Nel suo recente viaggio in Spagna, in occasione del discorso pronunciato l’8 giugno alle Cortes, il Congresso dei Deputati spagnoli, Papa leone XIV ha ricordato il contributo offerto 500 anni fa dalla Scuola di Salamanca e in particolare dal domenicano Francisco De Vitoria, a formare una coscienza giuridica e morale capace di riconoscere l’esistenza di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, dell’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli, del fatto che ogni essere umano è soggetto di diritti e doveri.
De Vitoria è stato un abile e notissimo Maestro di teologia che, a partire dalle problematiche nuove che il suo tempo e le vicende storiche presentavano, si impegnò a ricercare le soluzioni che più rispondessero sia alle esigenze del Vangelo che a quelle della filosofia e del pensiero umano, contribuendo a una nuova elaborazione filosofica nei campi dell’economia morale e del diritto internazionale, di cui è ritenuto uno dei padri. Egli affrontò le questioni di attualità con un metodo rigoroso basato sull’uso attento della ragione nelle questioni di fede, il ricorso costante alla Sacra Scrittura, il ritorno ai Santi Padri e agli autori della Scolastica, raggiungendo un equilibrio difficilmente riscontrabile in altri teologi.
Nella sua riflessione elabora una nozione di Legge naturale che si allontana progressivamente dall’intellettualismo scolastico per individuarne il fondamento ultimo nella volontà divina, che ordina razionalmente la creazione secondo i fini che gli sono propri e guida le azioni degli uomini con l’aiuto illuminante della Rivelazione. Nell’articolare poi il rapporto tra Legge naturale e Legge umana, nel corso delle sue lezioni tra il 1533 e il 1537 (successivamente raccolte nel De Legibus) compie il fondamentale passaggio teorico da una concezione oggettiva a una concezione soggettiva del diritto, che si preciserà nel 1539 nella Relectio de Indis.
Le conquiste dei nuovi territori ponevano infatti interrogativi inediti sul piano morale, politico e giuridico, circa la titolarità di diritti degli indigeni del Nuovo Mondo; la legittimità del loro assoggettamento con la forza; l’esistenza di un’autorità universale del Papa o dell’Imperatore tale da giustificare la conquista delle loro terre. A tali questioni De Vitoria rispose con un approccio innovativo, che anticipava alcuni principi fondamentali del diritto internazionale contemporaneo. Per lui la Legge naturale dà all’uomo il diritto alla proprietà, alla libertà di movimento, alla libertà di religione, alla conservazione della propria vita; diritti il cui fondamento di titolarità e legittimazione è in ultima analisi l’uomo stesso in quanto creatura razionale creata a immagine e somiglianza di Dio, dotata di una dignità che è il termine primo ed ultimo di ogni potere e dominio. Per questo sostenne che gli abitanti delle Americhe erano veri proprietari delle loro terre e dei loro beni e che possedevano una piena dignità umana; essi non erano schiavi per natura né privi di ragione, come alcuni sostenevano per giustificare la conquista, al contrario, erano titolari di diritti naturali che derivavano dalla Legge naturale e che dovevano essere rispettati.
Con tali tesi, per la prima volta un autore europeo di grande prestigio riconosceva che la dignità e i diritti fondamentali appartengono a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla religione, dalla cultura o dal grado di sviluppo della loro società, offrendo una delle prime categorizzazioni complete del diritto soggettivo e contribuendo a porre le basi di una concezione universale del diritto, per cui a giusto titolo possiamo affermare di trovarci di fronte al precursore della moderna concezione dei diritti umani.

Francisco de Vitoria
Allo stesso modo, per De Vitoria il diritto delle genti (ius gentium) deriva direttamente dal diritto naturale. Egli attribuisce agli stati il ruolo di soggetti del diritto internazionale e afferma il principio della naturale comunicazione e consociazione fra i popoli, come principio generale di diritto naturale che orienta lo jus gentium. In nome di un’universale parentela che accomuna tutti i popoli, tale diritto rende gli scopritori proprietari delle cose che non sono di nessuno. Di conseguenza, gli Spagnoli, al pari degli altri popoli conquistatori, erano sì legittimati a rivendicare il pieno diritto a stare nei territori delle Indie, purché non appartenenti agli indigeni, non arrecassero danni e anzi si prodigassero per il progresso materiale e il riscatto morale delle popolazioni del Nuovo Mondo.
Proseguendo nella riflessione, sostiene che l’Imperatore non può essere considerato come un dominus totius orbis (signore di tutto il mondo) né il Papa come detentore di una plenitudo potestatis (pienezza del potere) negli affari temporali. Rifiuta di riconoscere lo jus inventionis (il diritto di scoperta) come legittimo presupposto di conquista, affermando altresì come la giusta preoccupazione per la propagazione della fede cristiana non possa di per sé assurgere a motivo di guerra giusta e sostenendo che peccati come il cannibalismo e i sacrifici umani, commessi dai nativi del Nuovo Mondo, non potessero stimarsi quali motivazioni idonee a giustificare una guerra.
L’influenza di Francisco de Vitoria si estese ben oltre il suo tempo. Le sue idee furono sviluppate da altri autori della Scuola di Salamanca e contribuirono alla formazione del pensiero giuridico moderno. Per questo, legittimamente, sebbene le sue teorie siano legate al contesto culturale e religioso del XVI secolo, De Vitoria è ricordato come uno dei primi pensatori ad aver concepito l’esistenza di una comunità internazionale fondata sul rispetto della dignità umana, sulla limitazione del potere politico e sulla validità universale di determinati diritti.

