Jeffrey Sachs e l’impegno per la tutela del creato

Jeffrey_D._Sachs_-_World_Economic_Forum_on_East_Asia_2011di Carlo Parenti • Jeffrey Sachs è un economista statunitense. È direttore dell’Earth Institute alla Columbia University. È considerato tra i più influenti e maggiori esperti mondiali di sviluppo economico sostenibile e lotta alla povertà. Ad Assisi nel «Cortile di Francesco», il 18 settembre scorso, è intervenuto su “ L’uomo e la terra: un in-contro sostenibile?”.

Sulla lotta alla povertà Sachs ha ricordato come la Chiesa cattolica ne sia maestra nei tempi moderni a partire dall’enciclica di Leone XIII, Rerum Novarum. La Chiesa infatti insegna che un’economia di mercato può essere sia efficiente che promotrice della libertà, ma che il mercato deve operare entro confini morali. I diritti di proprietà non sono inviolabili. Devono rispettare la dignità umana e le esigenze economiche. La ricchezza privata non deve abusare dei poveri o dell’ambiente. La Chiesa indica la dottrina della destinazione universale dei beni: la terra e le sue risorse appartengono a tutti, per soddisfare i bisogni di tutti, non solo i capricci dei ricchi e dei potenti.

Oggi il tema è appassionatamente sostenuto da papa Francesco che Sachs considera “ il leader morale più importante del mondo. Porta su di sé gli insegnamenti sociali della Chiesa, il suo personale splendore e una incredibile ispirazione pastorale. Raggiunge i poveri e loro lo seguono” Non è un caso però, per l’economista americano, che molti ricchi nel mondo e specialmente negli Usa siano critici verso il papa. Oggi occorre quindi ristabilire un quadro morale per l’economia e la politica contrastando quella che Sachs definisce la filosofia de “l’avidità buona” che da decenni ha provocato l’attuale crisi morale. Occorre dunque una nuova filosofia morale e nuovi modi di orientare la vita economica e politica. Solo così gli Obiettivi di sviluppo sostenibili, indicati nel 2015 dall’ ONU e dall’accordo di Parigi, saranno realizzabili e fattibili.agricoltura-sostenibile

Come già sostenuto il 14 settembre in un’intervista condotta da Paolo Conti, nel Corriere della Sera, Jeffrey Sachs ritiene che occorra “costruire istituzioni politiche ed economiche che siano giuste, partecipative e veritiere, invece che società ed economie corrotte da grandi somme di denaro e ideologie dannose: come il nazionalismo estremo e il razzismo. Abbiamo soprattutto bisogno di istituzioni regionali solide, a cominciare da un’Unione europea forte e unita, di una cooperazione globale all’ombra della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione universale dei diritti umani. Sfortunatamente gli Stati Uniti sono caduti in una trappola della corruzione corporativa della politica americana”. Ha aggiunto poi che l’uomo moderno “Dovrà imparare a domare l’ avidità e la brama di potere. Aristotele ci ha già detto questo 2.300 anni fa: aveva ragione e non era un ingenuo. Papa Francesco ce lo ricorda di nuovo[…]Dobbiamo superare la nostra terribile tendenza a odiare “l’altro” per poter cooperare a livello globale. Non sono semplici banalità ma approcci fattibili e pratici per un mondo che condivide bisogni comuni. Come ha scritto Papa Francesco in Laudato Si’: “L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un mondo con un piano comune”.

Si deve quindi ricordare il messaggio di Francesco del 1° settembre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Il papa ha ricordato che “Dio, che offre all’uomo il creato come dono prezioso da custodire. Tragicamente, la risposta umana al dono è stata segnata dal peccato, dalla chiusura nella propria autonomia, dalla cupidigia di possedere e di sfruttare. Egoismi e interessi hanno fatto del creato, luogo di incontro e di condivisione, un teatro di rivalità e di scontri. Così si è messo in pericolo lo stesso ambiente, cosa buona agli occhi di Dio divenuta cosa sfruttabile nelle mani dell’uomo. Il degrado si è accentuato negli ultimi decenni”. Francesco ha così continuato: ”Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore”.  Ha poi invitato “fortemente i fedeli a dedicarsi alla preghiera in questo tempo, che da un’opportuna iniziativa nata in ambito ecumenico si è configurato come Tempo del creato: un periodo di più intensa orazione e azione a beneficio della casa comune […]È l’occasione per sentirci ancora più uniti ai fratelli e alle sorelle delle varie confessioni cristiane. Penso, in particolare, ai fedeli ortodossi che già da trent’anni celebrano la Giornata odierna. Sentiamoci anche in profonda sintonia con gli uomini e le donne di buona volontà, insieme chiamati a promuovere, nel contesto della crisi ecologica che riguarda ognuno, la custodia della ‘rete della vita’ di cui facciamo parte. È questo il tempo per riabituarci a pregare immersi nella natura[…]Nel silenzio e nella preghiera possiamo ascoltare la voce sinfonica del creato, che ci esorta ad uscire dalle nostre chiusure autoreferenziali per riscoprirci avvolti dalla tenerezza del Padre e lieti nel condividere i doni ricevuti. In questo senso possiamo dire che il creato, rete della vita, luogo di incontro col Signore e tra di noi, è «il social di Dio»”

Importante il richiamo fatto dal papa ai fratelli ortodossi. Infatti sono 30 anni le chiese ortodosse celebrano il 1 settembre. Infatti questa giornata ecumenica è iniziata sotto gli auspici della Chiesa Ortodossa di Costantinopoli e da allora è stata accolta da cattolici, anglicani, luterani, evangelici e altri membri della famiglia cristiana in tutto il mondo. Bartolomeo -il Patriarca di Costantinopoli- è conosciuto nel mondo come il “Patriarca verde”, proprio per il suo impegno ormai decennale a favore dell’ambiente e della protezione dei mari. Quest’anno ha ribadito la necessità di un’azione corale mondiale: “Il problema ecologico rivela che il nostro mondo costituisce una unità, che i nostri problemi sono mondiali e comuni. Per affrontare i pericoli è necessaria una mobilitazione multilaterale, una convergenza, una collaborazione, una cooperazione”.

Ricordo infatti che inondazioni, tempeste, incendi, siccità potrebbero costringere duecento milioni di persone ogni anno a dover far affidamento agli aiuti umanitari per sopravvivere, se non verranno prese contromisure adeguate per combattere il climate change: è la stima elaborata dalla Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa (Ifrc) in un rapporto diffuso il 19 settembre a New York.

Il papa (non dimentichiamoci che per il 20 settembre scorso i giovani del mondo hanno promosso e fatto uno sciopero planetario per il clima) ha infine affermato: “È questo il tempo per intraprendere azioni profetiche. Molti giovani stanno alzando la voce in tutto il mondo, invocando scelte coraggiose. Sono delusi da troppe promesse disattese, da impegni presi e trascurati per interessi e convenienze di parte. I giovani ci ricordano che la Terra non è un bene da sciupare, ma un’eredità da trasmettere; che sperare nel domani non è un bel sentimento, ma un compito che richiede azioni concrete oggi. A loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni”.




«Va e non peccare più…»: riflessioni sul significato di una delle formule di congedo del Sacramento della penitenza

Gesu-ci-dice-Va-e-non-peccare-piu-sapendo-che-invece-lo-faremo-ancora_articleimagedi Gianni Cioli • Qualche tempo fa un lettore del settimanale Toscana Oggi mi poneva la questione del significato di una delle più note formule di congedo del Sacramento della penitenza, ovvero di quella che riprende l’affermazione di Gesù rivolta all’adultera in Gv 8,11: «va’ e d’ora in poi non peccare più». Il lettore coglieva nelle parole del Signore una sorta di paradosso: l’essere umano, in effetti, come affermiamo costantemente nell’atto penitenziale della Messa, appare reiteratamante peccatore a motivo della sua fragilità. Il Signore quindi sembrerebbe chiederci qualcosa che di fatto risulta impossibile. Oltretutto – sottolineava ancora il lettore – se davvero fossimo in grado di non peccare più una volta resi giusti dal perdono del Signore che senso avrebbe il sacramento della riconciliazione a cui la Chiesa raccomanda invece di accedere con frequenza?

In realtà l’affermazione di Gesù va contestualizzata al peccato di adulterio per il quale la donna, che secondo la legge doveva morire, non è stata condannata, né dagli aspiranti lapidatori, che se ne sono andati dopo che Gesù aveva detto loro: «chi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,7), né da Gesù stesso che afferma: «neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Il Vangelo non ci dice in realtà se la donna sia tornata o meno a commettere il peccato di adulterio, ma il contesto lascia ben sperare che, in forza del perdono e dell’esperienza di salvezza fatta nell’incontro con Gesù, ella sia stata capace di cambiare veramente vita. Non nel senso che non abbia poi più commesso nessun tipo di peccato, ma nel senso che non sarà stata più adultera.

Così quando dopo l’assoluzione il confessore dice, citando le parole di Gesù, «Va’ e non peccare più», non pretende che il penitente non commetta più nessun peccato né grave né lieve, ma intende sostenerlo nel proposito sincero di non tornare a commettere il peccato confessato e nella disposizione a portare avanti un cammino autentico di conversione. Non è detto che il penitente riesca poi effettivamente a non commettere più quel determinato peccato, ma il dolore per averlo commesso e il proposito sincero di non commetterlo più sono – è bene ricordarlo – condizioni necessarie per ricevere il perdono.

In verità si deve prendere anche atto che capita non di rado di tornare a commettere gli stessi peccati che si sono confessati, in contraddizione col proposito di non farlo. Anzi molte persone si lamentato del fatto che si ritrovano a confessare proprio sempre gli stessi peccati.

