Il Cristo, «colui che apre la strada»

VI-IT-ART-26385-Mantegna-San_Giovanni_Battista-k3x-U11011510878416hdF-1024x576@LaStampa.itdi Stefano Tarocchi • «Dal ponte nasce anche il pontefice, il «sacerdote che costruisce la via» […] Augusto fece propria la carica. Essa sarebbe rimasta prerogativa di tutti i successivi imperatori, fino all’era cristiana inoltrata, fin quando nella Chiesa cattolica, il titolo fu presto usato per indicare i vescovi, e in particolare il vescovo di Roma». Ogni giorno di più […] «vediamo bene quanto è difficile per il vescovo di Roma indicare una via, senza che non sorgano frange estreme intenzionate a demolire il suo ruolo, nell’attaccare la persona».

Così concludevo nel numero precedente de Il Mantello della Giustizia (Ponti e pontefici, Il Mantello della Giustizia, Settembre 2018): mi si passi l’autocitazione.

Vorrei adesso completare il percorso, riprendendo alcuni fili neotestamentari, in particolare della lettera agli Ebrei.

Mi soffermerò in particolare su due termini, lasciando ad altri momenti l’esame della terminologia del sommo-sacerdozio di Cristo. Così la lettera agli Ebrei: dato che «abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede» (Eb 4,14); d’altronde, «Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» (Eb 9,11-12).

I termini qui affrontati sono archegós, letteralmente «colui che apre la strada» – ed è il contatto più grande con l’immagine del pontefice sopra delineata –, e mesítês, «mediatore».

Il primo termine (archegós) è usato anche negli Atti degli Apostoli, dove peraltro appare senza una traduzione adeguata nella versione ufficiale CEI, ma solo come un ricalco del latino auctor della Vulgata. Infatti, quando Pietro parla davanti al popolo dopo aver guarito l’uomo «storpio fin dalla nascita» che siede accanto alla «porta Bella», pronuncia delle parole estremamente limpide: «avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15).

Il titolo attribuito al Cristo («colui che apre la strada» della vita), viene usato ancora da Pietro davanti al sinedrio: «Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati» (At 5,31).

Ragione di più per capire l’evidenza con cui la lettera agli Ebrei mette in luce ancora una delle sfaccettature del medesimo ruolo di Cristo: «conveniva che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Eb 2,10).

Ancora, tale termine si trova nella sezione esortativa della lettera, quando l’anonimo autore scrive ai suoi destinatari: «anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-2).

Qui, accanto al ruolo di Gesù come «colui che apre la strada della fede», viene aggiunta anche la dimensione sacerdotale dell’intero popolo di Dio, come avviene anche poco prima: «con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,14).

Questo ruolo di Gesù viene espresso anche nel suo ruolo di mediazione fra Dio e gli uomini (il Cristo come mesítês, «mediatore»), che la lettera agli Ebrei mette in luce fino dalle prime righe: il Cristo «doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo (Eb 2,17). E così ancora troviamo: «egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori promesse» (Eb 8,6): «per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa» (Eb 9,15).

C’è tuttavia un testo che mette a confronto impietosamente la prima alleanza e quella stabilita dal Cristo: «voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano [Dio] di non rivolgere più a loro la parola. Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,18-24).

Stabilendo un paragone tra gli elementi della manifestazione divina, la terrificante teofania dell’Esodo (si vedano in particolare «oscurità, tenebra e tempesta», e le stesse parole di Mosè: «ho paura e tremo»), paragonate «all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli», la lettera agli Ebrei va oltre il testo del Deuteronomio: «il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce» (Dt 4,12). Ebbene, il nome divino non si trova nel testo greco ma nella sola traduzione italiana, al fine di rendere più comprendibile il testo. La lettera agli Ebrei lo omette, al fine di evidenziare l’incapacità assoluta della mediazione dell’alleanza di Mosè.

Il mediatore è tale in virtù del fatto che Cristo stesso si è fatto colui che apre la strada della fede, della salvezza e della vita a tutti gli uomini: «uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tim 2,5).

Se il pontefice è colui che costruisce strade, il Cristo è colui che percorre per primo quelle che ha aperto per tutti gli uomini.




Andiamo alla scuola di Gesù educatore

milani1_1231669_292647di Stefano Liccioli ▪∙Settembre è il mese in cui riprendono le attività scolastiche, di catechesi ed educative in generale. Penso che per gli educatori (tutti, non solo quelli credenti) non ci sia punto di riferimento migliore di Gesù. In molti passi del Vangelo si legge che “Gesù si mise ad insegnare”. Naturalmente Egli non ci ha lasciato nessuna indicazione specifica su come essere buoni educatori, ma dai Suoi comportamenti, dalle Sue risposte, dalle Sue domande ed in generale da tutta la Sua vita possiamo evincere quale deve essere lo stile di un buon educatore. Prenderò spunto allora da alcuni passi del Vangelo per mostrare a mio avviso le caratteristiche che devono appartenere ad una persona che si occupa di formare le nuove generazioni.

Inizio da quel “venite e vedrete” (Gv 1,39) che Gesù rivolge ad Andrea e Giovanni che si erano messi a seguirlo ed a cui avevano chiesto dove abitasse. La risposta del Signore allude, a mio parere, alla preoccupazione di stabilire una relazione significativa con le persone che si hanno di fronte, un condizione imprescindibile per ogni dinamica educativa. A tal proposito posso citare un’aforisma di Benjamin Franklin (sì, proprio lui, l’inventore del parafulmini). «Dimmi e io dimentico; mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo». Le nuove generazioni non hanno bisogno di persone che le riempiano di informazioni, ma che testimonino che le verità professate a parole hanno davvero guidato le loro scelte e le hanno aiutate nel percorso della loro vita. In questo modo ragazzi e ragazze possono essere spronati a mettere a frutto i propri talenti, proponendo loro con coraggio, ma anche con realismo, traguardi possibili. Spesso, infatti, da più parti si chiedono indicazioni su come affrontare in maniera corretta le problematiche di ragazzi e ragazze, dimenticando che il primo passo (e quello più importante) è stabilire con loro una relazione in cui si sentano accolti, ascoltati e sostenuti. È all’interno di questo rapporto che può essere poi promossa la capacità di scelta dei giovani o, per dirla con le parole del prossimo sinodo, il discernimento vocazionale. Su questi aspetti c’è la tentazione della delega agli specialisti, psicologi in primis:«Ci pensino loro, che ne sanno di più», viene da dire. Se per un verso è vero che ci sono persone che hanno competenze particolari nel campo dell’accompagnamento personale ed è bene che ci siano, dall’altro il bisogno di ascolto dei giovani interpella tutti noi adulti, chiedendoci “solo” di spezzare il nostro tempo per loro. Quando questi incontri con gli adulti sono autentici, rimangono scolpiti nel cuore dei giovani. Non è un caso che a distanza di molti anni l’evangelista Giovanni ricordi l’ora di quell’incontro, “erano circa le quattro di pomeriggio” (Gv 1,39).

Altrettanto interessante mi sembra il modo in cui Gesù “interroga” le persone, anche quelle che più hanno peccato. Non usa atti d’accusa, ma le porta a rientrare in se stessi, ad autovalutarsi, a giudicare il proprio comportamento, a capire i propri errori per poter poi ripartire. Allo stesso tempo è bello vedere Gesù che, pur non rinunciando ad indicare la meta, adatta la “propria andatura” a quella delle persone che lo seguono quando vede che esse non tengono il suo passo. Mi viene in mente il dialogo serrato tra Gesù e Pietro (Gv 21,15-19):«Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro? Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che io ti voglio bene”». Gesù riformula un’altra volta la domanda e Pietro gli risponde ancora:«Ti voglio bene». Al terzo tentativo Gesù si “accontenta” di chiedere se l’apostolo gli vuole bene e l’apostolo gli risponde “Tu sai che ti voglio bene”. Ecco, Gesù come ogni buon educatore rispetta i tempi di crescita della persona che ha di fronte, è disposto ad adeguarsi ai suoi ritmi. A tal proposito è illuminante ciò che afferma il documento preparatorio alla XV assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede ed il discernimento vocazionale”:«Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite». Sottolineo questo “incontrare i giovani lì dove sono” che significa accoglierli come sono per aiutarli a diventare così come dovrebbero essere, non pretendendo il contrario e cioé che siano già come dovrebbero essere perché possiamo entrare in rapporto con loro. In tal senso lo sguardo dell’adulto, dell’educatore deve essere un po’ come lo sguardo paziente che Dio ha su ciascuno di noi, un Dio che ci prende con i nostri difetti e le nostre mancanze, ma che vuole tirare fuori da noi il meglio di noi stessi.

Infine il fallimento dell’educatore. Anche Gesù, mi sento di poter dire, non è stato immune dai fallimenti. In alcune circostanze la sua predicazione è stata rifiutata o non capita. Mi viene in mente quando agli apostoli domanda:«Forse volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). La tentazione, tutta umana, è quella di pretendere i risultati immediati, ma in ambito educativo non funziona. L’icona più adatta per rappresentare l’educatore è il seminatore della parabola evangelica, l’uomo che esce e getta il seme in ogni terreno, anche in quello che quasi sicuramente non porterà frutti. Semina con coraggio, determinazione e pazienza, senza pretendere i frutti ed anche con la convinzione che, se anche questi verranno, potrebbe non essere lui a raccoglierli.

