CPR d’Italia: Istituzioni totali. Il nuovo Rapporto TAI e le dinamiche del “male banale”.

356 500 Gianni Cioli
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All’inizio di quest’anno è stato pubblicato, con il titolo CPR d’Italia: istituzioni totali, il secondo Rapporto sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), una rete della società civile impegnata nella tutela dei diritti delle persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo (https://www.emergency.it/wp-content/uploads/2026/01/CPR-dItalia_istituzioni-totali.pdf). Alla rete aderiscono, accanto a organizzazioni laiche, numerose realtà cattoliche: ACLI, Caritas Italiana, Commissione Migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, Fondazione Migrantes.

Il Rapporto rappresenta la naturale prosecuzione, relativa al 2025, del lavoro avviato nel 2024, quando le organizzazioni del Tavolo avevano denunciato la criticità strutturale della detenzione amministrativa in Italia e le correlate violazioni dei diritti umani. Il monitoraggio del 2025 restituisce un quadro ancora più cupo: i CPR continuano a essere luoghi opachi, problematici e generativi di sofferenza.

Il Rapporto 2024 si chiudeva con l’auspicio della chiusura dei CPR. Nel frattempo, però, il Governo ha imboccato la strada opposta: ha riaperto centri già segnati da rivolte e incendi, ha annunciato nuovi CPR e ha accelerato sull’esternalizzazione, aprendo il controverso capitolo dei centri in Albania. In questo contesto, il TAI ha ritenuto necessario tornare sul campo: da un lato per documentare ciò che accade, dall’altro per contrastare una crescente chiusura istituzionale che rende sempre più difficile accedere ai centri.

Tra settembre e dicembre 2025, le delegazioni del TAI hanno visitato dieci CPR con criteri di monitoraggio più rigorosi, incontrando però non pochi ostacoli e atteggiamenti di ostruzionismo.

Il monitoraggio si è intrecciato con un nuovo viaggio di Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro in legno e cartapesta, storico simbolo della lotta contro i manicomi. La sua presenza davanti ai CPR non è stata un gesto estetico, ma un messaggio politico: questi centri non sono semplici strutture amministrative, ma vere e proprie “istituzioni totali”, che producono sofferenza psichica e fisica, riproponendo dinamiche che ricordano da vicino quelle dei manicomi prima della Legge Basaglia. La salute mentale emerge infatti come una delle chiavi di lettura più forti del Rapporto.

Le delegazioni hanno riscontrato aree inagibili, carenze sanitarie, uso improprio di psicofarmaci, assenza di attività, episodi di violenza, autolesionismo e tentativi di suicidio. Molte testimonianze parlano di mancata assistenza medica e interventi coercitivi. Il Rapporto insiste su un punto: i CPR non si limitano a “ospitare” fragilità, ma le generano. Sono luoghi che fanno ammalare. La detenzione amministrativa, così com’è concepita, non è riformabile. È una “istituzione totale” – come lo erano i manicomi – che viola diritti, non funziona e produce sofferenza.

Secondo il TAI, la direzione giusta dovrebbe essere quella di «una nuova stagione nella quale il ricorso alla detenzione amministrativa degli stranieri in attesa di rimpatrio venga escluso definitivamente dalle previsioni legislative. Il rimpatrio a seguito di una irregolarità amministrativa deve essere riportato all’interno di un quadro di regole non basato su esclusione e discriminazione, ma sul principio di uguaglianza e sul rispetto della dignità delle persone nell’interesse superiore dello Stato e non, come avviene sempre più, in nome di interessi particolari di mera propaganda politica».

Tuttavia, pure il contesto normativo europeo – anche su pressione dell’Italia, come rivendica il nostro governo, ma forse ancor più sotto la spinta delle dinamiche nazionaliste e securitarie che vanno progressivamente crescendo in Europa – si sta evolvendo esattamente nella direzione opposta a tale auspicio. Il Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026, introduce infatti procedure accelerate, screening obbligatori e trattenimenti di frontiera che appaiono orientati a consolidare – anziché superare – il paradigma dei CPR, sdoganando, peraltro, il controverso modello di struttura realizzato in collaborazione con l’Albania.

L’Italia ha recepito il Patto con il decreto-legge n. 100/2026, che ridefinisce le procedure di asilo e rafforza gli strumenti di controllo e trattenimento. Le nuove norme prevedono che l’Italia esamini fino a 16.032 domande annue in procedura di frontiera, con permanenza obbligatoria in zone di transito o luoghi designati. È prevedibile che i CPR – o strutture analoghe – diventino ancora più centrali nella gestione dei flussi, nonostante la loro inefficienza e le gravi criticità documentate. Il Patto europeo, pur presentato come strumento di equilibrio tra solidarietà e responsabilità, introduce un modello fortemente securitario: controlli più stringenti, procedure accelerate, rimpatri più rapidi, accordi con Paesi terzi. In questo quadro, i CPR italiani rischiano di diventare un tassello di una rete europea di detenzione amministrativa più ampia e più stabile. Questa deriva s’innesta, d’altra parte, in un clima sociale che molti esperti ritengono alimentato ad arte da chi detiene potere economico e mediatico. Si pensi, ad esempio, alle recenti violenze xenofobe esplose in Irlanda del Nord, dove gruppi organizzati hanno preso di mira persone migranti e famiglie straniere, con aggressioni, incendi e intimidazioni di massa (https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/belfast-proteste-anti-migranti-caos-cosa-e-successo_1YvAz5BW0LDinKj4otmpr6?refresh_ce ). Episodi che hanno costretto molte famiglie a lasciare le proprie case e che mostrano come la retorica dell’emergenza e dell’invasione, quando diventa linguaggio politico ordinario, possa tradursi rapidamente in violenza sociale.

Si pensi, per tornare in Italia, alla proposta di legge di iniziativa popolare recentemente depositata – significativamente intitolata “Remigrazione e Riconquista” – che punta a un inasprimento generale delle politiche migratorie: revoca della cittadinanza per naturalizzazione in caso di condanne, abolizione della protezione speciale, restrizioni al ricongiungimento familiare, potenziamento delle espulsioni e istituzione di un “Programma nazionale di Remigrazione” per favorire il rientro degli stranieri regolarmente presenti (https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5700000 ). È un segnale ulteriore di una tendenza culturale che considera la mobilità umana non come un fenomeno da governare con equilibrio, ma come una minaccia da contenere con strumenti sempre più rigidi.

Un modello estremo di questa logica è offerto dagli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha avviato deportazioni verso Paesi terzi africani anche per persone riconosciute “a rischio di persecuzione”: un’attivista iraniana è stata trasferita nella Repubblica Centrafricana, da dove potrebbe essere rimandata in Iran (https://www.avvenire.it/mondo/gli-usa-deportano-unattivista-iraniana-nel-centrafrica-i-legali-e-in-pericolo_109662 ). La logica è quella di spostare altrove il problema e la responsabilità, riducendo persone reali a mere variabili amministrative: una dinamica che richiama quanto Hannah Arendt ebbe a definire come la “banalità del male”.

Non è un caso che il Rapporto TAI si chiuda proprio con una sua citazione: «Il vero pericolo non è che il mondo diventi disumano, ma che l’uomo si abitui a viverci dentro».

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