Alla questione ho già dedicato, su Toscana Oggi, una riflessione di cui mi permetto di riportare uno stralcio: «L’impressione di dover confessare sempre le solite cose può dipendere da diversi fattori. Innanzitutto si deve riconoscere che la nostra vita a un certo punto prende determinate pieghe – e talvolta purtroppo sbagliate – che non è facile cambiare con un semplice atto della volontà per quanto sincero. Il sacramento d’altra parte non è un evento magico che mi può sanare in un sol colpo da tutte le inclinazioni viziose, è piuttosto un dono della grazia che mi abilita a un cammino di conversione da vivere con umiltà e speranza. Scoprirsi al momento come paralizzati di fronte a una prospettiva di progresso morale può essere una “croce” che, se portata con umiltà e senza abbandonare la speranza fiduciosa nel Signore, può costituire il primo passo per guarire dalla paralisi. In secondo luogo si deve considerare il fatto che ci si può fissare a confessare sempre le stesse cose perché si fa un’analisi troppo superficiale della propria vita e si esamina la propria coscienza con criteri inadeguati, magari appresi nell’infanzia e mai condotti a maturazione. Si rischia così di non cogliere l’importanza di numerosi atteggiamenti, omissioni e soprattutto motivazioni il cui riconoscimento potrebbe rischiarare il percorso della conversione. Questo può accadere in particolare quando ci si confessa troppo di rado e quindi, anziché ripercorrere effettivamente la propria storia, si segue un cliché abitudinario; oppure, paradossalmente, quando ci si confessa assai spesso, come nel caso degli scrupolosi, fissandosi su determinati peccati senza riuscire a collocarli nel proprio vissuto. Non si può, infine, escludere che talora dietro la confessione abituale delle medesime cose possa esserci una cattiva volontà e quindi effettivamente una certa ipocrisia. A questo proposito Basilio Petrà osserva che “in passato si insisteva sulla distinzione tra recidivi involontari e recidivi volontari (quelli che non fanno alcuno sforzo per opporsi o per seguire le indicazioni del confessore) e a giusto motivo: gli uni sono più vittime, gli altri in qualche caso sembrano protagonisti attivi della loro condizione abituale” (B. PETRÀ, Fare il confessore oggi, Bologna 2012). Si deve dunque concludere che è possibile trovarsi nella spiacevole condizione di dover riconoscere e confessare abitualmente i medesimiimage-5-680x400 peccati ma questo non implica necessariamente una condizione di ipocrisia se sussiste un desiderio sincero di conversione. Il desiderio di conversione, sostenuto dall’attenzione al vissuto e da un esame di coscienza adeguato, non andrebbe tuttavia confuso con l’“ansia di perfezione” […] perché il vangelo non deve essere inteso come un fattore ansiogeno; mi pare più corretto parlare di speranza di guarigione e, magari, di desiderio di perfezione o di santità». Queste considerazioni, ci possono aiutare a rispondere domanda: Dio, di fronte al nostro ripetere gli stessi peccati, continuerà sempre ad avere misericordia? «La risposta è: “sì, purché non trovi in noi l’ostacolo dell’ipocrisia”. Certo, anche dall’ipocrisia ci si può comunque pentire e la si può abbandonare per grazia di Dio. In questo pentimento e cambiamento delle disposizioni interiori consiste propriamente la metánoia, la conversione secondo il vangelo. Dobbiamo essere accorti a non confondere la recidività involontaria con l’ipocrisia, cedendo alla tentazione insidiosa della disperazione; ma non dobbiamo neppure trascurare di prendere le distanze dall’inautenticità che può albergare, più o meno profondamente, nel nostro cuore facendoci scivolare nella tentazione non meno insidiosa della presunzione di una salvezza a buon mercato. In sintesi l’atteggiamento giusto per mettersi di fronte al mistero della misericordia divina è quello della virtù teologale della Speranza che, sostenuta dal dono del timor di Dio, ci tiene a distanza sia dalla deriva della disperazione che da quella della presunzione. Non dobbiamo mai dubitare della misericordia di Dio, né giungere alla conclusione che la salvezza ci sia ormai preclusa per la nostra indegnità; ma non dobbiamo nemmeno illuderci di avere già la salvezza in tasca perché comunque Dio sarà misericordioso, trascurando l’urgenza della conversione a cui il timore filiale di Dio, dono dello Spirito, amorevolmente ci spinge» (Toscana oggi 18/12/2012). L’esortazione del Signore: «va’ e non peccare più» appare dunque un appello prezioso alla speranza ed uno stimolo al cammino, magari graduale, di conversione che non ci dobbiamo mai stancare di iniziare di nuovo.




La fede di Abramo: (2) la Lettera ai Romani

san-paolo1di Stefano Tarocchi • Nello scorso numero della nostra rivista ho affrontato il tema della fede di Abramo nella lettera agli Ebrei (vedi). Questo scritto dell’apostolo, l’unico indirizzato ad una comunità che non è stata fondata da lui, ha una straordinaria importanza nel suo ministero e nel suo insegnamento. Qui possiamo solo accennare come alla fine del suo an­nuncio evangelico in Oriente (Rom 15,19), egli rivendica il suo diritto di an­nunciare legittimamente il Vangelo alle chiese d’origine pa­gana (cf. Rom 15,16-17): Giudei e pagani hanno lo stesso di­ritto davanti al Vangelo, perché partecipano ugualmente della salvezza di Cristo, attraverso la fede (cf. 1,16-17): nel vangelo, infatti, «si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà (Ab 2,4)» (Rom 1,17).

Dopo aver stabilito che «indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti» (Rom 3,21), l’apostolo conclude: «noi riteniamo che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. Togliamo dunque ogni valore alla Legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la Legge» (Rom 3,28-31). Ebbene, è stato scritto (R. Penna) che la lettera ai Romani comincia con questi versetti.

Ora, seguire il pensiero di Paolo non è mai stato semplice: basta dire che egli usa la parola “Legge” con diverse accezioni: può così parlare delle Scritture dell’Antico Testamento («la Legge e i Profeti», o soltanto la «Legge»).

Paolo così continua: «che diremo di Abramo, nostro progenitore secondo la carne? Che cosa ha ottenuto? Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rom 4,1-3).

Qui l’apostolo rammenta espressamente il libro della Genesi: Abramo «credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6). Nella lettera di Giacomo si dice esattamente l’opposto: «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le sue opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi: la fede agiva insieme alle opere di lui, e per le opere la fede divenne perfetta. E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (Gc 2,21-23).

Invece Abramo, secondo Paolo, è l’esponente della fede pura: egli credette in Dio. Scrive ancora l’apostolo: «noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso (cf. Gen 17,24) o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. Infatti, egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso. In tal modo egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede di nostro padre Abramo prima della sua circoncisione» (Rom 4,9b-12).

E l’apostolo così prosegue: «se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. La Legge infatti provoca l’ira; al contrario, dove non c’è Legge, non c’è nemmeno trasgressione» (Rom 4,14-15). Dal momento che nessuno può osservare tutta la Legge, Paolo scandalosamente afferma che è questa a provocare l’ira del Signore.Paul_Papyrus

Ma torniamo ad Abramo. Scrive ancora Paolo, a proposito della fede di lui, ma soprattutto riguardo al mistero che è Dio: «eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli (Gen 17,5) – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rom 4,16-17).

Davanti alla rilettura giudaica, contemporanea a Paolo, circa la fede che diventa paradossalmente un atto che merita ricompensa (così in Filone: 20 a.C. – 45 d.C.) e così mette in secondo piano l’azione totalmente gratuita di Dio («eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia»), l’apostolo afferma con forza che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza (Gen 15,5)» (Rom 4,18).

Proprio la virtù della speranza («saldo nella speranza contro ogni speranza», principio così caro a Giorgio La Pira) diviene il centro del cammino del popolo di Dio, dall’Israele antico alla comunità dei discepoli del Signore, al di là di una visione esclusivamente centrata sul presente, cara per esempio allo stoicismo.

Per questo da Abramo si passa a ciascuno di noi: se infatti, Abramo «di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,20-25).

Abramo è perciò alla base della nostra fede, nella certezza, salda come roccia, della risurrezione del Cristo, centro di tutta la storia come di ciascuno di noi e di tutti gli uomini.




Linee guida CEI – CISM per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili

ceidi Francesco Romano • La Conferenza Episcopale Italiana nell’Assemblea Generale del 20-23 maggio 2019, ha approvato le “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”. Il testo, che porta la data del 24 giugno 2019, è entrato in vigore a partire dal 28 giugno 2019, giorno di pubblicazione del testo sul sito della CEI.

Questo strumento operativo offerto alla Chiesa italiana si inserisce in una intensa attività che da quasi un ventennio la Chiesa universale porta progressivamente avanti per la tutela dei più “piccoli” e la salvaguardia della giustizia di fronte all’emergenza degli abusi sessuali perpetrati da chierici.

Infatti, a fronte dell’inefficacia operativa del disposto del can. 1395 §2 nell’affrontare e reprimere i delitti commessi da chierici a danno di minorenni, Giovanni Paolo II promulgava il 30 aprile 2001 il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, inserendo tra i delicta graviora l’abuso sessuale commesso da un chierico, innalzando da sedici a diciotto anni l’età della tutela, ed elevando a dieci anni il tempo di prescrizione a contare dal compimento del diciottesimo anno della vittima. La competenza di questi delitti passava dall’Ordinario alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Dopo nove anni, il 21 maggio 2010, Benedetto XVI promulgava la revisione del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela per incrementare la tutela della vittima innalzando la prescrizione dell’azione criminale a venti anni e includendo nel delictum gravius le fattispecie di “acquisto, detenzione o divulgazione di materiale pedopornografico” di minori sotto ai quattordici anni da parte di un chierico. Inoltre, veniva equiparato al minore la persona che abitualmente ha un uso imperfetto di ragione.

Trascorrono altri nove anni e Papa Francesco promulga il 7 maggio 2019 il motu proprio Vos estis lux mundi di cui abbiamo già riferito su questa Rivista nello scorso mese di giugno. Questo motu proprio amplia la categoria di persone capaci di compiere il delitto o di subirlo. In questo modo, non solo i chierici, ma anche i membri laici di Istituti di vita consacrata e di Società di vita apostolica possono incorrere nel delitto di abuso sessuale ai danni di un minore o di una persona vulnerabile. Altro punto saliente di questo motu proprio, oltre all’obbligo giuridico esteso a chierici e a membri di Istituti di vita consacrata e di Società di vita apostolica di comunicare la notitia criminis all’autorità competente, è la costituzione di un ufficio per segnalare gli abusi da parte di chiunque ne venga a conoscenza.

Dopo la promulgazione del motu proprio del 21 maggio 2010, la Congregazione per la Dottrina della Fede il 3 maggio 2011 aveva emanato una lettera circolare per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare le linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale a danno di minori da parte di chierici, specificando anche la natura giuridica di queste norme da intendersi come complemento alla legislazione universale e non come sostituzione di essa.

A distanza di sette anni dalle prime Linee guida del 2012, poi riviste nel 2014, il 28 giugno 2019 entrano in vigore le Linee guida edite dalla Conferenza Episcopale Italiana congiuntamente alla Conferenza Italiana Superiori Maggiori pubblicate sul sito CEI.

Nella prima parte delle Linee guida vengono esposti i “principi guida” in cui la Chiesa italiana si riconosce nella loro elaborazione per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili: rinnovamento ecclesiale; protezione e tutela dei minori e delle persone vulnerabili; ascolto, accoglienza e accompagnamento delle vittime; responsabilizzazione comunitaria e formazione degli operatori pastorali; formazione dei candidati agli ordini sacri e alla vita consacrata; giustizia e verità; collaborazione con la società e le autorità civili; trasparenza e comunicazione.download (2)

Le Linee guida si applicano “a tutti coloro che operano, a qualsiasi titolo, individuale o associato, all’interno delle comunità ecclesiali in Italia” e “compatibilmente al diritto proprio e alla normativa canonica, a tutti gli Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica, nella misura in cui questi non dispongano di proprie Linee guida”.

La Chiesa cattolica in Italia intende contrastare e prevenire questo triste fenomeno con assoluta determinazione”, scrivono i Vescovi nella premessa, perché qualsiasi abuso sui fanciulli e sulle persone vulnerabili, “ancor prima di essere un delitto, è un peccato gravissimo, ancor più se coinvolge coloro ai quali è affidata in modo particolare la cura dei più piccoli”.

