in altri termini quell’atmosfera rarefatta e distaccata, in cui gli anni della giovinezza e della maturità ecclesiale sono guardati con occhi benevoli, ironici – nei propri e negli altrui confronti – e rasserenati. Certo non mancano domande che toccano i momenti più difficili della sua vita di prete, di professore, di vescovo, di cardinale prefetto, di papa: ma l’impressione che si prende è quella di trovarsi davanti ad una persona pacificata, che non nasconde i giudizi sulla teologia cattolica e sulla Chiesa, ma sempre sfumandoli. Solo per fare un esempio, pensa che la “teologia politica” di Metz si sia mostrata come non del tutto integrabile nella Weltanschauung cattolica; ma apprezza il fatto che ancora siano stretti da autentica amicizia. Oppure, del pensiero di Rahner riconosce il significato che ha rivestito a cavallo del Vaticano II e ricorda la loro collaborazione all’assise conciliare; ma non nasconde la distanza di impianto complessivo della sua teologia da quella del gesuita, distanza che sarebbe poi emersa nel corso del tempo.

Da un lato difende con una certa decisione il proprio operato; respingendo osservazioni critiche provenienti dall’opinione pubblica, che percepisce viziate da una deformazione dei fatti: si sofferma sulle accuse – che ritiene pretestuose – per quanto riguarda la correzione – nella forma straordinaria del rito romano – del testo della preghiera che il venerdì santo la Chiesa rivolge per gli ebrei; e ricorda le modifiche giuridiche per i casi di abusi sessuali sui minori, a fronte di un diritto canonico precedente che pareva inadatto a perseguire i colpevoli. Dall’altro non cela in alcun modo i propri limiti nell’ambito del governo della Chiesa; eredità, come si direbbe di una formazione accademica rigorosa, ma prevalente nel suo profilo biografico.

In questo contesto specifico, si inseriscono anche i riferimenti al successore, puntuali e precisi. Del successore apprezza la capacità di interloquire con le persone, il tono accorato e partecipe, la testimonianza di fede orante e di spiritualità radicale. Ma, nel successore saluta soprattutto la capacità di vedere i problemi della Chiesa e di affrontarli con decisione; ai suoi occhi, frutto questo, invece, dell’esperienza come provinciale dei gesuiti argentini prima e come arcivescovo di Buenos Aires poi.

Nelle pagine conclusive del libro, Seewald pone la domanda e trascrive la risposta di Benedetto XVI: «“Cosa ci sarà scritto sulla sua lapide?” “Direi niente! Solo il nome”» (p. 225). Cosa resterà del nome di questo papa potrà dircelo solo il futuro. Alle sfiancanti discussioni e alle accese diatribe del nostro tempo su chi sia stato Ratzinger, risponderanno un giorno – se così possiamo dire – i lunghi silenzi dei Giardini Vaticani. Risponderanno quelle campane di Roma, che salutarono l’elicottero pontificio diretto a Castel Gandolfo il pomeriggio del 28 febbraio 2013, giorno della fine del suo pontificato.

 




Il crollo del muro e la vittoria russa

muro-di-berlino-caduta-9-novembre-1di Mario Alexis Portella Il 9 novembre 1989, dopo decenni di oppressione da parte dell’Unione Sovietica, cade il muro che separava Berlino Ovest da Berlino Est (la parte comunista). Storicamente, questo evento stimola un’ondata rivoluzionaria in tutti i paesi del blocco comunista sovietico che si conclude con la fine dell’Unione Sovietica stessa. La maggior parte degli storici e dei politologi fino ad oggi presentano la caduta del comunismo come il prodotto spontaneo di un accumulo lungo di pressioni sociali ed economiche, per cui il presidente statunitense Ronald Reagan ed il papa San Giovanni Paolo II – i gran vincitori della libertà occidentale ed orientale – sono accreditati come i personaggi principali che hanno portato il sistema marxista russo alla sua fine; il presidente statunitense per aver sfidato il Segretario del Paritito Comunista Sovietico Mikhail Gorbachev di introdurre la democrazia con le parole «Abbatta questo muro»!, presso la Porta di Brandeburgo il 12 giugno 1987; il papa polacco per aver sostenuto il Sindacato Autonomo dei Lavoratori “Solidarietà” in Polonia – il primo paese che esce dall’impero sovietico. Questa è la storia ufficiale, così viene presentata sia nelle scuole che nei romanzi. Pero, come scrisse lo scrittore russo Leo (Lev) Tolstoy, «La storia sarebbe una cosa straordinaria se fosse vera».

Durante la fase finale della guerra fredda l’Unione Sovietica stava affondando nella bancarotta. Yuri Andropov, il Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico (1982 -1984) ed ex-Direttore Generale del KGB (1967 – 1982), con piena conoscenza della crisi economica, era giunto alla conclusione che non vi era alcuna cura per la grave malattia del sistema comunista. Per poter mantenere le ricchezze che minacciavano di scivolare dalle sue mani, Andropov aveva architettato un piano quasi impensabile – (che fu chiamato Peristroika) – per gettare nella rovina il governo di Mosca e minare la sua autorità sugli stati comunisti dell’Europa orientale. Andropov morì nel 1984, però i segni della sua politica sono rimasti visibili negli eventi che seguirono, così come nell’azione del suo successore Mikhail Gorbachev.

Secondo parecchi ex-agenti del KGB che hanno disertato negli Stati Uniti negli anni ’60 – ’80, quello che sembrava essere un movimento di liberazione spontanea nel 1989 era in realtà un colpo di stato orchestrato per decenni da Mosca negli uffici del KGB. In altre parole, mentre si pensava che l’Occidente avesse vinto la guerra fredda, in realtà (come è etimologicamente insinuato della parola Perestroika = ricostruzione) i comunisti russi hanno giocato bene le carte e hanno ricostruito il loro stato imperiale.

Questa metamorfosi politica è avvenuta attraverso un sovvertimento ideologico che si presentò come un progetto legittimo di apertura del governo sovietico, quando in realtà fu un indottrinamento leninista di una generazione di occidentali, specificamente di americani. Per arrivare a questa prospettiva, la maggior parte delle spie russe si sono inserite in posti ideali, quali gli uffici burocratici, le lobby, le università, infiltrandosi nel sistema governativo statunitense. In tal modo, gli indottrinati, senza aver un contrappeso nei principi dei documenti costitutivi degli Stati Uniti, non sono stati più in grado di poter accedere o gestire la verità delle cose.

Prima del crollo del muro di Berlino, già c’erano pubblicazioni, come quella del ex-spia del KGB, Anatoliy Golitsyn, New Lies for Old (New York: Dodd, Mead & Company, 1984), che presenteva con evidenza la strategia sovietica per demolire il muro di Berlino, al fine di ingannare il mondo che se il comunismo cadeva, ugualmente cadeva la Russia. Così essi potevano “ricostruire” e continuare l’espansione leninista. Lo stesso Golitsyn in The Perestroika Deception (London & New York: Edward Harle,1990), documenta i suoi incontri con i politici statunitensi, a partire dal presidente John F. Kennedy, avvertendo l’Occidente di questo progetto segreto. Il fatto che dal 1946 – 1992, 13 dei 14 sotto-Segretari Generali degli affari politici dell’ONU sono stati sovietici da credibilità alle testimonianze che i russi già prevedevano e lavoravano ad una perestroika clandestina che sarebbe diventata lo strumento per indebolire l’Occidente “libero” e per ottenere la leadership politica mondiale.

Un’altra strategia per arrivare allo stesso scopo, era la creazione di una grande crisi internazionale, atta a distrarre la politica planetaria, così da ottenere, attraverso accordi o atti di forza, paesi a loro subalterni.