Concludo con un’immagine con cui don Lorenzo Milani spiegò il suo stare con i giovani da educatore:«Io sono qui come un contadino. Un contadino non può avere fretta che una pera maturi».




Ignazio di Antiochia e l’unità della Chiesa

san-Ignazio-di-Antiochiadi Francesco Vermigli • Il 17 ottobre la Chiesa celebra la memoria di sant’Ignazio vescovo di Antiochia e martire a Roma: nella sede episcopale in Siria fu il secondo successore di san Pietro; a Roma morì divorato dalle belve in una data imprecisata, probabilmente tra il 107 e il 115. Condotto in vinculis attraverso il Mediterraneo, passò per Filadelfia, Smirne e Troade: durante il viaggio scrisse sette lettere alle chiese incontrate lungo il trasferimento ed ad altre ancora e una lettera a Policarpo di Smirne; lettere che costituiscono, assieme a quella ai Corinti di Clemente, alla lettera dello stesso Policarpo agli abitanti di Filippi e alla Didaché i primi monumenti letterari del cristianesimo antico.

I suoi scritti spiccano per il grande valore letterario e per il contenuto teologico denso: soprattutto, essi sono intrecciati saldamente alla sua biografia, come forse non accade in nessun altro padre della Chiesa, fino ad Agostino. Le lettere alle chiese sorelle disperse nelle terre ai margini del grande bacino del Mare Nostrum sono commoventi, il tono è colloquiale e accorato, gli argomenti sono personali. Tutto in questi scritti tende al compimento, che è l’unione nel martirio a Cristo crocifisso: un’acqua interiore e viva zampilla – l’acqua del battesimo che ha segnato per lui e segna per tutti i credenti l’ingresso tra i figli di Dio – e par che gli dica di andare al Padre (cfr. Lettera ai Romani, VII). Il martirio è annunciato da Ignazio, il martirio è da lui previsto, il martirio è da lui desiderato. La pena capitale della consegna alle fiere lo conduce a far propria un’immagine assai eloquente: egli è frumento di Dio, macinato dai denti delle belve, per diventare il pane di Cristo (cfr. Lettera ai Romani, IV).

Non esiste riga dei suoi scritti che non trasudi di riferimenti biografici, tanto che si potrebbe dire che in Ignazio vita e fede – l’insoluto binomio del vissuto ecclesiale e di quello del singolo credente di ogni tempo – sono intimamente uniti, reciprocamente connessi. Più di dieci anni fa una sua frase, un poco modificata, assurse agli onori delle cronache, quando fu usata in un Convegno della Chiesa che è in Italia, da un cardinale arcivescovo giunto alla morte poco tempo fa: «È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo». Una frase lapidaria, chiara, evidente, che ben si adatta alla vicenda biografica di un cristiano e vescovo che rese testimonianza a Cristo nell’effusione della propria stessa vita.

Quando parla del proprio martirio nella lettera inviata ai cristiani di Roma, Ignazio usa, come detto, l’immagine del frumento che verrà macinato dalle fiere per farlo diventare corpo di Cristo; un’immagine che restituisce bene il senso di quale sia il significato del martirio che lo attende. Ma in quell’immagine è racchiuso anche un simbolo ecclesiologico, che non possiamo lasciar passare. L’immagine della Chiesa come corpo di Cristo ha, come noto, un’ispirazione paolina; basti pensare a quello che si legge nella Prima Lettera ai Corinti: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,17). E anche se nel punto citato si potrà vedere un riferimento ecclesiologico solo indiretto e sfumato, il principio che sostiene la figura della Chiesa come unico corpo è il principio che ha guidato la stessa vita di Ignazio; il principio reso anche plasticamente dall’invio di missive alle chiese sorelle, segno di unità e di comunione tra tutti i cristiani.

Si tratta di un’unità non astratta o meramente tematizzata, ma vissuta nell’offerta della propria vita di vescovo: una vita offerta per il proprio gregge innanzitutto, certamente, ma anche per l’edificazione dell’unico corpo di Cristo che è la Chiesa, dispersa in ogni dove. L’unità saggiata col fuoco del sacrificio personale e del martirio è l’unità segnata dallo stigma della carità, riflesso dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. In altri termini, la testimonianza del sangue è segno di carità verso la di essa, perché non è altro che la carità il vincolo che tiene unita la Chiesa.

Vogliamo in conclusione volgere la nostra attenzione ad un passaggio in cui ci si imbatte in apertura della Lettera ai Romani, da cui anche sopra abbiamo preso alcuni brani. Nella salutatio Ignazio mette in campo tutti gli accorgimenti stilistici richiesti dall’epistolografia antica. Qui si legge che egli scrive alla Chiesa che «che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità». Queste parole hanno attratto gli studiosi, alla ricerca degli antecedenti del primato petrino nell’antichità. Per quello che qui a noi interessa più semplicemente, Ignazio parla di una “presidenza alla carità” della Chiesa di Roma, probabilmente perché proprio quella è la Chiesa degli apostoli, delle colonne che hanno reso testimonianza a Cristo con il loro martirio. Perché non potrà mai accadere che nella Chiesa la presidenza contraddica alla carità, criterio di unità.




Corrispondenza, comunità e autonomia nel cammino di discernimento vocazionale

chiara-durbano2di Alessandro Clemenzia • La grande sfida educativa odierna è quella di riuscire a far dialogare «l’antropologia cristiana con la psicologia, non per ottenere una “psicologia cristiana” che in un modo piuttosto bizzarro sarebbe destinata solo ai credenti, ma per recuperare la pienezza umana a cui la persona deve poter giungere quando corrisponde alla propria vocazione» (p. 12).

Queste parole introducono quello che Chiara D’Urbano, psicologa e psicoterapeuta che da tanti anni accompagna individualmente e comunitariamente chi è in formazione per una totale consacrazione a Dio, ha scritto nel suo libro Per sempre o finché dura. Processi psicologici del cammino sacerdotale e di vita in comune (Città Nuova, Roma 2018). Pur correndo il rischio di non tenere sufficientemente conto della molteplicità di argomenti trattati, ci si potrebbe inserire in questo testo attraverso tre parole-chiave: corrispondenza, comunità e autonomia.

Corrispondenza. Oltrepassando una passata tendenza religiosa, che arrivava a obliare quei doni personali conferiti da Dio stesso alla sua creatura in nome di una presunta volontà divina, D’Urbano presenta la felice corrispondenza tra il desiderio dell’uomo, che tende alla propria realizzazione, e il desiderio di Dio, che è eternamente orientato alla “pienificazione” della sua creatura: «l’uomo e Dio vogliono la stessa cosa, e quindi il famoso progetto di Dio altro non è che la massima realizzazione della persona, la sua piena umanità, ben oltre l’orizzonte che ci si era prefigurato» (p. 18). Queste due differenti aspirazioni, umana e divina, hanno un’unica mèta, e devono rappresentare il punto di partenza di ogni percorso vocazionale: ciò impedisce, a colui che deve essere formato, di fondare il proprio cammino su un inutile sforzo per divenire ciò che non si è, e al formatore, di confondere un’autentica chiamata alla consacrazione con l’esigenza di riempire gli spazi vuoti delle proprie strutture religiose. Il fatto che in questo cammino si possa andare «ben oltre l’orizzonte che ci si era prefigurato» significa che un discernimento vocazionale può avvenire all’interno di un percorso duraturo, attraverso cui ciascuno deve prendere coscienza di ciò che è, in vista del raggiungimento della propria pienezza.

Comunità. Questo cammino di “umanizzazione” trova nella vita comunitaria il luogo privilegiato della sua attuazione. Prima ancora di spiegare una tale affermazione, è necessario purificarsi da una comprensione idilliaca di vita comunitaria, che è più il frutto di un’ipotesi affettiva che la visione attenta e di fede della realtà. La vita comunitaria, infatti, è «un fattore ambiguo rispetto alla crescita individuale» (p. 31), in quanto la semplice co-abitazione non produce ipso facto un risultato positivo sul singolo: è necessaria una qualità relazionale, in assenza della quale ci si può imbattere in diverse derive: «rabbia, abuso di alcol, pornografia, iperapostolato» (p. 36). La vita comune non ha un effetto immediatamente terapeutico sui singoli, in quanto essa non è finalizzata a risanare le ferite, ma a far sì che ciascuno possa pienamente e liberamente donarsi agli altri. Tale dinamica richiede nella persona un equilibrio di base: è pericoloso, infatti, accogliere persone immature e instabili all’interno di strutture comunitarie con la speranza che in esse possano essere sanate ferite ancora aperte, soprattutto se i formatori non hanno competenze in questi ambiti, in quanto si rischia di negare il processo di maturazione dell’intera comunità. E neanche le intenzioni più spirituali possono cambiare la situazione; scrive D’Urbano: «Pensare che Dio chiami una persona a intraprendere un percorso senza che ella ne abbia le risorse, neppure potenziali, mi sembra un paradosso» (p. 50). Il riconoscimento della dignità dell’altro non va confuso con un’accoglienza buonista, altrimenti si rischia di formare dei “nidificatori”, cioè persone che, nascoste dentro un nido, cercano soltanto di soddisfare i propri bisogni quotidiani.

