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Il Cardinale Wyszynski proclamato beato

di Giovanni Pallanti · Stefan Wyszynski nacque il 3 agosto del 1901 a Zuzela, fu consacrato Sacerdote il 3 agosto 1924.

Durante l’occupazione russo tedesca della Polonia dal 1939 al 1945 partecipò attivamente alla resistenza contro i sovietici e i nazisti, come cappellano dell’armata di liberazione polacca.

Finita la guerra la Polonia rientrò nel emisfero dell’Unione Sovietica che impose un regime comunista, che tra i suoi obiettivi aveva lo sradicamento della fede cristiana, connaturata all’idea di nazione per milioni di polacchi.

Dal 1700 la Polonia era stata divisa tra la Russia Zarista, il Regno Prussiano, l’ Impero tedesco e l’Impero Austriaco.

Dopo la Prima Guerra Mondiale era ritornata una nazione libera, fino a che nel 1939 con il patto Ribbentrop Molotov la Polonia fu di nuovo divisa.

Stefan Wyszynski dimostrò un indomito coraggio nel sostenere la causa della liberà e della giustizia durante tutto il periodo della guerra e fino al 1978, creato Vescovo da Papa Pio XII, il 4 marzo 1946 dopo essere stato nella sede episcopale di Dublino diventò Primate di Polonia, Arcivescovo e poi Cardinale il 12 gennaio 1953.

Stefan Wyszynski è stato il modello di tutto l’episcopato dell’ Europa Orientale che era stato fortemente intimidito e impedito nell’azione episcopale dal regime sovietico e dai singoli partiti comunisti nazionali.

Il Cardinale Wyszynski conobbe il carcere nei primi anni cinquanta e una residenza forzata in un convento dove gli era impedito qualsiasi contatto con l’esterno, nonostante queste vessazioni non smise mai di pensare al male minore ed apri con Wladyslaw Gomulka un colloquio politico che si basava sulla ricerca di una minima convivenza tra lo Stato Comunista Polacco e la Chiesa Cattolica.

Alcuni esponenti della destra clericale in Vaticano criticarono il Primate di Polonia accusandolo di colloquiare con i comunisti.

Lo criticarono quei prelati che vivevano comodamente in Vaticano e si dedicavano alla mondanità ambigua e spesso triste dei salotti romani.

Wyszynski guidò la chiesa e i cattolici polacchi in una lotta intelligente e politicamente molto saggia fino alla crisi del regime comunista, iniziata nel 1978 con l’ elezione a Vescovo di Roma di Karol Wojtyla.

C’è un aneddoto che viene spesso ricordato sul primo incontro tra Wyszynski e Wojtyla.

Wojtyla ebbe la notizia di essere stato nominato Vescovo Ausiliare di Cracovia e quando il Primate di Polonia gli comunico la scelta del Papa, Wojtyla trentaseienne gli disse ” ma sono troppo giovane per questo incarico” Wyszynski gli rispose: “ questo è un problema che supererà molto presto” e inaugurò un rapporto solidale e rispettoso tra i due Vescovi con Wojtyla che anche da Cardinale e Arcivescovo di Cravocia stava sempre un passo indietro nelle manifestazioni religiose e civili al cardinale Wyszynski. Per l’elezione al pontificato di Wojtyla fu determinate dicendo che se doveva essere Papa un polacco questo poteva essere solo Wojtyla.

Wyszynski morì il 28 maggio 1981 a Varsavia i suoi funerali furono una grande manifestazione di fede e di unità nazionale della Polonia.

Giovanni Paolo II non poté partecipare al funerali del Primate perché era ricoverato all’ospedale Gemelli di Roma in seguito all’attentato dove fu ferito gravemente in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981.

Il 12 settembre del 2021 è stato proclamato Beato, così come aveva stabilito la congregazione delle cause dei Santi e Papa Francesco.

Per capire il carattere di questo straordinario Sacerdote e Vescovo polacco dal portamento principesco e dalla vita austera e monacale, vero successero degli Apostoli, dotato di un’intelligenza politica molto rilevante basta rileggere una sua frase: “Il peccato più grande per un Apostolo è la paura: la paura di un Apostolo è la prima alleata dei suoi nemici.”

La chiesa ha stabilito che il giorno della memoria del Beato Wyszynski sarà il 28 maggio di ogni anno, giorno della sua ascesa al cielo.




Diritto dei bambini a giocare attivamente e pericoli della dipendenza da telefonini e videogiochi.

di Carlo Parenti · Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i bambini dovrebbero dedicare almeno tre ore al giorno al gioco all’aperto. È un loro diritto. Una necessità tanto più urgente dopo la reclusione forzata della pandemia quando hanno guadagnato ancora più spazio videogame e telefonini.

L’ OMS nel suo rapporto (vedi) su “Linee Guida su Attività Fisica, Comportamento Sedentario e Sonno per i Bambini Minori di 5 Anni” raccomanda che I bambini sotto i cinque anni devono trascorrere meno tempo seduti a guardare gli schermi, devono dormire meglio e avere più tempo per giocare se vogliono crescere sani.

Peraltro il mancato rispetto delle attuali raccomandazioni sull’attività fisica per tutte le fasce di età è responsabile di oltre 5 milioni di morti a livello globale ogni anno. Attualmente, oltre il 23% degli adulti e l’80% degli adolescenti non sono sufficientemente attivi fisicamente.

L’Oms rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo (raccomandato perché prevede l’uso della fantasia) o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità. Il tempo di qualità trascorso in attività interattive non basate sullo schermo con un caregiver, come lettura, narrazione, canto e puzzle, è molto importante per lo sviluppo del bambino”.

Queste le principali raccomandazioni della OMS: Divieto assoluto di restare fermi davanti a uno schermo per i bambini da zero a due anni, mentre dai due ai quattro anni i bimbi non dovrebbero essere mai lasciati per più di un’ora a guardare passivamente lo schermo televisivo o di altro genere, come cellulari e tablet.

Per i piccoli fino a un anno di età: attività fisica diverse volte al giorno, compresa mezz’ora in posizione prona. Favorire 14-17 ore di sonno totale al giorno ai neonati.

Bambini da uno e due anni: almeno tre ore di attività fisica giornaliera e 11-14 ore di sonno totale.

Tra i due e i quattro anni di età: almeno tre ore di attività fisica giornaliera, di cui almeno una di forte intensità e 10-13 ore di sonno totale.

Per una indagine -precedente alla pandemia- di OKkio alla SALUTE in Italia il 34% dei bambini dedica al massimo un giorno a settimana (almeno 1 ora) allo svolgimento di attività fisica strutturata e quasi 1 bambino su 4 dedica al massimo un giorno a settimana (almeno 1 ora) allo svolgimento di giochi di movimento. Inoltre il 22,7% dei bambini trascorre oltre 3 ore davanti ad uno schermo, troppo, se pensiamo che la media europea è del 9,3%. (vedi Johann Rossi Mason su Huffpost del 22 settembre u.s.). Peraltro gli adolescenti, tra i 13 e i 17 anni durante l’anno della pandemia (complice la Dad) nel 97% dei casi hanno passato dalle 5 alle 6 ore davanti a uno schermo.

Il discorso si sposta poi dalla attività ludica a quella intellettuale da preservare nei bambini e in genere nei minori, cercando di limitare la influenza negativa dei cellulari e dei video giochi.

Non devono quindi destare sorpresa recenti decisioni cinesi in materia, che decontestualizzate possono apparire pregiudizialmente “dittatoriali” in un paese “comunista”.

Gli utenti under-14 potranno infatti usare Douyin, la versione cinese di TikTok, con un limite 40 minuti al giorno e solo tra le 6 del mattino e le 22. L’ha annunciato ByteDance, la compagnia proprietaria dell’app, presentando la funzione Youth Mode (Modalità Giovani). La decisione di porre questi limiti viene dopo che le autorità cinesi hanno ordinato un giro di vite sull’utilizzo da parte dei giovani di questi servizi online. Douyin non ha un limite di età minima per l’utilizzo, ma sotto i 18 anni ci deve essere il consenso di un tutore legale. Su TikTok l’età minima è 13 anni. Lo scorso mese inoltre le autorità cinesi avevano vietato l’utilizzo dei videogame agli under-18 durante la settimana, limitandolo a una sola ora i venerdì, nei weekend e durante le festività per un massimo quindi di 3 ore.

A giugno, la Cina ha rivisto la sua legge sulla protezione dei minori, richiedendo ai social network di limitare il consumo. La legge specifica che “la società, le scuole e le famiglie devono condurre un’educazione ideale (…). Lo Stato incoraggia e sostiene la creazione e la diffusione di contenuti online che favoriscono la crescita sana dei minori”. Fissa anche l’obiettivo di “impedire che i minori diventino dipendenti dalla rete“. Inoltre, da febbraio è vietato portare gli smartphone a scuola.

Dobbiamo meravigliarci? NO! Già su questa rivista avevo affrontato nel marzo 2018 (vedi) l’argomento della potenzialità negativa di cellulari e videogiochi sui giovani nell’articolo “La «doppia morale» dei padroni di internet: Niente cellulare ai loro figli minori. E noi?”. Infatti gli psicologi sottolineano quanto possano essere pericolosi gli smartphone per i cervelli degli adolescenti.

Aggiungo che anche le chat presentano effetti distorsivi. Per il saggista americano Tom Nichols siamo iperconnessi, viviamo in uno spazio vasto e solitario. Rimbalziamo da un click all’altro stravolti dall’ansia. Aspettiamo lo scontro, la polemica, il complotto, immersi nelle nostre comunità virtuali . «L’iperconnessione mina la democrazia aumentando la rabbia e la polarizzazione tra i comuni cittadini non perché impone la distanza, ma perché incoraggia l’intimità. Le persone arrivano a sapere troppo l’una dell’altra, e più si conoscono, più si trovano in conflitto. Ora possiamo passare da “ciao” a “ti odio” più velocemente e a una distanza maggiore di qualsiasi altra generazione che sia mai vissuta» (vedi).