Andropov, una volta spiegò all’ex-generale rumeno, Ion Pacepa, che il mondo musulmano era una capsula di pietra in cui i russi avrebbero potuto «coltivare un ceppo virulento di odio anti-americano a partire dal batterio del pensiero marxista-leninista». Anche il generale Alexander Sakharovsky (del KBG) disse una volta a Pacepa: «Nel mondo di oggi, in cui le armi nucleari hanno reso obsoleta la forza militare, il terrorismo deve diventare la nostra arma principale.»

I russi stessi hanno lavorato per la creazione dell’OLP, ed oggi, grazie al patto del petrolio con l’Iran, Putin ha gli sciiti sotto il suo controllo, in special modo il governo di Assad in Siria! Non dimentichiamo che lo stesso leader russo, dopo di aver spinto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a riconciliarsi con lui, è l’unico uomo di stato che può manovrare la politica in Turchia, tenendo conto della presenza del Patriarca Ecumenico Ortodosso, Bartolomeo I. Non c’è dubbio che Putin è l’unico leader che protegge i cristiani nel Medio Oriente, ma a quale scopo? Nello stesso modo Josef Stalin ha utilizzato la Chiesa Ortodossa quando ristabilì il patriarcato di Mosca per unire tutta la Russia contro la Germania nel 1941, Putin sta approfittandosi della sua esterna devozione cristiana per collocare la chiesa ortodossa al suo fianco, al fine di incrementare il suo potere autoritario. Di conseguenza, anche se i cattolici in Russia hanno libertà di esercitare la loro fede, come le altre religioni, sono sottoposto a sanzioni penali se fanno del proselitismo.

Le conseguenze di questa azione politica sono di vasta portata e la gente sia in Oriente che Occidente sembra avere la memoria corta. E’ chiaro che la situazione politica in Russia non è andata nel modo prefigurato, cioè il totale controllo da parte dello stato (come avveniva durante la guerra fredda).

Anzi, sembra che sia stato ottenuto di più! La Russia è diventata oggi il perfetto stato-KGB. Infatti, 80% dei funzionari di governo sono ex o attivi ufficiali del KGB, ossia l’SVR (Servizio di intelligenze dell’estero) e l’FSB (Servizio di sicurezza federale), tra i quali ovviamente il presidente Vladimir Putin.

Gli americani e gli europei non ricordano più il passato e non si rendono conto che la storia sta ripetendosi. E’ improbabile una contro-strategia efficace che emerga da Washington a causa di un regime basato sull’ottimismo economico che non può accettare le implicazioni negative dell’attuale ostile russo. La gente semplicemente crede a quello che vuol credere. Anzi, molti persone si abbandonano alle illusioni, piuttosto che gestire le sue realtà.

Tutto questo rende valida ancora di più la profezia della Madonna di Fatima che disse, finché il Papa, insieme a tutti i vescovi del mondo, non consacra la Russia al suo Cuore Immacolato, «la Russia spargerà i suoi errori in tutto il mondo». Sappiamo che Pio XII nel 1952 consacró il popolo russo al Cuore Immacolato di Maria, ed i papi Giovanni Paolo II (1984) e Francesco (2013) hanno fatto la stessa consacrazione del mondo intero. Però, Pacelli non consacró la nazione, ma solo il popolo e senza il suo episcopato; Wojtyla e Bergoglio senza menzionare la Russia. Ma, se un giorno il Romano Pontefice consacrasse la Russia esattamente come la Madonna di Fatima aveva richiesto, può darsi che vedremo la pace nel mondo come la Madre di Dio ha promesso!




San Girolamo. Un profilo

20071222032534michelangelo_caravaggio_057-1di Carlo Nardi • Grandi amori ed esplosive leticate, scaturite da furori teologici – le cui conciliazioni son pressoché impossibili, perché ciascun litigante si ritiene paladino dei diritti di Dio, ma per l’appunto sopra il Padreterno non c’è una specie di Corte dell’Aia …-, “bollenti spiriti” di sensualità e d’iracondia, forse sopiti i primi ma più che mai gagliardi i secondi , contrassegnano san Girolamo, padre e dottore della Chiesa (347 circa-420), il quale diventa anche simpatico, se lo si bazzica molto a distanza negli scritti che ci ha lasciato. Originario della Dalmazia, ragazzo di buona famiglia, a Roma studiò retorica, chiave per entrare nell’amministrazione. Nella giovinezza prende sul serio la fede: ci parla dell’impressione ricevuta da una visita alle catacombe.

Poi, con amici, visitò il Medio oriente a mo’ di pellegrinaggio con incontri di personaggi da cui ricevere edificazione in vista dell’eremo, ed anche allo scopo di perfezionare il greco e affrontare lo studio dell’ebraico. Fu infatti monaco nel deserto di Calcide in Siria. Poi il papa Damaso lo chiamò a Roma, con l’incarico di rivedere le traduzioni latine della Bibbia, per poi tradurre direttamente dall’ebraico al latino. Insieme alla ricerca di una versione più corretta possibile, si preoccupava di commentare i libri biblici in base alla grammatica del tempo con il gusto della storia e della letteratura, nonché secondo il senso cristiano dettato dallo Spirito di Dio ora con accostamenti azzardati nell’allegoria, ora col criterio evangelico della prefigurazione implicita nel Vecchio Testamento in vista della nuova ed eterna nel tempo e nell’eternità.

Morto il papa Damaso (384), tirando in Roma un vento ben diverso, Girolamo pensò bene di ritirarsi a Betlemme, dove fondò due monasteri, uno maschile ed uno femminile, con attenzione alle memorie bibliche.

Girolamo è in modo tutto particolare legato alla familiarità con la Sacra Scrittura. La Chiesa continua a raccomandarlo perché ci conduca al gusto della lettura biblica. Tra fine Ottocento e primo Novecento una Pia Unione intitolata al suo nome si preoccupava tra l’altro di procurare ai fedeli i Vangeli ed altri libri biblici a buon mercato. L’associazione fu incoraggiata da papa Benedetto XV, il quale, con l’enciclica dedicata a San Girolamo nella ricorrenza pluricentenaria dalla sua morte (420-1920), invitava clero e popolo all’amore per la Bibbia. Quell’amore fu poi suggellato specialmente dalla Costituzione conciliare sulla divina liberazione, la Dei Verbum, con il sintetico detto del medesimo Girolamo: Ignoratio Scripturarum ignoratio Christi est «ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (Su Isaia prologo), presente anche nel breviario del 30 settembre, memoria annuale dell’inquieto e appassionato Girolamo.

Il quale, con i suoi acuti ammiratori, Francesco Petrarca ed Erasmo da Rotterdam, si ritroverebbe appieno in accenti del papa Francesco: «Tutta l’evangelizzazione è fondata sulla Parola di Dio, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimonianza. […] La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita cristiana. […] Lo studio della Sacra Scrittura dev’essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. L’evangelizzazione richiede la familiarità con la Parola di Dio e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria» (Evangelii gaudium 144-175).




La parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-9): un messaggio attuale, una sfida urgente

image_preview-1di Gianni Cioli • «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,1-9).
La parabola dell’amministratore disonesto può suscitare imbarazzo perché a un ascolto superficiale può apparire una sorta di elogio della disonestà o quanto meno dell’astuzia secondo la carne, ovvero, per dirla in termini giornalistici, dei furbetti. A una lettura pedantemente analitica il testo può invece dare l’impressione di un discorso poco logico se non contraddittorio.
In realtà il senso e la profondità del messaggio risultano molto chiari dal contesto che vede la parabola collocata fra l’annuncio della misericordia (cf. Lc 15,1-32) e l’insegnamento sulla fallacia delle ricchezze (cf. Lc 16,10-31). Il brano sintetizza e ricapitola, ricollegandosi sia al filone sapienziale che ha quello profetico, tutto il messaggio biblico sulla precarietà della ricchezza e sul suo possibile uso corretto.
La parabola può essere infatti interpretata secondo la tradizione biblica sapienziale come una metafora amaramente realistica dell’esistenza precaria di ciascuno noi: siamo tutti amministratori provvisori di un patrimonio che non ci appartiene perché i beni di cui siamo attualmente responsabili (e che reputiamo illusoriamente nostri) ci verranno tolti allorquando moriremo. C’è tuttavia un uso lungimirante di questa ricchezza precaria che ce la renderà utile anche quando verrà a mancare: approfittare del tempo che ci rimane per farci degli amici che ci accoglieranno quando non avremo più nulla.
Ma, fuori di metafora, chi sono questi amici che ci accoglieranno (dopo la morte) «nelle dimore eterne»? In linea con la tradizione profetica, e con i suoi numerosi richiami alla misericordia verso i bisognosi, Luca lascia chiaramente intendere che gli amici da farsi oggi, finché si è in tempo, con la ricchezza che altrimenti risulterebbe inesorabilmente «disonesta», non sono altro che i poveri. Ad essi appartiene il regno di Dio (Lc 6,21) e il bene fatto a loro è la chiave che lo apre.
Se ci pensiamo la prospettiva di Luca risulta perfettamente sovrapponibile con quella tracciata da Matteo che, al capitolo 25 del suo Vangelo, delinea la ben nota identificazione del Giudice escatologico con i poveri e i sofferenti ed enuclea quelle che la tradizione della Chiesa riconoscerà come opere di misericordia corporale: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito» (Mt 25,35-36).
Se l’interpretazione è corretta non sembra dunque affatto difficile comprendere il messaggio della parabola. Quello che piuttosto appare difficoltoso è accoglierlo e metterlo pienamente in pratica.
La difficoltà è evidente per almeno tre buoni motivi. Il primo è che a nessuno, e men che mai oggi nella cultura corrente, piace pensare alla propria morte come invece il messaggio della parabola ci richiama a fare. Il secondo motivo è che tutti siamo più o meno fortemente attaccati ai nostri beni e troviamo una naturale difficoltà a separarcene fosse anche per un calcolo lungimirante come quello sapientemente raccomandato dal Vangelo. L’ultimo ma non meno grave motivo sta nel fatto che i poveri ci risultano spesso sgradevoli, se non addirittura un problema da cui difenderci e da tener lontano, come ci confermano le reazioni di buona parte della popolazione e dei governi europei di fronte alla tragica e urgente vicenda dei profughi richiedenti rifugio.
Eppure, ci ammonisce il Vangelo, quei poveri che oggi ci possono apparire (ed obiettivamente anche essere) un problema, un domani, dopo la nostra morte, potrebbero essere una risorsa: la nostra decisiva risorsa se non li avremo rifiutati, disprezzati o ignorati (cf. Lc 16,19-31).




Papa Francesco, Madre Teresa ed i “Potenti senza aureola”

image014di Antonio Lovascio  Lo hanno sottolineato in pochi, in pratica solo i vaticanisti più attenti, non certo i più qualificati editorialisti. C’è un aspetto della figura di Madre Teresa di Calcutta che non a caso Papa Francesco ha voluto evidenziare nell’omelia durante la cerimonia di canonizzazione in piazza San Pietro, il 4 settembre: «Madre Teresa – ha detto Bergoglio – si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché ammettendo le loro colpe dinanzi ai crimini della povertà creata da loro stessi. La Misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere>.

Mi ha colpito, lo confesso, l’insistenza del Pontefice sui “crimini della povertà” creati dai “potenti della terra”. Mentre il G20 era riunito in Cina, a Hangzhou, mentre appunto i cosiddetti Grandi discutevano di crescita, immigrazione, della guerra di Siria e di protezionismo, dal cuore della Chiesa universale sì è elevato un inequivocabile  j’accuse contro coloro che non solo lasciano gli sventurati nella loro miseria, ma continuano a compiere “crimini” sfruttando l’indigenza, parlando di pace e favorendo invece la guerra con la vendita di armi.

Come la “suora della sofferenza”, anche Papa Francesco non nega una chance ai “Potenti senza aureola”. La povertà, dice Bergoglio, non è un male inevitabile. E’ un male addirittura iniettato nelle nostre società da chi ha responsabilità nel governo planetario. Basterebbe che, dopo aver recitato un “mea culpa”, cominciassero a tendere una mano agli 800 milioni di persone, in particolare donne e bambini, che patiscono la fame nei Paesi in via di sviluppo. Parole che acquistano maggior forza perché pronunciate nel Giubileo della Misericordia, davanti all’immagine di “Mahatma Gandhi” (così nel 1960 l’arcivescovo di Boston card. Cushing soprannominò quella religiosa minuta, con sandali ai piedi nudi ed una sportina di pezza) che più di ogni altro ha incarnato nel ventesimo secolo la Carità, offrendola non solo all’India ma a tutta l’umanità. Madre Teresa – non c’è bisogno di chiamarla Santa! – è dunque un’icona credibile per un mondo in cui la povertà è stata e viene tuttora “creata”. Perché aveva il coraggio di scuotere i Capi di Stato, di trattare il presidente americano Ronald Reagan come uno studentello: nel 1986 “assediò” la Casa Bianca, fin quando non riuscì a portare aiuti alla città sudanese di Giuba, a maggioranza cristiana, con la popolazione allo stremo che stava morendo di fame. I guerriglieri l’avevano circondata e il governo del Sudan non faceva nulla per liberarla. Grazie all’intervento di Reagan e del suo vice George Bush fu aperto un corridoio umanitario: con un aereo carico di cibo e medicinali atterrò a Giuba.

Oggi non c’è più Madre Teresa e tocca direttamente al Papa strigliare i Potenti. Lo ha fatto ripetutamente in questi mesi, l’ultima volta da Assisi incitando alla fratellanza delle Religioni,condannando il fondamentalismo, ma allo stesso tempo invitando l’Europa e gli altri Continenti alla Cooperazione, per eliminare le diseguaglianze aumentate con la depressione economica. Così come un messaggio indiretto alla coscienza del mondo aveva appunto lanciato in occasione dell’ultimo G20 a presidenza cinese tenutosi a Hangzhou, da molti osservatori commentato per la sua debolezza in termini di accordi vincolanti tra i 20 maggiori Paesi sviluppati e per i contrasti irrisolti tra Russia e Usa. Troppo poco credito si è dato alla decisa spinta cinese, con manifesta aspirazione a leadership, nella diagnosi di una situazione mondiale piena di squilibri e diseguaglianze che richiedono azioni concrete e di lunga durata. Troppi hanno invece considerato questi indirizzi come “genericità” o “parole” quando non addirittura “chiacchiere”. È una visione scettica o rassegnata per non dire cinica, come ha sottolineato Alberto Quadrio Curzio su “Il Sole-24 Ore” dell’8 settembre. Oppure è la convinzione implicita che contano solo le forze prevaricanti, ovvero la violenza purché legalizzata, con questo non riconoscendo quanto hanno fatto nel Novecento per il bene dell’umanità leader pacifici ma forti, visionari ma determinati, idealisti ma concreti. Si pensi a Gandhi per la fine del colonialismo, a Martin Luther King per la fine delle segregazioni razziali in Usa, a Papa Wojtyła per la fine dell’impero sovietico. Personaggi capaci anche di cogliere il momento storico per orientarlo al bene comune. Anche i grandi leader politici, come Roosevelt e Churchill, che dovettero usare la forza delle armi per sconfiggere il nazismo, erano guidati da ideali come lo erano i fondatori della Comunità europea.

Questa capacità di unire valori ed ideali con concrete scelte politiche è un paradigma esemplare che nel ventunesimo secolo può essere praticato non da singoli leader, ma da organismi collegiali sovranazionali (la Ue) e mondiali (il G20 e l’Onu). Purchè non siano aride sigle, ma interpreti dei bisogni reali delle loro Comunità. Forse anche a questo pensava Papa Francesco parlando del rapporto, non certo di sottomissione, tra la “suora tutor del Papato” ed i Potenti della Terra.