Autonomia. La vita comunitaria, al contrario, deve essere capace, nella sua fecondità, di generare persone “autonome”. Non si tratta di un’autonomia precedente all’esperienza comunitaria, ma di una che trova in quest’ultima la sua forma esistenziale: un “io” impregnato dal “noi”. E qui entra in gioco la costituzione della propria identità, che – secondo l’autrice – deve essere caratterizzata da: un’esperienza unitaria di sé (per evitare di identificarsi con altri e attribuire loro i propri sentimenti), una stabile autostima (che non oscilli in ogni circostanza in base al giudizio altrui) e una capacità di regolare l’esperienza emotiva (l’adulto deve perseguire l’autenticità, e non la spontaneità che è tipica del bambino). La vera autonomia non porta alla rigidità morale e dottrinale (che consiste nell’incapacità di compiere un cammino, aggrappandosi a forme esteriori), ma al raggiungimento dell’empatia, e cioè di un nuovo modo di relazionarsi verso gli altri, mettendo in gioco tutta la propria interiorità.

Il presente volume di Chiara D’Urbano è un prezioso contributo per chi decide di intraprendere un particolare cammino di discernimento vocazionale indirizzato alla vita comune. Si può evincere da queste pagine l’importanza che ricopre una presenza di specialisti psicologi nell’équipe formativa, evitando in questo modo, da un lato, inutili e inappropriate chiusure all’accompagnamento psicologico, e dall’altro, pericolose riduzioni del discernimento vocazionale a una riuscita terapeutica. Siamo in cammino.




La nostra pasta umana del Figlio di Dio

disperazione-300x221di Carlo Nardi • Facendo eco alla Prima lettera di Giovanni apostolo ed evangelista, tre secoli dopo un altro Giovanni il Crisostomo diceva: «Il diavolo convinse a negare il senso della storia della salvezza, a dire che Dio non prese la carne e a eliminare del tutto il fondamento dell’amore per l’umanità» (Contro gli anomei 7: SCh 396,124).

Invece Dio ama la nostra umanità:

Ama la nostra umanità biologica, perché Cristo Gesù non è ‘disceso bell’e grande dal cielo’, come invece pensava nel secondo secolo Marcione, schifato della nostra carne. No – si rispondeva -, non è ‘nato attraverso Maria’, ma ‘da Maria’. Da vera madre Gesù ha preso la nostra umanità nelle sue fasi: la gestazione, l’infanzia, la pubertà, la piena giovinezza. Ha assunto questa umanità che conosce le bizze dei bambini, le smanie degli adolescenti, le turbinose preoccupazioni della maturità, i brontolii dei vecchi.

Ama la nostra umanità personale, la mia concreta e irripetibile persona, come le impronte digitali. Sennò, non avrebbe ispirato certi Salmi, che la Chiesa ha suggerito di dirli nella preghiera: «Sei tu che mi hai plasmato nel grembo di mia madre … Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli», quando per riempire un otre di lacrime ce ne vuole! Egli conosce la mia umanità al di là di quanto la conosca io o il pur benemerito dottor Freud. «Signore, tu mi scruti e mi conosci» – è ancora un Salmo -, «mi conosci» in quell’«abisso sottostante alla consapevolezza umana», di cui parlava sant’Agostino, «divenuto un grosso problema a se stesso ». Dio sa ed ama, ama e sa anche quel che noi non amiamo.

Ama l’umanità universale, quella di tutti certo, quella vicina in un altro me stesso, l’umanità che è in ogni creatura umana per il semplice fatto che è della stessa pasta umana e in Gesù anche divina nel senso più pieno. «Per noi uomini e per la nostra salvezza …» Cristo si è fatto uomo, come diciamo nel Credo.

Ama questa umanità, quella passata e quella futura, ma questa ed ora, con le sue sconfitte e le sue vittorie, in umanità s’intende, perché di altre vittorie gl’interessa ben poco. Gl’interessa l’uomo avvilito prossimo a disperare, come l’uomo speranzoso nei suoi progetti sull’abisso della boria: l’uomo di fronte a Cristo, lui stesso uomo, il medesimo Cristo che è soggetto attivo dell’amore del Padre, in carne ed ossa assunto dall’Eterno amore.




La vita cristiana come conversione negli Insegnamenti di Paolo VI

conversione-1di Gianni Cioli • Alla luce della teologia battesimale di Paolo VI, si comprende l’esatta portata del significato per la vita cristiana di ciò che potremmo definire conversione permanente: «Allora per noi battezzati sorge un modo di concepire la vita, che potremmo chiamare il “dopo battesimo”, che rifletta nel pensiero, nei sentimenti, nella condotta una mentalità coerente con l’avvenimento straordinario della nostra rinascita cristiana, mediante il battesimo. Cioè dovremmo verificare se la nostra concezione della vita sia conforme alla grazia conferitaci da quel sacramento rigeneratore alla fede ch’esso reclama e all’impegno morale ch’esso comporta» (i testi degli insegnamenti di Paolo VI sono disponibili online all’indirizzo).

La vita cristiana «è caratterizzata da uno sforzo continuo e progressivo di rinnovamento e perfezionamento». In quanto vita, essa deve essere «in un continuo ricambio, in una continua purificazione, in un continuo accrescimento». Ma come esiste una stabilità nell’essere propria di ogni vivente, così la vita cristiana trova nel suo carattere battesimale il proprio centro di unità: «Il principio aristotelico della immobilità del centro come principio della mobilità del cerchio intorno al centro, rispecchia bene la vita cristiana. Fissità e novità: sono termini che riguardano essenzialmente la vita cristiana, simultaneamente».

Il pensiero di Paolo VI sulla vita come conversione si fonda su quella che potremmo definire la sua filosofia del tempo: «Noi cristiani dobbiamo considerare questo nostro pellegrinaggio nel mondo non come una serie di momenti staccati, che non abbiano l’uno con l’altro riferimenti di solidarietà. Siamo, invece, tenuti a riguardarli come una cosa sola, quasi un nastro che ha coerenza dentro di sé. Ivi, infatti, è un continuato disegno. I mutamenti che si succedono sono collegati da un vincolo interiore, o di passaggio di grazia o dal susseguirsi di responsabilità, sì che un momento influisce sull’altro. Oggi siamo alla scelta per il domani, al mattino lo siamo per la sera, e così via. Si troverà nella preghiera la base e il collegamento che unisce a catena gli anelli delle diverse ore».

A partire da questi presupposti, il dovere fondamentale per il cristiano apparirà quello di imprimere e di mantenere all’esistenza una direzione, un orientamento ben preciso: «La conversione, quale il battesimo esige, non presenta soltanto un aspetto negativo di allontanamento e di distacco dal peccato, ma anche e soprattutto un aspetto positivo – come conferma la stessa etimologia – di orientamento e di avvicinamento a Dio e, nel nome di Dio, al prossimo».

Convertirsi significa dunque, «dirigere la propria esistenza a Dio; cercare di compiere ciò che fanno i piloti delle navi, che a un certo punto controllano se la rotta è realmente rivolta a porto, o se, al contrario, le onde della burrasca incombente non hanno fatto deviare il percorso».

Bisogna dare a se stessi, sottolinea Paolo VI, «un punto di riferimento, un polo direttivo, un senso (cioè un significato e un indirizzo) per la vita, affinché sia vera­mente umana, sia cristiana». È questa la «metánoia, cioè la rettifica della propria mentalità in ordine alla vera e indispensabile interpretazione della vita».

Per il cristiano si prospetta così come permanentemente necessaria una sorta di analisi religiosa del proprio spirito: «dobbiamo ripiegarci sopra noi stessi per esaminare quale sia la vera direzione principale della nostra vita, quale sia cioè il movente abituale e prevalente del nostro modo di pensare e di agire, quale sia la nostra ra­gione di vivere, quale lo stile morale della nostra perso­nalità».

Occorre una pianificazione della vita operativa che parta da alcuni interrogativi fondamentali: «Che cosa io desidero di più nella mia vita? Che cosa influisce sulle mie scelte? Che cosa considero più importante? Dov’è ri­volto il mio amore primario? Qual è il criterio che più in­fluisce sulla mia coscienza? Che cosa mi preme sopra ogni altra cosa? Qual è il primo precetto del mio vivere? ».

Questo «orientamento coraggioso da imprimere nella no­stra vita cristiana», comporta, come già sottolineato, una profonda dimensione ascetica: L’ascesi cristiana, secondo Papa Montini, «consiste in uno sforzo abituale della buona volontà, una tensione morale vigilante e perseverante della coscienza sopra il dominio delle proprie azioni, una attitudine normale di autogoverno, di padronanza di sé, nell’intento di unificare il complesso meccanismo psicologico dei propri istinti, delle proprie passioni, dei propri sentimenti, delle proprie reazioni interiori ed esteriori, dei propri pensieri, sotto un unico comando direttivo, l’amor di Dio e del prossimo, norma suprema e vitale della personalità cristiana».

Unificare, cercare di «comporre in un ordine logico e morale questo nostro essere complicato e per sé capace di forme diverse di azione e di comportamento» appare come dovere fondamentale. Dovere che scaturisce dalla coscienza che «noi uomini siamo esseri complessi, polivalenti, polioperanti»; dovere che è reso più drammaticamente urgente dal fatto capitale, misterioso e realissimo del peccato originale che «ha lasciato un disordine congenito nell’uomo, che porta con sé una specie di tendenza centrifuga delle sue facoltà, le quali, senza un’azione riflessa di coordinamento e senza aiuto divino, non ricompongono più il profilo ideale, cioè la santità, la perfezione, a cui l’uomo è pur chiamato».

Il discorso si ricollega a quello della la struttura pasquale dell’esistenza cristiana, che ha il suo paradigma nell’interpretazione teologica del simbolismo battesimale: «l’essenza del cristianesimo è la carità, ciascuno di noi deve affrontare le rinunzie, i sacrifici, l’abnegazione, la perseveranza che la carità esige; fino a raggiungere una certa forma di abdicazione di noi stessi, del nostro io. Bisogna morire interiormente se si vuol rinascere».

