Tania, le culle vuote e l’ Italia a picco

tania-cagnotto-e-francesca-dallapecc80di Antonio Lovascio · «Ho scelto la vita, per diventare ancora una volta mamma». La decisione di Tania Cagnotto, la campionessa di tuffi che a 35 anni rinuncia alle Olimpiadi di Tokyo e ad una possibile altra medaglia d’oro, speriamo faccia riflettere le tante donne che rincorrono le sirene dell’ultima supposta “conquista” di libertà, l’accesso all’aborto farmacologico con la pillola Ru 486 senza più ricovero in ospedale. Procedura che non cambia la natura dell’atto – la soppressione di una vita umana resta sempre tale, con qualsiasi tecnica la si voglia realizzare – ma ne modifica profondamente il vissuto essendo praticata in totale abbandono e isolamento casalingo. Come ha scritto in un editoriale su “Avvenire” il presidente della CEI card. Gualtiero Bassetti.

L’inverno demografico” – così lo definisce Papa Francesco – è destinato a continuare, anzi ad aggravarsi. Un fenomeno dimenticato dalla politica, anche se il numero dei morti supera quello delle nascite e ogni tre giovani ci sono cinque anziani. Le coppie hanno sempre meno figli e ormai il numero dei “vecchi” è superiore a quello dei giovani.

Ci sono timidi tentativi di analisi, ma la questione finora non si è mai posta con serietà. Questa indifferenza è “un enigma che non sono mai riuscito a decifrare”, scrive il laico Piero Angela (apprezzatissimo divulgatore scientifico televisivo) nella prefazione al libro “Italiani poca gente”, che affronta le conseguenze del calo demografico in termini di welfare, instabilità politica, conflitti, migrazioni e anche di declino geopolitico (basti pensare che il peso dentro alla Banca Centrale Europea si misura anche dalla popolazione e dal Pil del Paese).

L’impatto della denatalità sarà devastante. “Se le culle restano vuote, Italia a picco”, ha titolato “Repubblica” pur dando ampia voce nelle ultime settimane a commentatrici abortiste. Seguendo la freddezza dei numeri, “in trent’anni il Pil crollerà del 20% . Meno giovani e più anziani al lavoro” – ha spiegato Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente alla Bocconi – Vuol dire che mancano i più ideativi, brillanti, volitivi, e crolla la produttività». Il calo di natalità e l’invecchiamento della popolazione sono speculari. Un’azienda ricava più valore aggiunto dall’assumere un ingegnere appena laureato e rampante che un cinquantenne demotivato. Tutto è trovarlo, l’ingegnere: l’Ocse – che ha coniato l’espressione “equilibrio basso” in cui si è arenata l’Italia negli ultimi 15 anni – ammonisce che l’investimento in capitale umano è troppo scarso. Tant’è che il 20% degli italiani è laureato contro il 30% di media della stessa Ocse.

Causa ed effetto si intrecciano nella spirale del decremento. Chi supera le paure e decide di fare figli acquisisce anche altri meriti: è portato a concedersi vacanze il minimo necessario, ad impegnarsi di più per dare un futuro migliore appunto ai figli. Insomma a produrre di più e meglio. La simmetria è provata dall’esperienza di altri Paesi europei che hanno avuto lo stesso problema ma alla fine l’hanno superato. L’esempio della Svezia è noto, ma anche Francia, Germania, Gran Bretagna hanno sfornato sussidi, agevolazioni, infrastrutture tali da mettere le giovani madri in condizione di fare figli e tornare al lavoro senza angosce. Sono interventi costosi ma di sicura pratica. Semmai il guaio è che l’Italia vive, peggio che il resto dell’Occidente, la più grave recessione da 90 anni a questa parte. Che ha conseguenze dirette sul “tasso di fecondità”, già sceso dal 2,4 (figli per donna) della fine degli anni ’60, all’1,3 di oggi, con un declino inarrestabile cominciato ben prima della fine del ventesimo secolo. Indubbiamente il fattore incertezza è parte integrante del calo delle nascite, al pari della necessità di riconciliare lavoro e famiglia: se ciò avvenisse si utilizzerebbe almeno la riserva dì lavoro femminile ancora inespressa, come più volte hanno raccomandato i Vescovi italiani. Paure ed incertezze che portano l’ISTAT a prevedere almeno 10mila nascite in meno, di cui 4mila nel 2020. Se si aggiungono i condizionamenti economici potremmo arrivare a 20-30mila in meno. Intanto nel 2019 il calo dei residenti ha toccato il record di 189mila. In cinque anni la popolazione è diminuita di 551mila residenti (oggi 60,2 milioni di cui 18,8% stranieri). Il calo è dovuto ai cittadini italiani: ne sono nati l’anno scorso 357mi1a (nel 1964 furono registrati all’anagrafe un milione di bambini) rispetto ai 627mila deceduti, con un saldo negativo di 270mila. Certo, su questa macabra contabilità il dramma Covid avrà le sue conseguenze. Il calo degli italiani ha infatti raggiunto gli 844mila in cinque anni, come se si fosse cancellata una città come Genova. Né bastano a colmare il gap i 292mila stranieri che si sono assommati sempre nei cinque anni, che peraltro aumentano sempre meno: non più di 47mila nel 2019.

Dobbiamo riflettere su questi dati guardando al futuro del Paese, delle nostre città e delle famiglie , “chiedendoci se saremo capaci di far rivivere – come ha osservato nell’omelia per la festa di San Lorenzo l’arcivescovo di Firenze card. Giuseppe Betori – lo spirito di condivisione e partecipazione dimostrati durante il picco della pandemia, anche oltre la fase dell’emergenza sanitaria, per nutrireGiuseppe-Betori anche quest’ulteriore fase di emergenza economico-sociale, non meno problematica per il futuro della società”. Un richiamo rivolto al senso di responsabilità individuale, che solo potrà porre ostacolo alla continuazione del diffondersi del virus, ma anche a chi – politici e amministratori in primis – ha il compito di prendersi cura delle persone nella vita sociale, in cui solo la logica della vicinanza e dell’accompagnamento può sconfiggere le paure della solitudine e dell’abbandono. “In tale prospettiva – sono sempre parole di Betori, pronunciate nel giorno dell’Assunta, cui hanno fatto eco nelle stesse ore quelle di altri Vescovi – appare doveroso segnalare che non è un segno incoraggiante la logica di privatizzazione che sta dietro alle recenti modifiche normative che permettono di lasciare ancora più sola la donna di fronte al dramma dell’aborto”. Auguriamoci allora che molte donne (e coppie) seguano l’esempio di Tania Cagnotto, campionessa simbolo della vita, per poter guardare al domani con maggior ottimismo.




Adamo e Eva nel Sesto Cajo Baccelli.

unnamed (2)di Carlo Nardi · Con la Bibbia si apre la Genesi, ossia l’origine e le nascite, che sbocciano in storie ora pietose ora gioiose. Dapprima è il mondo (Gen 1,1-2,4). Quindi l’umanità (Gen 2,4-11,32). Infine il popolo di Dio con Abramo, Isacco e Giacobbe, e Giuseppe, giovane buono come il pane, che sapeva il fatto suo, felice e contento nella fiducia in Dio (Gen 12,1-50,26).

Da bambino a scuola e a dottrina imparavo tante storie. Più grande, ebbi dai miei la Bibbia del Ricciotti. Non solo. Il nonno usava comprare in ottobre il Sesto Cajo Baccelli, detto Strolago di Brozzi, specialmente le sestine in poesia, e più tardi ne divorai alcune del 1962. Ora, in questi giorni, ritrovai in un baule una specie di teodicea, ma un po’ sorniona.

Dunque da: Il vero Sesto Cajo Baccelli guida dell’agricoltore Fratello Maggiore di Settimo Cajo Baccelli nipote del celebre Rutilio Benincasa astronomo-cabalista soprannominato lo Strolago di Brozzi. Lunario per l’anno 1962, Firenze 1962, p. 4 con strofe in sestine. Se il mondo va male (e quando va bene?) …

Di chi la colpa? Forse del buon Dio
che felici ha creato Adamo ed Eva?
Non crederlo neppur, lettore mio,
ché Lui buoni e felici li voleva,
e con loro volea lieti e contenti
figli, nipoti e tutti i discendenti.
Ma Adamo ed Eva cominciaron male
con la storiella del famoso pomo;
il gesto di Cain fu poi fatale,
ché insegnò all’uomo ad ammazzare l’uomo.
E da quel giorno pomo ed omicidio
sono per noi l’eterno stillicidio.


Figuriamoci, per una immaginativa d’un ragazzo in crescita coi miei quattordici anni finiti da poco! Di fatti …

Per Eva e Adamo tutto era sorriso,
quand’eran nel terrestre paradiso.
Avevan fame? C’eran frutti a iosa;
avevan sete? L’acqua era sorgiva;
e avevan sonno, morbida e odorosa
tra i fior la cuccia che la terra offriva;
e potevan d’amor saziar le voglie
senza saper d’esser marito e moglie.
Quello che avvenne poi lo sanno tutti:
Eva tentata fu dal rio serpente
e gustar volle fra cotanti frutti
quello proibito più severamente.
Eva, tentata dal serpente rio,
al diavolo mandò quel ben di Dio.