Il primo principio base è il rinnovamento ecclesiale che conduce tutta la comunità a sentirsi coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi, non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli.

Il valore supremo, oltre alla prevenzione degli abusi, è mettere al centro la cura e la protezione dei più piccoli e dei vulnerabili. Passare dal silenzio e dall’indifferenza alla cura, solidarietà e sostegno è la concretizzazione della conversione del rinnovamento comunitario. Ciascuno deve fare la sua parte, come una missione da compiere, affinché tutta la comunità si senta responsabilizzata “nel dare il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso e trovato il coraggio di denunciare”. La vittima va riconosciuta come persona gravemente ferita e ascoltata con empatia, rispettando la sua dignità.

Oltre alla responsabilizzazione comunitaria e alla formazione degli operatori pastorali, il cammino formativo dei seminaristi e candidati alla vita presbiterale e consacrata, richiede una grande prudenza nei criteri di ammissione con “grande attenzione” anche per la formazione permanente.

La protezione e la tutela dei minori e delle persone vulnerabili sono il criterio dirimente delle scelte operate dalle Linee guida e parte integrante della missione della Chiesa che si prende cura dei più piccoli e deboli di cui il primo passo è l’ascolto e l’accompagnamento, facendosi carico di loro, favorendo una cultura di prevenzione con la formazione dei candidati agli ordini sacri e alla vita consacrata, degli operatori pastorali e di quanti in modo diverso hanno contatto con i minori nelle comunità ecclesiali.

Nella ricerca della verità e nel perseguimento della giustizia la Chiesa si serve di tutti i mezzi a sua disposizione. Le procedure canoniche devono essere rigorosamente rispettate senza la pretesa di sostituirsi alle autorità civili, affinché all’interno della comunità ecclesiale possa essere ristabilita la giustizia rispetto a quei casi in cui i comportamenti che non sono considerati reati per lo Stato, lo sono per la normativa canonica.

La trasparenza e la comunicazione devono commisurarsi con l’onere di dare una giusta informazione e il carattere di segretezza, soprattutto nell’indagine preliminare del procedimento, per non compromettere l’azione investigativa e l’obbligo di tutelare la buona fama di tutti i soggetti coinvolti.

Per promuovere la cultura della prevenzione da ogni forma di abuso, la cura e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili, la Chiesa si inserisce in collaborazione con le istituzioni civili, nel rispetto della reciproca autonomia canonica, civile e concordataria.

Servizi e strumenti a livello nazionale, interdiocesano e locale vengono individuati a supporto dei Vescovi e dei Superiori Maggiori degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, mettendo a loro disposizione competenze e professionalità in ambito educativo, medico, psicologico, giuridico, pastorale e comunicativo.

La seconda parte delle Linee guida si sofferma sulle indicazioni operative per le comunità ecclesiali italiane e per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica presenti in Italia.

Ascolto, accoglienza e accompagnamento delle vittime di abusi commessi in ambito ecclesiale è un dovere che investe il Vescovo e il Superiore competente per cercare di lenire le sofferenze create da una ferita profonda e non come mezzo per tacitare le vittime. Allo stesso tempo anche le comunità ecclesiali coinvolte più da vicino devono essere accompagnate nell’elaborazione dell’abuso che è stato consumato nel loro contesto.

Per rafforzare la cultura della protezione dei minori vengono costituiti i “servizi ecclesiali a tutela dei minori” e i “referenti”: il Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori (SNTM); il Servizio Regionale/Interdiocesano per la Tutela dei Minori (SRTN/SITM); i Referenti Diocesani per la Tutela dei Minori (RDTM). Il compito di questi “Servizi” è di promuovere programmi di selezione e formazione di coloro che operano a contatto con i minori; realizzare un ambiente sicuro per i minori in collaborazione con i genitori, le autorità civili, gli ducatori ecc. spiegando cosa sia un abuso sessuale, le tecniche di adescamento, segnalare i sospetti di abuso alle autorità civili ed ecclesiastiche; predisporre testi di preghiere e catechesi per favorire la crescita della vita spirituale della comunità.

Un punto innovativo è “il rapporto con le autorità civili”. Viene premesso che l’Autorità ecclesiastica in Italia, benché non abbia l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria dello Stato la segnalazione di presunti abusi commessi da un chierico in ambito ecclesiale, deve informare l’autore della segnalazione, il genitore o il tutore della presunta vittima, che quanto appreso potrà essere trasmesso all’autorità giudiziaria dello Stato e per questo chiedergli che venga formalizzata per iscritto la notitia criminis riferita. Se non esiste per l’Autorità ecclesiastica l’obbligo giuridico, esiste però l’obbligo morale di informare l’autorità giudiziaria dello Stato se l’indagine previa riesce ad accertare la presenza del fumus delicti, a meno che si opponga la vittima, divenuta nel frattempo maggiorenne, oppure il genitore o il tutore.

In caso di procedimento penale in atto secondo il diritto dello Stato, il Vescovo è tenuto a dare la massima collaborazione all’autorità civile nel rispetto della normativa canonica e civile. Tuttavia, pur facendo riferimento ad atti del procedimento statale, il Vescovo o il Superiore competente devono pervenire a una propria valutazione secondo la legge canonica.

Nella logica della presunzione d’innocenza, la persona accusata, fino a prova contraria, potrebbe risultare vittima di false accuse e reclamare il diritto di vedere tutelata e ripristinata la sua buona fama e onorabilità. Allo stesso tempo il chierico che risulti colpevole di questi gravi abusi, incluso coloro che sono dimessi dallo stato clericale, deve essere accompagnato in un percorso di responsabilizzazione, richiesta di perdono, riparazione, cura psicologica e spirituale.

Le Linee guida della CEI si soffermano anche sulle procedure canoniche da svolgere in caso di presunto abuso sessuale che rientri nella tipologia del delictum gravius. La fonte di queste norme procedurali sono il recentissimo motu proprio Vos estis lux mundi, il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela e il Codice di Diritto Canonico.

Tenendo presente la normativa del motu proprio Vos estis lux mundi, le Linee guida CEI-CISM dispongono le modalità della segnalazione di un abuso. La segnalazione può essere presentata all’Ordinario che può avvalersi del SRTM/SITM/RDTM. L’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione, se non sia lui stesso l’Ordinario proprio, deve trasmetterla all’Ordinario del luogo dove sarebbe stato commesso il delitto, o all’Ordinario proprio della persona segnalata.

Ricordiamo a questo proposito che se i chierici secolari hanno sempre un Ordinario proprio nella Diocesi o Chiesa particolare d’incardinazione, per gli ascritti a un Istituto di vita consacrata o a una Società di vita apostolica è Ordinario proprio solo il Superiore Maggiore di un Istituto religioso clericale di diritto pontificio o il Moderatore di una Società di vita apostolica clericale di diritto pontificio (cf. can. 134 §1). Quindi, in tutti gli altri Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica che non possiedono questi tre requisiti, l’Ordinario proprio degli ascritti sarà l’Ordinario del luogo dove essi hanno il domicilio canonico (can. 103) e a lui, o al RDTM, dovrà essere fatto riferimento per l’inoltro della notitia criminis.

L’efficacia dei Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili dipenderà dalla loro presenza puntuale e capillare sul territorio e dalla collaborazione con gli organismi interdiocesani e nazionali.




Batiffol e il modernismo: storia della Chiesa e dogma

Battifol OKdi Francesco Vermigli • Il nome di Pierre Batiffol (1861-1929) – di cui quest’anno ricorrono i novant’anni dalla morte – è iscritto come pochi nella storia della Chiesa francese a cavallo tra l’800 e il ‘900. Egli fu ordinato sacerdote sulpiziano nel 1884, quindi dal 1898 fu rettore dell’Institut catholique di Tolosa, sua città natale. Assieme al padre Lagrange fondò nel 1892 la Revue Biblique, rivista espressione dell’École Biblique di Gerusalemme – fiore all’occhiello degli studi biblici nel mondo cattolico – e nel 1899 a Tolosa creò il Bulletin de littérature ecclésiastique. Fu autore prolifico, uomo di grande intraprendenza scientifica: nella storia della Chiesa subì a Parigi l’influsso del grande storico Louis Duchesne; in archeologia, invece, conobbe a Roma Giovanni Battista de’ Rossi, il cui nome è associato alla stagione dei grandi scavi nell’Urbe ottocentesca.

A partire dal 1905 e ancora di più dal 1907 (anno di promulgazione prima del decreto del Sant’Uffizio Lamentabili, quindi dell’enciclica Pascendi Dominici Gregis di papa Pio X), alcuni suoi studi a carattere storico-teologico attirarono l’attenzione e – in qualche modo associato a quel movimento di pensiero che va sotto il nome di “modernismo” – dovette abbandonare il rettorato a Tolosa. Morì nel 1929 a Parigi, sua città d’elezione.

Batiffol visse la complessità di un’epoca di passaggio come quella tra XIX e XX secolo. Gli anni della sua fioritura ecclesiastica e scientifica sono gli anni di un’Europa che va incontro alla Grande Guerra senza una minima capacità prognostica. È l’epoca detta bella, perché segnata dal positivismo scientista, dalle innovazioni della tecnica e dalle meraviglie celebrate nell’Esposizione Universale di Parigi del 1889; ma è l’epoca che si illude di pace e serenità: accadde come quando il fuoco cova sotto la cenere. L’epoca che si compiace del piccolo mondo antico alla Fogazzaro, è l’epoca che alla fine con lo stesso Fogazzaro lo supera e lo rinnega negli ultimi anni del secolo lungo dell’800; secolo che secondo Hobsbawm si chiude in quello spartiacque di sangue che fu il 1914.

Quello che accade al Vecchio Continente, accade anche alla vita del Batiffol: cova sotto la cenere il fuoco antimodernista e non v’è autore ecclesiastico teso alla conciliazione tra scienze storiche e fede che se n’accorga. La tempesta antimodernista cade dunque sulla testa del nostro prete sulpiziano, a cui, par di capire, veniva rimproverata un’eccessiva indulgenza per gli studi storici nelle scienze ecclesiastiche. Tanto che il padre Lagrange fu calorosamente invitato dal proprio ordine domenicano a tagliare ogni rapporto con Batiffol; pena il discredito e l’aurea modernista sopra l’Ecole Biblique e la sua rivista. Insomma, quello che accadde con la Grande Guerra, accadde con qualche anno di anticipo nella storia della Chiesa.le-catholicisme-des-origines-a-saint-leon-tome-4-le-siege-apostolique-359-451-de-pierre-batiffol-1101254533_L

Ma quale cifra contraddistingue la figura e l’opera del Batiffol? Si direbbe che egli esprima al meglio le potenzialità dell’applicazione alle scienze ecclesiastiche del metodo storico e positivo. Basti pensare a quale ruolo abbia svolto nella storiografia il suo approfondimento sul primato petrino, cui ha consacrato tanto Le Siège apostolique del 1924, quanto il postumo Cathedra Petri: eterogenesi dei fini, si direbbe, come attesta la frequente citazione del nostro sulpiziano ad opera di quel grande appassionato della cultura francese che fu Paolo VI; proprio lui, Batiffol, che aveva subito una forma di proscrizione dall’insegnamento ad opera della gerarchia ecclesiastica che si riconosceva nel Sodalitium Pianum. Sarebbe un errore non vedere in queste vicende gli albori della fioritura dei grandi movimenti teologici del XX secolo, da quello biblico a quello liturgico, fino a quello patristico.