La croce, ricorda ancora Paolo VI «non solo fa parte, ma costituisce il centro del mistero d’amore, che abbiamo scelto come vero e totale programma della nostra rinnovata esistenza».

In questo orizzonte conversione significherà necessariamente «entrare in se stessi, riflettere sulla propria persona, acquisire una nozione chiara di quel che siamo, vogliamo e facciamo; e a un certo momento, – qui la fase drammatica, ma risolutiva – conterere, rompere qualche cosa di noi, spezzare questo o quell’elemento che magari c’è molto caro ed a cui siamo abituati, sì da non rinunciarvi facilmente».

La conversione «deve rettificare la concezione, la direzione, la condotta della nostra vita; deve correggere la nostra mentalità profana, sensuale, esteriorizzata, egoista; deve ricomporre e rendere operante la logica del no­stro battesimo e del nostro cristianesimo».

Se è vero che il significato più autentico della conversione è in linea di principio quello positivo, di orientamento e di avvicinamento a Dio, e anche vero che, di fatto, questo significato non può realizzarsi che come distacco dal peccato, realtà che tragicamente accompagna tutta l’esistenza terrena del cristiano e che trova la sua “paradossale” conferma nella prassi della penitenza sacramentale: «Il cristiano non è per definizione un fedele? e se fedele, ahimè! non rimane può ancora pretendere o almeno sperare, d’essere riammesso allo stato di grazia? […] Ed ecco la prima, paradossale ma reale verità: nel piano della bontà di Dio la possibilità che anche i peccati d’un cristiano, i quali dopo il suo battesimo assumono una maggiore e repellente gravità, siano perdonati, esiste!».

Il concetto di conversione si coniuga così con quello di penitenza. Un’autentica analisi interiore del nostro spirito, uno studio su noi stessi dovrebbe metterci «in grado di scoprire il groviglio della nostra psicologia operativa; troveremo forse peccati, o almeno debolezze che avrebbero bisogno di penitenza o di riforma profonda».

La coscienza del peccato è una realtà «alla quale l’uomo, di solito, cerca di sottrarsi», constata il Papa, essa «suppone la fede nel rapporto che intercede fra la nostra vita e l’inviolabile e vigilante legge di Dio». Tale fede risulta oggi per molti versi in crisi ma, prescindendo da essa, l’uomo non può comprendersi realmente.

Nel momento in cui l’uomo intuisce la realtà della propria posizione di fronte a Dio e riesce a cogliersi in un atto di coraggiosa umiltà, la verità di tale atto «diventa o disperata o penitenziale; e chi la esprime pronuncia su se stesso un giudizio di condanna, ovvero ha per sé un’invocazione di misericordia: quest’ultima invocazione è la penitenza interiore». Questo significa il coraggio di «mutare pensiero, mutare idee, mutare maniera di giudicare, mutare coscienza da falsa a vera […]. Pensare bene! Sarebbe questa la migliore metánoia, la migliore conversione, la migliore penitenza».




Il dilemma della non-assimilazione degli immigrati e la perdita dell’identità nazionale

050614477-7a9a5671-6a12-4b7f-8128-39ce6c3828d7di Mario Alexis Portella • Quando gli immigrati ed i profughi arrivavano in barca negli Stati Uniti d’America alle fine del ‘800 e all’inizio del ‘900, vedevano, entrando nel porto di New York, la Statua della Libertà che li accoglieva. All’interno del piedistallo c’è una targa con le parole, che ripresenta lo spirito del popolo americano: “Dammi i tuoi stanchi, i tuoi poveri, le tue masse affollate che desiderano respirare liberamente”. Oggi, però, l’atteggiamento degli Usa nei confronti dei nuovi arrivati è cambiato. Anzi, a partire degli anni ‘70, il popolo americano, come anche i popoli europei occidentali, ha manifestato una sempre più viva preoccupazione per l’evidente metamorfosi della natura e dei tipi di immigrazione, che reputano una minaccia all’identità nazionale.

    L’immigrazione su larga scala (combinata con una bassa fertilità nativa) sta trasformando la composizione etnica dell’Occidente. Il cambiamento è drammatico: in Canada, per esempio, i bianchi che componevano l’86% della popolazione, secondo le previsioni, nel 2106 saranno ridotti al 20%. Si prevede che gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si troveranno di fronte a trasformazioni simili, anche se meno drammatiche. Naturalmente, c’è il problema dei costi del mantenimento degli immigrati e profughi, che non tutti possono essere accolti —ma questo è un problema a sé. Il dilemma accoglienza – respingimento non è tanto economico quanto sociopolitico, specificamente consiste nella non-assimilazione dei nuovi arrivati nella nostra società.

   Il presidente statunitense Donald Trump, quando propose di costruire un muro attraverso il territorio al confine col Messico per bloccare l’immigrazione illegale, e contestualmente stabilì una restrizione all’emigrazione negli Stati Uniti da diversi paesi islamici mediorientali, fu criticato dalla maggior parte dei governi mondiali e da alcuni alti esponenti della gerarchia cattolica, i quali lo additarono come un nazionalista e un razzista. Altri politici, come Matteo Salvini in Italia e Viktor Orban in Ungheria, hanno perseguito la stessa politica, subendo anch’essi le medesime aspre critiche.

    E’ da ricordare che questa politica iniziò coi presidenti Bill Clinton e Barak Hussein Obama. Anzi, la “chiusura” dei confini agli immigrati e profughi non è una novità; è sempre stata una strategia per difendere la sicurezza e la cultura della società. Già in un passato remoto, ad esempio, l’imperatore romano Adriano, nel 122 d.C., ordinò ai suoi soldati che si trovavano in Bretagna di costruire un muro di confine — il “Vallo di Adriano”, la cui costruzione durò cinque anni —per separare l’attuale Scozia dal “mondo civile”, cioè per proteggere il territorio romano ed impedire ai barbari di entrarvi. Adriano voleva mantenere la pace. Di conseguenza, egli arrivò alla conclusione che gli scozzesi non erano capaci di assimilarsi alla pax romana.

    Il giudice della Corte Suprema Americana, Louis D. Brandeis, figlio di immigrati ebrei, disse in un discorso del 1915 sul “Vero americanismo” che gli immigrati avevano bisogno di fare molto più che imparare l’inglese e le buone maniere. Piuttosto, sosteneva, “devono essere aiutati ad armonizzarsi completamente con i nostri ideali e le nostre aspirazioni”. Questo era un pensiero diffuso. Ma la volontà d’integrarsi manca alla stragrande maggioranza dei nuovi arrivati, particolarmente a coloro che provengono dagli stati islamici.

    Per molti occidentali, l’emigrazione e l’insediamento di musulmani provenienti da oltre settanta nazioni minaccia di rimodellare la composizione etnica e religiosa del loro stato-nazione, la loro tradizione democratico-capitalistica e i loro valori sociali. Indubbiamente, ci sono tanti immigrati che fuggono dalle norme draconiane della sharia nella speranza di crearsi una nuova e dignitosa vita. E costoro abbiamo il dovere di aiutarli. Ma altri emigrano dai loro paesi a causa della dottrina della Hijra (basata sull’emigrazione di Maometto a Medina dalla Mecca nel 622); essi sentono il dovere di lasciare (o sono costretti a lasciare) la loro patria per diffondere il regno di Allah su questa terra anche con la lotta armata. Secondo Aisha, la terza moglie del Profeta, “Quando al messaggero di Allah è stato chiesto sull’immigrazione, egli risponde: << Non c’è più bisogno dopo la conquista della Mecca, ma solo per fare jihad (guerra santa) e con intenzione sincera, quando ti chiedono di emigrare per la causa dell’Islam, va’ >>. (Sahih Muslim, Libro 20, hadith 4599).

    In Europa è stato fatto un sondaggio per conoscere l’entità del sostegno popolare ad una politica restrittiva dell’immigrazione. Con sorpresa di molti, otto dei dieci paesi interessati hanno dimostrato che più della metà dei cittadini è favorevole alla restrizione di un’ulteriore immigrazione musulmana in Europa. I due paesi che non hanno ottenuto la maggioranza a favore di tale politica sono la Spagna e l’Inghilterra, con “solo” il 41% e il 47% rispettivamente (il sondaggio è stato condotto a febbraio 2018, prima che entrambi i paesi fossero devastati dagli ultimi attacchi terroristici islamici, il che può consentirci di supporre che queste percentuali potrebbero subire qualche cambiamento).

  In America ed in Europa la reazione e la ricerca della soluzione al problema immigrazione si configura in quella che Geert Wilders, leader del “Partito per la libertà” (PVV) dell’Olanda, chiama la “Primavera patriottica”, cioè un’ondata di nazionalismo: gli europei chiedono un rallentamento e possibilmente una totale chiusura all’immigrazione e una “de-islamizzazione” del continente, giacché è innegabile il radicamento della religione islamica assieme alla sua influenza in campo politico e sociale, data l’inscindibilità, nell’Islam, di religione e potere politico. Né meno preoccupante appare l’incremento demografico musulmano nell’intero continente. In Germania, il partito della Merkel ha subito una sconfitta imbarazzante a causa, ma non solo, dell’attuazione della “politica delle frontiere aperte”. Ciò ha permesso all’estrema destra politica del paese di essere presente nel Parlamento, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale. La Polonia ha annunciato nell’ agosto di quest’anno che è disposta ad accogliere i migranti provenienti dall’Europa, ma non dal Medio Oriente o dall’Africa. Witold Waszckkowski del Partito Legge e Ordine della Polonia ha dichiarato: << La Polonia è aperta alle migrazioni dall’Europa, dalla Bielorussia e dai Balcani, semplicemente non vogliamo partecipare al processo obbligatorio di reintegrazione dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente>> .