Quel al diavolo mandò quel ben di Dio è tutta una chicca d’italiano in bocca a un fiorentino. Infatti questi versi inducono a sorridere con un po’ di buon umore. Non solo. Lo Strolago di Brozzi mi fa pensare al padre Dante, che si trovò nel più alto Purgatorio, in una specie di Paradiso terrestre. È il cocuzzolo del Monte purgatorio con una “melodia dolce” “per l’aere luminoso”, tant’è che l’Alighieri, … “mi fe’ riprender l’ardimento d’Eva” (Purgatorio xxix,22-24). Ma: Ah, quella donna! Come la Pandora dei greci secondo l’antico poeta Esiodo (Opere e giorni 41-105).

E quante volte è rammentata Eva e con che modi! Non ci fa una bella figura Tertulliano, cattolicissimo che finì per farsi una chiesa da sé. E sua moglie? Si può capire dal marito? Infatti Tertulliano che scrisse un libretto: L’eleganza delle donne (De cultu feminarum). Secondo lui, le donne … tutte casa e chiesa! Altrimenti, son tutte sciccherie pericolose. E che pensare del nostro Tertulliano circa la donna in quanto tale? Che ci dice di lei? “Tu sei la porta del diavolo”, come dire “Sei tu che fai entrare il diavolo in casa” (Tu es diaboli ianua I,1,1,2). Il diavolo … o il ganzo?!

Stando a Tertulliano, ogni donna è una Eva, e di sempre e di ora, deve farsi vedova inconsolabilmente come nel rimpianto del Paradiso perduto. Quindi, altro che grilli pe’ i’ capo! Lacrime di penitenza! Tertulliano sbotta in modo truce col suo De cultu feminarum (I,1,1-3). Per lui tutte le donne son bollate di donnine, baiadere o sciantose, d’un tempo che fu.1200px-Tizian_091

D’altra parte Roberto Benigni si presenta con sua ‘benedetta’ mela: Già all’inizio Adamo ed Eva gli presero addirittura al Padreterno … una mela. Per una mela! Il vispo Benigni sbotta e fa sbottare. Che vuoi che sia? Pinzillacchere alla Totò. Ma il buon Dio volle ricorrere ai ripari, per così dire, e il Figlio di Dio venne a noi, non a inventate la rappresentazione di Grassina, seppur pia e bella, ma la sua vita e vera con la croce, la morte e la risurrezione. E ben grande è il motivo! Anzi, il più grande che sia.

Fin dai tempi più remoti e il brulicar di vite è ancora la strana costola di Adamo ed Eva in presenza al subdolo Biscione. Gli umani, seppur sbadigliando e peccando, ci accompagnano, c’inquietano e ci rassicurano. Non solo. Ci stuzzicano circa dell’origine del male e il bene, e del dolore e della gioia. Vale la pena di abbraccia una storia, il cui senso cerca il capire, perché è l’origine della vita, vita umana, vissuta e con quel che comporta. Infine, e da prima, è la storia della salvezza, misteriosa e sensata.

Riferimenti:

C. Nardi, Il profeta Adamo nel nozze umane e divine, in Il mantello della giustizia in rete settembre 2018.

E tra i nostri grati dotti:

La Sacra Bibbia. Traduzione di G. Bonaccorsi, G. Castoldi, G. Giovannozzi, G. Mazzacasa, F. Ramorino, G. Ricciotti, G. M. Zampini, Introduzione di Giuseppe Ricciotti, Salani, Firenze MCMLIII. MCMLXII.

Arturo Graf, Il mito del Paradiso terrestre, in Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, I, Torino 1893 e Carlo Lapucci, Il Paradiso terrestre, in La Bibbia dei poveri. Storia popolare del mondo, Firenze, Polistampa – Sarnus 2013, pp. 22-26.

Il tremendo Tertulliano, L’eleganza delle donne (De culto feminarum), a cura di Sandra Isetta (Biblioteca Patristica 6), Nardini – Centro internazionale del libro, Firenze 1986.

Il birboncello Roberto Benigni, Tuttobenigni, col film di Giuseppe Bertolucci (1986).




L’America difende la libertà dei popoli

download (5)di Mario Alexis Portella · In questi ultimi mesi, il mondo libero si è svegliato alla nuova minaccia rappresentata dalla Cina e dal regime del Partito Comunista Cinese (PCC). Tanto che il mese scorso il segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ha chiesto la formazione di una “nuova alleanza di democrazie”. Ma Pompeo ha fatto intendere che non si può contare di più sull’Organizzazione del Patto dell’Atlantico Nord (NATOper contrastare le dittature—la NATO è stata criticata da altri stati membri nel passato, come la Francia.

Sebbene Pompeo non abbia chiesto lo scioglimento della NATO, sembrava esprimere un certo scetticismo sul fatto che si possa ancora fare affidamento sull’organizzazione, fintanto che la Turchialo stato più potente militarmente della NATO dopo gli Stati Uniti—propone “valori anti-occidentali”.

La risposta del leader del mondo libero, il presidente Donald Trump, con la sua politica di America First sta proseguendo la politica di un suo predecessore, il presidente Woodrow Wilson che nel 1917 ha detto: «Il mondo deve essere reso sicuro per la democrazia».

Ridistribuzione delle truppe statunitensi

All’inizio del mandato di Trump, i paesi europei pensavano che la politica dell’America First di Trump fosse una politica di isolamento che ostacolava gravemente l’unità globale, e di conseguenza rendeva il mondo libero esposto ai capricci dei paesi anti-democratici. L’America First prevedeva in un primo tempo un ruolo solitario dell’America come leader del mondo libero. Ora Trump ha cambiato strategia: tramite il segretario di Stato Pompeo chiedere una nuova alleanza tra i paesi democratici. In altre parole, il presidente Trump vuole un impegno più diretto e concreto dei paesi democratici contro i nemici della democrazia.

Per questa ragione il presidente degli USA prevede di ritirare entro settembre 9.500 dei 34.500 soldati statunitensi che si trovano in Germania. La giustificazione è che Berlino non è stata in grado di raggiungere la quota militare fissata dalla NATO: quella di spendere il 2 percento del prodotto interno per la difesa. Nel 2019 solo nove dei 30 stati membri della NATO la hanno raggiunto la quota prevista.

In concreto, Trump sta ridistribuendo le truppe in altri paesi della NATO: 1.000 saranno inviati in Polonia  per proteggerla contro l’aggressione del dittatore russo Vladimir Putin; altre truppe saranno inviate in Italia e Belgio. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe dalla Corea del Sud, si tratta di una “fake news”. Secondo la Casa Bianca e il Pentagono, non ci sono, infatti, piani immediati per ritirare le truppe statunitensi dal Sud della penisola Corea.

Affrontando la Cina380231_40421_piazza_tien_an_men

Alcuni di noi ricordano quando il presidente George H. W. Bush fece poco o nulla quando il PCC soppresse violentemente i manifestanti per la libertà, 30 anni fa, in Piazza Tienanmen migliaia di cinesi che aspettavano che gli Stati Uniti li sostenessero: sono stati uccisi dall’esercito cinese e nessuno ha mosso un dito in loro difesa.

Trump, invece, sta affrontando la Cina con determinazione. Oltre all’imposizione di sanzioni contro il PCC per le violazioni dei diritti umani, ha imposto restrizioni alle aziende americane, come Apple e Ralph Lauren, che lavorano con la Cina. Il presidente Trump è anche riuscito a convincere il Dipartimento del Commercio statunitense ad emanare nuove regole che frenino l’accesso della mega-aziende cinese, tra cui Huawei Technologies. Soprattutto per garantire che le apparecchiature di telecomunicazione non siano usate per spiare gli americani.

Cooperando con altre nazioni

Il mese scorso il presidente degli USA ha fatto quello che per decenni nessun altro politico era stato in grado di fare. Egli ha mediato un accordo storico tra gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e lo Stato di Israele: questi paesi stabiliranno tra di loro relazioni diplomatiche. Le altre nazioni arabe che hanno rapporti diplomatici con Israele sono l’Egitto dal 1979 e la Giordania dal 1994.

L’accordo tra EAU e Israele ha due scopi. Il primo scopo servirà a stabilire piene relazioni diplomatiche tra i due Paesi, con ricadute positive sul piano militare, commerciale e turistico. Il secondo scopo riguarda Israele che ha accettato, per ora, di sospendere l’annessione di parti della Cisgiordania. Si tratta di un’iniziativa, ha precisato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che viene solo rinviata e non cancellata. Il premier israeliano, comunque, parla di nuova era nei rapporti tra Israele e il mondo arabo. L’intesa servirà a rafforzare la pace in Medio Oriente’.