Siria: guerra senza fine

WFP Operations in Homsdi Giovanni Pallanti • La Siria è avvolta da un’oscura spirale che fa migliaia di morti senza tregua. Anche bambini. Qual’ è la ragione di questa guerra senza fine? Praticamente Assad è il presidente della Siria guidata dal Partito Bahat (arabo-socialista) che pur tramutatosi in regime dittatoriale ha sempre protetto le minoranze religiose rispetto alla fede musulmana. Questo partito guidava in modo autoritario anche l’Egitto e l’Irak prima della caduta di Mubarak  e di Saddam Hussein. Il sistema autoritario di Assad è fortemente combattuto sia dall’Isis sia dai guerriglieri anti-Assad, sostenuti dagli Stati Uniti. E’ quindi inevitabile che  le due componenti formate dai terroristi islamici e dai ribelli trovino punti di convergenza per combattere il comune nemico.  In questo quadro bisogna tenere conto che i Patriarchi residenti a Damasco – sia delle Chiese  Cattolico-Orientali  che ortodosse – siano prudentissimi nel criticare Assad che finora gli ha consentito di sopravvivere nonostante il dilagare della marea islamica.   

  In  questo  contesto il presidente russo Putin interviene in difesa di Assad, giustificando la sua posizione come indirettamente protettrice delle minoranze cristiane. Nel contempo i bombardieri  di Mosca colpiscono sia i miliziani dell’Isis che i ribelli anti-Assad. Gli Usa cercano di combattere l’Isis ma evidentemente con minor vigore  dell’aeronautica russa.  L’America chiede una tregua di sette giorni per Aleppo in modo da costruire un corridoio umanitario che porti viveri ed acqua a più di 800 mila persone che hanno bisogno anche di cure mediche. Ma in questi giorni la Russia ha detto di no ad una tregua così lunga. In una settimana si riorganizzano le forze anti-Assad e invece – dice Mosca –  basta una interruzione di 48 ore per mandare gli aiuti necessari.

  Queste sono le ragioni del vortice di sangue in cui è la Siria. Papa Francesco ha denunciato ancora una volta gli interessi dietro la guerra. Gli americani vorrebbero sottrarre la Siria all’influenza di Putin. La Russia ha interesse a mantenere la sua base navale militare  sulla costa mediterranea siriana. Rimane però il problema più volte sollevato dai Patriarchi delle Chiese cristiane: dopo Assad cosa viene ?  Quale regime ? L’Irak insegna che per i Cristiani  finora tutto è stato peggio della guerra scatenata da Bush. Quindi l’oscura spirale che sta travolgendo la Siria può finire con un accordo politico tra le grandi potenze che contempli un forte regime in Siria che garantisca quello che non c’è più in quasi tutto il Medio Oriente: la libertà religiosa per tutti. Così come bisognerà impedire vendette contro i guerriglieri anti-Assad non legati all’Isis.   




Docat – Che cosa fare?

4954popefrancis_00000004650di Leonardo Salutati • Docat fa parte di un progetto che vede in questo testo la “seconda puntata” del YouCat, il Catechismo della Chiesa cattolica “tascabile” destinato ai giovani e presentato durante la Gmg di Madrid del 2011.

Questo piccolo libro è un sommario dei principali punti della Dottrina Sociale della Chiesa che attinge alla Scrittura, alCatechismo della Chiesa cattolica, al Compendio della dottrina sociale della Chiesa e a Youcat.

Docat è organizzato in 12 capitoli, con la stessa forma di Youcat di domande (ben 328) e risposte, e affronta problemi di estrema importanza per la vita cattolica quali: il progetto di Dio per il mondo, la missione sociale della Chiesa, la persona umana, il bene comune, la famiglia, la vita economica e politica, l’ecologia. Il volume è composto anche da tante foto a colori, un glossario e un indice, illustrazioni e citazione di Santi, di esponenti della Chiesa cattolica e del mondo degli affari, di numerosi attivisti e di altre persone celebri.

Il progetto che ha portato oggi alla pubblicazione di Docat ha una lunga storia che comincia con la presentazione del Catechismo della Chiesa Cattolica da parte dell’allora Vescovo ausiliare di Vienna, oggi Card. Schönborn, nella sua diocesi nel 1992. In questa occasione, al momento delle domande, si alzò una donna che, riconoscendo la bellezza del Catechismo che veniva presentato, osservò tuttavia che questo era per gli adulti ma che era necessario pensare anche ai ragazzi e ai giovani. Il Cardinale rispose concordando con l’interlocutrice ma osservando, a sua volta, che ci voleva un catechismo non soltanto per i giovani ma con i giovani. La donna non perse tempo e, per due anni, organizzò un’iniziativa estiva per i giovani, con giovani catechisti, per lavorare all’adattamento del Catechismo della Chiesa Cattolica al mondo giovanile. Da questa iniziativa è cominciato un percorso che, nel 2011, ha portato a Youcat e oggi a Docat.

Youcat è la contrazione di Young (giovane) e Catechism (catechismo); Docat è formato da To Do (fare nel senso di dovere morale e sociale, di fare il bene ed evitare il male) e ancora Catechism (catechismo).

Caratteristica di Docat è la forma dialogica, peraltro già utilizzata dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e da Youcat che, come ricordava l’allora card. Ratzinger nell’Introduzione al Compendio, riprende un antico genere letterario catechistico, fatto di domande e risposte. L’intento è di riproporre un dialogo ideale tra il maestro e il discepolo, mediante una sequenza incalzante di interrogativi, che coinvolgono il lettore invitandolo a proseguire nella scoperta dei sempre nuovi aspetti della verità della sua fede. Il genere dialogico concorre anche ad abbreviare notevolmente il testo, riducendolo all’essenziale.

L’obiettivo dichiarato è quello di interpellare i giovani, per suscitare in loro il desiderio di leggere i grandi documenti della Chiesa e di orientare il loro agire a principi improntati a verità, giustizia e amore.

Papa Francesco ha dato la sua personale ed entusiastica adesione all’iniziativa confessando, nell’introduzione a Docat, di avere un grande sogno: quello di vedere «Un milione di giovani cristiani, sì un’intera generazione, che siano per i loro coetanei una “dottrina sociale” su due gambe». A questo proposito durante la GMG di Cracovia dello scorso agosto, è stato possibile ai partecipanti scaricare una App che rilasciava gratuitamente il testo di Docat, perché fosse conosciuto.

Nella convinzione che il mondo non verrà cambiato se non da coloro che si donano a Gesù, che con Lui vanno nelle periferie e in mezzo al fango, Papa Francesco ha invitato i giovani ad andare anche in politica e a lottare per la giustizia e i diritti umani, proprio per i più poveri, nella speranza, che il Papa traduce in preghiera, che si accenda un fuoco in ogni giovane grazie anche alla lettura di «questo magnifico libretto».