Papa Francesco ha sempre avuto chiari i problemi dei media digitali. Nell’Enciclica Fratelli tutti, nel paragrafo 42, riconosce che “nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto ed ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l’altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all’estremo”. Nel paragrafo 43 riprede poi un passaggio dell’Esortazione Christus vivit in cui spiega che “i media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche”.

Agli studenti del  Liceo Visconti di Roma aveva detto il 13 aprile 2019 : “Il telefonino è un grande aiuto, è un grande progresso; va usato, è bello che tutti sappiano usarlo. Ma quando tu diventi schiavo del telefonino, perdi la tua libertà. Il telefonino è per comunicare, per la comunicazione, è tanto bello comunicare tra noi. Ma state attenti che quando è droga, il telefonino è droga, riduce la comunicazione a semplici contatti: la vita non è per contattarsi, è per comunicare”




«Dio mio e mio tutto»: Francesco e il senso dell’Assoluto. Un testo di Javier Garrido

di Dario Chiapetti · È tradotto in lingua italiana il testo di Javier Garrido, frate minore, dal titolo «Dio mio e mio tutto»: Francesco e il senso dell’Assoluto (Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2021, 123 pp., 12 euro). Si tratta di un commento alla celebre espressione summenzionata, attribuita al Santo d’Assisi. Essa condensa, secondo l’Autore, la comprensione di Dio propria di Francesco e, in particolare – come si desume dal sottotitolo –, del senso dell’Assoluto, o forse meglio ancora – come si desume dal sottotitolo della versione spagnola originale (su sentido de absoluto) –, del suo senso dell’Assoluto. Il programma del titolo è denso: ciò che richiama è la comprensione sanfrancescana di Dio, nella sua specificazione di Assoluto, e il senso – inteso sia in termini concettuali che esperienziali e, direi, finanche “sensuali” – che Francesco ha lasciato attestazione di tale nozione. Il testo non ha però la pretesa di presentarsi come uno studio approfondito e “scientifico” ma, più semplicemente, come un «piccolo libro» (p. 6), che, tuttavia, propone una suggestiva panoramica sul tema e, soprattutto, intende porre il discorso anche su di un piano spirituale, in cui ogni lettore è invitato a collocarsi. Il libro è composto di due parti: la prima riporta i testi di Francesco con un breve commento, la seconda riflette sulla loro genesi nella storia personale del Santo, enucleandone le relative questioni spirituali che riguardano ogni cristiano.

Il punto di partenza di Garrido, così come è affermato nell’introduzione, è una breve analisi esegetica dell’espressione latina – che traduce quella italiana posta nel titolo – Deus meus et omnia, la cui conclusione costituisce il quadro globale entro cui comprendere ciò che segue. L’Autore presenta le diverse sfumature di significato che possono essere evinte, non opposte ma complementari. La traduzione letterale suona Dio mio e tutte le cose, che suggerisce l’idea dello sguardo unitario su tutte le cose quando esse sono apprese a partire dalla relazione personale con Dio. Un’altra traduzione può essere Tutte le cose in Dio, che consolida uno sguardo teologale, giacché coglie le cose nel loro rapporto – per così dire – pericoretico con Dio. La più tradizionale, Dio mio e mio tutto, che esprime l’idea Tu sei il mio tutto, per Garrido è quella che più profondamente esprime il significato inteso da Francesco, in quanto maggiormente rende giustizia del valore del pronome possessivo – meus – che esprime una relazione affettiva – e, si potrebbe dire, ancor più, ontologica –, a partire dalla quale sono recuperate – trasfigurate – la comprensione di tutte le cose, propria del Santo, e la relazione di questi con esse.

Chiarito ciò, nella prima parte l’Autore passa a presentare e commentare vari passi degli scritti di Francesco nei quali emerge il suo senso dell’Assoluto come il suo tutto: Esortazione alla lode di Dio, Lodi per ogni ora, Preghiera sul Padre nostro, Ufficio della Passione, Regola non bollata, Lodi di Dio Altissimo, Cantico delle Creature. Ciò che viene sistematizzato nella seconda parte è che Francesco sperimenta Dio come il suo tutto in quanto Creatore – Colui grazie al quale tutto esiste –, Redentore – Colui che ha donato tutto se stesso fino alla fine, portando sulla croce i nostri peccati e donandoci la vita eterna –, Consolatore, Colui che ha infuso nei nostri cuori il Suo amore affinché Egli diventi il nostro amore –, il Padre di Gesù, l’Altissimo che ha inviato a noi il Suo Figlio –, il Figlio beneamato, Colui che si è fatto uno di noi rivelando l’amore del Padre –, lo Spirito santo difensore, il dono che realizza nell’uomo l’amore trinitario (cf. 121-122).

Quanto ad una certa fenomenologia dell’esperienza spirituale che Francesco compie dell’Assoluto, a cui fa cenno Garrido nell’introduzione, facendo ricognizione dei vari dati da lui esposti, e in linea con altra letteratura, pare si possa affermare, che prima si dia quella del Dio redentore (in sequenza: lo Spirito Santo, il Figlio, il Padre) e da qui (Cantico delle Creature) del Dio creatore, e così della relazione “triangolare” (o meglio triadica, e anche trinitaria) Dio-uomo-creature. Questi rilievi costituiscono aspetti della vita della Chiesa oggi tanto importanti quanto critici, molto da recuperare…Quella che Francesco propone è una diversa spiritualità, aderente al dato biblico, dogmatico, liturgico e patristico, che realizza, come mostra Garrido, un uscire da sé, una trasformazione personale, una povertà di spirito, un’identificazione con Cristo, al di là di ogni forma di panteismo e spiritualismo.

Mi piace concludere questo spazio con il passo di Francesco, il Poverello d’Assisi, tratto dalla Lettera a tutto l’Ordine (FF 233), riportato anche da Garrido:

Onnipotente, eterno

giusto e misericordioso Iddio,

concedi a noi miseri di fare,

per tuo amore, 

ciò che sappiamo che tu vuoi,

e di volere sempre ciò che a te piace;

affinché interiormente purificati

interiormente illuminati

e accesi dal fuoco dello Spirito santo, 

possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto,

il Signore nostro Gesù Cristo,

e con l’aiuto della tua sola grazia

giungere a te, o Altissimo,

che nella Trinità perfetta e nell’unità semplice

vivi e regni e sei glorificato,

Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli.

Amen!




Angelo Rotta, Nunzio Apostolico e «Giusto tra le Nazioni»

di Andrea Drigani · Nella sua recente visita a Budapest Papa Francesco ha incontrato, tra l’altro, i rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e di alcune comunità ebraiche dell’Ungheria.

Durante la seconda guerra mondiale, nella terra magiara, fu particolarmente violenta ed estesa la persecuzione contro gli ebrei, che provocò circa mezzo milione di vittime.

In diversi ambienti politici e culturali ungheresi era diffuso, sin dagli inizi del Novecento, un consistente sentimento antisemita, inizialmente solo di natura intellettuale, ma che successivamente ispirerà la produzione, dal 1938, di leggi discriminatorie e poi oltremodo vessatorie nei confronti degli ebrei.

Le persecuzioni saranno tutto un crescendo che raggiungerà il suo apice, dall’ottobre del 1944, sotto il governo collaborazionista di Ferenc Szálasi, capo del partito delle Croci Frecciate, che coopererà con i tedeschi per le deportazioni in massa degli ebrei.

In tale contesto drammatico emerge la figura dell’arcivescovo Angelo Rotta (1872-1965), Nunzio Apostolico in Ungheria dal 1930 al 1945, che per la sua opera a favore degli ebrei è stato anche riconosciuto «Giusto tra le Nazioni» dallo Stato d’Israele.

L’azione del Nunzio Angelo Rotta (oggetto, peraltro, di una tesi di Baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale redatta da don Davide Mazzoni) si sviluppò in tre direzioni: sul piano politico-diplomatico, nella collaborazione con l’episcopato ungherese, con l’assistenza e l’aiuto pratico ai perseguitati.

Per quanto attiene ai compiti previsti dal diritto diplomatico, monsignor Rotta usufruendo pure del suo ruolo di Decano del corpo diplomatico, d’intesa con i rappresentanti degli Stati neutrali, elevò proteste e richieste formali alle autorità civili magiare per il rispetto delle norme internazionali allora vigenti che, sia pur in modo minimale, prevedevano alcune garanzie per il rispetto della persona umana e della libertà religiosa.

Riguardo a queste attività, l’arcivescovo Angelo Rotta agì in piena sintonia col cardinale Luigi Maglione (1877-1944), Segretario di Stato della Santa Sede e poi con i monsignori Domenico Tardini (1888-1961) e Giovanni Battista Montini (1897-1978), rispettivamente Segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari e Sostituto della Segretaria di Stato, ai quali, inoltre, Rotta aveva inviato numerose e dettagliate informazioni sulla situazione ungherese; ne sono prova gli ampi carteggi presenti nell’Archivio Vaticano.

Il Nunzio Rotta, in questo quadro, fu completamente d’accordo e sostenne con energia il cardinale Jusztinián Serédi (1884-1945), arcivescovo di Esztergom e Primate d’Ungheria, che sin dal 1934 si era espresso con dichiarazioni e con decreti contro il nazismo e il razzismo. Un’opposizione, quella del cardinale Serédi, che si fece sentire anche alla Camera Alta della quale era membro, anche se, purtroppo, con scarsi risultati.