L’accordo sostenuto attivamente da Trump è stato rifiutato dal ‘governopalestinese che vede nella decisione dell’EAU un tradimento nei propri confronti. Il rafforzamento della pace in Medio Oriente, invece, può aprire di spazi alla creazione pacifica di uno stato palestinese indipendente e sovrano, oltre ad una maggiore e plurale libertà religiosa, anche per i cristiani.

Gli Stati Uniti hanno condotto recentemente esercitazioni navali congiunte con la marina indiana, giapponese e australiana nel Mar Cinese Meridionale. Questa cooperazione strategica—forse un’anteprima della “nuova alleanza” tra democrazie di cui ha parlato Pompeo—dimostra un impegno condiviso per mantenere e affermare ulteriormente una rotta commerciale verso l’oriente, pacifica, libera e aperta. In questo modo, gli Stati Uniti e le democrazie orientali, loro alleate, difendono la Repubblica di Taiwan, dove ci sono numerosi cattolici cinesi in comunione con il Vescovo di Roma, dalla possibile aggressione della Cina comunista.




In margine al volume «Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele»

9788892208230_0_0_626_75di Stefano Tarocchi · Fratel Michael-Davide Semeraro, monaco benedettino – che nel 2018 ha pubblicato un libro divenuto famoso: «Preti senza battesimo? » – scrive adesso un breve saggio dal titolo non meno intrigante: Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019.

Lo spunto del titolo ha due origini: è anzitutto fornito dalla lunga citazione di André Neher  (1914 – 1988), uno dei più grandi esegeti di lingua francese dell’Antico Testamento del secolo scorso: «quando la Bibbia dice Abele… il testo [ebraico] può designare al contempo la nozione di vapore e l’uomo che, nel racconto biblico incarna questa nozione. Abele [hébel] è nato fratello. È nato accanto a un altro e prima di lui c’è qualcosa che egli non fu mai. Non solo è il frutto delle viscere dei suoi genitori ma è anche posto accanto a Caino e, in realtà, egli muore di ciò che fiancheggia, visto che sarà ucciso da Caino … Nulla è maggiormente causa dello svanire dell’alito che la stessa fonte da cui esso emana, il lembo di spazio su cui si posa. Abele è sempre rimasto identico a sé stesso, come il vapore non smette mai di essere vapore nonostante tutte le modulazioni di forma e la molteplicità delle sue spirali. [A differenza di Caino, ] Abele non ha ricevuto un nome, non era necessario che un nome identificasse il suo essere: era [soffio] sin dalla sua nascita» (p. 56).

Se già sant’Agostino già parlava di “Chiesa a partire da Abele” («ha le sue primizie nel santo Abele»), il primo giusto, evidenziare una “Chiesa di Abele” significa indicare una Chiesa accogliente per tutti. Anche se è vero – affermano due sociologi dell’Università Cattolica, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti –, che «nella storia millenaria della chiesa, l’esercizio dell’autorità molte … si è trasformato in esercizio di potere cioè di controllo e prevaricazione sulla realtà e su gli altri anche strumentalizzando l’idea preziosa di obbedienza». Perciò «la stabilità della tradizione e dell’autorità devono trovare un punto di equilibrio con la speculare esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Questo, secondo Giaccardi e Magatti – contrariamente al luogo comune di segno opposto –, permette di evidenziare la sostanziale continuità tra Ratzinger e Bergoglio: il primo «ha posto con grande lucidità la questione del restringimento della ragione … «Il pontefice argentino invece insiste nel far presente a noi europei che non si allarga la ragione attraverso la ragione. Ma solo tornando a sporcarsi le mani con l’uomo in carne e ossa».Michaeldavide-semeraro-755x491

Dal canto suo – afferma fratel Michael-Davide, che così chiarifica la prima parte del titolo del libro –: «il problema, per un chierico che chiede o a cui viene imposto di lasciare il ministero, non è quello di essere ridotto allo stato laicale, ma di doversi misurare con le ragioni per cui è stato dimesso dallo stato clericale. Il fatto di ritrovarsi come un battezzato laico può, infatti, rivelarsi la grande occasione per coltivare e far crescere la realtà discepolare che, in realtà, è la cosa più importante per ogni battezzato. Il senso della scelta del titolo di questo libro vuole approfittare l’assonanza con la frase ricorrente “ridotto allo stato laicale” per andare al cuore di ciò che stiamo vivendo come chiesa: un cammino sofferto e appassionato sotto la guida autorevole del magistero ordinario oggettivo del vescovo di Roma, Papa Francesco» (p. 11).

La tesi di Fratel Michael-Davide si salda su eventi che coincidono con scelte evidenti del Papa attuale. Ad esempio, quando ad Abu Dhabi venne firmato nel febbraio 2019 il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza umana dal papa Francesco insieme al grande Imam di Al-Azhar – che fratel Michael-Davide legge in parallelo all’incontro tra san Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil – quasi contemporaneamente viene pubblicato un manifesto a cura di uno dei quattro cardinali firmatari – due sono già defunti, un terzo ha espresso pubblicamente teorie deliranti sulla causa del Covid-19 – che attaccarono il magistero di papa Francesco espresso nell’Amoris Laetitia, subito dopo i ben due sinodi consecutivi sulla famiglia.

Peraltro, non va dimenticato anche Laudato sì, duramente contestata al di là dell’oceano, e che secondo alcuni ha segnato sul tema specifico affrontato – “La Cura della Casa Comune”   – l’inizio degli attacchi più duri contro il papa Francesco da parte di ambienti ultraconservatori americani, che trovano un’eco impressionante anche in Italia, magari in nome di una fedeltà irreale alla tradizione.

Proprio la Laudato sì, pubblicata nel 2015, citando san Vincenzo di Lerino, scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale nel V secolo, affermava testualmente: «il dogma della religione cristiana è bene segua questa legge del progresso: si consolidi con gli anni, si approfondisca con il tempo, migliori con l’età» (Commonitorium primum, 23).

Dietro agli attacchi, sottili o pesanti, contro il Papa Francesco condotti da più fronti, esterni o interni alla Chiesa cattolica, a mio modesto avviso, c’è di fatto un attacco sciagurato al Concilio Vaticano II, e quindi oltre che al papa Francesco, al magistero limpido di papa Paolo VI, che pose la firma (Ego Paulus Catholicae Ecclesiae Episcopus) in calce a tutti i testi conciliari. Tutto questo ha permesso di parlare di una «campagna di odio – come è stata definita – incredibilmente efficace e letale, che ha trasformato il pastore in un lupo agli occhi del gregge e che sta dividendo lo stesso clero in due fronti contrapposti». È un percorso che necessita di un ulteriore approfondimento nel solco delle lucide intuizioni di fratel Michael-Davide.

Sono comunque ben note le parole di papa Giovanni XXIII (1881-1963): «non è il Vangelo che cambia: siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio. (…) È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano» (pag. 31).

Del resto, lo stesso papa Giovanni ebbe a dire nel discorso di apertura del Concilio: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (11 ottobre 1962).




Maria Madre ai piedi della croce

Stabat Mater fotodi Francesco Vermigli · A metà di settembre cade la memoria liturgica della Beata Vergine Maria Addolorata. Si tratta di una memoria che circa un secolo fa ha trovato la propria collocazione definitiva nel giorno successivo all’Esaltazione della Croce: fu Pio X nel 1913 a fissare al 15 settembre tale ricorrenza. Ma il culto della Madonna dei Dolori è assai più antico, risale la storia occidentale e arriva fino a noi. Esso proviene da quei secoli dell’epoca di mezzo connotati da una rinnovata devozione mariana e da quelle nuove realtà sociali e istituzionali che furono le città comunali; i secoli di quelle particolari aggregazioni laicali che furono le confraternite, specchio religioso della società industriosa e dinamica dei mercanti e degli artigiani. È una devozione – quella alla Madonna Addolorata – che trova proprio nella nostra Firenze e attorno alla nascente spiritualità servita un momento decisivo del suo sviluppo e della sua affermazione.

Ma ciò che qui proviamo ad imbastire, non è tanto una carrellata storica del culto della Madonna dei Dolori. Basti qui accennare che l’originario spunto proveniente dalla spiritualità dei Servi di Maria si agganciò ben presto a modalità di vivere la fede calcate sulla linea dell’emotività e della drammatizzazione, in Spagna e nelle regioni che conobbero la dominazione spagnola. A ben vedere la persistenza del culto in sempre più vaste regioni dell’Europa e nel Nuovo Mondo segnò a tal punto il destino di tale devozione, da condurre all’estensione a tutta la Chiesa di tale ricorrenza, con papa Pio VII nel 1814; un secolo prima della definitiva collocazione al 15 settembre con Pio X.