La ricerca di democrazia

tosodi Andrea Drigani • «Per una nuova democrazia» è il titolo di un recente libro di Mario Toso, uscito per i tipi della Libreria Editrice Vaticana. L’autore, già Rettore dell’Università Pontificia Salesiana e Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, attualmente è Vescovo di Faenza-Modigliana. Mario Toso ha pubblicato numerosi scritti riguardanti la Dottrina sociale della Chiesa e la Filosofia politica. Il volume prende l’avvio dalla constatazione che la democrazia non è mai una conquista definitiva, pertanto vi è sempre la necessità di darle un’anima e un corpo nuovi. In particolare non si può dimenticare che essa, come ci rammenta la sua etimologia, deve fondarsi su di un «popolo» che, lo abbiamo già notato in un nostro articolo, è da intendersi come un insieme di cittadini associati nella comunione di valori, richiamati dalle carte costituzionali, protesi, inoltre, verso la promozione del bene comune. Il rischio delle degenerazioni demagogiche ed oligarchiche è, purtroppo sempre in agguato, anche ai nostri giorni. A ciò si aggiunge, osserva Toso, una sorta di neo-individualismo libertario che contribuisce alla dissoluzione del vincolo sociale e del senso della mutua appartenenza, nonchè della corresponsabilità, che sono gli elementi portanti di ogni comunità politica e democratica. Da più parti, anche in modo diverso e divergente, si parla di crisi della democrazia, che investe non solo l’Italia e l’Europa ma tutto il pianeta. L’autore, annota, però, che si tratta di una crisi che viene da lontano, ed ha il suo punto nodale nel rapporto tra democrazia e libertà, talchè si può parlare di una crisi della «libertà». Toso ricorda che Papa Leone XIII, con l’Enciclica «Libertas praestantissumum» del 20 giugno 1888, contestando l’idea di uno Stato di diritto basato unicamente sulla volontà generale, propone un concetto di libertà connesso intrinsecamente con la verità, con il bene e con Dio. In questo necessario collegamento, da realizzarsi nel conformare le legislazioni umane alle legge morale naturale, per Leone XIII dipendeva il futuro dell’uomo, della società civile e dello Stato. Riteneva, infatti, che una libertà disancorata da Dio e dalla sua legge, avrebbe aperto lo porte, nell’ambito personale, al soggettivismo etico e, nell’ambito sociale, all’assolutismo del potere. Leone XIII si mostrò profeta. Oggi, scrive Toso, mentre tutti i valori vengono messi in discussione, si teorizza, fino ad idolatrarla, una libertà di scelta che diviene libertà di potenza e di dominio, che crea la verità e il bene, che dispone della propria e dell’altrui esistenza. San Giovanni Paolo II, coll’Enciclica «Centesimus Annus» del 1 maggio 1991, in prosecuzione e aggiornamento del precedente Magistero sociale della Chiesa, auspica una nuova cultura politica che abbia uno dei suoi punti decisivi in una democrazia fondata sulla condivisione di principi, cioè una cultura ricca di valori, che non esclude una seria riflessione che renda più vivi, attuali e personali i valori ereditati dalla tradizione, e perciò una cultura che rifiuta l’agnosticismo e il relativismo scettico. Toso fa presente che San Giovanni Paolo II allude chiaramente alle tesi giuridiche e politiche di Hans Kelsen (1881-1973), Karl Popper (1902-1994) e Bruce Ackermann (1943), per i quali la verità e il bene sono inconoscibili e, comunque sono nemici dichiarati della democrazia, la quale potrebbe vivere solo in simbiosi con il relativismo e lo scetticismo. Secondo Papa Woityła nell’ordine democratico il cristiano vive la propria responsabilità, proponendo, non imponendo, la verità che ha conosciuto, in dialogo con gli altri, valorizzando ogni frammento di verità che s’incontra nell’esperienza dei singoli e delle nazioni, non rinunciando ad affermare tutto quello che gli hanno fatto conoscere la sua fede ed il corretto esercizio della ragione. Mario Toso in questo suo libro (che è corredato da un’ampia antologia di brani, tratti dai molteplici e puntuali pronunciamenti di San Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco) auspica un riappropriarsi della democrazia, che può essere salvata e sviluppata qualificandola sempre più, nella sua vita e nelle sue strutture, dal punto di vista etico e spirituale, ritrovando la giusta gerarchia dei valori e delle finalità che la debbono animare, soprattutto come ambiente morale.




Un’interpretazione della Rerum Novarum nel luogo natio della rivoluzione industriale

mcnabbbookmarkdi Giovanni Campanella • Il 15 Maggio 1891, Leone XIII promulga l’enciclica Rerum Novarum, pilastro della moderna dottrina sociale della Chiesa. Poco più di 30 anni dopo, nel 1925, la casa editrice Burns, Oates & Washbourne Ltd. London pubblica a Londra The Church and the Land, scritto da Padre Vincent McNabb, un presbitero domenicano di origini irlandesi che viveva nella capitale inglese. Tale libro è stato ristampato nel Settembre 2013 dalla Libreria Editrice Fiorentina col titolo La Chiesa e la Terra. Esso richiama alcuni punti dell’enciclica leonina, usandoli come strumento per valutare la situazione sociale della Gran Bretagna.

Per gran parte del XIX secolo e fino al 1925 (anno in cui viene superata da New York), Londra è la città più popolosa del mondo, crescendo da 6 milioni a 7 milioni di abitanti. Alla fine del XVIII secolo, proprio in Gran Bretagna sono gettate le basi della prima rivoluzione industriale e la Gran Bretagna è per tutto il XIX secolo la nazione più industrializzata del mondo. E’ proprio sulle “cose nuove”, emerse per la prima volta dalle terre inglesi, che è incentrata la riflessione sociale di Leone XIII. Questo insieme di coincidenze dà rilevanza alle considerazioni di McNabb, testimone oculare delle frenetiche dinamiche di una grande metropoli di un grande Stato.

Padre Vincent McNabb nacque nel 1868 in un paesino dell’Irlanda del Nord e morì a Londra nel 1943. A 17 anni entrò nel noviziato dei frati domenicani (poco tempo prima, tutta la famiglia si era trasferita in Inghilterra per motivi di lavoro del padre). Fu ordinato presbitero nel 1891, proprio lo stesso anno in cui venne promulgata la Rerum Novarum. Andò a studiare all’Università di Lovanio, in Belgio, dove ottenne il titolo di lettore in Sacra Teologia. Fu grande amico di Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Ronald Knox. Aveva una grande eloquenza e fu particolarmente famoso per i suoi discorsi a Hyde Park, dove dibatteva con personalità dell’epoca sui temi sociali più in voga. Per mezzo secolo, fu una specie di istituzione a Londra. Era un convintissimo distributista, promuoveva cioè la distribuzione della proprietà tra più persone possibili. Aveva una mente poliedrica e brillante (leggeva l’Antico Testamento in ebraico, il Nuovo Testamento in greco e San Tommaso in latino) ma era anche un tipo non poco bizzarro (si dice di lui che non dormisse nel letto ma sul pavimento, che non possedesse neanche una sedia e che si muovesse quasi sempre a piedi).

La Chiesa e la terra ha degli spunti molto interessanti, sempre attuali e validi, e contiene dati storici preziosi su rilevanti dibattiti economico-culturali nella seconda nazione più industrializzata dell’epoca. Denuncia, citando stime ufficiali, le miserevoli condizione delle famiglie stipate nelle frammentate case popolari delle grandi città industriali inglesi sovraffollate. Rimangono valide le sue considerazioni contro la pianificazione delle nascite e l’aborto, giustificati da alcuni intellettuali di allora come soluzione al problema anzidetto del sovrappopolamento. La soluzione fornita da McNabb è d’altra parte il punctum dolens del libro: in sintesi, egli auspica una fuga dalle città e un ritorno alla terra. Non solo. Non accetta neanche l’applicazione di macchine e metodi industriali in campagna, né addirittura l’idea di una produzione agricola orientata al mercato, sostenendo in pratica una sorta di autarchia contadina diffusa. Si scaglia contro il trasporto ferroviario, che a detta sua fa solo perdere tempo, dato che ogni famiglia dovrebbe vivere e lavorare attorno al proprio podere senza ambire a spostarsi troppo. Rigetta quindi tutto ciò che è tecnologia, economia d’impresa e lavoro subordinato, esaltando oltre ogni misura il lavoro autonomo (autonomo all’ennesima potenza !). Questi accorati appelli di McNabb possono sembrarci anacronistici, tanto più oggi. Si può dire però, a sua parziale giustificazione, che probabilmente la sua reazione fu provocata dalla commossa constatazione della concreta, inoppugnabile miseria in cui versavano le numerose famiglie operaie inglesi in città.