    Mentre le preoccupazioni dei popoli occidentali sono ben motivate, gli attuali detentori del potere, partiti e uomini, non presentano programmi solidi per affrontare e risolvere il problema dell’immigrazione. Ad esempio, i governanti ed i cittadini non riescono a comprendere che alla base di questo problema ci sono anche aberranti politiche, e mi riferisco a quelle che promuovono aborto, diffusione di mezzi anticoncezionali artificiali, unioni omossessuali, individualismo, ecc., che hanno contribuito a un crollo demografico, fino al punto che non siamo più capaci di difendere i nostri diritti naturali. Anzi, queste scelte politiche dovrebbero indurci a capire il perché del rifiuto dei musulmani di assimilarsi a questa società. Infine è importante notare che, a causa del buio morale in cui è crollato l’Occidente, non soltanto stiamo creando una sempre più profonda dicotomia con coloro che non vogliono integrarsi, ma addirittura ci stiamo passo dopo passo assimilando a loro.




Nella società del benessere appesantiti di tutto e pieni di nulla

Opulenza e povertàdi Carlo Parenti • Quando ero da poco laureato commentavo- nei primi anni degli anni 80 del secolo scorso- i discorsi che Papa Giovanni Paolo II faceva nei suoi viaggi pastorali all’estero. Questo avveniva nella parrocchia di San Romolo a Colonnata, situata ai piedi del monte Morello, nella zona nord di Sesto Fiorentino, su invito di don Sivano Nistri, grande storico della nostra Chiesa fiorentina, che ne era il parroco. Allora non vi era internet. Così per documentarmi compravo L’Osservatore Romano. Era un abitudine che avevo preso grazie a Giorgio La Pira che alle lezioni di diritto romano ci ricordava che «Pietro è al timone di una barca – la barca di Pietro – destinata ad attraversare tutti i popoli, tutte le nazioni, tutte le civiltà e tutti i secoli! Se volete comprendere la rotta di questa barca dovete leggere i discorsi del Papa. Questi li trovate per intero su L’Osservatore Romano »

Ho conservato questa curiosità e ho seguito anche il recente viaggio apostolico di Francesco nei paesi baltici (Lituania, Lettonia ed Estonia).
Mi ha particolarmente colpito il discorso di domenica 23 settembre 2018 rivolto dal Papa ai Sacerdoti, Religiosi/e, Consacrati/e, Seminaristi lituani nella cattedrale dei SS. Pietro e Paolo a Kaunas.

Francesco ha esordito con una lunga introduzione a braccio: «Viene in mente una parola per cominciare: non dimenticatevi, abbiate memoria, siete figli di martiri, questa è la vostra forza! E lo Spirito del mondo non venga a dirvi qualche altra cosa diversa da quella che hanno vissuto i vostri antenati. Ricordate i vostri martiri, prendete esempio da loro: non avevano paura!».

Poi il Santo Padre ha annotato il saluto di benvenuto rivoltogli dal vescovo francescano Linas Vodopjanovas: «Il vescovo ha parlato senza sfumature. I francescani parlano così. Oggi spesso in vari modi viene messa alla prova la nostra fede, ha detto lui. Lui pensava ai dittatori che perseguitano, no! Dopo aver risposto alla chiamata della vocazione, spesso non proviamo più gioia nella preghiera né nella vita comunitaria. Lo spirito della secolarizzazione, la noia per tutto quello che tocca la comunità, è la tentazione della seconda generazione. I nostri padri hanno lottato, hanno sofferto, sono stati carcerati, e forse noi non abbiamo la forza di andare avanti. Tenere conto di questo».

Francesco ha poi citato san Paolo che «nella Lettera agli Ebrei fa un’esortazione:Non dimenticatevi dei primi giorni. Non dimenticatevi dei vostri antenati” (cfr 10,32-39)”. Questa è l’esortazione che all’inizio rivolgo a voi».

Così ha osservato che «si geme per la schiavitù della corruzione, per l’anelito alla pienezza. E oggi ci farà bene domandarci se quel gemito è presente in noi, o se invece nulla più grida nella nostra carne, nulla anela al Dio vivente». Ed in parte a braccio ha aggiunto: «Cari, noi non siamo funzionari di Dio! La società del benessere forse ci ha resi troppo sazi, pieni di servizi e di bene e ci ritroviamo appesantiti di tutto e pieni di nulla; forse ci ha resi storditi o dissipati, ma non pieni. Peggio ancora: a volte non sentiamo più la fame. Siamo noi, uomini e donne di speciale consacrazione, coloro che non possono mai permettersi di perdere quel gemito, quell’inquietudine del cuore che solo nel Signore trova riposo (cfr S. Agostino, Confessioni, I,1,1). L’inquietudine del cuore. Nessuna informazione immediata, nessuna comunicazione virtuale istantanea può privarci dei tempi concreti, prolungati, per conquistare – di questo si tratta, di uno sforzo costante – per conquistare un dialogo quotidiano con il Signore attraverso la preghiera e l’adorazione. Si tratta di coltivare il nostro desiderio di Dio, come scriveva san Giovanni della Croce. Diceva così: «Sia assiduo all’orazione senza tralasciarla neppure in mezzo alle occupazioni esteriori. Sia che mangi o beva, sia che parli o tratti con i secolari o faccia qualche altra cosa, desideri sempre Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore» (Consigli per raggiungere la perfezione, 9).».

Bergoglio ha quindi spiegato quale sia l’origine di quel gemito, che «deriva anche dalla contemplazione del mondo degli uomini, è un appello alla pienezza di fronte ai bisogni insoddisfatti dei nostri fratelli più poveri, davanti alla mancanza di senso della vita dei più giovani, alla solitudine degli anziani, ai soprusi contro l’ambiente. È un gemito che cerca di organizzarsi per incidere sugli eventi di una nazione, di una città; non come pressione o esercizio di potere, ma come servizio […]Ascoltare la voce di Dio nella preghiera ci fa vedere, udire, conoscere il dolore degli altri per poterli liberare. Ma altrettanto dobbiamo essere colpiti quando il nostro popolo ha smesso di gemere, ha smesso di cercare l’acqua che estingue la sete. È un momento anche per discernere che cosa stia anestetizzando la voce della nostra gente».

Discorso rivolto ai consacrati, ma quanto vale anche per tutti noi laici!

E mi colpisce così, leggendo anche i giornali sulla situazione politica italiana, come ci si attardi in pettegolezzi inutili e appunto anestitezzanti, invece di riflettere sui messaggi dell’unico leader planetario che nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo ha una vision che difende i valori della persona contro le derive materialistiche e indica percorsi di “salvezza” individuali e sociali.




Paolo VI, le sue origini familiari e la cultura cattolico-democratica

images-2di Giovanni Pallanti Il Beato Papa Paolo VI° verrà canonizzato in piazza San Pietro da Papa Francesco il 14 Ottobre del 2018. Giovanni Battista Montini, diventò Papa dopo Giovanni XXIII° con il nome dell’Apostolo Paolo. Fu lui a governare la seconda parte del Concilio Vaticano II° e soprattutto il post Concilio che fu caratterizzato da traumi esistenziali profondi, di Preti e Laici, che attraversarono la Chiesa Cattolica. Uomo di approfonditi studi Giovanni Battista Montini fu assistente nazionale della FUCI mentre prestava servizio nella Segreteria di Stato in Vaticano. Tra gli studenti cattolici, due in modo particolare gli furono vicini, considerandolo un maestro di vita e di pensiero: Aldo Moro e Giulio Andreotti. Montini era nato a Concesio (Brescia) nel 1897. Il padre Giorgio fu deputato al Parlamento italiano per il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo. Giorgio Montini fu duramente perseguitato dal Fascismo. Il suo studio di avvocato fu assalito e distrutto dalle squadracce fasciste. Giovanni Battista Montini crebbe in questo clima culturale e morale: un cattolicesimo popolare e democratico avverso ad ogni dittatura. Fu lui a tradurre per primo alcuni lavori del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che coniugò in maniera brillantissima i valori del Cristianesimo e della democrazia, che poi influenzeranno migliaia e migliaia di persone in tutto il mondo. Subito dopo la seconda guerra mondiale Mons. Montini fu l’architetto segreto della costruzione della Democrazia Cristiana di De Gasperi e poi di Moro e Andreotti. Alla vigilia della sua canonizzazione i commentatori e gli storici fanno di tutto per nascondere le scelte politiche di Paolo VI°: una brava storica intervenuta in una trasmissione dedicata dalla televisione italiana a Paolo VI° ha accennato all’impegno politico del di Lui padre Giorgio (1860-1943) senza dire né direttamente, né indirettamente di quale partito facesse parte. Paolo Mieli, quasi sempre corretto e preciso nella sua veste di storico, sul Corriere della Sera del 25 Settembre 2018, recensendo una pubblicazione del libro del prof. Vian, direttore dell’Osservatore Romano, ha glissato del tutto sia la militanza politica di Giorgio Montini, sia il grande apporto dato da Paolo VI°, quando era giovane, alla fondazione della Democrazia Cristiana. Lo stesso tentativo è stato fatto in passato in maniera subdola dalla Fondazione La Pira presieduta prima da Fioretta Mazzei e poi da Mario Primicerio. Per questa ragione ho scritto, nel Novembre dell’anno scorso, un libro su La Pira e la Dc (edito dalla SEF). E’ inspiegabile come questi grandi personaggi della vita cattolica italiana e mondiale, per essere ammirati da tutti, debbano essere amputati delle loro scelte politiche. Tocca alle persone oneste e amanti della verità storica ricordare che loro, insieme a molti altri, hanno dato molta parte della loro vita e tante idee alla Democrazia Cristiana che è stata la più grande avversaria delle dittature di destra e di sinistra del Novecento.