Del resto nella biografia del Batiffol si intravede, almeno in lontananza, anche un rischio non piccolo per la teologia e per tutte le scienze ecclesiastiche: il rischio cioè che la storia del dogma diventi una storia qualsiasi, storia di un’istituzione qualsiasi, per uno scopo meramente conoscitivo del passato di una istituzione qualsiasi. Dogma e storia della Chiesa dicono che nessuna scienza potrà mai attingere completamente il mistero irriducibile ad ogni studio positivo – e in ultima istanza insondabile ad ogni studio – dell’identità profonda (profonda, perché teo-logica) della comunità dei credenti.

Parlare di storia della Chiesa, della sua costituzione gerarchica, delle vicende spesso assai mosse e complesse dei suoi dogmi, in generale parlare della vita della Chiesa che crede, significa alludere ad un nucleo identitario intimo e misterioso. Nella Chiesa intesa come mistero di comunione che trova origine dalla Trinità e alla Trinità ritorna, vale il principio secondo il quale il simile conosce il simile: solo la Chiesa può parlare in pienezza di sé, solo la Chiesa, non una qualsiasi disciplina storica, sarà capace di cogliere la propria identità profonda. La storia della Chiesa, se pensata in questi termini, diventa l’autobiografia che la Chiesa scrive di sé.




Il genocidio etiopico e la chiesa collaborante

soldati italiani che circondano corpi di etiopi uccisi

soldati italiani che circondano corpi di etiopi uccisi

di Mario Alexis Portella Molti hanno sentito parlare del genocidio armeno durante la prima guerra mondiale, un’atrocità che il governo turco rifiuta ancora di accettare. Eppure quanti sono consapevoli di un altrettanto orribile sterminio dei cristiani iniziato nell’ottobre 1935 quando l’Italia invase l’Etiopia chiamata anche Abissinia in cui gli italiani sotto Benito Mussolini uccisero, anche con il gas, circa un milione di cristiani ortodossi, donne e bambini, oltre a  distruggere 2.000 chiese, 525.000 case? 

Ciò che ha reso queste atrocità peggiori del genocidio ‘armeno è che le operazioni di Mussolini hanno avuto l’approvazione dalla maggior parte della gerarchia cattolica italiana. Essi presero una posizione chiara a favore della guerra contro l’Etiopia e diedero ogni possibile sostegno, morale e materiale ai capi fascisti e all’esercito nella loro avventura di invadere l’Etiopia.

La gerarchia italiana — quasi tutti fascisti — vedeva la conquista dell’Italia fascista in Abissinia come un’impresa missionaria:

  • LArcivescovo di Taranto, Ferdinando Bernardi, in un discorso del 23 febbraio 1936 giustificò l’invasione fascista dell’Etiopia dicendo: «La vittoria italiana avrebbe aperto l’Etiopia, un paese di infedeli e scismatici, all’espansione della fede cattolica; perciò la guerra contro l’Etiopia dovrebbe essere considerata come una guerra santa, come una crociata». (Fonte: New Times and Ethiopian News, 3 ottobre 1936).

  • Il vescovo di San Miniato Ugo Giubbi dichiarò al Duce che «per la vittoria dell’Italia il clero italiano è pronto a fondere l’oro delle chiese e il bronzo delle campane». (Fonte: Daniel Binchy, Church and State in Fascist Italy. London: Oxford University Press, 1970, 678)

  • Il Cardinale Arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, parlando nella sua Cattedrale il 28 ottobre 1935, lodò l’esercito italiano come: «Il galante esercito che, impregnata obbedienza al comando della patria, sta aprendo le porte dell’Etiopia alla la fede e la civiltà romana». (Fonte:Il dovere civile dei cattolici. Un’omelia del Card. Schuster, in Annuario Cattolico Italiano, Vol. XV, 605-630). 

Questi discorsi sciovinisti, particolarmente di Schuster, a favore della politica di guerra di Mussolini non era altro che una pretensione siccome gli etiopici erano civili e cristiani prima degli abitanti in Italia. In ogni modo, l’apoteosi a Milano si raggiunse il 9 e il maggio del 1936, rispettivamente in occasione della proclamazione dell’Impero fascista in Etiopia e di un solenne Te Deum di ringraziamento: le cronache del tempo narrano di un Duomo colmo di folla, e di una partecipazione libera e spontanea. La posizione pro-fascista di Schuster è sostenuta da recenti documenti vaticani desecretati, che mostrano che egli collaborò con il servizio segreto delle S.S. di Adolf Hitler mentre il loro gregge si ribellava contro l’esercito tedesco.

Gli Stati Uniti dAmerica sotto il presidente Franklin D. Roosevelt avevano preso le distanze dalla situazione etiope. Infatti, prima dell’invasione, Roosevelt osservò, il 26 luglio 1935, che il conflitto tra Etiopia e Italia non era di alcun interesse per l’America. Affermando di agire in base alla legge sulla neutralità, si rifiutò di aiutare l’Etiopia e di sostenere le sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni contro l’Italia. Apparentemente, nella ricerca di un equilibrio di potere, la Germania nazista offrì rifornimenti ai ribelli etiopi al fine di costringere Mussolini a ritirare il suo sostegno a un’Austria indipendente. Il Duce cedette nella sua posizione tre mesi dopo che i tedeschi occuparono l’Austria dopo l’Anschluss del 1938, per il quale acquisì il riconoscimento tedesco della sua conquista etiopica come legittima. E anche se l’Unione Sovietica condannava l’invasione, Stalin fornì all’Italia petrolio, forniture di grano, carbone, avena e legname a sostegno dei fascisti.

soldati italiani accanto a una delle tante bombe di gas utilizzate per uccidere il popolo etiope

soldati italiani accanto a una delle tante bombe di gas utilizzate per uccidere il popolo etiope

Nel giugno 1936, l’Imperatore Hailé Sellassié tenne un discorso alla Società delle Nazioni, in cui condannava l’uso da parte dell’Italia di armi chimiche contro l’Etiopia. Accusò anche la Società delle Nazioni di aver violato l’articolo 16 del suo Patto, che afferma che qualora qualcuno membro della Società ricorresse alla guerra in violazione delle sue alleanze ai sensi dell’articolo 12, 13 e15, esso di guerra contro tutti gli altri membri della Società. Sellassié criticò anche la Società per aver permesso all’Italia di utilizzare il Canale di Suez per il trasporto di truppe e materiale bellico. Ha dichiarato che sono stati installati spruzzatori a bordo di aerei in modo che potessero vaporizzare su vaste aree di territorio, una pioggia fine e mortale. Gruppi di nove, quindici, diciotto aerei si susseguirono l’un l’altro in modo che, dalla fine di gennaio 1936, soldati, donne, bambini, bestiame, fiumi, laghi e campi fossero costantemente intrisi di questa pioggia mortale.

C’era anche il Massacro di Debre Libanos quando il generale Pietro Maletti, sotto l’ordine del viceré Rodolfo Graziani, massacra fino a 3.000 monaci e pellegrini etiopi a Debre Libanos. Il vescovo ortodosso Abune Petros aveva prima condannato pubblicamente le atrocità commesse dagli italiani, che comprendevano l’uso del gas mostarda, il bombardamento di ospedali e ambulanze della Croce Rossa, l’esecuzione dei prigionieri catturati senza processo, il massacro di Graziani uccisioni al monastero di Debre Libanos, e l’uccisione di ‘stregoni’ accusati di aver profetizzato la fine del dominio fascista. Il 30 luglio 1936 fu giustiziato pubblicamente da 8 carabinieri nel centro di Addis Abeba. Prima della sua esecuzione, prese la croce e tolse il panno blu che era avvolto intorno ad esso e benedisse il popolo ai quattro angoli del mondo e disse le seguenti ultime parole: «I miei connazionali non credono ai fascisti se ti dicono che i patrioti sono banditi; i patrioti sono persone che anelano alla libertà dai terrori del fascismo. I banditi sono i soldati che si trovano di fronte a me e a voi, che veniamo da lontano, terrorizzano e occupano violentemente un paese debole e pacifico: la nostra Etiopia. Che Dio dia al popolo etiope la forza di resistere e non si inchini mai all’esercito fascista e alla sua violenza. Che la terra etiope non accetti mai il dominio dell’esercito invasore».

Graziani fu sostituito come viceré d’Etiopia dal principe Amedeo nel 1937. Dopo che gli italiani dichiararono guerra contro il Regno Unito, gli inglesi lanciarono una contro-invasione in Etiopia nel gennaio 1941; tirarono fuori del tutto dall’ Abissinia più tardi quell’anno. Graziani fu condannato per crimini di guerra nel 1948. Ricevette una condanna a 19 anni di reclusione, di cui scontò solo due anni; morì nel 1955. Nel 2012, lo stato italiano ha costruito un mausoleo e un parco commemorativo in suo onore nel villaggio di Affile, a sud di Roma. Il sindaco della città, Ercole Viri, così come alcuni funzionari statali, erano presenti per la sua cerimonia di apertura. Viri esaltò l’importanza del sacrificio che Graziani diede per il suo paese e respinse le sue critiche al Macellaio d’Etiopia come “chiacchiere inattive”.

E’ vero che il cardinale Schuster cambiò posizione sulla guerra in Etiopia, ma dopo le tragedie. Come ho fatto notare sul mio articolo La difesa di Pio XI per gli etiopi e gli ebrei, (pubblicato aprile 2016 su questo giornale), l’unica voce libera in Italia nel 1935 era quella di Papa Pio XI che. Egli allinizio della guerra rimane neutro in seguito allart. 24 dei Patti Lateranensi del 1929: “La Santa Sede, in relazione alla sovranità che le compete anche nel campo internazionale, dichiara che Essa vuole rimanere e rimarrà estranea alle competizioni temporali fra gli altri Stati ed ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di far valere la sua potestà morale e spirituale.” Il papa, dopodiché ruppe il suo silenzio dicendo che una guerra condotta unicamente per conquistare era una guerra ingiusta: qualcosa di indicibilmente triste ed orrenda. Il 23 ottobre 1938, il papa aveva confidato al portavoce del Vaticano, il padre Pietro Tacchi Venturi: «Mi vergogno d’essere italiano. Tu, Padre, dillo a Mussolini, ti prego! Non come papa, ma come italiano ho vergogna di me stesso! Il popolo italiano è diventato un gregge di stupide pecore. Parlerò apertamente, senza paura. Mi sento spinto dal concordato, ma anche dalla mia coscienza. Sono veramente triste, come papa e come italiano».