Quello che vogliamo qui affrontare è piuttosto altro: andare, cioè, al significato teologico di questa celebrazione. Provare a dire come questa ricorrenza liturgica tocchi un aspetto decisivo della vocazione di Maria: quello di stare fino alla fine accanto al Figlio suo; quello di condividere fino alla consumazione la missione salvifica di Cristo. La memoria di Maria Addolorata esprime la fede del popolo di Dio che contempla il mistero commovente della Madre che sta sotto la croce del proprio Figlio morente. Qui proviamo a “sciogliere” teologicamente l’intuizione del popolo di Dio che contempla una Madre che va, ovunque vada il Figlio suo.download (10)

Pensiamo alla prima strofa di quella sequenza notissima, attribuita a Jacopone da Todi: Stabat Mater; testo che ancora oggi compare nell’eucologia della memoria liturgica del 15 settembre e che accompagna la Via Crucis del Venerdì santo. Consideriamo le parole di quella prima strofa, perché nascondono in sintesi il significato teologico della celebrazione: «Stabat Mater dolorosa / iuxta crucem lacrimosa / dum pendebat Filius». Consideriamo le parole, anche se non secondo l’ordine esatto.

Dum pendebat Filius: non siamo in un momento qualsiasi della vita di Gesù, non siamo davanti a Gesù che predica il Regno o guarisce i malati o scaccia i demoni. Come in un fotogramma bloccato, siamo condotti davanti a Cristo che pende dal legno, siamo condotti al momento culminante della salvezza dell’uomo. Cristo sulla croce attesta a quale punto sia stato capace di far giungere l’obbedienza alla missione ricevuta dal Padre. Aveva detto: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34).

Stabat iuxta crucem: indica la prossimità fisica di Maria al patibolo. Ella non fugge, ella sta. Stare è verbo che indica la fermezza con cui si resta in un luogo; indica anche la nobiltà con cui di fronte alla morte del Figlio Maria resta salda. Si pensi alla Crocifissione di Masaccio, oggi al Museo di Capodimonte di Napoli: di fronte al grido e alla contorsione della Maddalena voltata di spalle, colpisce a destra e frontale l’austera figura di Maria piangente, in piedi.

Lacrimosa, dolorosa: sono gli aggettivi con cui l’autore della sequenza prova a dire il sentimento di Maria che vede morire il Figlio suo. Sono gli aggettivi che mostrano che cosa vuol dire per Maria stare ai piedi della croce.

Mater: è la parola chiave, la parola in cui si condensa tutta questa scena così drammatica e colma di pathos. Maria non è semplicemente Maria, qui. Maria non viene chiamata per nome. È Madre: Madre è il titolo con cui viene venerata dalle più antiche epoche cristiane; Madre è il titolo con cui viene definita a Efeso contro Nestorio; Madre è il titolo su cui Oriente e Occidente convergono; Madre è il nome con cui viene appellata da Bernardo nel Paradiso dantesco. Madre è il destino di Maria, la sua missione, la sua vocazione, la sua stessa vita.

Ora cosa significa essere Madre (“la” Madre) sotto la croce? Solo ora, ci pare, Maria vive in pienezza cosa significano le parole dell’angelo: “sarai Madre dell’Altissimo”. Solo ora capisce che senso avessero quelle parole dure e taglienti del vegliardo Simeone nel Tempio: «anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Maria Madre in quel momento è sotto la croce, ma – meglio ancora – è sulla croce, assieme al Figlio. E attende e spera la vittoria del Figlio suo sulla morte.




Quel «chiasso» che continua a fare rumore. Venti anni dalla GMG di Roma 2000

Gmg2000_logodi Stefano Liccioli · Se è vero che ogni persona ha un bagaglio di ricordi, è altrettanto vero che molto spesso ne ha uno anche di rimpianti. Quando in questi giorni è stato ricordato il ventesimo anniversario della XV Giornata Mondiale della Gioventù (Roma 2000) e con essa l’indimenticabile veglia di Tor Vergata, non ho potuto far a meno di pensare che tra i miei rammarichi c’è quello di non aver partecipato proprio a questa GMG che nell’immaginario collettivo è diventata poi “la” Giornata Mondiale della Gioventù. Sarà stata la coincidenza con l’anno giubilare, sarà stato il carisma di Papa Giovanni Paolo II che, nonostante la malattia lo stesse sempre più indebolendo, riuscì come non mai a catalizzare l’entusiasmo dei suoi amati giovani, oppure saranno stati altri fattori, ma a distanza di venti anni possiamo dire che si è sicuramente avverata la previsione che Papa Wojtyla fece proprio al termine della veglia a Tor Vergata quel sabato 19 agosto:«Questo “chiasso” ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai». Non è solo la Capitale a non esserselo dimenticato, ma tutto il mondo ha ancora fisso nella memoria le immagini di quei giorni così come le parole del Pontefice oggi santo. Solo per fare un esempio cito alcuni passaggi del discorso che Giovanni Paolo II rivolse ai giovani durante la veglia, frasi ed espressioni che sono rimaste scolpite in chi le ha ascoltate dal vivo, ma anche in chi le ha lette o sentite attraverso i mezzi di comunicazione.

«In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E’ Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna». Il Papa, proprio come Pietro, fece la sua professione di fede davanti ad oltre due milioni di ragazzi e ragazze (alle «”sentinelle del mattino” in quest’alba del terzo millennio» così come li chiama lui), indicando Gesù, e solo Lui, come l’unico Bene in grado di soddisfare il nostro desiderio di felicità. E’ un discorso cristocentrico che vuole focalizzare l’attenzione dei giovani su Gesù (il titolo di quella GMG era, non a caso, “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”). Una scelta, quella di San Giovanni Paolo II, che potrebbe sembrare scontata, ma che a mio avviso non lo è perché a volte la figura di Gesù così come certe verità scomode vengono censurate per avere più appeal con le nuove generazioni. In certe occasioni questo avviene, paradossalmente, pure in ambito ecclesiale quando in alcune circostanze si dà tanto a ragazzi e ragazze, ma non si dà Gesù. Il Santo Padre non nascose neanche le difficoltà che sono proprie della sequela di Cristo, del cammino di fede e parlando dei martiri osservò:«Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno: penso ai fidanzati ed alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell’attesa del matrimonio. Penso alle giovani coppie e alle prove a cui è esposto il loro impegno di reciproca fedeltà. Penso ai rapporti tra amici e alla tentazione della slealtà che può insinuarsi tra loro. Penso anche a chi ha intrapreso un cammino di speciale consacrazione ed alla fatica che deve a volte affrontare per perseverare nella dedizione a Dio e ai fratelli. Penso ancora a chi vuol vivere rapporti di solidarietà e di amore in un mondo dove sembra valere soltanto la logica del profitto e dell’interesse personale o di gruppo». Le parole del Papa rivelano il suo essere un vero educatore capace di additare ai giovani alti traguardi, senza nascondere le difficoltà che accompagnano ogni percorso. Non dobbiamo dimenticare che il segno di tutte giornate mondiali della gioventù è la croce che ci ricorda come l’amore autentico comporti anche il sacrificio.unnamed

Infine un ultimo passaggio altrettanto memorabile:«Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti». Con queste parole San Giovanni Paolo II volle marcare la differenza tra chi, in passato, si è servito dei giovani e chi invece, come lui, si è posto a servizio dei giovani per incoraggiarli a far della loro vita un capolavoro. A mio avviso forse volle anche rispondere a chi, magari pure all’interno della Chiesa, continuavano a guardare con un po’ di scetticismo a questi eventi ritenuti delle grandi “adunate” che però successivamente non riempivano le chiese.

Al di là delle immagini e dei discorsi memorabili potremmo comunque interrogarci sui frutti che a distanza di venti anni sono nati da un’esperienza come quella di Roma o su come in questo periodo sia cambiata il rapporto tra la Chiesa ed i giovani oppure se e come i giovani di Tor Vergata abbiano risposto nel tempo all’appello di San Giovanni Paolo II. Sono tutte domande legettime e che potrebbero essere oggetto di un altro articolo. Nessun interrogativo deve però sminuire il grande valore della Gmg e di quella di Roma in primis che ancora oggi, a distanza di quasi quaranta anni dal primo evento, costituiscono una grande intuizione di Papa Wojtyla per far sperimentare ai giovani, tra le altre cose, la dimensione universale della Chiesa.




Il flagello del neoliberismo

81lwzcOQkTLdi Giovanni Campanella · Alla fine di dicembre 2017, l’Asino d’oro edizioni ha dato alle stampe un libro intitolato Il flagello del neoliberismo. Alla ricerca di una nuova socialità, all’interno della collana “Le gerle”.

L’autore è Andrea Ventura. Dopo la laurea ha svolto ricerche per enti pubblici e privati sulle tematiche delle energie rinnovabili e dell’ambiente. Ha poi ottenuto il dottorato di ricerca in “Economia politica” presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Successivamente, è stato ricercatore all’Università degli Studi di Firenze, Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, dove ha insegnato “Economia del settore pubblico” ed “Economia per le scienze sociali”.