L’arcivescovo Angelo Rotta, in collaborazione con altri rappresentati diplomatici e con Giorgio Perlasca (1910-1992) che si finse console spagnolo, fece confezionare lettere di protezione o passaporti fasulli per permettere agli ebrei di scappare, e prese anche in affitto numerosi edifici, posti sotto tutela diplomatica, dove, appunto, trovarono rifugio molti ebrei.

Il 12 febbraio 1945 le truppe dell’Unione Sovietica, dopo un lungo assedio con tremendi bombardamenti, occuparono definitivamente Budapest e obbligarono il Nunzio Angelo Rotta a lasciare l’Ungheria, costringendolo a un vero e proprio esodo di oltre tre mesi per raggiungere Roma.




La prima volta di un Papa in Iraq

Le chiavi della pace. Il viaggio di Francesco nella terra di Abramo

di Giovanni Campanella · Nel mese di maggio 2021, la casa editrice In Dialogo ha pubblicato una raccolta di articoli e testi intitolata Le chiavi della pace. Il viaggio di Francesco nella terra di Abramo e curata da Stefania Falasca e Luca Geronico. La prefazione è del cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

Stefania Falasca, giornalista vaticanista ed editorialista di «Avvenire» dal 2013, è nata a Roma nel 1963.

«(…) collabora con la cattedra di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, presso la quale ha conseguito la laurea e il dottorato di ricerca in Italianistica con una tesi su Illustrissimi di Albino Luciani – Giovanni Paolo I. Nell’ambito della professione giornalistica, ha svolto per oltre un ventennio, prima di «Avvenire», la sua attività nella rivista mensile internazionale «30Giorni nella Chiesa e nel mondo» trattando tematiche storico-culturali, approfondimenti monografici nell’ambito della storia della Chiesa, seguendo i viaggi papali e realizzando interviste e reportage come inviata speciale, in particolare dall’America latina. Nel 2004, diplomatasi in Postulazione nei processi di beatificazione e canonizzazione presso lo Studium della Congregazione delle cause dei santi, ha ricevuto, tra gli altri, l’incarico di vicepostulatrice della causa di Papa Luciani. A questo fine, dal 2007 al 2017, ha portato a compimento l’Inquisitio dioecesana suppletiva, dirigendo ricerche presso gli archivi delle sedi episcopali di Belluno, Vittorio Veneto, Venezia, Roma e Vaticano e sulla base delle fonti documentali acquisite ha curato la realizzazione della Positio super virtutibus. Chiusa nel 2017 la causa di canonizzazione ha perseguito la creazione di un ente deputato alla tutela e allo studio del lascito lucianeo. Dal 30 marzo 2020 è vicepresidente della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I della quale è presidente il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin. (…). Tra i riconoscimenti ricevuti il primo è il Premio Internazionale Eugenio Montale 1989 per la tesi di laurea Reminiscenze michelangiolesche nella poesia di Giuseppe Ungaretti. Per l’informazione religiosa, con l’intervista a Papa Francesco incentrata sulla sua attività ecumenica, ha vinto il Premio Giuseppe De Carli 2017» (https://it.wikipedia.org/wiki/Stefania_Falasca) (accesso: agosto 2021)

Luca Geronico, nato a Milano nel 1966, è giornalista della redazione esteri di «Avvenire». Dal 2002 ha documentato la seconda guerra del Golfo e il travagliato dopoguerra iracheno. Nel 2014, inviato nel Kurdistan, ha seguito le travagliate peripezie dei cristiani iracheni della Piana di Ninive a seguito del conflitto col Daesh. Prima e durante la visita di papa Francesco in Iraq, ha documentato l’attesa e la situazione della popolazione irachena.

Oggetto di trattazione del volume è la visita di papa Francesco in Iraq (5-8 marzo 2021), momento altamente significativo nel cammino del dialogo interreligioso ed evento che in tanti hanno definito “storico”. Come già accennato, il libro è una raccolta di articoli ed editoriali pubblicati a firma di Stefania Falasca e Luca Geronico sul quotidiano «Avvenire», offrendo ai lettori la possibilità di conoscere l’Iraq e la sua gente, senza perdere di vista il messaggio che ha voluto portare il Papa: «Siete tutti fratelli». Inoltre è pubblicata buona parte delle preghiere e dei discorsi pronunciati dal Papa nei vari luoghi visitati. Oltre agli scritti relativi al viaggio di Francesco in Iraq, il volume riporta il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, siglato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi dal Papa e dall’imam al-Tayyeb, e una bella relazione di Falasca tenuta a fine 2020 che fa il punto sul pontificato di Francesco raccordandolo alle linee guida tracciate dal Concilio Vaticano II.

È un libro interessante, intenso e commovente. Fa percepire la Chiesa universale che accarezza amorevolmente la terra irachena, terra illustre dalla cultura antichissima ma sofferente e ferita dal terrorismo e da interessi economici miopi. Molto toccante è l’incontro tra Francesco e il novantunenne ayatollah Ali al-Sistani: due grandi figure che insieme esortano alla pace, al dialogo e alla tolleranza. Un appello accorato tanto prezioso quanto attuale, specialmente in questi tempi segnati dalla crisi afghana.




Perché il Manzoni nella penitenza.

di Carlo Nardi · Del Manzoni quanto mai proficuo un suo scritto. Penso alle Osservazioni sulla morale cattolica (1818) e in particolare ad alcuni passi: Spirito me effetti delle forme imposte alla penitenza (capitolo VIII, parte III).

«Quali sono poi finalmente queste forme penitenziali? La confessione delle colpe, per dare al sacerdote la cognizione dell’animo del peccatore, senza la quale è impossibile ch’egli eserciti la sua autorità; l’imposizione delle opere di soddisfazione; la formula dell’assoluzione. Io non mi propongo di fare l’apologia; giacché cosa può mai trovarsi a ridire in esse, che non sono altro che il mezzo più semplice, più indispensabile, più conforme all’istituzione evangelica, per applicate la misericordia di Dio, e il Sangue della propiziazione? Farò bensì osservare, non già tutti gli effetti di questa istituzione divina (rimettendomi alle molte opere apologetiche che ne ragionano, e alle lodi che ha avute anche da molti di quelli che non l’hanno conservata), farò osservare principalmente quegli effetti che sono in relazione col ritorno alla virtù per i traviati, e col mantenimento della virtù ne’ giusti.

L’uomo caduto nella colpa ha pur troppo una tendenza a persisterci; e l’essere privato del testimonio della bona coscienza l’affigge senza miglioralo. Anzi è una cosa riconosciuta, che il reo aggiunge spesso colpa a colpa, per estinguere il rimorso; simile a coloro che, nella perturbazione e nel terrore dell’incendio, buttano nelle fiamme ciò che vien loro alle mani, come per soffogarle. Il rimorso, quel sentimento che la religione con le sue speranze fa diventar contrizione, e che è tanto fecondo in sua mano, è per lo più o sterile o dannoso senza di essa. Il reo sente nella sua coscienza quella voce terribile: non sei più innocente; e quell’altra più terribile ancora: non potrai esserlo più; e riguardando la virtù come una cosa perduta, sforza l’intelletto a persuadersi che ne può far di meno, che è un nome, che gli uomini l’esaltano perché la trovano utile negli altri, o perché la venerano per pregiudizio; cerca di tenere il core occupato con sentimenti viziosi che lo rassicurino, perché i virtuosi sono un tormento per lui. Ma per lo più quelli che vanno dicendo a sé stessi che la virtù è un nome vano, noi ne sono veramente persuasi: se una voce interna annunziasse loro autorevolmente, che possono riconquistarla, la crederebbero una verità, o, per dir meglio, confesserebbero a sé stessi d’averla, in fondo, creduta sempre tale. Questo fa la religione in chi vuole ascoltarla: essa parla in nome d’un Dio che ha promesso di buttarsi dietro le spalle le iniquità del pentito: essa promette il perdono, e offre il mezzo di scontare il prezzo del peccato. Mistero di speranza e di misericordia! mistero che la ragione non può penetrare, ma che tutta la occupa nell’ammirarlo; mistero che, nell’inestimabilità del prezzo della redenzione, dà un’idea infinita e dell’ingiustizia del peccato e del mezzo d’espiarlo, un’immensa ragione di pentimento, e un’immensa ragione di fiducia.

Ma la religione non fa solamente questo; essa rimove anche gli altri ostacoli che gli uomini oppongono al ritorno alla virtù. Il reo sfugge la società di quelli che non lo somigliano, perché li teme superbi della loro virtù: aprirà egli il suo core a loro, che ne profitteranno per fargli sentite che sono da più di lui? Che consolazione gli daranno essi, che non possono restituirgli la giustizia? Essi che stanno lontani da lui, per parere incontaminati? Che parlano di lui con disprezzo, perché si veda sempre più che disprezzano il vizio? Essi che lo sforzano così a cercare la compagnia di quelli che sono colpevoli come lui, e che hanno le stesse ragioni per ridersi della virtù? La giustizia umana ha pur troppo con sé l’orgoglio del Fariseo che si paragona col Pubblicano, che prende un posto lontano da lui; che non s’immagina che quello possa diventare un suo pari; che, se potesse, lo terrebbe sempre nell’abiezione del peccato.