Il ruolo dei laici nella Dottrina sociale della Chiesa

santita-leone-xiii-36a40b0b-195a-461d-9055-f46715ed49b5di Leonardo Salutati • Anche se non sono mancate voci profetiche come quella di A. Rosmini che sosteneva il principio del sacerdozio comune dei fedeli, in generale si ritiene che laicità sia un frutto della modernità e del processo moderno di secolarizzazione. Il tema è però anche un argomento dei documenti sociali della Chiesa ed esiste una teoria cattolica della laicità. Il tema della laicità è pertanto presente fin dalle origini nei documenti sociali della Chiesa, tanto che, come notava Benedetto XVI nella Caritas in veritate (cf. CV 12), non si può distinguere un dottrina sociale preconciliare da quella postconciliare.

Alla fine dell’Ottocento nel momento in cui la Chiesa si rende conto che il mondo operaio si stava progressivamente allontanando dalla vita ecclesiale, si sente sollecitata a riconsiderare il ruolo dei laici. Sarà Leone XIII che li inviterà ad un nuovo coinvolgimento e, pur restando i laici un soggetto ecclesialmente dipendente dal clero e dalle sue indicazioni per agire nel mondo, il loro apporto comincerà ad essere ritenuto necessario come mediazione di un’offerta di salvezza ad un’umanità ormai lontana dalla fede.

La Rerum novarum è spesso proposta come la prima enciclica della “modernità” nel senso che essa sarebbe stata la prima enciclica dopo che, con la modernità, politica e religione si erano separate, aprendo una fase storica di laicità e di secolarizzazione, ma anche perché nell’enciclica ci sarebbe una sostanziale apertura alla laicità moderna che prima non si dava. In realtà le prime parole di Rerum novarum non suonano come una felice apertura alle cose nuove, ma come la riprovazione per l’insensato inseguire le cose nuove che dal piano politico era sceso sul terreno sociale ed economico (cf. RN 1).

L’enciclica leoniana non accetta la secolarizzazione della modernità e la visione moderna sulla laicità, caratterizzata dal razionalismo, dalla scelta per l’autosufficienza dell’uomo e del suo mondo, dal rifiuto del peccato originale e dello stato decaduto dell’umanità, dalla pur legittima autonomia del mondo umano dalla sfera religiosa che però è accompagnata dal rifiuto della religione e dalla rivendicazione di una completa autosufficienza dell’uomo, dal diffondersi del rifiuto della trascendenza che produce alla fine un’immanenza priva di senso. In questo senso Rerum novarum rimane sulla linea di Pio IX e delle precedenti encicliche leoniane, nella convinzione, ribadita in tutti i documenti sociali del magistero, che non esiste soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo (CA 5), ma anche nella consapevolezza dell’urgenza di una risposta adeguata alle esigenze dei tempi.

L’origine della questione sociale non è denunciata da Leone XIII solo in processi materiali, ma piuttosto nell’allontanamento di leggi ed istituzioni dal fondamento cristiano, che ha lasciato gli operai «soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza» (RN 2), frutto negativo della secolarizzazione moderna.

Sotto questo aspetto Rerum novarum pur respingendo l’idea di laicità come assoluta autonomia del mondo umano dalla religione cristiana, accoglie il principio di laicità quando si tratta di considerare adeguatamente la dimensione umana, e non solo religiosa, dei problemi.41e7q-5KFZL._SX362_BO1,204,203,200_

Un esempio chiarificatore è la richiesta del «riposo festivo» per i lavoratori. Leone XIII lo fonda su due necessità; quella di rendere il debito culto a Dio e quello di riposare le membra (RN 32-33), ovvero la necessità religiosa e quella laica. I due aspetti non si contrappongono, ma si illuminano vicendevolmente. Ai tempi della Rerum novarum, in Italia, nelle campagne del Veneto, i cattolici si battevano per il riposo domenicale in senso religioso e così facendo proteggevano anche i diritti dei lavoratori. Il socialismo e l’anarchismo invece predicavano l’ateismo e volevano lottare solo per il diritto di fare riposare le membra, ma in questo modo, alla fine, non si è conseguito pienamente questo risultato ovvero, una volta conseguito, lo si può perdere. Ai giorni nostri, dopo secoli di lotte sindacali, i lavoratori sono obbligati a lavorare anche la domenica! Ecco perché, nell’enciclica, il vero rimedio è indicato nel Vangelo: «…se ai mali del mondo v’è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani» (RN 22); «… il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli stessi argomenti stimati più efficaci, si dimostreranno scarsi al bisogno» (RN 45); «La salvezza desiderata deve essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del secolo» (RN 45).




«Una via nel deserto» di James Bishop

nm5d12478bc59c32-91830159_586-583di Antonio Lovascio • Certo, griderebbero al miracolo i coraggiosi cappellani dei penitenziari di Porto Azzurro, Opera, Sollicciano, Poggioreale o dell’Ucciardone se scoprissero che detenuti per femminicidi, stragi di mafia e camorra, stupri, si stanno ispirando al bel libro di James Bishop pubblicato dalla LEF (pp 286, euro 20), sotto il titolo già di per sé indicativo “Una via nel deserto”, che ci propone come percorso di conversione addirittura la Regola di San Benedetto, scritta quasi 1500 anni fa. Prima di parlare dei contenuti del volume (che si apre con la prefazione di padre Bernardo Gianni, Abate di San Miniato al Monte) credo sia utile presentare in poche righe l’autore e la sua storia. Infatti non tutti sanno che James Bishop nasce in un convento vicino a Los Angeles, in California. Cresce cattolico, durante l’adolescenza entra in contatto anche con altre religioni e si concentra sulla contemplazione. Lavora per oltre dieci anni in una software house. Bishop fu condannato e imprigionato per gravi reati; fu reintrodotto alla meditazione attraverso la Comunità mondiale per la meditazione cristiana, una sorta di “monastero senza mura” che conta gruppi ormai in 120 Paesi: i loro membri sono appunto legati per l’incessante, intensa “ricerca di Dio”.

bbene Bishop si è affidato alla Regola di San Benedetto (è un oblato, cioè ha preso alcuni voti dei monaci ma non vive in monastero) e ha trovato in essa un modello di vita che lo ha rigenerato in cella, gli ha dato equilibrio e stabilità, lo ha supportato nel curare i suoi disturbi emotivi. Insomma è stata fondamentale in quella che è stata per lui un’autentica rivoluzione esistenziale. Naturalmente non è stato facile. Lo dice fin dal principio: “Cambiare la mia vita è una cosa che ho deciso di fare tanti anni fa, all’inizio della mia detenzione. Oggi sarei felice di poter dire che è stata una cosa semplice, ma si è trattato della cosa più difficile che ho fatto”.

Bishop ama scrivere delle sue esperienze con la riflessione, la sinestesia e la musica. Attualmente sta lavorando a una biografia. Ora è un uomo veramente libero, sia fisicamente che spiritualmente. Tutto ciò, traspare chiaramente dalla forza comunicativa con cui trasmette le sue convinzioni, in quest’opera rivolta a quanti sono “imprigionati”nel mondo moderno – non solo detenuti in carcere ma tutti coloro che combattono con difficoltà personali, psicologiche. Pubblicata prima in inglese e tradotta poi in italiano da un detenuto rinchiuso per un gravissimo reato nel carcere di Massa, che ben si è immedesimato nel pensiero e nelle condizioni esistenziali e mistiche dell’autore; che in 73 capitoletti naturalmente illustra tanti aspetti di vita pratica dei monasteri utili per chi va in essi per attingere motivazioni di spiritualità e sopravvivere poi nel mondo reale.

Come lo stesso Bishop precisa nelle conclusioni, il suo commento alla Regola non è esaustivo, proprio perché l’autore non ha inteso discutere aspetti specifici della traduzione del linguaggio o delle fonti del testo; ma lo ha concepito “per includere aspetti più profondi, per chi si trova in carcere” ad espiare una pena più o meno lunga (con consigli pratici su come affrontare con letture formative la sofferenza del distacco dalla famiglia e dalla società, il rapporto con gli altri reclusi, il lavoro per riabilitarsi e pensare – chi , realisticamente, può farlo – al domani) e per supportare la Comunità a cui appartiene nel diffondere la “meditazione cristiana”. Quest’ultima finalità esplicitata in un personale e diretto invito al lettore: < Spero che questo mio commento ti aiuti non solo a scoprire i significati più132641514-1ae9452a-964e-4899-a898-c471a8282571 nascosti della Regola,ma anche come essa possa sostenerti. Ti prego di credere che io non sono un maestro spirituale né un guru; piuttosto considerami un compagno di viaggio. Sei libero di unirti a me in questo percorso e se lo farai speriamo di poter imparare uno dall’altro>. Con pieno merito James Bishop entra, grazie al racconto della sua esperienza di vita legata alla Regola di San Benedetto che lo ha redento dal carcere, nella collana de “I libri della fede” della LEF, riportata da Giannozzo Pucci alle sue migliori tradizioni culturali. Sicuramente ci aiuta a capire perché viviamo da prigionieri in un mondo di prigionieri. Una storia imperniata su una “bussola” più adatta ai nostri tempi e non meno efficace delle letture di Socrate, Shakespeare e Silvio Pellico.




La tela sfregiata. L’emergenza ambientale

download (3)di Alessandro Clemenzia • La questione ambientale, e la conseguente responsabilità dell’uomo nella salvaguardia del creato, si presenta oggi come una vera e propria emergenza a livello planetario. L’enciclica Laudato si’ (LS) di Papa Francesco, in questa situazione allarmante, non è una voce fra tante, ma vuole essere una chiara e ufficiale presa di posizione della Chiesa sull’uomo e sulla sua vocazione.

Ma in quale situazione stiamo realmente vivendo? «In sette mesi, dal primo gennaio al 31 luglio, il pianeta ha esaurito tutte le risorse naturali che è in grado di rinnovare in un anno. Nei successivi mesi del 2018 l’uomo è vissuto “a credito”, consumando ciò che la terra non è riuscita a rigenerare» (p. 7). Con queste parole risponde il vescovo teologo Erio Castellucci, a introduzione del suo nuovo libro, intitolato La tela sfregiata. La responsabilità dell’uomo nel creato (Cittadella Editrice 2019). E la questione si fa ancora più allarmante dal momento che la situazione, di anno in anno, sembra sempre più retrocedere. A quali livelli si potrebbe arrivare nel giro di uno o due decenni?