Lo stile di scrittura è molto elegante e sovente ironico, scherzando e “dialogando” qualche volta col lettore. Spesso si compiace di descrivere con espressioni poetiche scene di vita e di lavoro di campagna, quasi a volerle contrapporre col più prosastico stridore dei macchinari delle fabbriche. Talvolta interrompe la trattazione socio-economica con pensieri spirituali e preghiere. Nell’edizione della LEF, ci sono lungo il testo delle note interessantissime che descrivono brevemente ma efficacemente varie personalità influenti dell’epoca a cui via, via McNabb si riferisce.

McNabb sviluppa vari elementi salienti della Rerum Novarum, anche se sembra trarne più una “vis destruens” che una “vis construens”. Effettivamente, il suo già menzionato distributismo prende forza, tra gli altri passi, da RN 35 («abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari»). L’impressione però è che talora, partendo da basi legittime, si arrischi in passi più lunghi della gamba, arrivando ad esempio a contrapporre nettamente il sistema proprietario al sistema salariale. Tuttavia, la sua combattività in difesa degli emarginati rimane indubbiamente un fulgido esempio da seguire anche oggi, in linea con gli insegnamenti sociali di tutti i papi, da Leone XIII a Francesco.




“Il senso di un diritto comune”. Un libro di Andrea Drigani

img_20160705_175729di Francesco Romano • Questo libro pubblicato, per la Libreria Editrice Fiorentina, dal Prof. Andrea Drigani può essere definito a ragion veduta un compendio delle così dette Regulae iuris formulate dal noto giurista medievale Dino Mugellano. Si tratta di 88 aforismi di senso giuridico, come giustamente l’Autore della pubblicazione li presenta a partire dal titolo del suo libro.

Questo libro, infatti, non è solo l’elenco delle Regulae iuris, così come vennero consegnate a modo di catalogo in appendice al Liber Sextus di Bonifacio VIII, ma di un approfondito commento a ogni singola Regula, riportata e trascritta dal Drigani in lingua latina, come è nell’originale, aggiungendovi anche la traduzione in italiano. In altri tempi non lontani sarebbe parso offensivo fornire al lettore la traduzione dal latino, ma oggi è diventata un’esigenza per permettere ai più l’accesso alle fonti del diritto dopo essere venuta meno, anche in gran parte degli operatori del settore, la familiarità con quella lingua ormai divenuta sempre più “morta”.

Il senso di questo studio non vuole essere solo un’operazione di cultura giuridica, che per altro suscita sempre un rinnovato interesse da parte degli stessi studiosi specialisti della materia, ma intende anche offrire la riscoperta della sua utilità nell’applicazione pratica a coloro che nelle varie mansioni ordinarie cooperano nell’ambito ecclesiastico con l’esercizio della giurisdizione. Questo, ovviamente, richiederebbe anche la cognizione di alcuni rudimenti di storia e filosofia del diritto per comprendere l’utilità di questi aforismi che da molti secoli hanno aiutato a rafforzare la comprensione, per esempio nell’amministrazione della giustizia, della relazione tra species iuris e species facti per giungere a conclusioni di merito più sicure nel loro fondamento giuridico.

A questo scopo viene in aiuto una dotta introduzione al volume dove l’Autore inquadra la raccolta degli aforismi nell’ampio panorama dello ius commune che ha segnato la storia dell’Europa medievale, quale sistema giuridico che come un idem sentire ha orientato i giuristi, giureconsulti e giudici nell’interpretazione delle leggi civili ed ecclesiastiche.

Come è noto, il diritto romano riscoperto da Irnerio nei frammenti del Codice di Giustiniano viene rielaborato dai Maestri della scuola di Bologna, quale scienza autonoma rispetto alle artes liberales, realizzando una normativa giustinianea quale diritto vigente ufficiale. Si viene così a concretizzare l’idea di una società cristiana legata non solo da una fede, ma anche da una legge “comune”. Anche i testi canonistici recepiranno queste norme riscoperte del diritto romano come lex saeculi della Chiesa.

Il diritto dell’Impero è ius commune perché a esso si collegano una molteplicità di diritti particolari sorretti da una “comune” ratio, e in esso si riassumono una pluralità di sistemi normativi che prendono forma nei vari diritti statutari, consuetudinari riconoscendone la funzione sussidiaria o suppletiva. La legittimazione del “diritto proprio” nell’alveo del “diritto comune” dell’Impero romano-germanico medievale, concepito come respublica christiana, permetterà a ciascuna comunità politica di reggersi – sempre secondo una ratio “comune” fondata sull’universalità dell’unum ius – con leggi proprie in ossequio alla propria storia, consuetudini e specifiche finalità da realizzare.

Risalendo al II secolo d. C., Andrea Drigani allarga il panorama con uno sguardo rivolto al concetto di “diritto comune” come è stato espresso dal giurista romano Gaio e ritrovato in un frammento delle Istituzioni nel Digesto per designare il diritto delle genti fondato sulla naturalis ratio, quale patrimonio condiviso dall’intera comunità umana e distinto dagli iura propria delle singole civitates: “omnes populi qui legibus et moribus reguntur partim suo proprio partim communi omnium hominum iure utuntur” (D. I, I, 9).

Per completare il quadro del “diritto comune” non poteva mancare il riferimento all’esperienza giuridica inglese della “common law” che sin dal XII secolo costituisce un diritto unitario avendo come fonte non la via legislativa bensì quella giurisdizionale, cioè le sentenze dei giudici delle corti superiori da cui vengono elaborate un insieme di regole giuridiche generali alle quali devono attenersi le corti inferiori sulla base del principio dello stare decisis, come ci ricorda il nostro Autore. In questo senso il sistema della “common law” presenta diverse analogie col sistema medievale del “diritto comune”.

Il senso delle Regulae iuris di Dino Mugellano viene spiegato da Andrea Drigani nel contesto del “diritto comune” medievale fino a risalire al Corpus iuris civilis di Giustiniano. L’Autore del libro riporta una celebre citazione che il giureconsulto Paolo attribuisce a Sabino: “Regula est, quae rem quae est breviter enarrat. Non ex regula ius sumatur, sed ex iure quod est regula fiat. Per regulam igitur brevis rerum narratio traditur” (D.50.17.1) che tradotto significa “La regola è ciò che spiega brevemente una cosa così com’è. Non perché dalla regola si tragga il diritto, ma perché è dal diritto che la regola trae la sua origine. Per mezzo della regola, dunque, si trasmette una breve spiegazione delle cose”.

La regola scaturisce dal diritto e non viceversa, quindi non va considerata in sé come norma cogente, ma come aforisma. La norma esprime un comando mentre la regola con la sua spiegazione ne illumina il senso. Per il diritto romano le Regulae iuris sono una semplificazione della scientia iuris attraverso una elaborazione in modo sintetico dei principi giuridici generali. Le regulae iuris sono delle massime contenute nelle fonti di diritto romano. I giuristi romani si servivano di esse per trovare soluzioni a casi concreti attraverso un processo di astrazione fino a fissare principi generali che sarebbero stati poi applicati con un procedimento induttivo a casi simili. La Regula, afferma il Drigani, è un aforisma che si colloca in una dimensione sapienziale non legata a vicende concrete e per questo è utile per gli uomini di ogni tempo.