Ma questa divina religione d’amore e di perdono ha istituiti de’ conciliatori tra Dio e l’uomo. Li vuole puri, perché la loro vita accresca autorità alle loro parole, perché il peccatore, con l’accostarsi a loro, si senta ritornato nella compagnia de’ virtuosi; ma li vuole umili, e perché possano esser puri, e perché quello possa ricorrere a loro, senza temere d’esserne respinto. Egli s’avvicina senza ribrezzo a un uomo che confessa d’esser peccatore anche lui, a un uomo che, dal sentire le di lui colpe, ricava anzi fiducia che chi le rivela sia caro a Dio, e venera nel ravveduto la grazia di Colui che richiama a sé i cori; a un uomo che riguarda in quello che gli sta a’ piedi la pecora cercata e portata sulle spalle del pastore, l’oggetto della gioia del cielo; a un uomo che tocca le sue piaghe con compassione e con rispetto, che le vede già coperte di quel Sangue che invocherà sopra di esse. Sapienza mirabile della religione di Cristo! Essa impone al penitente dell’opere di soddisfazione, che diventano per lui un testimonio consolante del suo cambiamento, e con le quali si rinfranca nell’abitudini virtuose e nella vittoria di sé stesso; con le quali mantiene la carità, e compensa, in certa maniera, il mal fatto. Perché, non solo la religione non gli accorda il perdono, se non a condizione che ripari, potendo, i danni fatti al prossimo; ma, per ogni sorte di colpe, lo assoggetta alla penitenza, la quale non è altro che l’aumento di tutte le virtù, e quella che fa dell’offensore di Dio un ministro umile e volontario della sua giustizia. Essa prescrive a’ suoi ministri, che s’assicurino il più che possono della realtà del pentimento e del proposito; indagine che tende, non solo a impedire che s’incoraggisca il vizio con la facilità del perdono, ma a dare una più consolante fiducia all’uomo che è pentito davvero: tutto è sollecitudine di perfezione e di misericordia. E i ministri che riconciliassero leggermente chi non fosse realmente mutato, essa li minaccia che, in vece di scioglierlo, saranno legati essi medesimi; tanta è la sua cura perché l’uomo non cambi in veleno i rimedi pietosi che Dio ha dati alla nostra debolezza.

Chi, con queste disposizioni, è ammesso alla penitenza, è certamente nella strada della virtù; chi s’è sentito dire dal ministro del Signore, che è assolto, si trova come ristabilito nel retaggio dell’innocenza, e principia di novo a battere questa strada con alacrità, con tanto più di fervore quanto più si rammenta che frutti amari ha colti in quella del vizio, quanto più sente che gli atti e i sentimenti virtuosi sono i mezzi che la religione gli presenta per crescere nella fiducia che le sue tracce su quella trista strada siano cancellate.

La religione ha ricevuto dalla società un vizioso, e le restituisce un giusto: essa sola poteva fare un tal cambio. Chi avrebbe tentato, chi avrebbe pensato d’istituire de’ ministri per aspettare il peccatore, per invitarlo, per insegnar la virtù, per richiamare a quella chi ricorre a loro, per parlargli con quella sincerità che non si trova nel mondo, per metterlo in guardia contro ogni illusione, per consolarlo a misura che diventa migliore?»

Nelle Osservazioni mi piace rivedere alcuni grandi scritti dell’oratoriano Jean-Baptiste Massillon, il gesuita Louis Bourdaloue predicatore, Biagio Pascal con i sui Pensieri, Pierre Nicole teologo giansenista (cf. 1267). Così il Manzoni ci dice della penitenza. Ma come non pensare al grandissimo Agostino? E anche a un pensoso Mario Soldati in Colazione a Port-Royal ne La Messa dei villeggianti




Quando l’Oratorio è un antidoto alla «povertà educativa»

di Antonio Lovascio · Confesso che leggendo il Report-Caritas sulla “povertà educativa” creata dal Covid, mi è venuta un po’ di nostalgia per il mio vecchio Oratorio cremonese, gestito con tutti i crismi e gli insegnamenti di San Giovanni Bosco e dei Salesiani, coltivati in Italia anche da altri ordini religiosi. Salvo poi scoprire – scorrendo i sondaggi Ipsos per il Progetto “Seme di Vento” della Cei – che, dove esistono, queste strutture sportive e formative comunitarie e parrocchiali fanno ancora la differenza.

Ma partiamo dalle ombre, dalla realtà più amara. L’indagine della Caritas tra presidi e docenti attesta purtroppo che la pandemia ha sicuramente aggravato le diseguaglianze presenti tra i giovani e nel mondo della scuola. Quindi è quanto mai opportuno che il governo e tutta la società mettano tra le priorità la cosiddetta “povertà educativa”, per trovare in questa ripartenza tutte le contromisure, tenendo conto di quanto è accaduto ai più piccoli in questo periodo di prolungata emergenza sanitaria e sociale. Secondo i docenti interpellati, i soggetti che hanno visto aggravare maggiormente la propria condizione nel corso dell’ultimo anno scolastico «sono prevalentemente: gli alunni con minori competenze linguistiche; i meno seguiti dai genitori; nonché coloro che, a causa delle condizioni economiche, sociali, e culturali delle famiglie, potevano contare su minori risorse materiali e simboliche». Le situazioni di difficoltà sperimentate dai ragazzi, si legge nel rapporto, «possono essersi tradotte in un allontanamento, fisico o emotivo, rispetto alla scuola. Nella percezione di poco meno della metà degli insegnanti della Media di secondo grado (49%), sono aumentati i casi di dispersione». Il Report, oltre a inquadrare le nuove difficoltà che la pandemia ha portato con sé, segnala alcune iniziative che stanno nascendo per rispondere ai bisogni dei vari contesti. Piccoli e grandi progetti che provano ad intercettare i minori per affiancarli e supportarli in questo momento di grande incertezza.

La pandemia non ha però minato completamente la speranza. Questa nota di ottimismo viene da Nado Pagnoncelli, principe dei sondaggisti, che ha esplorato l’universo degli adolescenti dai 14 ai 18 anni. Tralasciando i sintomi della “povertà educativa” peraltro confermati in parte anche dall’indagine condotta da Ipsos per conto della Cei, possiamo dire che sono tre gli aspetti emersi dalla ricerca che lo hanno colpito particolarmente. Quasi un ragazzo su due dichiara di essere non credente (il 47%), ma questo non significa, sottolinea Pagnoncelli, che vi sia un atteggiamento di ostilità rispetto alla Chiesa, ma di distanza. Il 37% degli adolescenti frequenta però l’oratorio, tra questi una parte non piccola è costituita da non credenti. Ciò indica che è probabile che non vi sia una polarizzazione tra chi crede e chi non crede.  Il secondo elemento che lo ha colpito molto, relativamente al lockdown, è che hanno saputo cogliere molti aspetti positivi pur in presenza di un impatto negativo sulle proprie relazioni, sulla frequentazione dei propri amici. Riescono ad avere uno sguardo rivolto al futuro che è prevalentemente positivo. Si aspettano sostanzialmente una società diversa, più attenta all’ambiente, più solidale, più inclusiva. Quindi la situazione vissuta non ha minato le loro speranze. C’è poi un terzo aspetto che è sembrato molto interessante a Pagnoncelli: se si analizzano le risposte da parte degli adolescenti più vicini alla Chiesa, cioè coloro che partecipano alla Messa domenicale e hanno un’attività all’interno della parrocchia o in un’organizzazione religiosa, tra questi si registrano atteggiamenti di serenità, di energia, di maggior soddisfazione complessiva.

Dopo questa analisi, ecco l’opportunità di ritornare a scommettere sugli Oratori come luoghi di accoglienza ospitale e formativa, seguendo i suggerimenti del Servizio per la pastorale giovanile della Cei: “Seme diVento” fa riferimento all’adolescenza come ad “un momento di semina” e, con un gioco di parole, ricorda che ’il termine ‘divento’ non indica solo il divenire, ma anche l’idea di una pedagogia che tiene conto dell’aspetto umano e del vento dello Spirito che rinnova la vita. Le comunità ecclesiali come la Scuola e la Società hanno davanti un compito impegnativo per arginare la “povertà educativa”. Potranno assolverlo cooperando, percorrendo la via della creatività, condividendo l’esortazione che Papa Francesco ha rivolto recentemente alla Caritas: << Non lasciatevi scoraggiare di fronte ai numeri crescenti di nuovi poveri e di nuove povertà. Ce ne sono tante e crescono! Continuate a coltivare sogni di fraternità e ad essere segni di speranza. Contro il virus del pessimismo, immunizzatevi condividendo la gioia di essere una grande famiglia. In questa atmosfera fraterna lo Spirito Santo, che è creatore e creativo, e anche poeta, suggerirà idee nuove, adatte ai tempi che viviamo>>.




Alcuni riflessioni sul termine «giudeo-cristiano» come fondamento dell’Europa

di Mario Alexis Portella · Dalla caduta del Muro di Berlino c’è stato un costante uso del termine “giudeo-cristiano” da parte di teologi, politici, storici e filosofi europei — Geert Wilders, un politico populista di destra nei Paesi Bassi, Jacques Derrida, un filosofo francese di sinistra, e il Papa emerito Benedetto XVI — come radice della società europea da resuscitare.

Anche negli Stati Uniti l’anno scorso il già Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha sostenuto l’ebraismo, alla pari del cristianesimo, come un fondamento dei diritti umani in America e della società libera in occidente.

A parte che questo concetto giudeo-cristiano” come radice europea è arbitrario, tale posizione è difficile da sostenere, almeno da un punto di vista storico.

Il termine giudeo-cristiano” è usato per raggruppare cristianesimo ed ebraismo, sia in riferimento alla derivazione del cristianesimo dall’ebraismo, al prestito del cristianesimo della Scrittura ebraica, cioè l’Antico Testamento, sia a causa dei punti in comune nell’etica giudeo-cristiana condivisi dalle due religioni.