Partendo da questa domanda, l’Autore presenta quattro modelli, che per certi aspetti potrebbero dirsi “esemplari”, che illustrano il differente modo in cui, lungo la storia, l’essere umano si è messo in relazione con la natura: in primo luogo, considera l’uomo della preistoria, il quale, da un lato, per la sua sopravvivenza era capace di sfruttare appieno l’ambiente, e dall’altro, cercava comunque di controllare l’ignoto e la maestosità della natura attraverso dei riti religiosi; in secondo luogo, gli antichi egiziani, i quali, soprattutto grazie all’invenzione della scrittura, che permetteva loro di fare memoria delle nozioni acquisite, senza dover ogni volta riavviare la scoperta della realtà, erano riusciti a godere della natura attraverso le prime forme di tecnica per costruire il loro ambiente vitale; in terzo luogo, i greci, i quali, grazie al passaggio dal Mythos al Logos, si erano inseriti nella natura come se fosse il frutto di una serie di meccanismi mossi dalla causalità. L’ultimo modello è quello industriale, dove l’uomo ha ormai acquisito «una graduale e inesorabile consapevolezza delle proprie dimensioni microscopiche rispetto all’immensità dell’universo» (p. 19) e, attraverso la rivoluzione industriale, è arrivato a sfruttare le risorse naturali.

A partire da questi quattro modelli, Castellucci presenta il significato e il valore del creato nella tradizione ebraico-cristiana, spesso accusata di essere all’origine di una s-divinizzazione della natura. La creazione, per l’uomo ebreo, certamente non è Dio, in quanto è assolutamente trascendente rispetto al cosmo, ma è da Dio e di Dio; per questo non può accedere ad essa attraverso un miope sfruttamento. La creatura, proprio in quanto immagine e somiglianza del Creatore, è ontologicamente caratterizzata da: un rapporto con Dio (dimensione religiosa), un rapporto con gli altri (dimensione sociale), un rapporto con se stessi (dimensione esistenziale) e, infine, un rapporto con il creato (dimensione ambientale). Il peccato, contaminando l’essere dell’uomo, ha provocato una ferita profonda in tutti e quattro gli ambiti. Questa ferita, secondo la rivelazione cristiana, nel Verbo incarnato viene transustanziata; il cosmo, creato per/in/verso Cristo, partecipa della sua Pasqua: «La natura, così, può essere benevola o malvagia, favorevole o sfavorevole all’uomo: come lui è anch’essa malata. […] Per dirla in termini tipicamente cristiani: anche sulla natura si stende l’ombra della croce» (p. 36).Mons-Castellucci-2

Eppure, anche questa creazione transustanziata sta piano piano facendo sbiadire i colori originali utilizzati dal Creatore: tra le materie che si stanno esaurendo e un inquinamento sempre più devastante, prendono il sopravvento delle forti disuguaglianze sociali. Ma in tutta questa situazione, all’insegna del negativo, da dove si può cominciare per compiere una reale inversione di marcia? In continuità con il magistero precedente, papa Francesco trova nella fraternità la risposta efficace alla crisi ecologica, in quanto nella realtà «tutto è connesso» (LS 16, 117 e 138), «tutto è in relazione» (LS 92). Il degrado ambientale, infatti, è così strettamente legato al degrado umano che il superamento della crisi ecologica si può attuare unicamente oltrepassando quell’individualismo sfrenato, che si manifesta oggi nelle diverse logiche economiche di potere, e che, perdendo sempre più il senso del limite, punta al primato del produrre e dell’avere sull’essere.

La grande questione, dunque, è di natura antropologica: «L’homo faber, tentato di sfruttare la natura come semplice cava di materiali, e l’homo oeconomicus, tentato di attingervi come ad una cassa continua da esaurire, devono integrarsi nell’homo sapiens, capace di sfruttare la propria intelligenza per vivere e mantenere la casa comune. L’alternativa all’homo sapiens sarà l’homo demens, che distruggendo la propria casa finisce per distruggere se stesso» (pp. 74-75).

L’unica opzione: il ripartire dalla fraternità!




Per una comunicazione che crei comunione.

papa-bergoglio-sovranismodi Stefano Liccioli • Nel mese di settembre Papa Francesco è intervenuto più volte sul tema delle comunicazioni sociali complice il fatto che in varie occasioni il Santo Padre ha incontrato, nel mese appena trascorso, rappresentanti del mondo della comunicazione. Cercherò di prendere spunto da alcune considerazioni che ha fatto Bergoglio durante queste udienze, allargando le mie riflessioni in particolare ai giovani ed al loro rapporto con i nuovi media. Nel rivolgersi ai rappresentanti dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana (UCSI) il 23 settembre scorso Papa Francesco ha affermato:«La comunicazione ha bisogno di parole vere in mezzo a tante parole vuote. E in questo avete una grande responsabilità: le vostre parole raccontano il mondo e lo modellano, i vostri racconti possono generare spazi di libertà o di schiavitù, di responsabilità o di dipendenza dal potere. […] Da molti vostri predecessori avete imparato che solo con l’uso di parole di pace, di giustizia e di solidarietà, rese credibili da una testimonianza coerente, si possono costruire società più giuste e solidali. Purtroppo però vale anche il contrario. Possiate dare il vostro contributo per smascherare le parole false e distruttive». Ha aggiunto poi il Santo Padre:«Nell’era del web il compito del giornalista è identificare le fonti credibili, contestualizzarle, interpretarle e gerarchizzarle. Porto spesso questo esempio: una persona muore assiderata per la strada, e non fa notizia; la Borsa ribassa di due punti, e tutte le agenzie ne parlano (cfr Esort. Ap Evangelii gaudium, 53). Qualcosa non funziona.». Su questa linea, nel discorso che il pontefice ha fatto alla delegazione della testata giornalistica regionale della RAI la settimana precedente all’incontro con l’UCSI, mi ha colpito il suo invito a raccontare anche ciò che, secondo i più diffusi criteri editoriali, non farebbe notizia:«L’informazione locale non è da considerare “minore” rispetto a quella nazionale. Anzi, direi che è la più genuina e la più autentica del mondo mass-mediale, in quanto non risponde alle esigenze di profitto o di messaggi da comunicare, ma è chiamata a trasmettere unicamente la voce della gente, in tutti i suoi aspetti e nei diversi momenti della vita sociale, culturale e spirituale, ed ha un compito altrettanto importante nel valorizzare le realtà e le culture locali, senza le quali anche l’unità della nazione non esisterebbe».

Rispetto al passato, ora gli adolescenti ed i giovani abitano il mondo della comunicazione, soprattutto della comunicazione digitale, in maniera attiva producendo contenuti non solo scritti, ma fatti anche di immagini che spesso hanno una grande diffusione in particolare attraverso i social media. Strumenti a cui essi hanno un facile accesso ed in cui spesso dimostrano una certa dimestichezza che in molti casi però non è accompagnata da un’adeguata consapevolezza. Le parole del Santo Padre dovrebbero guidare genitori, insegnanti ed educatori in generale nell’accompagnare ragazzi e ragazze nell’uso responsabile dei mezzi di comunicazione digitale. L’invito all’autenticità ed alla ricerca della verità è un richiamo fondamentale, ad esempio, perché ci porta ad aiutare i giovani a mostrarsi per quelli che sono, senza indossare maschere ed a diffondere solo notizie ed informazioni su stessi e gli altri che siano vere e verificate. Questo comporta combattere la facile tendenza a diffondere fake news e c’incoraggia a far sviluppare nelle nuove generazioni un approccio critico al mondo dell’informazione. In questa prospettiva è altrettanto significativa la proposta di raccontare «le “buone notizie” che generano amicizia sociale: non di raccontare favole, ma buone notizie reali; di costruire comunità di pensiero e di vita capaci di leggere i segni dei tempi». Come operatori della comunicazione ci viene facile indulgere più sugli aspetti negativi che su quelli positivi del mondo che ci circonda, ma dobbiamo invece raccontare, per citare un celebre apologo, non solo l’albero che cade e che fa rumore, ma anche la foresta che cresce in silenzio. E dobbiamo educare ragazzi e ragazze a fare altrettanto e cioé a scoprire e parlare delle cose belle che abbiamo e che ogni giorno ci vengono donate, ma che spesso diamo per scontatehaters-web-puntoventi

Infine trovo molto importante la sottolineatura del Papa sul sapere usare, quando si comunica, parole di pace, di giustizia e di solidarietà. Sta infatti dilagando nella Rete il fenomeno degli haters, uomini e donne di ogni estrazione sociale che, nascondendosi dietro ad un nickname, trasformano i social network in un luogo di odio più che di sereno scambio di idee. L’hate speech, così come viene definito, può essere originato da conversazioni su temi di un certa pregnanza come la religione, l’etnia, il credo politico oppure da questioni banali come un film o un cantante. Quello che rimane costante è la violenza dell’insulto che si amplifica quando la discussione coinvolge altri haters, prendendo di mira, sovente, qualcuno. Teatro di questi scontri feroci sono le chat di gruppo o le più famose piattaforme social.

I giovani non sono immuni da queste dinamiche, ma ci si immergono, anche con un ruolo attivo, diventando dei cyberbulli, veri e propri aguzzini dei loro coetanei.

ManifestoPolitica-kgWH-U31002014417265PLI-593x443@Corriere-Web-SezioniGli adulti non possono rimanere indifferenti davanti a tutto ciò. Devono provare a riuscire a prendere le redini di questo fenomeno che sta infestando la Rete, intervenendo sulle nuove generazioni, difendendole da questa spirale d’odio ed educandole ad un’etica del rispetto e della gentilezza, anche nel mondo digitale che non è meno vero di quello reale solo perché appunto digitale. A tal proposito mi sembra interessante l’iniziativa chiamata “Il manifesto della comunicazione non ostile” (vedi), un decalogo da condividere con tutti, dai bambini in su, per farli crescere nella consapevolezza che la comunicazione serve a creare la comunione tra le persone e non l’odio e la divisione.