Dino Mugellano arriverà alla stesura degli 88 aforismi giuridici rimanendo nell’alveo della tradizione giuridica dello ius commune. La fonte delle Regulae dello ius commune sono reperibili nel catalogo dei 211 aforismi contenuti del Corpus giustinianeo. Dino Mugellano, passando attraverso le sententiae dei giureconsulti romani Paolo, Papiniano, Ulpiano e Modestino, ripercorre i glossatori del Decretum Gratiani, delle Decretali del Liber Extra e del Liber Sextus, per giungere alla redazione delle 88 Regulae iuris. Esse non sono solo una cernita tratta dall’ampio panorama della civiltà giuridica romana e medievale, ma anche una riscrittura che sa coniugare la dimensione sapienziale con la fedeltà e la tradizione giuridica attraverso un processo di astrazione in cui gli iura propria non confliggono con lo ius commune, ma ne sono entrambi rappresentati.

La conclusione cui perviene Andrea Drigani, guardando all’attuale frastagliato panorama europeo, auspica la necessità di una riscoperta del senso di un “diritto comune” in cui quell’idem sentire che caratterizzò la civiltà europea medievale torni a rifiorire ed essere il principio ordinatore dei molteplici iura propria che caratterizzano gli attuali stati nazionali. In una visione universalistica il “particolare” è un patrimonio quando non si chiude nella difesa del proprio egoismo, ma sa interagire con lo ius commune quale principio informatore e ratio di ciascun ius proprium.

Le Regulae iuris di Dino Mugellano redatte in forma di aforismi, non sono definizioni, ma offrono descrizioni generali e astratte che non si legano a fatti o circostanze particolari. Per questo sono da considerarsi come un compendio del plurisecolare ius commune che continuerà a svolgere il suo influsso fino al Code civile di Napoleone. La rilettura di questi aforismi giuridici, conclude Andrea Drigani, potrebbe suscitare ancora oggi un rinnovato interesse per quel principio ispiratore insito nel “diritto comune” che per molti secoli rappresentò il fondamento dell’organizzazione della società europea conciliando l’unità e la distinzione, lo ius commune e lo ius proprium.




Un ecologismo umanistico

image_previewdi Alessandro Clemenzia • «Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza. Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani». Queste parole sono state pronunciate da Papa Francesco nel suo messaggio in occasione della giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, celebrata lo scorso 1 settembre.

Dei numerosi spunti che possono essere rintracciati in questo discorso, ciò che vorrei qui mettere in luce è, non soltanto la centralità dell’uomo sul creato, ma soprattutto la centralità di Dio in una visione chiaramente antropologica della creazione. Ed è proprio all’interno di questa logica che si è collocata l’omelia di Padre Cantalamessa, predicatore della casa pontificia, nella liturgia dei vespri in quella medesima occasione nella Basilica di San Pietro.

Disprezzare il creato significa affermare la perdita, da parte dell’uomo, della sua relazione con Dio, e dunque della sua identità di figlio. Cantalamessa introduce la sua riflessione citando un discorso di San Pietro Crisologo: «O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato?». Da queste parole emerge il desiderio, già nel V secolo, di affermare la sovranità dell’uomo su tutta la creazione; sovranità che trova ragione in quella creazione a immagine e somiglianza di Dio. In altre parole, la centralità dell’uomo rispetto a tutto il resto della creazione è data dall’essere immagine del Creatore.

Ma cosa significa per l’uomo, e di conseguenza per tutto il creato, vivere di questo essere a immagine di un Altro? Spiega il predicatore: «L’uomo è creato a immagine di Dio, nel senso che partecipa all’intima essenza di Dio che è di essere relazione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. […] Esse non hanno una relazione l’una con l’altra, ma sono quella relazione». L’elemento relazionale, dunque, è ciò che lega il polo teologico a quello antropologico. Conservando sempre una incolmabile distinzione essenziale tra Dio e uomo, Cantalamessa afferma che, seppure ci sia «un fossato ontologico tra Dio e la creatura umana; tuttavia, per grazia (mai dimenticare questa precisazione!), questo fossato è colmato, così che esso è meno profondo di quello esistente tra l’uomo e il resto del creato».

Non si tratta di un mero trionfalismo antropologico sulla creazione: «La sovranità dell’uomo sul cosmo non è dunque trionfalismo di specie, ma assunzione di responsabilità verso i deboli, i poveri, gli indifesi». Questa dimensione comunionale e relazionale dell’uomo sin dalla sua creazione fa sì che un’esistenza chiusa agli altri, e cioè all’insegna di ogni forma, piccola o grande, d’egoismo da parte di qualsiasi persona altro non sia che un vivere in modo incompleto la propria umanità.

Tale riflessione antropologica trova la sua fondatezza argomentativa e la condizione di possibilità logica non soltanto nella creazione, ma anche nell’incarnazione: «Solo la venuta di Cristo, tuttavia, ha rivelato il senso pieno dell’essere a immagine di Dio. Egli è, per eccellenza, “l’immagine di Dio invisibile” (Col 1, 15)». È come se dalla creazione e dall’incarnazione la stessa realtà creata fosse impregnata di Dio: mentre nel primo evento Dio, dall’in sé, fa scaturire il suo altro; nel secondo, Dio assume, fa suo questo altro, si fa l’altro.

L’incarnazione tuttavia, ecco lo snodo centrale della riflessione di Cantalamessa, «non dice soltanto “che Dio si è fatto uomo”, ma anche “che uomo si è fatto Dio”: cioè, che tipo di uomo ha scelto di essere: non ricco e potente, ma povero, debole e indifeso. Uomo e basta!». E conclude: «Il modo dell’incarnazione non è meno importante del fatto».

Dal modo dell’incarnazione si comprende ancora di più la profondità del povero, del debole e dell’indifeso, e questo deve portare il cristiano di ogni tempo a essere di essi la voce; e ciò vale anche per il creato: «Il compito primario delle creature nei confronti del creato è di prestare a esso la sua voce. “I cieli e la terra — dice un salmo — sono pieni della tua gloria” (Salmo 148, 13; Is 6, 3). Ne sono, per così dire, gravidi. Ma non possono da soli “sgravarsene”. E queste “levatrici” della gloria di Dio dobbiamo essere noi, creature fatte a immagine di Dio».

Non siamo davanti a un discorso moralistico che richiama l’attenzione del credente sull’importanza del rispetto quotidiano della natura, ma a un recupero di un “ecologismo umanistico”: «un ecologismo, cioè, che non è fine a se stesso, ma in funzione dell’uomo, non solo, naturalmente, dell’uomo di oggi, ma anche di quello del futuro». Un ecologismo, in altre parole, che, a partire dalla creazione, recupera la grandezza dell’uomo, e, affermando la grandezza dell’uomo, diventa simultaneamente (e ontologicamente, in Cristo) espressione della grandezza di Dio.




“Piccoli atei crescono”. Le nuove generazioni ed il loro rapporto con la religione

garelli_2247984_677979di Stefano Liccioli • Non è la prima volta che scrivo a proposito del rapporto tra i giovani e la fede. Il motivo è che lo ritengo un problema tutt’altro che marginale quando si riflette sul mondo giovanile, ma anche perché negli ultimi anni c’è stata una serie di pubblicazioni che hanno approfondito questo tema, chiedendosi se, per esempio, si possa davvero parlare di generazioni senza Dio. Dopo aver recensito il libro di Paola Bignardi e Rita Bichi, “Dio a modo mio”, questa volta mi soffermerò sul testo di Franco Garelli “Piccoli atei crescono” edito da Il Mulino nel 2016.

Garelli, che insegna Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione all’Università di Torino, osserva che nel mondo giovanile si registra un forte aumento dei non credenti, «un fenomeno che si manifesta in forme diverse, componendosi di atei convinti, di indifferenti alla fede religiosa, ma anche di giovani che pur mantenendo un qualche legame con il cattolicesimo di fatto non credono in una realtà trascendente». Un atteggiamento di ateismo o indifferenza religiosa che i giovani non hanno ereditato dal proprio nucleo familiare, spesso di cultura cattolica. Tali convinzioni porta comunque molti giovani non credenti a ritenere che sia sensato credere in Dio anche nella società contemporanea, «riconoscendo la validità per altri di una scelta di fede che ad essi appare insignificante». D’altra parte tra i giovani credenti si ammette che è difficile professare una fede religiosa nelle attuali condizioni di vita, in quella che viene definita società liquida.