Tale linguaggio negli Stati Uniti appare per la prima volta in una lettera di Alexander McCaul il 17 ottobre 1821, e si riferiva agli ebrei convertiti alla fede cristiana; fu usato in modo simile da Joseph Wolff nel 1829, in riferimento a un tipo di chiesa che avrebbe osservato alcune tradizioni ebraiche per convertire gli ebrei.

La tradizione giudaico-cristiana”, come dice K. Healan Gaston — docente di storia ed etica religiosa americana presso la Harvard Divinity School — è emersa come spiegazione negli Stati Uniti nel 1930, quando alcuni americani hanno cercato di produrre un’identità culturale unificata per distinguersi dal fascismo e dal comunismo in Europa. Il termine giudeo-cristianoè salito alla ribalta durante la Guerra Fredda per esprimere opposizione all’ateismo comunista; nel 1970, è diventato particolarmente associato alla destra cristiana americana, specialmente i fondamentalisti del sud, cioè il Bible Belt, ed è spesso impiegato nei tentativi politici di limitare l’imposizione di diritti del movimento LGBT.

In Europa, però, fu solo alla fine del 19° secolo, in Germania, che la “tradizione giudaico-cristiana” fu utilizzata in modo saliente per la prima volta. Secondo l’ebreo Arthur Allen Cohen nella sua pubblicazione The Myth of the Judeo-Christian Tradition, and Other Dissenting Essays (1970), il termine fu introdotto dagli studiosi protestanti tedeschi per spiegare i risultati sviluppati dalla critica superiore dell’Antico Testamento e raggiunse un valore considerevole come termine polemico in quel periodo. Lì, chiaramente, il concetto negativo dell’espressione divenne primario. L’enfasi non cadde sulla comunanza della parola “tradizione”, ma sull’enfasi del trattino (tra “giudeocristiano”) per mostrare un apparente legame tra le due religioni.

Sebbene le tradizioni ebraica e cristiana risalgano fianco a fianco all’antichità. Tuttavia, in una società globale, la necessità di un fondamento morale che preesista a particolari forme di diritto positivo è sempre più evidente, come il Decalogo dato a Mosè da Dio. Qui si può dire che esiste un legame morale e storico tra l’ebraismo e il cristianesimo, nonostante il rifiuto del cristianesimo delle discipline draconiane della legge mosaica, come la lapidazione delle donne adultere che è stata abolito da Gesù Cristo.

Ogni volta che le discussioni si concentrano su come l’Europa percepisce se stessa e in particolare sui valori, è ancora comune — oggi apparentemente ancor più che in passato — parlare di un’Europa “cristiana”, o almeno fare riferimento alle sue radici cristiane e sottolineare il carattere cristiano che queste radici hanno prodotto.

Il cristianesimo non è iniziato in Europa, e quindi non può essere classificato come una religione europea. La religione cristiana, tuttavia, come disse una volta Benedetto XVI, ha ricevuto “in Europa la sua impronta culturale e intellettuale più efficace e rimane, quindi, identificata in modo speciale con l’Europa”.

Da un punto antropologico, l’Europa ha come radici la filosofia greca e il diritto romano — accolti e utilizzati dalla Chiesa Cattolica per diffondere la fede. E’ da considerare che nonostante alcuni contributi di alcuni ebrei, come il filosofo Maimonides, non si può paragonare l’ebraismo con il cristianesimo come un fondatore della struttura europea, specialmente siccome storicamente gli ebrei abitavano totalmente separati dagli altri europei nei ghetti. Infatti, l’Europa è diventata una società civile grazie solo al cristianesimo tramite uomini come San Benedetto e l’ordine monastico da lui fondato.

S. Benedetto visse in un’epoca in cui l’Impero Romano stava crollando, e vide il ruolo della Chiesa Cattolica per preservare il meglio della cultura umana nel corso dei secoli. Egli, come ha detto Benedetto XVI, “Costituisce un punto di riferimento fondamentale per l’unità dell’Europa e un potente richiamo alle inconfutabili radici cristiane della cultura e della civiltà europea”.

Ma la correttezza politica vieta tale interpretazione esclusiva della parola “cristiano”, almeno nel dibattito politico. Invece, i commentatori, anche con le migliori intenzioni, si affrettano a definirla invece come una tradizione “giudaico-cristiana” o un’eredità “giudaico-cristiana” dell’Europa.




Andare e inculturarsi. Il recente discorso del papa ai catechisti

di Francesco Vermigli · Il 17 settembre scorso, nella Sala Clementina il papa ha tenuto un discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione dal titolo Catechesi e catechisti per la nuova evangelizzazione. L’incontro era destinato alla verifica della ricezione che il nuovo Direttorio per la catechesi ha avuto in quest’ultimo anno: cioè dal momento della sua pubblicazione, avvenuta a cura dello stesso Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Il discorso che intendiamo presentare è un discorso breve, ma denso, nel quale papa Francesco ha proposto i passaggi fondamentali per un ministero catechistico all’altezza dei tempi.

Dopo i saluti di rito, papa Francesco ha preso spunto da un brano evangelico (Mt 26,17-19) che si colloca nel contesto dell’ultima cena; nel contesto cioè dei giorni della consumazione della nostra salvezza. In modo particolare l’attenzione del papa si appunta sulla risposta di Gesù alla domanda su quale luogo intendesse scegliere per mangiare la Pasqua ebraica: «Andate in città» (Mt 26,18) sono le parole di Gesù.

Analogamente, dice il papa, deve accadere per coloro che sono impegnati nella catechesi: per coloro cioè che hanno il compito di trasmettere la Parola e di farla risuonare; significato che – come ben si sa – sta sotto il termine “catechesi”. La catechesi – così intesa, alla luce di quell’invito di Gesù ai suoi discepoli – è pensata innanzitutto come incontro con le persone che vivono la nostra epoca, le nostre città, i nostri quartieri. La catechesi, pensata in questi termini, implica una capacità di intercettare le richieste più profonde delle persone che si incontrano; abbandonando ogni trasmissione concettualistica e astratta della fede «come fossero formule di matematica o di chimica». Piuttosto, dice il papa «dobbiamo insistere per indicare il cuore della catechesi: Gesù Cristo risorto ti ama e non ti abbandona mai!». E a partire da queste parole appare con chiarezza quale sia l’altro corollario dell’invito ad andare nella città, cioè nelle realtà le più quotidiane, ai crocicchi delle strade; per usare un’immagine cara allo stesso papa Francesco: l’altro corollario dell’andare è l’annuncio. Si direbbe: andare tra gli uomini per incontrarli e annunciar loro.

Ma annunciare che cosa? Il Vangelo della salvezza, la Parola della misericordia, la Buona notizia. In altri termini viene ribadita quella dimensione kerigmatica della catechesi, che lo stesso Direttorio dello scorso anno aveva notato dover essere alla base di ogni possibile catechesi; quasi fosse la sua natura più intima, ciò che essa non può mai abbandonare. Lo notavamo in un articolo pubblicato in questa stessa rivista online a pochissimi giorni dalla pubblicazione del medesimo Direttorio (vedi). Anche là, cioè, notavamo quanto il cuore della catechesi, la parte più radicale e intima della trasmissione della fede consista proprio in questa capacità di raccontare la salvezza, di far sentire agli uomini di ogni luogo e di ogni età il sapore di Cristo (cf. 2Cor 2,15), far gustare a tutti quanto è buono il Signore (cf. Sal 34,9).

C’è però un altro tema prevalente nel discorso del papa; oltre a quello dell’“andare” e dei suoi corollari (incontro e annuncio). È il tema dell’inculturazione: «I grandi santi evangelizzatori, come Cirillo e Metodio, come Bonifacio, sono stati creativi, con la creatività dello Spirito Santo. Hanno aperto nuove strade, inventato nuovi linguaggi, nuovi “alfabeti”, per trasmettere il Vangelo, per l’inculturazione della fede». Non v’è dubbio che il tema sia stato sollecitato dalla felice coincidenza del discorso che il papa ha tenuto ai catechisti, con il viaggio apostolico che egli ha compiuto nei giorni immediatamente precedenti in Ungheria e Slovacchia.

In effetti il discorso del 17 settembre rimanda in un luogo a quello tenuto lunedì 13 settembre nella Cattedrale di Bratislava, in occasione dell’incontro con vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e catechisti. Rimanda cioè ad un incontro tenuto in quella zona dell’Europa che ha conosciuto in una maniera singolarissima la necessità dell’inculturazione di fronte all’incontro con popolazioni prima germaniche (Wynfrith / Bonifacio), poi ugro-finniche (Stefano d’Ungheria), quindi slave (Cirillo e Metodio). A ben vedere questa seconda tematica – l’appello che il papa fa ad una catechesi capace di inculturarsi nelle realtà dei popoli, nel loro vissuto, l’invito a parlare la loro stessa lingua esistenziale – richiama un altro memorabile discorso del papa, tenuto all’inizio di quest’anno ai partecipanti ad un incontro promosso dall’Ufficio Catechistico Nazionale. Là il papa aveva ricordato come la catechesi sia da dirsi “in dialetto”, perché essa deve parlare le parole più comuni e abituali della vita. La fede infatti si trasmette in dialetto.

In fondo, si tratta dello stesso appello del papa di cui sopra: il catechista deve andare e mostrare di saper ascoltare la vita che incontra; perché usando le parole della vita possa mantenere viva la trasmissione della fede.




Un detto di Gesù nei Vangeli: «chi non è contro di noi è per noi» 

di Stefano Tarocchi · Un episodio minore raccontato dai Vangeli, rispettivamente da Marco e da Luca, in questo caso paralleli, è assai significativo per comprendere come viene trasmessa la tradizione di Gesù: «Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».  Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,38-40). «Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi» Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,49-50).  