La prefazione è di Ernesto Longobardi, che insegna Scienza delle finanze all’Università degli Studi di Bari. È autore di numerose pubblicazioni di economia pubblica, in particolare nel campo dei tributi e delle relazioni finanziarie intergovernative; si è di recente dedicato a problemi di metodo nell’analisi economica e ad aspetti di storia del pensiero economico.

Il libro cerca di analizzare forme e storia del neoliberismo, partendo dagli economisti neoclassici di fine ottocento da cui prende le mosse. Insieme al neoliberismo, Ventura intende offrire alcune definizioni di “capitalismo”, smascherando frequenti fraintendimenti che aleggiano intorno a tale termine. I temi trattati non sono soltanto economici ma anche filosofici e più prettamente psicologici.

Nonostante i successi delle politiche keynesiane nella ricostruzione del secondo dopoguerra, attorno agli anni ’70 del ‘900 le teorie di Keynes perdono terreno perché “troppo sociali”, non abbastanza remunerative per le grandi imprese private. Come intuibile anche dal titolo, Ventura è molto duro nei confronti del neoliberismo. Questo ha soppiantato il pensiero keynesiano, o meglio, si è preso la rivincita, dopo che fu accantonato a seguito delle gravi crisi scatenatesi intorno e tra le due guerre mondiali. Di crisi ne abbiamo viste anche di recenti ma stavolta il neoliberismo sembrerebbe essere più duro a morire e costituirebbe ancora la teoria di riferimento per il governo delle nostre società. A causa di questo, secondo Ventura, oligarchie sempre più ristrette accumulano ingenti fortune. Ventura vuole dimostrare che il neoliberismo è fondato sull’idea che gli esseri umani siano macchine calcolanti prive di affetti e di pensiero, come priva di pensiero sulla società e sulla natura umana sarebbe la scienza economica che lo sostiene.hqdefault

Nel volume si rinvengono alcune buone intuizioni. Già nella prefazione, è degna di nota un’osservazione di Longobardi, che troverebbe d’accordo molte persone, anche prescindendo dal colore politico: se le sinistre hanno avuto il grande merito di denunciare la reale povertà materiale in cui versavano amplissime sacche di popolazione, esse hanno avuto ultimamente il demerito di sganciarsi dal reale, smarrendosi in battaglie ideologiche che all’inizio non appartenevano loro, e perdendo così di credibilità e forza, necessarie per contrastare il riemergere dell’ombra nera del neoliberismo, tutto volto a massimizzare il profitto privato più che il benessere della collettività.

Il neoliberismo esalta la grande mano invisibile del mercato: ognuno persegua il proprio interesse personale e tutto andrà bene! Non si intervenga assolutamente sul mercato e sugli scambi privati e insieme ci avvieremo nel migliore dei mondi possibili! Un celebre articolo di Milton Friedman si intitola proprio: “La responsabilità sociale dell’impresa è incrementare i propri profitti”. È proprio vero? Il mercato tende magicamente ad allocare le risorse disponibili nel miglior modo possibile per l’intera collettività? Ventura sfata alcuni miti a riguardo ed evidenzia alcuni importanti elementi che non sono inclusi nei modelli dell’economia neoliberista, primi fra tutti le esternalità e i beni cosiddetti “non rivali” e “non escludibili”, sempre più rilevanti nella nuova economia dell’informazione.

C’è ancora e ci sarà sempre bisogno di politica. L’economia non basta a sé stessa. Ventura non fa riferimento a posizioni, simili alle sue, maturate già da tempo nella Chiesa e, anzi, a onor del vero, sembra che collochi la “morale che viene dalla religione” tra le cose vecchie da superare. Tra tutti gli scrittori che ho letto, è uno dei pochissimi che scrive “dio” al singolare con l’iniziale minuscola, tanto da voler quasi mostrare che la sua opinione sul tema è chiara. Ma è anche vero che il Signore si diverte a seminare dove meno ce lo aspettiamo e a scegliersi suoi propri “veicoli” anche tra chi sembrerebbe lontano, anche a loro insaputa.

Anche Papa Francesco ha messo in guardia più volte contro il mito della mano invisibile. Lo ha fatto anche nel suo documento più famoso (il suo programma, a detta di alcuni):

«Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (Evangelii Gaudium, n. 204)




Appello del CIDSE per la giustizia e la solidarietà

cidsedi Leonardo Salutati · Lo scorso 6 luglio, 120 Vescovi di tutto il mondo hanno sottoscritto un appello del CIDSE (Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité), che è l’organizzazione fondata nel 1967 per coordinare l’impegno verso alcuni traguardi indicati dal Concilio Vaticano II come importanti per promuovere la pace nel mondo, tra cui prendersi cura dei poveri e degli oppressi e promuovere la giustizia a livello planetario. A questo fine il CIDSE è una struttura che raggruppa e coordina le agenzie cattoliche per la promozione dello sviluppo e della solidarietà dell’Europa e del Nord America.

L’appello richiama l’urgente necessità di una due diligence ovvero di un’attività di investigazione e di approfondimento di dati e di informazioni per individuare le criticità connesse alla catena di approvvigionamento globale (supply chain) che, collegando le fabbriche di tutto il mondo, supera i confini nazionali. Il fine di tale investigazione è quello di predisporre adeguati strumenti di tutela per evitare gli abusi, garantire la solidarietà globale e il rispetto dei diritti umani. Infatti, sempre più spesso, vi sono imprese “irresponsabili” che con la loro attività si rendono complici di situazioni di ingiustizia, di violazione dei diritti umani e di sfruttamento di lavoratori dal cui lavoro, tuttavia, dipende una gran parte del mondo.

È un dato di fatto che negli ultimi anni sono scoppiati vari scandali che hanno coinvolto imprese multinazionali e transnazionali mettendo in questione la moralità dell’attuale sistema economico, che privilegia sistematicamente gli interessi privati a scapito del bene comune e degli interessi della famiglia umana globale. Basti ricordare lo scandalo dei Panama papers (2016) sull’evasione fiscale grazie ai paradisi fiscali, che ha rivelato la sottrazione di risorse che potrebbero servire a costruire e mantenere servizi pubblici come ospedali o scuole; il dieselgate (2015) che smascherò la falsificazione dei dati sulle emissioni inquinanti di vetture vendute negli Stati Uniti d’America e in Europa; l’approfittarsi da parte delle industrie dell’abbigliamento del lavoro sottopagato e senza alcuna tutela nel Sud del mondo, per produrre a costi bassissimi. Con l’aggravante che quando le imprese transnazionali vedono minacciati i propri interessi da leggi ambientali o sociali, a loro volta, si difendono minacciando gli Stati di adire le vie legali, mediante il ricorso all’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), uno strumento di diritto pubblico internazionale previsto nella generalità dei trattati bilaterali e multilaterali per gli investimenti, che garantisce a un investitore straniero il diritto di dare inizio ad un procedimento di risoluzione delle controversie nei confronti del governo straniero ospitante. Minaccia di una certa efficacia se si considera che nel 2014, per esempio, il 53% dei contenziosi si è risolto con un accordo oppure con una sentenza a favore dell’impresa.

Sono solo alcuni esempi di come le imprese multinazionali e transnazionali beneficino di una regolamentazione internazionale debole nel tutelare il bene comune, che privilegia il profitto e l’interesse privato. Tuttavia, in una fase storica come quella odierna in cui la pandemia ha stravolto tante certezze, inducendo a considerare che probabilmente superata la crisi non tutto sarà più come prima, il sistema economico orientato al profitto e la cultura dello scarto (EG 53), devono essere messi sotto severo esame, per cogliere l’opportunità di ripensare la struttura economico-finanziaria mondiale e avviare processi economici e sociali verso una transizione che approdi a strutture mondiali che garantiscano la giustizia, la solidarietà e il rispetto dei diritti umani.

Infatti, le conseguenze dannose sui diritti dei lavoratori e sull’ambiente derivanti da livelli di consumo e produzione senza precedenti sono attualmente sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo, sta crescendo la consapevolezza pubblica sulla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali, favorendo la possibilità di realizzare una regolamentazione più rigorosa che tuteli adeguatamente la dignità di ogni persona, nonché catene di approvvigionamento più resilienti, capaci di custodire la creazione affidata da Dio all’uomo.download (3)

Al riguardo, le parole pronunciate da papa Francesco in occasione del Messaggio Urbi et Orbi di Pasqua 2020, sono da meditare attentamente da parte di tutti, a cominciare dai responsabili economici e politici: «In queste settimane, la vita di milioni di persone è cambiata all’improvviso. Per molti, rimanere a casa è stata un’occasione per riflettere, per fermare i frenetici ritmi della vita, per stare con i propri cari e godere della loro compagnia. Per tanti però è anche un tempo di preoccupazione per l’avvenire che si presenta incerto, per il lavoro che si rischia di perdere e per le altre conseguenze che l’attuale crisi porta con sé. Incoraggio quanti hanno responsabilità politiche ad adoperarsi attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa».