La «pietas» di Georges Simenon

Georges-Simenon-1di Giovanni Pallanti • Georges Simenon è stato ricordato dall’”Osservatore Romano” nel numero del 2-3 settembre 2019. Era il trentesimo anniversario della scomparsa dello scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico per aver inventato il personaggio di Jules Maigret commissario della polizia francese. Come mai l’”Osservatore Romano” ha voluto ricordare il grande scrittore che apparentemente poco ha a che fare con i temi trattati dal quotidiano vaticano? Chi non conosce Simenon  si sarà forse meravigliato. Chi lo ha letto sa perfettamente che nei suoi romanzi e nella serie dedicata al commissario Maigret egli sa descrivere in maniera chiara e semplice i comportamenti degli uomini e delle donne fino a percepire i drammi e le gioie dell’anima umana. I racconti polizieschi che hanno come protagonista Maigret sono un caleidoscopio per narrare le vicende umane attraversate da una turbolenzaesistenziale o in un delitto attraverso le indagini di un poliziotto che scopre, alla fine, non solo il dolore della vittima ma anche il dramma dell’assassino. In questa piètas di Simenon c’è la sua matrice cristiana e cattolica. Il senso del peccato, per Lui, non abbandona mai le vicende del mondo. Anche le persone più insospettabili possono essere state influenzate dal male. Anche le persone buone possono, per una qualsiasi ragione, commettere un crimine.  Simenon è stato considerato dal grande scrittore francese Andrè Gide, premio Nobel nel 1947, un maestro della letteratura tant’è che Gide scrive ad un amico di avere letto, in una sola settimana, otto libri di Simenon. La tiratura delle sue opere, tra cui molti romanzi, sono state tradotte in cinquanta lingue e pubblicate in quaranta paesi superando, ad oggi, i settecento milioni di copie. Dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) è il terzo scrittore di lingua francese più tradotto al mondo. Nei suoi romanzi, ( vale la pena di ricordare: ”Tre camere a Manhattan”, “l’uomo che guardava passare i treni”, “la neve era sporca”, “ i fantasmi del cappellaio”,”Cargo” e tanti altri ) l’ambientazione è talmente straordinaria che mentre si legge scorrono assieme alle parole le immagini di ambienti , di paesaggi e la vita delle persone come se si guardasse un film. La capacità di contestualizzare ambienti e storie umane è la più grande qualità di arton147376Simenon,soprattutto quando descrive i personaggi femminili, il che lo fa essere uno dei più grandi narratori e romanzieri degli ultimi due secoli. In Lui, come ben si comprende leggendo le storie del commissario Maigret, c’è un impasto di cultura contadina e un’ ispirazione cattolica( in fondo alla sua anima di libertino) che lo fa essere un attento osservatore del reale che non indulge in compassione per il male del mondo ma che vive serenamente e consapevolmente l’essere umano portatore al contempo di bene e di male. La cultura contadina, (Maigret viene immaginato, da Simenon, come figlio di un fattore di una grande tenuta della campagna francese), gli consente di affrontare tutte le situazioni scabrose con rammarico ma senza mai perdere la speranza nel genere umano. Per questo modo di intendere la vita Simenon è superiore anche al grandissimo Balzàc. Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri diceva che Simenon aveva scritto vivendo e vivendo scriveva. Esatto. La vita di Georges Simenon (Liegi 13 febbraio 1903- Losanna 4 settembre 1989 ) è stata forse, infatti, il suo più grande romanzo.




Reliquie di San Pietro a Costantinopoli

celebrationdi Andrea Drigani Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione «Sacrosanctum concilium» al n.111, ribadendo un’antichissima consuetudine, afferma : «I santi sono venerati nella Chiesa, secondo la tradizione, e le loro reliquie autentiche e le loro immagini sono tenute in onore» («Sancti iuxta traditionem in Ecclesia coluntur, eorumque reliquiae authenticae atque imagines in veneratione habentur»). Anche in tale contesto si colloca la lettera che Papa Francesco ha scritto, il 30 agosto, al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, per spiegare più pienamente il dono di alcuni frammenti delle reliquie dell’Apostolo Pietro, avvenuto il 29 giugno attraverso la delegazione del Patriarcato Ecumenico, che aveva preso parte alla festa patronale della Chiesa di Roma. Papa Francesco ricorda che la tradizione ininterrotta della Chiesa romana ha sempre testimoniato che l’Apostolo Pietro, dopo il suo martirio nel Circo di Nerone, fu sepolto nell’adiacente necropoli del colle Vaticano. La sua tomba – prosegue – divenne presto un luogo di pellegrinaggio da ogni parte del mondo cristiano. In seguito l’imperatore Costantino fece costruire la Basilica Vaticana dedicata a San Pietro sopra il sito della tomba dell’Apostolo. Nel giugno 1939 Papa Pio XII decise di far eseguire degli scavi sotto la Basilica Vaticana. I lavori portarono prima alla scoperta del luogo esatto di sepoltura dell’Apostolo e poi, nel 1952, alla scoperta, sotto l’altare maggiore della Basilica, di un’edicola funeraria, addossata a un muro rosso datato all’anno 150, che conteneva ossa che possono essere ragionevolmente considerate appartenenti all’Apostolo Pietro. Di quelle reliquie – continua Francesco – il Papa San Paolo VI fece rimuovere nove frammenti per la cappella privata dell’appartamento papale. I nove frammenti furono posti in una cassetta di bronzo recante l’espressione: «Ex ossibus quae in Archibasilicae Vaticanae hypogeo inventa Beati Petri apostoli esse putantur» («Dalle ossa trovate nell’ipogeo della Basilica Vaticana che si ritiene siano del beato Apostolo Pietro»). Papa Francesco osserva poi di aver sentito che sarebbe stato molto significativo se questi frammenti delle reliquie dell’Apostolo Pietro fossero state poste accanto alle reliquie dell’Apostolo Andrea, che è venerato come patrono celeste della Chiesa di Costantinopoli. Unire le reliquie dei due fratelli Apostoli – aggiunge ancora Francesco – può servire anche come costante promemoria e incoraggiamento perché, in questo cammino continuo, le nostre divergenze non siano d’intralcio alla nostra comune testimonianza e alla nostra missione evangelizzatrice al servizio di una famiglia umana che è oggi tentata di costituire un futuro puramente secolare, un futuro senza Dio. Il Patriarca Bartolomeo ha risposto a questo dono con un’intervista rilasciata all’«Osservatore romano» del 15 settembre. Il Patriarca ha esordito considerando questo regalo un vero tesoro e indica tre significati profondi di questo gesto. Il primo è che l’arrivo delle reliquie del santo apostolo Pietro nella sede del Patriarcato ecumenico a Costantinopoli è una benedizione in sé. San Pietro è una figura centrale di santità perché è apostolico e per molti aspetti vicino a tutti i cristiani, è l’apostolo della confessione, ma anche del rinnegamento. San Pietro è il testimone della risurrezione, segno di speranza per tutti i credenti. Il secondo significato – annota Bartolomeo – consiste nella memoria delladownload fratellanza che unisce San Pietro e Sant’Andrea. Allo stesso modo in cui i due apostoli sono fratelli secondo la carne, così le Chiese di Roma e di Costantinopoli sono sorelle. Il terzo significato è più ecumenico e si riferisce alla ricerca dell’unità e della comunione. Il dono di Papa Francesco – osserva il Patriarca – è una nuova pietra miliare sulla via del riavvicinamento, un passo cruciale nel dialogo della carità avviato più di cinquant’anni da Paolo VI e da Atenagora. Un dialogo che oggi è posto sotto la benedizione dall’apostolo Pietro. Bartolomeo ha infine voluto rammentare le parole dell’apostolo che in queste circostanze assumono una dimensione molto particolare: «Amatevi, intensamente di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1,22).




Circolarità

CE-Guide-News-EMF-fulldi Giovanni Campanella • A metà aprile del 2019, la casa editrice Edizioni Ambiente ha pubblicato un libro intitolato Economia circolare per tutti – Concetti base per cittadini, politici e imprese. L’autore è Walter R. Stahel, «visiting professor presso la facoltà di Ingegneria e Scienze fisiche dell’Università del Surrey, nel Regno Unito. Dopo la formazione come architetto, è diventato ricercatore di economia applicata. Ha lavorato per aziende, governi, università e istituti di ricerca nei cinque continenti. È autore e coautore di circa 400 pubblicazioni, tra cui libri che sono stati tradotti in diverse lingue. Negli anni Settanta ha iniziato a studiare come sostituire l’energia con la manodopera, ricerca che ha portato a quella che oggi conosciamo come economia circolare» (copertina).

Non è certo il primo saggio sull’economia circolare (in inglese “Circular Economy” o CE). Ormai il concetto si è affermato da anni, anche a livello normativo e in ambiti di dibattito pubblico e di discorsi istituzionali. Ne parlano nei propri discorsi ministri e presidenti. Né mancano critiche e scetticismi: alcuni la considerano una bella favola non realizzabile in concreto e altri ritengono che produca più rifiuti di quanti ne elimini. Inoltre, è vista con grande sospetto da molti sostenitori della cosiddetta “decrescita felice”.

L’obiettivo del libro è allora quello di rendere accessibile a un pubblico vasto il concetto di CE attraverso schemi chiari e ragionamenti semplici. La stessa definizione di economia circolare non è facile da dare. Nella prefazione, Emanuele Bompan, direttore di Materia Rinnovabile, cita un articolo accademico del 2017 di Julian Kirchherr, Denise Reike e Marko Hekkert, secondo cui esisterebbero ben 114 definizioni di economia circolare. Più avanti ci viene in aiuto lo stesso autore, Stahel: la CE comincia «al Punto vendita e mira a mantenere il valore e l’utilità degli oggetti industriali e il valore e la purezza dei materiali industriali il più a lungo possibile» (pp. 11-12).

Elemento chiave del nostro tema è l’idea di privilegiare l’uso, l’affitto, il noleggio degli oggetti piuttosto che la proprietà di essi. In una economia circolare industriale (Circular Industrial Economy o CIE) pura, il produttore dovrebbe mantenere la proprietà del prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita e soprattutto mantenerne la responsabilità quando si tratti di decidere alla fine se metterlo tra i rifiuti o cercare di ripararlo o di riutilizzarne componenti o perfino di riutilizzarne le molecole. In fondo lui stesso, meglio del consumatore finale, sa come è stato fatto e con cosa è stato fatto il prodotto!stahel_main

La fase del riutilizzo delle molecole (piuttosto che arrendersi a considerare un determinato oggetto un rifiuto) è effettivamente la più difficile da implementare ma anche la più avvincente. E’ l’ultima frontiera della CE ed è denominata “era D”. Nell’era D si cerca di mettere insieme tecnologie e azioni per il recupero di atomi e molecole al livello di massima qualità (purezza e valore), della stessa purezza delle risorse vergini.

Altro elemento estremamente interessante della CE è la valorizzazione del lavoro umano. La CE mira a privilegiare il lavoro umano rispetto al consumo di energie non umane. Sembrerebbe a prima vista un “tornare indietro”! Però, se ci si pensa bene, il lavoro umano è una risorsa rinnovabile. La classica economia lineare (Linear Industrial Economy o LIE) è ad alta intensità di risorse e capitale mentre la CE è ad alta intensità di lavoro. Effettivamente, spesso l’azione del riparare è imprescindibilmente legata al lavoro di artigiani, operai ed esperti. In molti stati la manodopera viene tassata pesantemente mentre sono sovvenzionati la produzione e il consumo di combustibili fossili e altre risorse non rinnovabili: secondo Stahel, tali politiche fiscali dovrebbero essere totalmente ribaltate.

Grande è l’attenzione di Papa Francesco nei confronti del tema della CE. In un articolo, scritto da Marta Nunziata e intitolato Il sentiero di Francesco per l’economia, su L’Osservatore Romano del 4 settembre 2019 si legge:

«occorre riportare l’essere umano al centro della visione economica, in quel modello di economia circolare tanto caro a Papa Francesco, che, nell’enciclica Laudato si’ scrive: “Non si è ancora riusciti ad attuare un modello di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare”» vedi




La persona, il cuore, la preghiera. Una miscellanea di testi del card. Špidlík a 100 anni dalla sua nascita

downloaddi Dario Chiapetti • Nel centesimo anniversario della nascita del card. Tomáš Špidlík (1919-2010) esce La persona, il cuore, la preghiera. Miscellanea III (Lipa, Roma 2019, 158 pp.). Il porporato, nato in Moravia e formatosi filosoficamente e teologicamente in diverse università europee, è noto per la sua riflessione teologica improntata sulla prospettiva dell’Oriente cristiano che questi ha elaborato lungo i tanti anni di docenza presso il Pontificio Istituto Orientale e la Pontificia Università Gregoriana prima, e l’impegno nel lavoro del Centro Aletti poi.