Sul caso dei «vescovi cinesi»

primopiano_6708di Andrea Drigani • Il 22 settembre 2018 a Pechino è stato firmato un Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi. Questa rivista si è già occupata di tale argomento (cfr. Francesco Romano, «La Chiesa cinese e le ordinazioni episcopali illegittime», novembre 2016; Mario Alexis Portella, «La rinascita della religione in Cina – Un fenomeno imprevisto», febbraio 2018). Il comunicato ufficiale, emanato da entrambe le parti, in effetti, fa presente che da tempo erano in corso dei contatti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese per trattare questioni ecclesiali di comune interesse e per promuovere ulteriori rapporti di intesa. L’Accordo Provvisorio che non è stato integralmente pubblicato, poiché prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione, viene ritenuto sia dalla Santa Sede che dalla Repubblica Popolare Cinese come frutto di un graduale reciproco avvicinamento, dopo un lungo percorso di ponderata trattativa. L’Accordo Provvisorio, che ha natura pastorale non diplomatica, riguarda, come si è visto, la nomina dei vescovi che è una questione di grande rilievo per la vita della Chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale. Papa Francesco, in conseguenza dell’Accordo ha deciso di riammettere nella piena comunione ecclesiale otto vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio, uno di questi otto è deceduto, ma prima di morire aveva espresso il desiderio di essere riconciliato con la Sede Apostolica. Il Papa ha auspicato, che, con le decisioni prese, si possa avviare un nuovo percorso, che consenta alla Comunità cattolica in Cina di superare le ferite del passato, affinchè in una più fraterna collaborazione, si proceda con rinnovato impegno nell’annuncio del Vangelo. E’ facile prevedere che le nuove nomine vescovili in Cina, fermo restando il ruolo del Romano Pontefice, vedranno un coinvolgimento delle diocesi e delle autorità civili. Quest’ultima fattispecie, tuttavia, non rappresenta una novità nella storia della Chiesa. Infatti la provvisione dell’ufficio episcopale non è sempre stata di libero conferimento da parte del Romano Pontefice, ma essa è avvenuta anche attraverso l’istituzione o la conferma. L’istituzione, concessa dal Romano Pontefice, è preceduta dalla presentazione da parte di chi ha il diritto di presentare una persona. Tale diritto, in particolare per le diocesi vacanti, fino ad un recente passato era di pertinenza dei sovrani. L’ultimo che vi ha rinunciato fu, nel 1976, Juan Carlos I, Re di Spagna. Del medesimo diritto erano titolari, tra gli altri, l’Imperatore d’Austria, il Re di Francia, il Re del Portogallo. Qualora i capi di stato non avessero avuto il diritto di presentazione, avevano comunque, con l’«exequatur» e il «placet», il diritto di rendere esecutiva la nomina pontificia, che senza questo assenso statale non poteva realizzarsi. Tali prerogative erano state conferite dalla Santa Sede o dalla medesima accettate per consuetudine o tramite apposite convenzioni. La conferma pontificia presuppone, invece, un’elezione da parte di un collegio ecclesiastico o civile che ne abbia la facoltà. Ciò potrebbe avvenire, per esempio, per la designazione del vescovo da parte del capitolo dei canonici della cattedrale. La fine dei regimi monarchici, ma non solo, ha portato, per le nomine episcopali alla sensibile riduzione dell’esercizio del diritto di presentazione. Tuttavia il vigente Codice di Diritto Canonico, ai canoni 158-163, continua a disciplinare il diritto di presentazione. Ancora nel «Codex», al canone 377 segnatamente al § 1, si afferma che il Sommo Pontefice nomina liberamente i vescovi, oppure conferma quelli che sono stati legittimamente eletti («aut legitime electos confirmat»), sempre nel medesimo canone, al § 5 si dice poi che per il futuro non verrà concesso alle autorità civili alcun diritto o privilegio di elezioni, nomina, presentazione o designazione dei vescovi. Ma al canone 3 si proclama che i canoni del Codice non abrogano le convenzioni stipulate dalla Sede Apostolica con le nazioni o con le altre società politiche, né ad esse derogano; le norme delle predette convenzioni perciò continuano ad essere in vigore, non opponendosi in alcun modo le disposizioni contrarie del Codice. Il caso delle nomine vescovili in Cina potrebbe essere, comunque, l’occasione per una ripresa dello studio teologico-canonico inerente la procedura circa le nomine vescovili nella Chiesa latina, una questione che merita ulteriori approfondimenti in vista di più proficue soluzioni.




Concordismo e Disegno Intelligente

downloaddi Giovanni Campanella • Nel mese di marzo 2018, la casa editrice Castelvecchi ha pubblicato, all’interno della collana “Irruzioni”, un piccolo saggio, intitolato La genetica di Dio. L’autore è il genetista statunitense Francis Collins, classe 1950.

«E’ celebre per essere stato direttore dello Human Genome Research Institute, che ha elaborato l’ambizioso Progetto Genoma Umano. Nel 2009 è stato nominato da Papa Benedetto XVI membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Dallo stesso anno è direttore dei National Institutes of Health negli Usa. In italiano è tradotto Il linguaggio di Dio, in cui Collins ha proposto il concetto di BioLogos» (copertina).

Di fronte a un testo del genere – per di più di uno scrittore statunitense – si è colti dal timore di imbattersi in tesi concordiste o da “Disegno Intelligente”.

«Il concordismo è la tendenza ad interpretare il testo biblico sulla creazione del mondo in modo tale da mostrare la sua concordia fondamentale con i risultati delle moderne indagini scientifiche; in senso più ampio è il tentativo di convalidare il credo religioso mediante affermazioni scientifiche oppure di trovare pieno accordo fra l’uno e le altre. Le continue scoperte di questi ultimi secoli crearono in diversi esegeti entusiasmo e fiducia indiscussa nella scienza. Costoro cercarono perciò di accordare la Bibbia con le nuove scoperte scientifiche e pretesero di affermarne l’ispirazione con la pretesa che essa avrebbe precorso, perché ispirata, le scoperte della scienza moderna. (…).» Ma la scienza «va continuamente mutando, per cui non sarebbe mai possibile avere l’interpretazione esatta di alcuni passi biblici che muterebbero sempre di senso con il progresso scientifico. Non saremmo mai sicuri di intendere bene la Sacra Scrittura, poiché potrebbe essere oggi interpretata secondo gli errori degli scienziati odierni, poiché le verità di oggi potrebbero divenire errori domani. Di più, anche se si potesse intendere qualche passo biblico in accordo con le moderne scoperte scientifiche, tutto il complesso scientifico supposto dalla Bibbia è pur sempre in stridente contrasto con l’odierna presentazione scientifica del cosmo. Si tratta quindi di accordi più apparenti che reali, che per di più comportano il pericolo di screditare maggiormente la Bibbia con affermazioni del tutto gratuite» (http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=1308).

Fortunatamente non è il caso di Collins, che anzi prende le distanze sia dal concordismo che dai sostenitori del cosiddetto “Disegno Intelligente”, secondo cui Dio progetta qualsiasi avvenimento con la precisione di un orologiaio. Addirittura già sant’Agostino aveva detto la sua riguardo alla nostra questione:

«Riguardo poi a realtà oscure e assai lontane dai nostri occhi, ci potrebbe capitare di leggere nella Sacra Scrittura passi che, salvando la fede in cui siamo istruiti, possono dar luogo a interpretazioni diverse l’una dall’altra; in tal caso dobbiamo stare attenti a non precipitarci a sostenere alcuna di esse, per evitare di andare in rovina qualora un esame della verità più attento la demolisse mediante sicuri argomenti» (Agostino d’Ippona, La Genesi alla lettera, Nuova Biblioteca Agostiniana. Libro I, 18.37 come citato da Collins a p. 41)

Collins parla degli ultimi grandi progressi della ricerca scientifica. E i suoi studi confermano Darwin, con grande scandalo di creazionisti, concordisti e compagnia bella (che particolarmente negli Stati Uniti ancora pullulano). Ma la principale tesi di Collins è che si possano conciliare evoluzione e fede. Il caso va riconosciuto? L’intelligenza di Dio sovrasta grandemente le nostre infinitesime intelligenze. In un bell’articolo del 27 marzo 2016 su “Avvenire” (intitolato “E’ troppo umano il disegno intelligente”), il filosofo Fabrice Hadjadj ebbe a scrivere:

«per l’apparizione delle forme variegate della natura, sono del parere di dare importanza particolare al caso, e perfino di radicalizzare l’idea con un’evoluzione realizzata attraverso il caso e le catastrofi. Dio è creatore di un certo ordine, ma non è l’ordine di un meccanico o un informatico. Quest’ordine è il fondamento di un’avventura. È aperto al vento dell’imprevisto. Soprattutto, il Creatore è il solo – ed è proprio ciò che lo distingue infinitamente da ogni intelligenza creata – a potere agire attraverso il caso, perché ciò che è caso agli occhi del mondo è ancora sotto la guida della sua provvidenza. (…). L’evoluzione non si è realizzata in modo lineare. È un dramma, pieno di rumore e di furore. Le prime stelle esplodono ed ecco che la distruzione permette la formazione del carbonio e dei metalli necessari alla vita. Anche i viventi subiscono estinzioni di massa. Si manifesta qui un movimento che somiglia a quello della morte e risurrezione, come se il mistero pasquale apparisse in filigrana nello sviluppo della vita… Comunque sia, è più degno di Colui che trascende il mondo agire attraverso le sue contingenze più catastrofiche. Cosicché e proprio là dove le scienze fisiche non possono più vedere altro che un puro caso, che la sua mano specialmente agisce».