1870-2020. Centocinquanta anni da Porta Pia.

PaoloVIdi Andrea Drigani · Il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia, il Regio esercito italiano entrava in Roma, cessava così lo Stato Pontificio, terminava il potere temporale dei Papi, Roma diveniva capitale d’Italia, ma si apriva pure un drammatico dissidio (la «Questione Romana») tra la potestà civile e la potestà ecclesiastica con dei riflessi inquietanti anche nell’ambito del diritto internazionale. La Questione Romana si risolse, com’è noto, con quella che venne denominata la Conciliazione, cioè la stipula dei Patti Lateranensi del 1929 che furono, poi, espressamente richiamati nella Costituzione della Repubblica Italiana del 1948, segnatamente all’articolo 7. La fine dello Stato pontificio portò da parte di molti Stati e di teorici del diritto alla negazione della soggettività giuridica della Chiesa cattolica e della Sede Apostolica, questo provocherà una notevole ripresa dell’interesse ecclesiologico, anche se con prevalenti argomenti più sociologici che teologici, intorno cioè al concetto di «societas perfecta». Dopo 150 anni da quell’evento è passata molta acqua sotto i ponti (e non solo quelli sul Tevere), ma non ho trovato di meglio, per una riflessione cattolica sul 20 settembre 1870, che riproporre la lettera, forse obliata e trascurata, che Paolo VI inviò, il 18 settembre 1970, nel centenario di tale avvenimento, all’allora Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat (1898-1988). Papa Montini nel suo messaggio esordiva annotando che la ricorrenza che l’Italia si apprestava a celebrare non lo poteva lasciare né immemore, né indifferente, ma riempiva il suo animo di ricordi, di esperienze e di presagi, specialmente su due aspetti storici: la fine del potere temporale dei Papi e l’annessione di Roma all’Italia, che consolidava in essa la sua unità e vi fissava la sua Capitale. Paolo VI rilevava, inoltre, come la «Questione Romana», che aveva diviso tanto aspramente e lungamente gli animi degli Italiani si era conclusa con un libero e mutuo accordo. Osservando altresì che il delicato e prezioso equilibrio tra Stato e Chiesa era stato raggiunto dai Patti Lateranensi del 1929 dei quali la Costituzione Italiana, «con sagace e lungimirante visione», aveva voluto, mediante particolare solenne garanzia, assicurarne la validità. Mi tornano alla mente le parole di Igino Giordani (1894-1980), pronunciate il 15 marzo 194720150126-b-283x182 all’Assemblea Costituente: «La Conciliazione porta la firma di Mussolini, porta la firma della monarchia decaduta; ebbene, noi, inserendola nella Costituzione, la facciamo democratica e repubblicana». Papa Montini era dell’avviso che i Patti Lateranensi, cioè il Trattato ed il Concordato, del quale ribadiva la disponibilità della Santa Sede per la revisione (avvenuta successivamente nel 1984) potevano essere ricordati con gratitudine a Dio e ad onore del popolo italiano come provvido coronamento giuridico interno ed internazionale e come felice epilogo morale e spirituale del contrastato episodio del 20 settembre 1870. Paolo VI dichiarava inoltre di sentirsi romano, per inestinguibile titolo: l’essere Vescovo di Roma e per ciò stesso Capo della Chiesa Cattolica. Di essere dunque tuttora profondamente legato alla Città Eterna, solo sollecito di quella libertà e di quella indipendenza, che consenta alle spirituali funzioni del Romano Pontefice, nell’Urbe e nel mondo, il loro normale esercizio, sempre convinto e curante che la dimora romana dei Papi per nulla contrasti alla sovranità e alla libera espansione della vita civile italiana. «Noi vogliamo anzi credere – concludeva – che la Nostra presenza sulla sponda del Tevere non poco conferisca all’amore e all’onore del nome di Roma su tutta la terra». La storia delle relazioni tra la Chiesa e la comunità politica in Italia è, ovviamente, una storia che continua, si rinnova e si evolve, con la speranza che essa avvenga sempre all’insegna di una chiara distinzione e di una sana cooperazione.




150° anniversario della «Pastor Aeternus»

ARTWORK WITH PART1di Alessandro Clemenzia · Il 18 luglio scorso la Pastor Aeternus ha “festeggiato” il suo 150° anniversario. Era il 1870 quando Pio IX ha indetto – dopo tre secoli dall’ultimo Concilio – il Vaticano I: evento ricordato molto spesso con toni polemici a causa della promulgazione del dogma dell’infallibilità del Romano Pontefice, come se fosse l’istituzionalizzazione del potere assolutistico del Papa. Ci si dimentica però che, proprio per le condizioni imposte al suo esercizio, vale a dire il parlare ex cathedra (circa il soggetto) e su argomenti che riguardano la fede e la morale (circa l’oggetto), di esso si è usufruito una volta soltanto nella storia, in occasione della proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria da parte di Pio XII. Di un altro dogma, invece, sempre contenuto nella Pastor Aeternus, si parla ben poco: il primato di giurisdizione del Romano Pontefice.

Certamente, il Vaticano I è stato un Concilio particolare, se non altro per la vastità degli argomenti da trattare al momento dell’indizione, e per il modo improvviso in cui si è concluso o, meglio, non si è concluso, a causa dell’ingresso a Roma delle truppe piemontesi (il 20 settembre 1870).

In verità, la questione dell’infallibilità non è di poco conto, basti pensare che un gruppo dei dissidenti diede avvio alla cosiddetta “chiesa vetero-cattolica”. Molti storici definiscono questo Concilio uno spartiacque, proprio per le novità che ha apportato alle relazioni tra Romano Pontefice ed episcopato: eppure il contenuto essenziale della Pastor Aeternus è in perfetta continuità con la Tradizione della Chiesa; vi è, ad esempio, un riferimento, esplicitato nella costituzione dogmatica, alla Laetentur caeli del Concilio di Firenze (6 luglio 1439), dove si afferma che il Romano Pontefice ha il primato su tutto l’universo, è capo di tutta la Chiesa e ha il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale. I dogmi contenuti nella costituzione dogmatica conciliare, dunque, sono in continuità con il pensiero e l’esperienza della Chiesa lungo i secoli.

Andando oltre al semplicistico slogan “il Concilio dell’infallibilità”, che ancora oggi viene usato in diversi manuali di ecclesiologia, si può cogliere come il contributo che la Pastor Aeternus ha offerto riguardi la decisiva questione dell’unità della Chiesa, tema peraltro che animava l’ecclesiologia romantica e il contesto culturale e sociale dell’Ottocento. Che il tema dell’unità abbia svolto un ruolo essenziale per i padri conciliari è evidente sin dal Proemio, ove si fa riferimento a tutti i fedeli: «Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola».

Tale unità, vincolo di fede e di carità, tra i fedeli trova nella relazione tra Padre e Figlio non soltanto il suo modello, ma anche la sua stessa forma: è all’interno di questa dinamica trinitaria che viene fondato il discorso sulla missione degli Apostoli: «Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre». Non basta, così, l’unità tra i fedeli, è necessaria anche quella tra i vescovi; e a tale proposito viene introdotta la figura del Successore di Pietro: «Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità». La formula unitatis principium ac visibile fundamentum spiega la differenza tra Pietro e gli altri Apostoli.download

Sin dal Proemio della Pastor Aeternus, dunque, si comprende come il ministero petrino sia a servizio, sul piano della Chiesa universale, di quell’unità che viene dal Padre, per Cristo e nello Spirito Santo; unità, dunque, che scaturisce dalla vita trinitaria, e non dalla volontà dell’intero Popolo di Dio o del singolo Romano Pontefice.

Pur non trattando direttamente il tema della natura e della missione della Collegialità dei Vescovi (che sarà affrontato dal Concilio Vaticano II nel III capitolo della Lumen Gentium), la Pastor Aeternus mostra, attraverso gli aggettivi che qualificano la potestas del Papa (“piena”, “suprema”) e la modalità del suo esercizio (“ordinaria” e “immediata”), che egli esercita su tutta la Chiesa – e dunque anche su ogni diocesi – la medesima potestà che ogni vescovo esercita nella propria Chiesa locale. La natura “episcopale” della sua giurisdizione spiega chiaramente come la potestà dei vescovi non sia minimamente limitata, ma anzi affermata, corroborata e rivendicata da quella del Romano Pontefice.

La Pastor Aeternus non è il frutto della vittoria di una parte dell’episcopato sull’altra, ma è l’esplicitazione e la riformulazione, da parte della Chiesa, di una nota essenziale della sua natura, l’unità, alla luce di quanto stava avvenendo sul piano politico, sociale, culturale e teologico dell’epoca. Una formulazione di fede che parte dal contesto in cui si vive, in continuità con la Tradizione ecclesiale, non conferisce provvisorietà alla verità che viene espressa, in quanto la storia è il luogo in cui Dio continua a comunicare Se stesso e a introdurre sempre di più la sua Chiesa nel centro della Rivelazione cristiana.