Il presente testo è il terzo volume della miscellanea dei testi di Špidlík; nel 2004 era apparso il primo volume intitolato Alle fonti dell’Europa, nel 2006 il secondo, col titolo Alle fonti dell’Europa. In Principio era l’arte. Se la prospettiva teologica orientale, soprattutto per quanto riguarda la riflessione sulla vita spirituale secondo i pensatori russi, ha costituito il centro d’interesse dell’Autore, si comprende dai titoli summenzionati come essa sia stata affrontata ponendo attenzione alle sue declinazioni culturali nonché a ricostruire e ad analizzare la parabola storica del pensiero europeo con l’evidenziazione dell’importante virata avvenuta con la Scolastica, occidentale come orientale. Tutto ciò è messo in luce mediante – è questo un ulteriore aspetto della riflessione di Špidlík che molto ha ispirato il volto e l’opera del summenzionato Centro Aletti – lo studio attento dell’arte e del fenomeno artistico sulla scia delle riflessioni di S.L. Frank sulla produzione artistica, come nel caso della cultura, quale evento incarnatorio che coinvolge Dio, l’uomo e il cosmo.

Con questo terzo volume vengono presentati, negli otto capitoli che lo compongono, otto contributi apparsi come articoli in riviste scientifiche e pubblicazioni negli anni tra il 1971 e il 1996, scelti e messi insieme in modo tale da presentare in modo chiaro la linea teologico-teoretica che l’Autore ha tracciato nella sua riflessione.

Tutto ciò che è scaturisce dalla Trinità, dall’essere di Dio in sé – il capitolo I, La persona, icona del Padre – e si rivela nell’economia – il capitolo II, Gesù nella pietà dei cristiani orientali e il capitolo III, Lo Spirito Santo nella catechesi di san Basilio. La docilità allo Spirito -. Alla luce di tale rivelazione l’uomo può pensare se stesso – il capitolo IV, L’antropologia dei pensatori russi – fino nel profondo del suo principio interno d’unità – il capitolo V, Il cuore nella spiritualità russa -. Solo in forza di questa rivelazione è possibile parlare di ascesi – il capitolo VI, L’esicasmo come metodo per acquistare la pace – e di parlarne nel contesto di una vita concreta – il capitolo VII, Serafino di Sarov -. Il tutto viene ricapitolato nella grande visione mistico-pratica presentata nel capitolo VIII, Il dovere di trasformare il cosmo secondo i pensatori russi.spidlik_nepomucenum-300x231

Se il percorso teoretico del padre Špidlík è quello appena menzionato, il relativo percorso conoscitivo è quello che il porporato ha individuato nel Nuovo Testamento, nei padri greci ma anche nelle esperienze “collettivistiche” russe riprese da F. Dostoevskij: è l’esperienza spirituale-ecclesiale che porta a confessare un Dio che è amore, un Dio che è amore in quanto trino, un Dio che è trino in virtù non di un’unica natura condivisa ma della persona del Padre nella cui unità «il Figlio e lo Spirito Santo sono uno». Nell’incentramento della comprensione dell’essere di Dio nella persona del Padre – nella linea della prospettiva patristica orientale – l’Autore prosegue il suo discorso, rifacendosi al già citato Dostoevskij, a N. Berdjaev e a S. Bulgakov per quanto concerne la riflessione sulla libertà intesa come amore estatico e così nota fondamentale dell’essere persona che fa sì che in quest’ultima alterità e comunione coesistano e si presuppongano a vicenda.

Se la realtà della persona, come esistenza che rivela l’Altro, è ciò che connota i Tre, essa è ciò che caratterizza anche l’uomo in quanto creato secondo l’immagine di Dio il quale pertanto è compreso come «fonte primaria della rivelazione», tanto più se questi è unito a Dio, come il padre Špidlík mostra nelle pagine, dogmaticamente pregnanti e molto da approfondire, sulla riflessione basiliana sullo Spirito Santo come tou eidou logon, “ragione di forma” dell’uomo, come colui che «entra a far parte della nostra natura umana», nella struttura tricotomica di corpo, anima e Spirito, tanto da non poter parlare della libertà dell’uomo se non come realtà umano-divina. L’Autore mostra come sia da questa unione personale divino-umana che scaturisca la preghiera – intesa innanzitutto come vita quale, a sua volta, relazione filiale col Padre nel Figlio per lo Spirito -, la capacità creatrice dell’uomo – contro ogni «schema semplificato abituale» tra un Dio creatore e un uomo creatura – e, infine, l’esercizio ascetico, condotto nel combattimento tanto nel mondo quanto nel cammino dell’esichia, alla scoperta degli abissi di se stessi laddove si discernono i pensieri e si compie l’unione con Dio.

Soprattutto, come detto, questa spiritualizzazione dell’uomo che fa questi creatore si concretizza nell’attività umana santificante il creato, primigenia vocazione di Adamo. Come l’uomo spiritualizzato comunica la vita spirituale al creato, il creato spiritualizzato comunica la vita spirituale all’uomo: è questa la dinamica sacramentale, perlopiù latente nella comprensione occidentale dei sacramenti. Il padre Špidlík intende mostrare come sia proprio nella persona umana – la quale giunge ad essere pienamente tale solo nella persona del Dio-Uomo – che si incontrano Dio e il creato, e come sia proprio nella creazione – la quale giunge ad essere pienamente tale nella persona, ancora, del Dio-Uomo – che si incontrano Dio e l’uomo.

In tal senso la salvezza è presentata nella sua ontologica connessione col Dio trino, con gli altri uomini e con tutto il creato come, del resto, papa Francesco, in pieno spirito patristico orientale e, per parte occidentale, del santo d’Assisi, sta cercando di mostrare.




Giovani Crisostomo. ‘La gloria di colui che tutto move …’ (Paradiso I,1)

download (1)di Carlo Nardi • Fa una certa impressione trovare in un Padre della Chiesa tra quarto e quinto secolo un’asserzione inequivocabile della permanenza del cosiddetto mondo infraumano nella escatologia definitiva. Come dire, di questo nostro mondo in paradiso.

E mi appare alla mente in un pensiero di san Giovanni Crisostomo (350 circa – 407). Nel giorno del giudizio il Padre Eterno, che ha fatto il mondo così bello per tante cose e piante e bestie, … non lo butterà via. Anzi, lo farà più splendido che mai. Certo a suo modo, e non starà a noi insegnarglielo. Lo saprà fare, e come Lui sa!

Ora il Crisostomo, nel suo esilio tra calure e geli dell’Armenia, poco prima della morte, ebbe il vigore di dar vita al suo Libro sulla provvidenza di Dio (404/407): scopo il confortare i suoi diocesani a Costantinopoli, privi del legittimo pastore, peraltro suffragato dal papa Innocenzo. Eccone un suo pensiero con scadenze poetiche: «Ehi tu, uomo, tutto ciò che esiste è per te, / e le arti sono per te e le usanze, / e le città e i villaggi, / e il sonno è per te e la morte è per te e la vita è per te, / e l’incremento e le opere della natura così grandi, e il mondo (kósmos) cosiffatto è tutto per te ora / e, nuovo, sarà migliore per te (dià sé nŷn kaì pálin ameínōn dià sé)» (7,3: Sources Chrétiennes 79,126).

Alcuni rilievi. Il trafiletto esprime un crescendo. Ne è testimone l’uomo nel farsi operoso (homo faber). E quali sono i segni? Le «arti» (téchnai), come le artes degli antichi romani, e col parlar toscano e, ovviamente, italiano; e nell’agire di mestieri e professioni con relative competenze. Insomma: “impara l’arte e mettila da parte”, in un lavorìo anche coessenziale ai rapporti umani. Alle ‘arti’ il Crisostomo abbina le «usanze» (epitedeímata): sono i mores dei latini che si dilatano – per così dire – nelle ‘consuetudini’ con le ‘umanità’ (le humanitée dei francesi), sussunte e suffragate dallo ius gentium, diritto dovere delle genti in quanto tali.

Poi la vita politica, la polis, come la civitas latina: la «città», ‘cosa pubblica’, peraltro circondata dai «villaggi» con le loro socialità. E Aristotele nella Politica insegnava a distinguere tra compiuta politica e i ragionamenti del paesello. Questo circa allo spazio.

La scansione di un tempo sia biologico sia umano, nonché sovraumano, si proietta, in alto, alla volta dell’eternità: «e il sonno è per te e la morte è per te e la vita è per te». Il ‘sonno’ è apprezzato come salutare dono di Dio. Donde l’ancestrale abbinamento con la ‘morte’, la “nostra corporal sorella morte” di san Francesco, e con la ‘vita’. Quindi ‘vita’, ma ‘vitalità’ (zōé), fisica ed effervescente, e ‘vita eterna’ col ‘duello tra morte e vita’ (mors et vita duello della Sequenza della santa Pasqua) che abbraccia terra e cielo, e anela ‘di gloria in gloria’ (2 Cor 3,18).

Il Crisostomo parla anche di «incremento ed opere della natura così grandi». In primo luogo l’‘incremento’, aúxesis, che ha la medesima radice del latino auc- da cui augmentum, l’‘aumento’ italiano, ossia ‘crescita’ e ‘sviluppo’. Poi è la ‘natura’, phýsis dalla radice greca phu- che è la stessa del latino fieri: direi in italiano filosofico il ‘divenire’ col dinamismo della ‘natura nell’essere in stato nascente’. Dunque ‘il divenire e lo svilupparsi’ sono preparazioni al ‘mondo strutturato’ (kósmos) secondo l’ideale greco etico-estetico, e pertanto ‘bontà e bellezza’ e viceversa, o meglio ancora ‘garbo e virtù’ con i detti dei nostri vecchi.san-giovanni-crisostomo

Quindi da uno sfacelo, ormai atto a sbriciolarsi, assurgono bontà e bellezza, auspice in Dio la creazione e la gloria per gli umani. Ancora il Crisostomo: «Che davvero sarà migliore e tutto questo sarà per te (ameínōn éstai kaì toûto dià sé), senti: lo dice Paolo: “anche la creazione in sé e per sé sarà liberata dall’asservimento alla corruzione”. E in che modo godrà di una dignità così grande per te, lo dimostra con quel che aggiunge: “verso la libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21)» (7,3: ibid.).

Alla creazione liberata compete una ‘dignità’ (timé), ovvero all’onore di una prerogativa o di un ministero, come il munus latino, connessi all’essere umano in vista alla «gloria (dóxa)» paolina «dei figli di Dio» (Rm 8,21). E in merito molto ci dice Dante: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove» (Paradiso I,1-3).