La chiesa ortodossa ucraina e l’autocefalia tra storia, politica e teologia

downloaddi Dario Chiapetti • Il 7 settembre scorso, la Delegazione Permanente del patriarcato ecumenico presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese, mediante una dichiarazione apparsa sul suo sito web, ha dato notizia della nomina da parte del patriarcato di Costantinopoli di due esarchi per il patriarcato di Kiev: Ilarion di Edmonton, trasferito dal Canada, e Daniel di Pamphilon, proveniente dagli Stati Uniti. È questo un atto importante del processo che vuole portare la chiesa ortodossa ucraina alla piena autocefalia. Tale notizia è stata male accolta dal patriarcato di Mosca che in una nota sul sito ufficiale, mospat.ru, denuncia la legittimità del diritto di nominare esarchi nel territorio canonico del patriarcato di Mosca senza un accordo con il suo patriarca Kirill nonché col metropolita Onufry di Kiev.

Tale situazione che rischia di creare, a detta di molti, un vero e proprio scisma non è certo di facile risoluzione. La situazione della chiesa ortodossa ucraina è estremamente complessa soprattutto se si considerano gli intrecci con la realtà politica, sia di casa propria che del patriarcato di Mosca, attore protagonista, insieme anche al patriarcato di Costantinopoli, di questa vicenda.

In queste poche righe cerco di presentare i termini generali della suddetta questione e procedo in questo intento focalizzando questi attraverso tre aspetti: quello storico, quello politico e quello teologico, che ritengo essere primario.

Innanzitutto, qualche dato storico. La vita della chiesa in Ucraina nasce legata al centro di Kiev al tempo del principe Vladimir il Grande (988). Con l’espansione del regno e il rafforzamento di Mosca, una parte della chiesa si staccò da Kiev e si proclamò autocefala come patriarcato di Mosca (1448). La chiesa di Kiev fu presto subordinata a quella di Mosca (1678) e allo Stato russo (1986). La chiesa ucraina tentò più volte di rendersi autonoma, come dopo le due guerre mondiali, ma senza riuscirvi. Sorsero varie chiese ortodosse con la caduta del governo sovietico e la conseguente ricostituzione della repubblica autonoma ucraina. Venendo ai giorni nostri, esistono attualmente tre chiese ortodosse ucraine. La chiesa ortodossa ucraina autocefala nata nel 1921 (dalla storia non facile, rinata sia nel 1942 che nel 1990), la più piccola per numero di fedeli; quella costituita nel 1990 e sotto la giurisdizione ecclesiastica del patriarcato di Mosca ma autonoma, il cui status canonico è riconosciuto da tutta l’Ortodossia e che ha per primate con il metropolita di Kiev Onufry; quella del patriarcato di Kiev, autoproclamata autocefala nel 1992 dopo il rifiuto del patriarcato di Mosca di concedere l’autocefalia alla sua metropolia in Ucraina e con a capo il patriarca di Kiev e di tutta l’Ucraina Filarete, ma non riconosciuta tale dalla comunione delle chiese ortodosse, anzi, ritenuta scismatica da Mosca.

Vengo all’aspetto della commistione tra politica e chiesa. Il patriarcato di Kiev sta sviluppando sempre più la fisionomia di chiesa ortodossa nazionale. Fenomeno, quello della chiesa nazionale – ossia della coincidenza nel carattere identitario di una nazione o di una chiesa dell’aspetto religioso e nazionale in forza della stretta intesa tra la leadership politica e religiosa – conosciuto molto bene già in Russia. Osserva il metropolita russo Hilarion Alfeyev, portavoce del patriarcato di Mosca, in un’intervista on-line a Romfea, agenzia d’informazione ecclesiale, che tre sono i sostenitori del progetto di una chiesa ucraina autocefala, ossia, il patriarcato di Kiev, i greco-cattolici ucraini e il presidente ucraino Petro Poroshenko che, in effetti, nei mesi scorsi ha chiesto al patriarca ecumenico Bartolomeo I di autorizzare l’autocefalia della chiesa ortodossa ucraina. La motivazione addotta da Poroshenko è quella della convinzione che una tale operazione porrebbe termine allo scisma tra chiesa dipendente da Mosca e quella del patriarcato di Kiev e permetterebbe la costituzione di una chiesa che – come ancora lo stesso presidente ucraino ha affermato in un’intervista tv – non deve chiedere «a Putin o a Kirill su come pregare, dove andare e come vivere». Quella della chiesa ortodossa ucraina (ma anche della chiesa cattolica ucraina di rito orientale) verso la chiesa ortodossa russa è un’insofferenza di cui vengono presentate ben precise motivazioni, che consistono nell’appoggio da parte di quest’ultima alla politica nazionale russa: l’annessione della Crimea da parte di Putin nonché l’occupazione di parte dell’Ucraina orientale.

Ad ogni modo – e arrivo all’aspetto della teologia – lo scorso 31 agosto Kirill ha incontrato Bartolomeo a Costantinopoli, colui al quale spetta tradizionalmente ogni concessone di autocefalia. In tale incontro il patriarca ecumenico ha puntato sulla legittimazione di tale intervento per motivi storici – prontamente contestati da Hilarion – secondo cui l’incorporazione della metropolia di Kiev sotto il patriarcato di Mosca – la quale prima dipendeva dal patriarcato di Costantinopoli – quando fu disposta canonicamente (1685) lo fu solo in forma temporanea. Inoltre, nell’ultima sinassi del patriarcato, Bartolomeo avrebbe affermato che spetta al patriarcato ecumenico il compito di ristabilire l’ecclesialità e la canonicità della chiesa ucraina proprio per il servizio alla comunione che il patriarcato di Costantinopoli ha ed è, sulla base dei «principi ecclesiologici e canonici incrollabili della Tradizione dei nostri Padri». Le suddette considerazioni storiche sono attribuite da Hilarion a Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo nonché teologo autorevolissimo nel patriarcato. Ma anche la visione ecclesiologica generale sottesa alle affermazioni di Bartolomeo è attribuita allo stesso Zizioulas, questa volta dall’arciprete Andrey Novikov, membro della commissione teologica del patriarcato di Mosca, che in un’intervista rilasciata a Interfax, accusa di papismo orientale le affermazioni del patriarca ecumenico. L’influenza ziziouliana nella politica ecclesiastica di Costantinopoli arriverebbe così ad attestarsi sul ben più fondamentale e fondativo piano trinitario che, a partire dalla sua lettura ontologica della monarchia del Padre, basata soprattutto sul pensiero di Gregorio di Nazianzo, è portata all’evidenziazione del valore teologico dell’Uno per i Molti – quale loro principio di unità – in quanto Uno dei Molti – carattere ontologico (e di una primarietà ontologica) dell’alterità –. Il passaggio al piano ecclesiologico porta inevitabilmente alla comprensione e alla sottolineatura del carattere iconico-simbolico, in quanto ontologico-sacramentale, della figura del vescovo, del primate e finanche del papa quali l’Uno di Molti in quanto Uno di Molti.

Quanto ci sia di effettivo dell’influenza ziziouliana nella linea di Costantinopoli e quale sia la sua più corretta lettura richiede riflessioni ben più approfondite. Certamente impariamo dalla vicenda della chiesa ortodossa ucraina e della sua richiesta di autocefalia la complessità del mondo dell’Ortodossia, il quale sta vivendo un momento critico di grandi cambiamenti, curiosamente per certi aspetti simile a quello della chiesa cattolica latina, ma che, se studiato e compreso a fondo, permette di recuperare o raggiungere tesori teoretici-teologici da cui far procedere un rinnovato pensiero e così processi di conversione e indirizzi ecclesiali fino a quell’imprescindibile «che siano una sola cosa» (Gv 17,21).




I primi cristiani a confronto con la politica e la ricchezza

download-5di Leonardo Salutati • Il cristianesimo è cresciuto in una società romana fondamentalmente ingiusta ed inequa, dove una piccola minoranza si accaparrava la gran parte dei beni mentre il resto della popolazione sopravviveva con lavori precari, in un contesto in cui si andava affermando il nuovo sistema politico incentrato sul potere imperiale.

I primi cristiani non cercarono di rovesciare la struttura sociale in cui erano inseriti, non avevano velleità anarchiche e neppure avevano elaborato un sistema politico ideale. La linea di comportamento, dettata dall’insegnamento di San Paolo (cf. Rm 13,1-7) e ribadita dai primi Padri della Chiesa del I e II secolo (Clemente di Roma, Giustino, Tertuliano), esortava a pagare le tasse e a sottomettersi all’autorità, ancorché pagana.