Affermare l’unità significa, contemporaneamente, ribadire il valore della distinzione: la natura della collegialità episcopale, infatti, come ha mostrato chiaramente la Lumen Gentium, trova nella dottrina del Vaticano I sul primato petrino la sua espressione e il suo nucleo portante.




Sergio Zavoli: un grande investigatore della vita

WCCOR1_0KQOPQ0L-0007-kIsF-U32001339362188hKG-656x492@Corriere-Web-Sezionidi Giovanni Pallanti · Sergio Zavoli è morto a 97 anni il 4 Agosto del 2020. Era nato a Ravenna il 21 Settembre 1923. È stato intimo amico di Federico Fellini. Indro Montanelli, che è stato uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi, lo definì “Principe dei giornalisti televisivi”. Entrato nella Rai, la più grande organizzazione culturale dell’Italia del ‘900, diventò un giornalista-simbolo della radio: due suoi documentari radiofonici diventarono oggetto di cult giornalistico. “Notturno a Cnosso” del 1953 e “Clausura” del 1958 rivelarono l’anima di questo scrittore, poeta e giornalista, che realizzò con la collaborazione di Piero Pasini e la musica di Ildebrando Pizzetti un documentario irripetibile, con le registrazioni effettuate all’interno di un monastero delle Carmelitane Scalze, prima del Concilio Vaticano II. Questo reportage documenta la vita delle monache attraverso l’intervista della Vice-Priora del Convento. Sergio Zavoli riuscì a far raccontare la vita di queste monache completamente dedicatezavoli-clausura a Dio, facendo manifestare all’intervistata la loro totale dedizione al Creatore con appassionata gioia. Questa trasmissione ebbe talmente successo che la monaca intervistata, cui Zavoli si rivolgeva  con l’appellativo “Vostra Reverenza”, dovette abbandonare la clausura, con il consenso dell’Ordine Carmelitano, per aprire un centro di spiritualità aperto ai giovani che volevano intraprendere, provenendo da tutte le parti d’Italia, la vita religiosa. La dimensione cristiana di Zavoli si potrebbe ben sintetizzare in quel che disse Benedetto Croce “non possiamo non dirci cristiani”. In questa dimensione laica la tensione religiosa, intima e pudicamente conservata nella sua attività di scrittore e di giornalista, è una caratteristica straordinariamente importante per capire la vita e l’opera di Zavoli che si manifestarono in un documentario-intervista del 1965: Il Dottor Schweitzer, teologo, musicista, che in tarda età si laureò in medicina per andare a curare i lebbrosi in Africa e premio Nobel per la pace. Storico di grande capacità investigativa (la storia ha bisogno di grandi investigatori per essere spiegata e capita) Zavoli ha firmato alcuni capolavori come “Nascita di una dittatura” del 1973 e “La notte della Repubblica” del 1992. Soprattutto ne “La notte download (2)della Repubblica”, il racconto di Zavoli e le interviste che egli fece ai terroristi rossi e neri che insanguinarono l’Italia per due decenni, furono fondamentali per capire quello che era successo forse più dei processi che, una volta catturati, subirono i brigatisti rossi e quelli neri. “La notte della Repubblica” non è inferiore come drammaticità e come capacità di lettura introspettiva delle “ragioni” dei terroristi da poterla paragonare ai romanzi di Dostoevskij “I fratelli Karamazov” e soprattutto “I demoni”. Zavoli ebbe anche un’intensa carriera politica, fu presidente della Rai dal 2009 al 2013 e per 18 anni, per cinque legislature, Senatore della Repubblica per la Sinistra Indipendente. Per poco tempo Zavoli fu direttore del quotidiano “Il mattino” di Napoli nel 1993.




Il dovere cristiano del perdono e la «legge della gradualità». Analogie col «lavoro del lutto».

img800-la-preghiera-nulla-senza-il-perdono-151306di Gianni Cioli · La disposizione al perdono, al riconciliarsi usando misericordia è senz’altro una delle richieste essenziali per l’esistenza cristiana. Sebbene attraversi tutta la Sacra Scrittura, è esplicitamente indicata nei testi evangelici come uno dei segni dell’autenticità della sequela e dell’imitazione di Gesù (Lc 23,34) e del Padre suo (Lc 6,36), ovvero della radicalità evangelica (Mt 5,24; 18,21-22). In particolare nel Vangelo di Matteo, la disponibilità a perdonare «di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35), è presentata come la condizione necessaria per ottenere il perdono del Padre celeste, o meglio, per mantenere viva la grazia del perdono ricevuto, come ci illustra con efficacia la nota parabola del servo spietato (Mt 18,23-35).

Sarebbe tuttavia un errore intendere in chiave legalista e rigorista il dovere cristiano di perdonare. Una lettura legalista delle richieste di radicalità evangelica poste da Gesù potrebbe condurre facilmente alla disperazione. Piuttosto, sono da intendersi come una chiamata alla libertà e un’esortazione a mettersi, per così dire, in cammino. Il recente magistero morale della Chiesa insiste giustamente sulla necessità di considerare e mettere in atto la «legge della gradualità», secondo la formula usata da Giovanni Paolo II: «la cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse».  (cf. Familiaris consortio 34; Amoris laetitia 295). Anche le esigenze evangeliche relative al perdono possono, a mio avviso, essere collocate in questa prospettiva.

Che cosa intendo dire?

Date le difficoltà che talora s’incontrano nel concedere il perdono secondo la richiesta evangelica, è fin troppo facile indurire il cuore convincendosi che sia giusto non concederlo perché in quel caso specifico la richiesta del Signore non sarebbe da considerarsi vincolante. Tuttavia, agendo in tal modo si finirebbe con l’applicare la cosiddetta «gradualità della legge», dalla quale il magistero della chiesa mette espressamente in guardia. Bisogna piuttosto prendere atto con umiltà della nostra incapacità e, riconoscendovi coraggiosamente un’occasione di conversione, pregare sinceramente il Signore di guarire il nostro cuore, attendendo con speranza l’aiuto di Dio e tentando tutti i passi possibili, per esempio quello di pregare per le persone che ci hanno ferito nonostante non si riesca ancora a perdonarle appieno. Questo può essere un esempio concreto di che cosa significa «legge della gradualità».Perdono

D’altra parte, il lavoro del perdono è qualcosa di simile all’elaborazione di un lutto, perché un torto subito è, in fondo, qualcosa di analogo all’esperienza di una morte. Un’ingiustizia o un’offesa sono vissute di fatto come perdite, e in quanto tali sono, per così dire, presagi della perdita radicale che è la morte. Come nel caso del lutto, per riguadagnare la salute interiore è necessario superare il vuoto creato dalla perdita e guardare oltre. Per noi cristiani, ciò dovrebbe avvenire nella certezza che il Signore, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ha vinto ogni morte, ogni ingiustizia e ogni offesa. Tuttavia, anche per i cristiani questa elaborazione comporta nella maggior parte dei casi un tempo «fisiologico» e un lavoro paziente. Certo, ci sono persone che, come Gesù, sono capaci per grazia di Dio di perdonare immediatamente, senza attese ed elaborazioni, torti anche atroci come l’uccisione di un congiunto, per fare un esempio estremo.

La santità esiste, ed è bello e consolante vederla all’opera. Ma di fronte a delitti e abusi gravissimi si dovrebbe avere rispetto per il «lavoro del lutto» di chi li ha subiti, senza che questo significhi rinunciare, in prospettiva, alla radicalità delle richieste del vangelo, perché il perdono, certo, fa bene a chi ha commesso il torto, ma fa ancor più bene a chi lo ha subito. Talvolta i giornalisti banalizzano il mistero del perdono quando, ad esempio, chiedono ai congiunti delle vittime di un delitto o di un grave abuso se sono disposti a perdonare. C’è stato un periodo in cui questa banalizzazione avveniva di frequente: nei telegiornali era quasi un luogo comune. Il perdono è una cosa tanto importante e preziosa, e non dovrebbe mai essere banalizzato.

Del resto, nel caso di delitti e gravi abusi, praticare il perdono cristiano non significa rinunciare all’idea che il colpevole debba rendere conto anche alla giustizia umana. Nel caso della pedofilia nel clero, ad esempio, non si può disattendere la misericordia verso le vittime, e quindi l’ascolto della loro indignazione, la loro pretesa di giustizia, e anche il rispetto della loro fatica a perdonare, facendo banalmente leva sulla dovuta misericordia verso il peccatore che ha sbagliato. In certi casi, più che saper perdonare la Chiesa dovrebbe saper chiedere perdono, come del resto, in tempi recenti, spesso ha fatto.




L’Istruzione della Congregazione per il Clero su «La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa»

download (7)di Francesco Romano • Il 29 giugno 2020, nella significativa ricorrenza della solennità dei SS. Pietro e Paolo, è stata pubblicata con l’approvazione di Papa Francesco l’Istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, licenziata dalla Congregazione per il Clero il 20 luglio 2020.