È vero che ci sono problemi nella trasmissione del testo, come una diversa formulazione: «chi non è contro di noi, è per noi». Tuttavia, nel dire che “colui che non è contro di noi è per noi”, il Gesù di Marco fa uso di un detto proverbiale che può essere espresso positivamente, come qui, o negativamente, come nel “detto” della fonte omonima (o Q): Mt 12,30: «chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde»; Lc 11,23: « Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». 

È interessante che entrambe le forme – sebbene apparentemente opposte – ricalchino l’espressione usata da Cicerone in una celebre orazione: «noi giudicavamo nemici tutti quelli che non erano con noi; tu giudicavi tuoi amici tutti quelli che non erano contro di te» (Pro Ligario  33).. 

Probabilmente, si tratta di un sapere condiviso dalla sapienza antica. 

Ora, è sorprendente che Marco scelga la forma positiva del detto di Gesù, poiché altrove nel suo Vangelo si esprime un atteggiamento settario “noi-contro-loro” che sembrerebbe essere più compatibile con la formulazione negativa.  

In Mc 4,11-12, ad esempio, i discepoli sono designati destinatari di un mistero che è deliberatamente nascosto agli estranei: «a voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole». Ma gli estranei di Mc 4,11 sono collegati agli scribi associati alla famiglia di Gesù (3,31–32), e quest’ultima è descritto come totalmente negativi ed ostili verso Gesù: «entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé» (Mc 3,21). 

Gli scribi bestemmiano contro lo Spirito Santo attribuendo gli esorcismi di Gesù a Belzebul: «gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro sé stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro» (Mc 3,22-30)

Al contrario, l’esorcista estraneo – ed inatteso oltre che non gradito agli occhi di Giovanni in Mc 9,38-40 – è incapace di diffamare Gesù e presumibilmente ha un atteggiamento positivo nei confronti degli esorcismi fatti in suo nome.  

La tradizione evangelica, per concludere, non finisce mai di stupire nell’avvicinarci alla figura di Gesù, letta non come figura mitica, bensì nella sua storicità più profonda: un insegnamento significativo di fronte a letture parziali e inesatte, che appartengono a culture che devono essere immerse nel sapore della parola rivelata.




«Il silenzio è anche la lingua di Dio ed è anche il linguaggio dell’amore» per la tutela dell’immagine di Dio che c’è in ogni uomo

di Francesco Romano • Ha avuto risonanza l’attenzione di Papa Francesco per la recente pubblicazione di un breve scritto di Emiliano Antonucci intitolato “Non sparlate degli altri” (Effatà Editrice 2021). Il Papa ha curato la prefazione del libro e ne ha donato una copia a tutti i dipendenti della Città del Vaticano disponendo che ognuno apponesse la propria firma su un modulo per certificare l’avvenuto ritiro.

Il Papa scrive che “le parole possono essere baci, carezze, farmaci oppure coltelli, spade o proiettili. Con la parola possiamo bene-dire o male-dire, le parole possono essere muri chiusi o finestre aperte […] e siamo ‘terroristi’, quando buttiamo ‘le bombe’ del pettegolezzo, della calunnia e dell’invidia”, al contrario “il silenzio è anche la lingua di Dio ed è anche il linguaggio dell’amore, come sant’Agostino scrive: ‘Se taci, taci per amore, se parli, parla per amore’. Non sparlare degli altri, non è solo un atto morale, ma un gesto umano, perché quando ‘sparliamo’ degli altri, sporchiamo l’immagine di Dio che c’è in ogni uomo”.

La calunnia di cui parla il Papa è fonte di avvelenamento del nostro ambiente vitale che finisce per attrarre come in un vortice anche persone che solitamente agiscono in buona fede. L’insegnamento del Papa fatto in modo pastoralmente divulgativo, ma per questo non di minore autorevolezza, offre l’occasione di non fermarci al pettegolezzo, alle parole sussurrate all’orecchio, ma amplificate per effetto del passaparola. L’insegnamento della Chiesa sia in ambito morale che giuridico si è soffermato sulla vulnerabilità della buona fama di cui ciascuno deve godere e sul diritto che la tutela.

Se da un lato il pettegolezzo è una malsana e complicata abitudine da superare, esiste una lesione della buona fama che può essere arrecata anche a livello istituzionale con procedure messe in atto in modo non adeguato da chi è chiamato all’esercizio della giurisdizione, come per esempio nell’esecuzione delle indagini preliminari al processo penale, oppure nella tutela del segreto d’ufficio o delle clausole di riservatezza apposte a un atto amministrativo. Nell’ordinamento canonico e in particolare nel Codice di Diritto Canonico sono ricorrenti queste tutele.

Il diritto alla buona fama è connesso alla natura dell’uomo come suo ius nativum. Il Legislatore canonico enuncia questo diritto al can. 220 del Codex estendendolo a “chiunque”, anche se non cattolico o non battezzato, e lo inserisce nel contesto di una normativa compresa tra i cann. 208-223 che delinea i rapporti all’interno di una realtà ecclesiale vista come comunione. Sull’argomento un nostro contributo più ampio e approfondito è stato pubblicato sulla Rivista “Teresianum” intitolato “Dimensione pubblica ed ecclesiale del diritto alla buona fama e la sua tutela penale nei cann. 220 e 1390 §§2-3 del CIC” (Teresianum 59 (2008) 285-313).

La “persona” nel suo patrimonio identificativo costituisce nell’ordinamento canonico il soggetto attorno al quale si incentrano diritti e doveri. Nell’uso corrente “diritti umani”, “diritti inviolabili” e “diritti fondamentali” sono termini utilizzati in modo promiscuo, ma equivalente, e stanno a indicare i diritti che dovrebbero essere riconosciuti a ogni individuo come tale. Ciò sembrerebbe attestare, proprio a livello di senso e sapere comune, l’intimo e complesso rapporto che da sempre lega indissolubilmente diritto naturale e diritto positivo.

La dignità dell’uomo viene coronata da Dio con una dimensione di onorabilità per la sua ammissione a esserne partecipe come suo figlio, specie in forza della rigenerazione in Cristo. Il cristiano, poi, essendo creatura di Dio e unito a Cristo che è la Verità rivelata, ha come esigenza la radicale adesione al supremo comandamento dell’amore e alla verità secondo l’insegnamento pratico sia il vostro parlare sì, si; no, no. Il di più viene dal maligno. L’amore per la verità e per il prossimo si oppone alla falsificazione della rappresentazione della realtà che può sfociare nella calunnia, nell’adulazione, nella falsa testimonianza e nel giudizio temerario.

Nel pensiero di S. Tommaso la fama che l’uomo possiede rientra tra i beni temporali più preziosi. Infatti, le qualità fisiche, morali e sociali generano risonanze nella persona che le detiene, dandole la percezione soggettiva della propria dignità e il senso dell’onore.

La buona fama del cristiano è un bene temporale prossimo ai beni spirituali e include, oltre alle qualità umane, le virtù cristiane, l’integrità della fede, la permanenza della comunione del fedele con la Chiesa e con Dio.

La diffamazione, che ha come base la violazione della legge della creazione e della redenzione, costituisce un vulnus per il bene comune della Chiesa. La diffamazione, inoltre, tende a compromettere la posizione del fedele nel corpo sociale della Chiesa e a offuscare il suo status giuridico fondato sul battesimo. Viene compromessa anche l’immagine e la credibilità della Chiesa nell’agire dei suoi componenti con la perdita della bona existimatio, e, infine, la salus animarum di chi delinque e di quanti, attratti dal vortice scandalistico, si associano in uno stesso delitto contrario alla carità e alla verità.

L’ordinamento canonico non può che offrirci una prospettiva ecclesiale in tema di tutela del diritto alla buona fama perché la restaurazione della comunione ecclesiale deve coincidere con la restaurazione dell’ordine della carità che è stata violata. Per questo l’irrogazione della pena non avrebbe alcun senso e valore se fosse concepita come pena “vendicativa” e non tenesse conto della finalità salvifica di quanti necessitano di essere reintegrati nella comunità come membra vive della Chiesa.

Società ferita e colui che delinque rientrano in un unico progetto della Chiesa di restaurazione della comunione in cui l’emendamento del reo segna il reinserimento di un membro nel suo Corpo tornando a renderlo partecipe delle sue funzioni.

Si comprende, pertanto, perché l’attenzione al reo di diffamazione sia centrale nella prospettiva pastorale del Legislatore. Al diritto di ogni uomo secondo il can. 220 di vedersi tutelata la buona fama, di cui “chiunque” gode, corrisponde la sanzione penale prevista dal can. 1390 §2 per chi, soggetto all’ordinamento canonico (can. 11), viene meno a questo dovere.

Il danno provocato dal delitto di diffamazione travalica la sfera meramente privatistica della parte offesa che l’ha subita per entrare nella dimensione giuridica che attiene all’interesse pubblico della Chiesa.

La tutela penale del diritto alla buona fama non si ferma al diritto reclamato dal soggetto passivo, colui che subisce la diffamazione. Per il principio di presunzione d’innocenza, alla persona incolpata deve essere preservato il diritto di tutela della buona fama (can. 1717 §2).

A nessuno potrà essere irrogata una pena senza essergli stato garantito il giusto processo (can. 1720 ss.). Soltanto in esso si forma la prova e viene assicurato il diritto di difesa.

L’ordinamento giuridico della Chiesa tutela anche i diritti del presunto reo, che includono oltre al diritto di difesa anche il diritto alla buona fama, con una procedura complessa tenendo conto che molto spesso la persona incolpata si trova in posizione subalterna per il vincolo di obbedienza al proprio superiore. Non può essere irrogata una sanzione penale intesa come privazione di un diritto, inferta e fatta accettare al “suddito” in forza del vincolo di obbedienza, oppure con una giustizia sommaria, sbrigativa che svuota il sistema giuridico delle tutele previste dalla legge al solo fine di ottenere la punizione, magari a scopo esemplare, dimostrativo. Un siffatto modo di adempiere la funzione di giudicare servendosi di un rito approssimativo, senza verificare la comprovata e reale colpevolezza, potrebbe sfuggire agli uomini, ma non a Dio.