L’autore mette in risalto anche un altro tratto del mondo giovanile e cioé la critica dei modelli religiosi prevalenti nel nostro contesto sociale e soprattutto nei confronti della Chiesa Cattolica «ritenuta antiquata in campo etico, chiusa nelle sue certezze dottrinali, poco in sintonia con il messaggio che proclama». A tal proposito, però, ci sono dei distinguo e non pochi giovani (credenti e non) apprezzano l’operato di figure ecclesiali come i preti di strada, quelli anticamorra, a tutti coloro che nella Chiesa di adoperano per tenere aperti gli oratori, per stare vicino agli ultimi nei quartieri degradati o nei luoghi di frontiera. Tra le figure da salvare viene annoverato papa Francesco, apprezzato per la sua vena “antistituzionale”.

Franco Garelli sottolinea poi un fatto, a suo dire, curioso. Molti degli under 30 italiani hanno della Chiesa cattolica «un’immagine negativa di cui non sembra esservi particolare riscontro nel loro vissuto, non giustificabile sulla base delle esperienze da essi effettuate negli ambienti ecclesiali». Non sempre il vissuto, commenta Garelli, ci offre una chiave di lettura della realtà, in una società globale che amplifica e condiziona la nostra visione del mondo.

Se dunque i giovani ammettono di credere di meno rispetto alle generazioni precedenti, d’altra parte affermano di essere alla ricerca di una fede religiosa o di forme di spiritualità più coerenti con la coscienza moderna. L’idea di spiritualità è piuttosto nebulosa: alcuni la vivono nella religione in cui più si riconoscono, altri in maniera profana, altri ancora la valorizzano per migliorare se stessi dal punto di vista umano ed interiore. La spiritualità, conclude Garelli, sembra essere così una sorta «di “zona intermedia” tra i non credenti ed i credenti, tra quanti negano Dio o sono indifferenti alla religione e quanti invece si riconoscono in una realtà trascendente».




Attualità del Cantico di frate Sole

san_francescodi Dario Chiapetti Il celebre Cantico di frate Sole risulta ancora oggi un componimento dai contenuti attuali che svelano sempre meglio la figura del suo Autore, Francesco d’Assisi.

Innanzitutto, il primo aspetto che dall’esame del testo balza all’occhio anche, e soprattutto, a noi post-moderni è quello, per così dire, esistenziale. La stesura del Cantico avvenne nel 1225, poco più di un anno prima della morte del Poverello, “quand’era ormai – si legge nella Compilatio Assisiensis – gravemente infermo e soprattutto sofferente d’occhi”. Ha osservato Jacques Dalarun al festival francescano di Bologna del 2015 [cf. Dino Dozzi (ed.), Sorella Terra. Il cantico di san Francesco, Edizioni Messaggero, Padova 2016]: “La lauda non è un canto nato nella gioia e nella serenità. Esce dal buio, dal freddo e dalla sofferenza […] da un dramma”. Non siamo in presenza di un inno di giubilo sulla scia di un vago sentimentalismo e generico naturalismo che non conoscono, e quindi misconoscono, la tenebra del dolore, ma di una vera e propria “teologia della lode”, come ha puntualizzato Massimo Cacciari nel suddetto evento, elaborata proprio a partire dalla e grazie alla profonda esperienza di Dio, del mondo e di sé che Francesco – attraverso l’autorivelazione del Crocifisso, come già aveva spiegato Bonaventura – ha compiuto: solo l’esperienza della visio dell’amore del Crocifisso apre all’orizzonte vasto della veritas di Dio, della creazione e della redenzione.

Entrando nel testo del Cantico, appare un secondo aspetto di grande interesse: quello cosmologico. “Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude”. Le parole con le quali inizia la lauda mostrano come la lode spetta a Dio e a Dio solo, anzi, come sia Dio che, innanzitutto, loda sé, non autoreferenzialmente ma nelle relazioni tra le Persone Divine. Il Cantico presenta poi le creature coinvolte nella lode e specialmente frate Sole, sora Luna, le stelle e i quattro elementi naturali: frate Vento, sor’Acqua, frate Focu, e sora et matre Terra. L’accostamento tra questi soggetti e la nozione di lode è presentato dall’Assisiate – osserva Cacciari – all’insegna delle preposizioni, certo non impiegate casualmente, del cum e del per. Francesco, mettendo in chiaro all’inizio del suo inno che la lode di cui sta trattando è la lode a/di Dio, sta sgomberando il campo da interpretazioni della natura come res extensa alla maniera della scienza moderna o physis alla maniera plotiniana. La natura ha un’anima ricevuta dall’azione creatrice di Dio e in Questi continuamente sussistente; pertanto in essa è iscritta ontologicamente la lode. Cum e per: io lodo il Signore con e per mezzo di tutte le creature.

Non solo la natura è creatura animata che loda Dio ma la Terra (sorella come gli altri tre elementi) è anche madre. “Ecco – sostiene Delarun – il programma politico del Poverello: la maternità relativa nella fraternità assoluta; un governo materno agli antipodi del dominio paterno. L’unico autentico Padre è nei cieli”.

Se la lode è comunione, il Cantico può anche rappresentare un invito al dialogo interreligioso; se la preghiera è lode al Creatore, si comprende bene come essa sia da intendersi, in questo suo nucleo fondante, come il volgersi a Dio da parte di uomini di ogni religione, così come gli incontri di Assisi stanno luminosamente mostrando.

Il riconoscere insieme l’unico Creatore – che non significa certo l’abolizione delle differenze confessionali, anzi, in quanto il dialogo tra esse le deve presupporre – permette l’individuazione di un ulteriore tema: il rapporto tra creazione e pace. La relazione tra uomo e natura è stretta come papa Francesco ha messo in luce nella sua enciclica Laudato si’: “Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cf. Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta”, ma il male nasce nel cuore dell’uomo e si riversa sulla natura: “La violenza – prosegue il papa – che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi”. Per Delarun, a tale situazione il Cantico risponde col suo programma “economico e sociale”: Francesco “inscrive la questione della pace sociale nella prospettiva dell’armonia del mondo […] la radice del male, che mette in pericolo non solo il peccatore e la società umana ma anche l’equilibrio funzionale della creazione, sta nel cuore dell’uomo quando rifiuta la fraternità con i viventi”.

Ciò permette di porre attenzione a un altro tema, attualissimo: quello del perdono. Le creature danno lode a Dio perché esistono, è una bontà ontologica la loro, l’uomo, invece, che dà lode è solo colui che perdona: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano”. La visione di Francesco è profondamente teologica: l’uomo che perdona, cioè che accoglie l’altro, è l’uomo che, come Cristo, in Cristo, svuota sé di se stesso; è questa l’altissima paupertas.

Da ultimo, il tema della morte. Cacciari coglie la singolare connessione tra questa e il perdono. La morte è lodata come sora, in quanto non è essa la vera morte ma il momento in cui l’uomo può decidere da che parte stare, da quella di chi ha perdonato e perdona, e quindi loda Dio, oppure no. “Quello che lodo – conclude il filosofo – non è la morte, ma è quel momento che mi rivelerà se sono capace di perdono oppure no, e lodo quel momento perché quel momento mi rivelerà, rivela chi sono […] la morte è la morte per chi non ha saputo perdonare […] Chi ha saputo donare e perdonare è immortale: questa è la grande idea”.

San Francesco è figura che dischiude tanti tesori di sapienza e di scienza, molti dei quali ancora da scoprire, e che permettono di entrare in modo ancora più diretto nel cuore del pensiero di papa Bergoglio che dello spirito dell’Assisiate tanto è informato.