Fin dall’inizio vi è la preoccupazione per la dignità di tutti e la cura dei più indigenti. La primitiva comunità cristiana diede presto vita ad un gruppo di «sette uomini di buona reputazione» per il servizio caritativo della comunità (cf. At 6,1-7). San Paolo nello scrivere a Filemone non mette in discussione l’istituto della schiavitù ma raccomanda di trattare Onesimo non più come schiavo ma come «fratello carissimo» (Fm 16). Nonostante che solo a partire dal IV secolo sarà elaborata una riflessione sul problema della schiavitù, fin dal II secolo, in Siria, i catecumeni impararono a rispettare i propri schiavi e domestici per la paura che questi potessero «perdere il timore di Dio», perché è Dio che bisogna temere più che il padrone (cf. Didachè 4,10). I primi cristiani sapevano benissimo che il Regno di Dio doveva affermarsi non rovesciando i regni terreni, ma instaurandosi nel cuore degli uomini invitati a riconoscersi tutti figli di un medesimo Padre.

Le forti differenze di condizione economica e sociale scandalizzavano molti. Ne danno conto quasi tutti i Padri, che così elaborano una riflessione sull’uso della ricchezza al fine di evitare i due estremi: quello di chi condanna in assoluto la proprietà dei beni e quello di chi è incapace di vincere il proprio egoismo rischiando di perdersi per sempre (tra i tanti si può ricordare Clemente di Alessandria del II secolo, col suo Quale ricco potrà salvarsi?). Nel IV secolo, quando cessarono le persecuzioni e il cristianesimo fu accettato nell’Impero Romano, la situazione economica era prossima al crollo, con i poveri in aumento e i ricchi sempre più ricchi. La gran massa di conversioni al cristianesimo metteva ancora più in risalto tale incoerenza, tanto da spingere molti a lanciarsi nella vita ascetica. Fu proprio tra questi atleti della povertà e del distacco dai beni che sorsero numerosi vescovi, teologi e santi del calibro di S.Antonio abate. S.Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore della Chiesa, è indubbiamente il più determinato a denunciare l’ingiustizia sociale e a distinguere una ricchezza legittima da quella frutto di rapina.

Tuttavia la vita monastica che andava sempre più diffondendosi elaborò anche delle proposte di organizzazione sociale. La regola di S.Pacomio, preoccupata di limitare la competizione nell’ascesi tra i monaci, organizza la vita e le attività produttive in gruppi di monaci che avevano tutto in comune. La Regola di S.Basilio è molto esigente, tanto da farla considerare ad alcuni più adatta a dei reclusi che a nuovi battezzati. Forse con l’intento di trasformare la società, Basilio fonderà anche una città, chiamata più tardi Basiliade. Essa fu organizzata per offrire lavoro e sostentamento ai poveri, tanto che Basilio ne parlerà come ospizio dei poveri (Lettera 150,3) che, secondo quanto riporta Sozomene, cercherà di diffondere nel resto del Ponto. S.Agostino fu meno radicale, egli perseguiva non tanto la spoliazione dei beni come fine in sé quanto piuttosto l’esercizio della solidarietà comunitaria, invitando alla distribuzione dei beni non in parti uguali ma secondo i bisogni di ciascuno. La regola di S.Benedetto proibiva ai monaci la proprietà personale ma disponeva di dare a ciascuno secondo i suoi bisogni.

La vita monastica rivestì una importanza vitale nei secoli a cavallo tra Antichità e Medioevo, guadagnandosi un apprezzamento tale che, lentamente, fu considerata come l’ideale di vita sociale sulla terra. Il periodo del pontificato di S.Gregorio Magno (590-604) fa da cerniera tra i due periodi nel momento in cui il potere imperiale si rivelò incapace di provvedere ai rifornimenti alimentari e alla difesa del territorio. Esso fu caratterizzato da numerosi interventi a favore della popolazione in generale e a difesa degli interessi del gran numero di piccoli agricoltori che costituiva la base dell’economia antica.

Gli antichi Padri pur non sviluppando una teoria sull’organizzazione della società, ne influenzarono la vita in modo importante, attraverso numerose iniziative tutte orientate alla difesa dei più poveri e della dignità di tutti, a cominciare dagli schiavi, denunciando lo scandalo dell’avarizia e della cupidigia che soffocava il cuore dei pochi ricchi a fronte di una moltitudine di poveri. Essi ci trasmettono una consegna e un insegnamento ancora oggi di grande attualità e capace di vitalizzare l’apostolato della Chiesa.




Il lavoro e la dottrina sociale di Papa Francesco

2b6800ed3449797f0570e3909a6130fd_Mdi Antonio Lovascio • Mettiamo da parte per un momento l’Europa stanca e divisa che vede prevalere i nazionalismi, i Mercati e il nostro Spread che torna ad impazzire di fronte allo spericolato ottovolante Giallo-Verde, le guerre commerciali sui dazi tra USA, Cina e il Vecchio Continente. E andiamo a rileggere l’intervista che Papa Francesco ha concesso il 7 settembre a “Il Sole-24 Ore”, il giornale di Confindustria. Bergoglio ancora una volta stupisce per la lucidità con cui parla di crisi della globalizzazione (“Il mondo si è fatto in qualche modo piccolo”), di economia dello scarto (“Chi viene escluso, non è sfruttato ma completamente rifiutato, cioè considerato spazzatura”); di lavoro e di etica dell’impresa “amica della persona”, di attività finanziaria al servizio dell’economia reale e non viceversa. Offrendo anche a chi governa in Italia o nelle altre Nazioni tanti spunti di riflessione. E soprattutto alcune sagge risposte sui problemi – o meglio: sulle emergenze – che stiamo vivendo.

Con il “filo rosso” della sua analisi, che riprende alcuni temi già elaborati nell’Evangelii Gaudium, il Pontefice aggiorna la dottrina sociale della Chiesa ai nostri tempi, richiamando più volte Paolo VI che nell’enciclica Populorum progressio scriveva: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo, fino a comprendere l’umanità intera>.

Papa Francesco ne è convinto: l’attuale centralità della Finanza rispetto all’economia reale non è casuale: “Dietro c’è la scelta di qualcuno che pensa, sbagliando, che i soldi si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. E’ il lavoro che conferisce la dignità all’uomo non il denaro”. Quindi “La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro”. “La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione, sono elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda”, spiega Papa Francesco. Che, con queste sottolineature, manda un messaggio chiaro anche all’Italia.

È assolutamente vero – aggiungiamo noi – che una via d’uscita maestra è quella degli investimenti, dell’innovazione, della crescita delle competenze, della qualità e della tecnologia e dell’ammodernamento del Sistema Paese. È altrettanto vero però che la politica è oggi chiamata a dare una risposta all’Italia che non ce la fa, a quei due terzi di connazionali che secondo una recente indagine della Fondazione Hume si sentono mancare il terreno sotto i piedi (perché disoccupati, precari o piccoli artigiani, commercianti e imprenditori che faticano a restare a galla) e non godono della maggiore sicurezza, stabilità e tutele dei dipendenti pubblici o delle grandi imprese private . Sono quelli che poi trasformano il loro disagio in rancore e protesta, danno luogo ai terremoti politici che stiamo vivendo. La risposta disordinata e scomposta al problema è quella trumpista, ma è sbagliata. Iniziare una guerra contro altri Paesi con i dazi finisce per generare una serie di azioni e reazioni alla fine delle quali stiamo tutti peggio.

C’è una strategia più articolata e incisiva, complessa ma possibile, che può mettere d’accordo globalisti e sovranisti. L’ha suggerita un editoriale dell’economista Leonardo Becchetti su“Avvenire”. Eccola riassunta. I dati internazionali sulla parità di potere d’acquisto tra Paesi e le metodologie per il calcolo di salari decenti (quelli che consentono di consumare un paniere di beni essenziali che porta al di sopra della soglia di povertà nazionale) esistono, eccome. È pertanto possibile calcolare il livello di salari decenti Paese per Paese. A questo punto l’Unione Europea potrebbe decidere che prodotti di filiere in cui il lavoro è al di sotto del salario accettabile devono pagare una tassa sui consumi particolarmente elevata. Non si tratterebbe in questo caso di un dazio, perché la regola – costringendo a una vigilanza effettiva ed efficace – si applicherebbe anche ai prodotti nazionali o comunitari che finissero sotto la soglia.

Lo sfruttamento umano – con e senza quello che chiamiamo “’caporalato” – c’à purtroppo ovunque. La corsa al ribasso sul costo del lavoro, che alimenta precarietà e sottoccupazione, è una malattia profonda del sistema produttivo, che spinge in quella direzione grazie alle due forze principali del massimo profitto e del benessere del consumatore con la concorrenza, una volta controbilanciate dal potere contrattuale dei Sindacati. Oggi non è più così perché un sindacato globale che protegge una forza lavoro mondiale con interessi comuni è di là da venire. Ma la politica non può esimersi dall’affrontare alle radici il problema. Con provvedimenti interni mirati e soprattutto cercando soluzioni sul piano internazionale, cercando di dissuadere chi vuole introdurre “barriere di salvataggio”. Non ne esistono in grado di reggere. Solo un approccio globale secondo giustizia può difendere il lavoro anche in Italia. E l’Europa, come dice Papa Francesco, deve tornare a far sognare ed a riaccendere per i giovani la fiaccola della speranza. Deve soprattutto ritrovare un minimo di coesione ed una rotta comune, per rispondere insieme alle paure dei cittadini.