Il processo penale, benché sia considerato l’extrema ratio, è finalizzato alla restaurazione dell’ordine della carità e della comunione ecclesiale. Al contrario, il ristoro del danno arrecato alla parte offesa, essendo di natura privatistica, può essere reclamato da questi in modo facoltativo e si risolve con un’azione contenziosa prevista dai cann. 128 e 1718 §4, non essendo più contemplato come sanzione penale già inscritta nel Codex previgente del 1917.

In definitiva, l’esistenza di tutta la normativa che ha per oggetto la “buona fama” attesta la volontà del Legislatore canonico di apportare strumenti giuridici sempre più idonei in ordine alla realizzazione del bene comune della Chiesa.




La verticalità dell’orizzontalità

di Alessandro Clemenzia · Il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale è così intimo, che il discorso tenuto da Papa Francesco ai fedeli della diocesi di Roma (18 settembre 2021) ha di per sé un orizzonte e una “visione” che non si limitano a una particolare situazione diocesana, ma abbracciano tutta la Chiesa di Cristo. Il tema affrontato e approfondito è soprattutto il processo sinodale che vede coinvolte tutte le Chiese locali, fondato sui tre pilastri: comunicazione, partecipazione, missione.

Ai tanti, che in un modo o nell’altro si domandano in cosa consista questo “processo” rispetto al ben più preciso significato che, nel corso dei secoli, ha assunto il termine “sinodo”, il Papa risponde che ciò che sta al centro e determina il cammino è un «dinamismo di ascolto reciproco», condotto nella Chiesa su tutti i livelli: si tratta di un vero e proprio un inter-ascolto. Ciò tuttavia non significa creare degli spazi o delle strutture al fine di scambiarsi opinioni su temi scottanti e di attualità, come fosse un’inchiesta, «ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo».

Questa affermazione, però, non nega la precedente: l’ascolto tra tutti e il porre l’attenzione alla voce dello Spirito non sono due movimenti distinti, uno orizzontale e l’altro verticale, ma l’uno è dato nell’altro. Certamente la voce dello Spirito, come brezza leggera, deve essere “sentita”, “colta” e “interpretata”.

Il tema della verticalità e orizzontalità si ritrova in un passaggio successivo, lì dove si spiega in cosa consista la sinodalità: non è un trattato di ecclesiologia, oppure una moda o uno slogan, ma è la natura, la forma, lo stile della Chiesa. Il libro degli Atti degli Apostoli mostra chiaramente che consiste nel “camminare insieme”, ma questo andare è determinato dalla presenza della Parola di Dio, capace di camminare accanto alla creatura, raggiungendo il suo ritmo e facendosi sua compagna.

Questa presenza, contro ogni forma di moralismo, non rende più puro il suo popolo, ma – come è avvento con Pietro e Paolo – lo spinge «a osare, domandare, ricredersi, sbagliare e imparare dagli errori, soprattutto di sperare nonostante le difficoltà». In questo consiste – spiega sempre il Papa – essere discepoli dello Spirito Santo. Una visione riduttiva e moralistica della presenza di Dio può portare molto facilmente a interpretare le diversità di vedute come uno scandalo, come una contaminazione dell’unità della Chiesa; uno sguardo radicalmente distante da quello di Dio: «Dio vede lontano, Dio non ha fretta. La rigidità è un’altra perversione che è un peccato contro la pazienza di Dio, è un peccato contro questa sovranità di Dio». Una grande tentazione per tutti i credenti è quella di interpretare persone e situazioni dividendole in “pure” e “impure”, come se il proprio giudizio fosse in grado, da solo, di cogliere il senso più profondo della realtà, «come se, asceso al Cielo, il Signore avesse lasciato un vuoto da riempire, e lo riempiamo noi. No, il Signore ci ha lasciato lo Spirito». Per trovare l’unità nel conflitto è necessario cogliere proprio in esso la voce di Dio che continua a parlare “in mezzo” al suo popolo.

C’è una grande differenza, spiega sempre Francesco, tra l’opinione e il sensus fidei: non si tratta di raggiungere maggioranze o minoranze di pensiero, ma di riconoscere l’azione dello Spirito (che non conosce confini, «e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze») nella stessa dinamica ecclesiale di inter-ascolto, coinvolgendo tutto il popolo di Dio. In questo senso va riconosciuta la valenza ecclesiale di ogni dono ricevuto personalmente: la grazia donata al singolo io è già all’insegna del noi comunitario: «il dono è per donarlo: questa è la vocazione. È un dono che qualcuno riceve per tutti, che noi abbiamo ricevuto per gli altri, è un dono che è anche una responsabilità».

Recuperando un episodio raccontato nel libro dei Numeri (capitolo 22), dove il Signore, attraverso un’asina, ha aperto gli occhi a Balaam, trasformando un’azione di morte in una missione di vita, Francesco mostra come la voce dello Spirito sia capace di raggiungere la sua Chiesa anche attraverso le azioni sbagliate dei singoli. Ciò che rimane comunque essenziale è avere uno sguardo e un udito capaci di cogliere la verticalità dell’orizzontalità: «Preparatevi alle sorprese. […] Lo Spirito farà sentire sempre la sua voce».




Fede, speranza e amore nella struttura della Lettera ai Romani

di Gianni Cioli · Fede (pístis), speranza (elpís) e amore (agápe) sono per Paolo tre atteggiamenti fondamentali e costitutivi dell’esperienza cristiana. Egli non usa l’espressione “virtù teologali”, che avrà grande fortuna nella riflessione successiva e soprattutto nella teologia medievale, ma lascia già chiaramente capire che si tratta di disposizioni profondamente connesse fra loro, donate da Dio, che riguardano in primo luogo Dio e che trasformano l’esistenza umana. Fede, speranza e amore rinnovano nella persona la percezione di Dio, di sé, degli altri e del mondo e, conseguentemente, il comportamento, l’agire concreto. Talora, nelle sue lettere, Paolo associa esplicitamente fede, speranza e amore nella stessa frase, come in 1Ts 1,3.5,8, o in 1Cor 13,13, dove dice: «Queste le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore, ma più grande di tutte è l’amore». Spesso usa insieme due termini accoppiandoli nello stesso contesto, ma il più delle volte preferisce utilizzarli singolarmente, sottolineando ora l’uno, ora l’altro atteggiamento.

Nel caso della Lettera ai Romani si può notare che l’uso dei termini fede, speranza e amore segna per certi versi la stessa struttura dell’epistola. È dedicata infatti alla fede soprattutto la prima parte, in particolare i primi quattro capitoli; il tema della speranza, collegata all’amore ricevuto in dono, emerge nei capitoli centrali, per l’esattezza nei capitoli 5 e 8; l’ultima parte, quella parenetica, dal capitolo 12 alla fine, sottolinea l’importanza dell’amore come stile di vita del cristiano.

Il significato della fede nella teologia della Lettera è sintetizzato bene in Rm 3,28: «noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge». La buona notizia che Paolo annuncia è che Dio vuole donare gratuitamente la salvezza all’umanità che si era venuta a trovare in una situazione di peccato e di morte senza via d’uscita. Quello che non era possibile mediante la legge che pur manifestava la volontà di Dio, il divenire giusti, risulta possibile aderendo a Cristo, morto e risuscitato per noi. La fede è l’accoglienza del dono gratuito di Dio, del dono di una salvezza che non deriva dalle opere, ma che è grazia. La fede è credere «in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,24-25).

Emergono almeno due aspetti complementari nel concetto di fede utilizzato da Paolo, che la riflessione teologica medievale svilupperà nella distinzione fra fides quae e fides qua: c’è il credere a un fatto, la morte e risurrezione di Cristo, accettando che ne dipenda la salvezza personale e di tutta l’umanità, e c’è un atteggiamento di abbandono fiducioso in chi dona questa salvezza: in Gesù Cristo morto per i nostri peccati e in Dio che l’ha risuscitato perché diventassimo giusti. La fede è conoscere Dio attraverso l’adesione all’annuncio e la memoria di ciò che egli ha compiuto. Credere a ciò che egli ha fatto significa fidarsi di lui, aderire a lui credendo alle sue promesse. Modello di quest’abbandono fiducioso è Abramo, giustificato per la fede, prima della circoncisione e della legge e indipendentemente da esse. In Abramo, come in ogni vero credente, la fede risulta contigua alla speranza. Infatti, «egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18).

La speranza è, per certi versi, l’attesa del compimento delle promesse in cui si è creduto. È la condizione, paradossale ma autentica, che il cristiano sperimenta dentro la creazione ancora incompiuta, e insieme alla creazione (cf. Rm 8,19-22). Nella speranza s’intrecciamo e si sostengono vicendevolmente desiderio, timore e fiducia. Essa implica una doppia tensione a cui il credente non può sottrarsi: fra la pienezza di vita che Dio promette e la sofferenza che il cristiano sperimenta nel mondo ancora segnato dal mistero dell’iniquità; fra il compimento della salvezza che si manifesterà nella risurrezione e il non compimento attuale: «nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,24). Scaturendo dalla fede e dalle tensioni a cui la fede è sottoposta, la speranza trova tuttavia alimento, sostegno e pieno vigore nell’amore, inteso come esperienza dell’essere amati da Dio, potendo a nostra volta corrispondergli: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,1-5). La garanzia della speranza è l’amore di Dio che, mediante lo Spirito Santo, ricolma il centro della nostra vita, il cuore. Un amore che è più forte di ogni sorte avversa e di ogni potenza terrena (cf. Rm 8, 28.31.35.37-39).