Il documento ha avuto grande risonanza sulla stampa e sui media in genere che non poche volte hanno contribuito a dare risalto a informazioni non proprio corrette, alimentando clamore e suscitando interesse nell’opinione pubblica con titoli ad effetto come per esempio “Svolta del Papa: stop ai tariffari per le Messe. Anche i laici potranno celebrare le funzioni”.

L’Istruzione non è e non potrebbe esserlo, un testo di rango normativo, non introduce nessuna nuova norma, ma si limita a spiegare il senso e l’applicazione di quelle già esistenti.

La fonte di questo documento della Congregazione per il Clero è da ricercarsi in due documenti: l’Istruzione del 1997 “Ecclesiae de mysterio su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti”, e l’Istruzione del 2002 “Il presbitero pastore e guida della comunità”. Pubblicazioni molto importanti, come richiamo “a tutti i ministeri operanti all’interno della comunità parrocchiale, in modo da evidenziare come ognuno abbia una sua specificità al servizio dell’unica missione evangelizzatrice”.

La finalità di questa Istruzione, oltre a evidenziare l’urgenza di un simile rinnovamento, presenta un modo di applicare la normativa canonica che stabilisce le possibilità, i limiti, i diritti e i doveri di pastori e laici, perché la parrocchia riscopra se stessa come luogo fondamentale dell’annuncio evangelico, della celebrazione dell’Eucaristia, spazio di fraternità e carità, da cui si irradia la testimonianza cristiana per il mondo.

L’odierna Istruzione sottolinea che i cambiamenti sociali e culturali degli ultimi decenni hanno indotto diverse Chiese particolari a riorganizzare la forma di affidamento della cura pastorale delle comunità parrocchiali. Ciò ha consentito di avviare esperienze nuove, valorizzando la dimensione della comunione e attuando, sotto la guida dei pastori, una sintesi armonica di carismi e vocazioni a servizio dell’annuncio del Vangelo che meglio corrisponda alle odierne esigenze dell’evangelizzazione.

Le situazioni descritte da questa Istruzione rappresentano una preziosa occasione per la conversione pastorale in senso missionario. Sono infatti rivolti inviti alle comunità parrocchiali a uscire da se stesse, offrendo strumenti per una riforma, anche strutturale, orientata a uno stile di comunione e di collaborazione, di incontro e di vicinanza, di misericordia e di sollecitudine per l’annuncio del Vangelo.Parrocchia

L’Istruzione vuole favorire e promuovere accanto alla parrocchia “una pastorale di vicinanza e di cooperazione tra diverse comunità”, come ad esempio le unità pastorali e i vicariati foranei, detti “zone pastorali”, con il compito di rendere più agevoli i legami, tra il centro e le periferie della diocesi, offrendo anche a vescovi, sacerdoti e laici gli strumenti pastorali e canonici per seguire percorsi ecclesiali e non soggettivi, per evitare una visione democratica che sostituisca il pastore con dei funzionari, chierici o laici “che ne gestiscono i diversi ambiti, con una modalità spesso definibile come “aziendale”.

La Chiesa è chiamata oggi a promuovere la conversione pastorale “perché le comunità cristiane siano sempre più dei centri propulsori dell’incontro con Cristo”. La conversione missionaria, richiede anche una riforma delle strutture, in modo particolare della parrocchia, comunità convocata intorno alla Mensa della Parola e dell’Eucaristia.

Il soggetto dell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa è tutto il Popolo di Dio. Infatti la parrocchia non si identifica con un edificio o un insieme di strutture, bensì con una precisa comunità di fedeli (can. 515), nella quale il parroco è il pastore proprio (can. 519).

L’azione evangelizzatrice della Parrocchia deve essere unita alla testimonianza di fede nella carità con l’attenzione ai poveri in uno scambio di reciproca evangelizzazione in cui ogni battezzato è chiamato a esserne protagonista con un rinnovamento di mentalità perché si possa attuare una riforma missionaria della pastorale.

Oltre alla funzione del parroco pastore proprio, i diaconi, collaboratori dei vescovi e dei presbiteri nell’unica missione evangelizzatrice e della carità, sono ministri ordinati e partecipano, seppure in modo diverso, al sacramento dell’Ordine, in particolare nell’ambito dell’evangelizzazione, della carità, con l’amministrazione dei beni, la proclamazione del Vangelo e il servizio alla mensa eucaristica. L’Istruzione, citando il Papa, dice che non devono essere visti come “mezzi preti e mezzi laici”, né nell’ottica del clericalismo e del funzionalismo.

La vita consacrata all’interno della comunità parrocchiale “si colloca nella dimensione carismatica della Chiesa. […] La spiritualità degli Istituti di vita consacrata può diventare, sia per il fedele laico che per il presbitero, una significativa risorsa per vivere la propria vocazione”. La testimonianza data dai consacrati della radicale sequela di Cristo mediante la professione dei consigli evangelici è il contributo che possono portare con il loro “essere” alla missione evangelizzatrice della comunità parrocchiale, prima ancora che con il loro “fare” attraverso le opere compiute conformemente al carisma specifico dell’Istituto.

L’Istruzione raccomanda ai laici di partecipare all’azione evangelizzatrice della Chiesa con “un impegno generoso” per una testimonianza di vita conforme al Vangelo e a servizio della comunità parrocchiale. In secondo luogo i laici possono essere istituiti lettori e accoliti o ricevere altri incarichi, a “prudente giudizio” del Vescovo per celebrare la Liturgia della Parola, il rito delle esequie, amministrare il Battesimo, assistere ai matrimoni, previa licenza della Santa Sede, e predicare in chiesa o in oratorio in caso di necessità. Non potranno comunque in alcun caso tenere l’omelia durante la Messa. Nessuna novità su questo punto, tutte funzioni e prerogative già presenti e regolamentate dal Codice di Diritto Canonico.

In circostanze pastoralmente problematiche, per sostenere la vita cristiana e far proseguire la missione evangelizzatrice della comunità, il Vescovo diocesano conformemente al can. 517 §2, può affidare la cura pastorale di una parrocchia a un diacono, a un consacrato o un laico, o anche a un insieme di persone, ad esempio, un istituto religioso o una associazione, coordinati e guidati da un presbitero con legittime facoltà, costituito “Moderatore della cura pastorale”, al quale esclusivamente competono la potestà e le funzioni del parroco, pur non avendone l’ufficio, con i conseguenti doveri e diritti.

L’ultima parte dell’Istruzione si sofferma sulle offerte date per la celebrazione della Messa, per contribuire al sostentamento del sacerdote, e per la celebrazione dei sacramenti destinate alla parrocchia. Le offerte devono essere realmente tali, non soggette a tariffari o a contrattazioni da non confondersi come una tassa o una imposta, ma devono essere un atto libero dei fedeli. Va tenuta lontana l’impressione che la vita sacramentale sia legata a interessi economici. In particolare “dall’offerta delle Messe deve essere assolutamente tenuta lontana anche l’apparenza di contrattazione o di commercio” (can. 947), tenuto conto che “è vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta” (945 §2).

I presbiteri sono esortati a offrire un esempio virtuoso nell’uso del denaro, attraverso uno stile di vita sobrio e un’amministrazione trasparente dei beni parrocchiali per sensibilizzare i fedeli a capire che le necessità della parrocchia sono anche “cosa loro” e per questo devono dare il loro contributo.

L’Istruzione vuole sollecitare a vivere un’effettiva e vitale collaborazione tra presbiteri, diaconi, consacrati, laici e tra diverse comunità parrocchiali di una stessa area o regione, per individuare le domande, le difficoltà e le sfide riguardanti l’evangelizzazione, e cercare i mezzi idonei per affrontarle.

La pastorale d’insieme richiede il contributo di tutti i battezzati. Facendo proprie le parole di Papa Francesco “quando parliamo di popolo non si deve intendere le strutture della società o della Chiesa, quanto piuttosto l’insieme di persone che non camminano come individui ma, come il tessuto di una comunità di tutti e per tutti”.

Come ognuno può constatare l’Istruzione non può dare adito a titoli sensazionali perché non c’è stata alcuna innovazione normativa riguardo all’esercizio della potestà derivante dall’Ordine sacro né ad alcune prerogative che già venivano concesse ai laici. Anche riguardo alle offerte date dai fedeli per la celebrazione della Messa e dei sacramenti le regole della Chiesa sono state sempre chiare e rimangono le stesse. È però importante che questa Istruzione le abbia fermamente ricordate.

L’Istruzione ha come finalità di offrire a vescovi, chierici e laici, gli strumenti pastorali e canonici per evitare che l’azione pastorale sia troppo soggettiva e che, per una visione democratica, i chierici o i laici assumano l’aspetto di funzionari “che ne gestiscono i diversi ambiti, con una modalità spesso definibile come aziendale”.