L’amore dunque, nella Lettera ai Romani, è in primo luogo quello di Dio, manifestatosi nella morte di Cristo per i peccatori (cf. Rm 5,6-11) e donato ai credenti in virtù dello Spirito. Tale amore, ricevuto in dono, diventa poi, nel cristiano, la logica determinante e la forza trainante della vita concreta, il paradigma della verità delle relazioni personali. Nella Lettera ai Galati Paolo aveva chiaramente sottolineato la dimensione operativa dell’amore e il suo intimo legame con la fede, affermando che «in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo dell’amore» (Gal 5,6). In Romani l’idea innerva tutta la parte parenetica (cc. 12-15) nella quale l’apostolo illustra le conseguenze pratiche del suo vangelo, invitando a un amore senza finzioni (Rm 12,9) verso tutti, anche i nemici (Rm 12,20-21), e individuando nell’amore il senso autentico e il compimento della legge (Rm 13,8-10). Quest’ultima non poteva rendere l’uomo giusto, e l’uomo non giustificato non poteva osservala: ma l’uomo reso giusto da Dio, per grazia, mediante la fede, adempie la legge ricomprendendola mediante l’amore.




Cinquant’anni fa il presidente USA Nixon cambiò il mondo della finanza.

di Leonardo Salutati · È passato inosservato ai più, se si escludono alcuni giornali specializzati, il cinquantennale di un fatto che ha innestato un processo di cambiamento dell’economia e della politica mondiale di cui continuiamo ancora oggi a vivere le conseguenze.

La sera del 15 agosto 1971, cinquant’anni fa, il presidente USA Richard Nixon, tenne in tv un discorso in cui annunciava la decisione di porre fine al “gold standard”, ovvero la possibilità, riconosciuta solo per le banche centrali degli Stati e non per i privati, di richiedere in ogni momento la conversione in oro delle loro riserve in dollari al cambio ufficiale di 35 dollari per oncia.

Le banche compresero subito che la mossa del presidente americano, di fatto, metteva fine al sistema monetario internazionale nato a Bretton Woods nel secondo dopoguerra, cioè il regime dei cambi fissi che regolava i rapporti tra le maggiori monete, tanto che in tutto il mondo vennero subito sospesi cambi e quotazioni delle valute, introducendo il “cambio fluttuante”, da quel momento sotto la minaccia costante della speculazione dei mercati valutari. Quel giorno fu anche l’inizio della “deregulation”, ovvero di quel processo per cui i governi cessano i controlli sul mercato eliminando le restrizioni all’economia, con il fine di liberalizzare le operazioni di mercato considerato come un organismo autoregolatore.

Con la decisione unilaterale del 15 agosto si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%, provocando uno choc economico globale senza precedenti. L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili, in quanto le nuove «regole del gioco» spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.

Per inciso, anche se di enorme rilevanza alla luce degli sviluppi successivi, a questo si aggiunga che, sempre nel 1971 tra il 9 e l’11 luglio, l’allora Segretario di Stato Henry Kissinger, organizzò degli incontri segreti con gli esponenti politici cinesi per preparare la visita del presidente Nixon l’anno successivo, nei giorni dal 21 al 28 febbraio 1972, di fatto dando il via alla nascita di quel soggetto economico globale che è la Cina odierna, con tutto quel che consegue.

Dall’agosto del 1971 gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando dollari quasi senza limiti venendo meno l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari alle banconote in circolazione, tanto che se nel 1971 in USA il rapporto debito pubblico/pil era del 36,2% oggi ha superato il 125% (settembre 2021), cui si dovrebbe anche aggiungere la considerazione del forte, se non eccessivo, indebitamento del settore privato, per questo motivo sempre meno in grado di sostenere l’indebitamento pubblico USA come invece succede per Giappone, Europa e Cina.

Da cinquant’anni gli USA vivono al di sopra delle proprie possibilità tanto che per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più complessa, hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole volute dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ‘29. La deregulation è infatti continuata con i presidenti Carter e Reagan, per culminare con Clinton che nel 1999 abroga il Glass Steagall Act, la legge bancaria del 1933 che stabiliva la separazione tra banche commerciali e quelle d’investimento e che proibiva alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio; sempre nel 1999 dispone la limitazione dei controlli sulle banche d’investimento con il Gramm – Leach Bliley Act e, nel 2000, il Commodity Futures Modernization Act esclude qualsivoglia regolamentazione dei derivati. Nel 2004, inoltre, Obama con la Voluntary Regulation, ha consentito alle banche d’investimento di detenere meno capitale di riserva, e di aumentare la leva finanziaria. È un insieme di provvedimenti che ha contribuito in modo determinante alla grande crisi finanziaria del 2008, dalla quale molti paesi stentavano ancora ad uscire quando è scoppiata la pandemia covid-19.

È evidente che la soluzione per uscire dalla crisi non sembra quella di continuare sulla via della deregolamentazione, liberalizzazione e globalizzazione senza freni che pone al centro il profitto e non la persona umana, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Piuttosto è rintracciabile nel sempre più attuale insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, rilanciato continuamente da ogni Pontefice. Al riguardo Papa Francesco ha con forza recentemente invitato tutti ad una reale conversione ammonendo: «da una crisi non si può uscire uguali, o usciamo migliori, o usciamo peggiori». Dopo la crisi non è pensabile continuare con questo sistema economico di ingiustizia sociale e di disprezzo per la cura dell’ambiente, del creato, della casa comune. «Se ci prendiamo cura dei beni che il Creatore ci dona, se mettiamo in comune ciò che possediamo in modo che a nessuno manchi, allora davvero potremo ispirare speranza per rigenerare un mondo più sano e più equo… la cura del creato e la giustizia sociale: vanno insieme» (26 agosto 2020). In particolare i cristiani sono chiamati a questo impegno dando così testimonianza della Risurrezione del Signore.




«Il morso della storia». Il libro di Giovanni Pallanti a servizio della storia (tutta).

di Stefano Liccioli · Ritengo che quando un libro è autentico vi si riconosce non solo lo stile letterario dell’autore, ma anche, più o meno esplicitamente, il suo carattere, la sua visione della vita. È quello che ho pensato leggendo “Il morso della storia. Una spigolatura critica” (Lorenzo de’ Medici Press, 2021), l’ultimo libro di Giovanni Pallanti, scrittore e giornalista, che ha pubblicato apprezzati lavori come “Elia Dalla Costa” (San Paolo Edizioni, 2012), “La Pira e la DC. Una storia di libertà contro le ideologie totalitarie del XX secolo” (Società Editrice Fiorentina, 2017) e quello scritto insieme a Marcello Mancini “Il parroco cardinale. Vita di Silvano Piovanelli (San Paolo Edizioni, 2016). Pallanti ha raccolto in questo volume molti contributi che, negli anni, sono apparsi sul quotidiano “La Nazione” e su questa rivista, “Il mantello della giustizia”, testate delle quali egli è collaboratore, oltre che del settimanale cattolico “Toscana Oggi”.

Il filo conduttore che lega i diversi saggi (trentotto per la precisione, brevi, ma densi di significato) è chiarito dall’autore stesso nella prefazione:«Mi sono convinto attraverso gli studi che la storia può essere interpretata in tanti modi. Una vulgata ricorrente racconta che essa viene scritta dai vincitori di turno. Vero fino ad un certo punto. Le vicende del passato invece prima o poi, studiando e ristudiando, si chiariscono e ci si avvicina alla verità. Ecco perché si può ben dire che alla fine anche la storia morde i negatori della verità».

Ma scorrendo le pagine del libro ho trovato, come ho scritto all’inizio, anche qualcosa di personale, qualcosa che riguarda cioè l’indole di Pallanti. Nel ricordare, per esempio, lo sterminio degli Armeni come un vero e proprio genocidio troppo spesso taciuto o nel presentare i contorni reali della rivoluzione d’ottobre in Russia come un colpo di stato di Lenin contro una repubblica democratica e non contro lo zar l’autore rivela la sua passione per la verità, anche e soprattutto quando questa contraddice le narrazioni dominanti, spesso condizionate da gabbie ideologiche.

Nel mettere in luce la matrice cristiana e cattolica di Georges Simenon, l’inventore del personaggio del commissario Maigret, o nel rammentare il massacro dei cristiani in Etiopia dell’imperialismo fascista s’evince l’equilibrio di Pallanti nel voler raccontare la storia in maniera integrale, sia quella degli individui che quella generale, senza omissioni di comodo.

Ricordando personaggi meno noti come don Alcide Lazzeri, martirizzato dai soldati tedeschi nel 1944, o Bernardo Leighton, democristiano cileno, fermo oppositore di Pinochet, lo scrittore vuol dar voce anche a coloro che, per motivi diversi, non possono più avvicinarsi al microfono dell’opinione pubblica.

Rendendo omaggio a personaggi come Sergio Zavoli e Lelio Lagorio l’autore dimostra la sua onestà intellettuale nel riconoscerne il valore umano e professionale, andando oltre le distanze sul piano politico (Pallanti è stato esponente della Democrazia Cristiana fiorentina, ricoprendo più volte incarichi istituzionali).

Ci tengo, infine, a mettere in evidenza la dedica del libro che lo scrittore riserva a parenti ed amici, alcuni dei quali ho conosciuto personalmente anche io. È degna di nota perché rivela la sua attenzione nei confronti delle persone, facendo memoria del bene che hanno fatto nella sua vita.

È anche questo un modo di fare storia.