Il mondo moderno segnato dal secolarismo, dall’umanesimo ateo e dal complesso delle “libertà moderne”

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          Voltaire e Rousseau sono guidati dal                                Genio della Ragione

È bene, anzitutto, chiarire il termine “mondo moderno” che ha un significato storico e ideologico. Storicamente designa la “età moderna” che in Occidente va dalla fine del Medioevo – e più specificamente dal Sei-Settecento – alla metà del XX secolo. Ideologicamente, designa la corrente di idee nuove di libertà, di uguaglianza, di tolleranza, di nazionalismo, di razionalità, di progresso, ispirate all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese che è divenuta dominante nell’Ottocento ed è poi è entrata in crisi nella prima metà del Novecento. In questo senso, “mondo moderno” si oppone sia al mondo medievale, cioè al modo di sentire e di pensare che fu proprio del Medioevo, sia all’ancien régime. Il “mondo moderno” nel senso ora detto, non ha una precisa data di nascita, ma si può vedere la sua origine più lontana nell’Umanesimo rinascimentale e nella Riforma protestante, e quella più immediata in una serie di “rivoluzioni” avvenute nel Seicento nei campi più diversi: nella filosofia con Cartesio (+ 1650), e Spinoza (+ 1677), nella scienza con Galilei (+ 1642), nella politica con Hobbes (+ 1679), nel diritto con Grozio (+ 1645), nella religione con Herbert di Cherbury (+ 1648), con Locke (+ 1704), con Toland (+ 1722).

Con queste “rivoluzioni”, infatti, avveniva un capovolgimento radicale rispetto al passato: nel campo filosofico si affermavano il soggettivismo e il razionalismo; nel campo scientifico veniva respinto il principio di autorità e la scienza veniva fondata sull’esperienza e sulla sperimentazione; nel campo politico si affermava l’assolutismo statale, nel campo giuridico il giusnaturalismo, e nel campo religioso la tolleranza, il deismo e la religione naturale.

Il mondo moderno è dunque nato nel Seicento, ma si è sviluppato nel Settecento con l’Illuminismo e con la Rivoluzione francese. Come è noto, l’Illuminismo fu un vasto movimento di pensiero che da un lato mostrava avversione e disprezzo per il passato, considerato come un tempo di ignoranza e di tenebre, e dall’altro vedeva nella propria epoca l’era dei “lumi”. Fu cioè caratterizzato dalla piena fiducia nella capacità della ragione di diradare con i suoi “lumi” le tenebre dell’ignoranza e le nebbie del mistero che offuscano lo spirito umano, e di rendere migliori e più felici gli uomini, liberandoli dall’ignoranza e dall’errore. Abbattendo il principio di autorità, che consiste nell’accettare qualcosa come verità e valore in base a un’autorità che l’affermi come tale, l’Illuminismo mirava a liberare lo spirito umano dalle superstizioni e dai pregiudizi d’ogni genere, in particolare dai dogmi religiosi, e a far sì che si governasse unicamente con la ragione e con la scienza.

La Rivoluzione francese proclamò nel 1789 gli “immortali principi” dell’uguaglianza e della libertà, affermando nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (artt. 1, 10, 11) che “gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei loro diritti” e che “ogni cittadino può parlare, scrivere e pubblicare liberamente” e “nessuno può essere molestato per le sue opinioni, anche religiose”. Soppresse poi il regime fondato sul previlegio feudale, di cui godevano i nobili, promosse la libertà d’iniziativa e di commercio, abolendo le corporazioni e le associazioni professionali. Dopo i tentativi di tornare all’ancien régime fatti dalla Restaurazione nella prima metà dell’Ottocento, con le rivoluzioni del 1848 i principi della Rivoluzione francese ebbero il sopravvento, cosicché nella seconda metà dell’Ottocento il “mondo moderno” ebbe il suo massimo trionfo: la fiducia assoluta nella scienza, l’idea del progresso indefinito e inarrivabile, il culto per la libertà sostenevano l’impegno della società per creare un avvenire radioso per l’umanità.

Il “mondo moderno”, giunto alla sua espressione più completa nella seconda metà dell’Ottocento, si connota per caratteri essenziali. Il primo è il “secolarismo”: il “mondo moderno” è un mondo secolarizzato. Il processo di secolarizzazione, cioè il progressivo distacco di tutte le realtà terrestri – cultura, filosofia, scienza, diritto, politica, morale – dalla religione e il rifiuto dell’autorità e della tutela della Chiesa, si è approfondito fino a diventare secolarismo, cioè negazione di Dio e della religione, lotta alla Chiesa e laicizzazione di tutta la vita umana.

Il secondo carattere del “mondo moderno” è l’umanesimo. Solo l’uomo – a esclusione di Dio – è padrone e arbitro del suo destino e può disporre di sé e del mondo come meglio gli piace o come gli è più utile. Solo la ragione umana – al di fuori di ogni rivelazione soprannaturale – è la norma della verità – solo la volontà – a esclusione di ogni legge divina – è la norma di ciò che è bene e di ciò che è male.

Il terzo carattere del “mondo moderno” è la fiducia riposta nella scienza e nella tecnica come strumenti di progresso e di benessere per l’uomo e come fonti di conoscenza: cioè, il progresso scientifico-tecnico assicurerà all’umanità un avvenire migliore; solo ciò che è scientificamente provato è vero e solo ciò che è attingibile con i metodi e gli strumenti della scienza è reale: da qui il positivismo antimetafisico e agnostico, in forza del quale Dio e l’anima umana, non essendo scientificamente dimostrabili, non esistono o almeno non si può dire nulla di essi: Ignoramus et ignorabimus.

Il quarto carattere del “mondo moderno” è il soggettivismo, cioè il primato del soggettivo sull’oggettivo, la prevalenza del soggetto sull’oggetto, la dipendenza dell’oggetto sul soggetto. Non c’è una verità oggettiva e assoluta, ma la verità è fatta dal soggetto, sia empirico-individuale, sia universale-trascendentale. I beni e i valori sono creazioni e determinazioni del soggetto. Dunque, verità e bene sono relativi all’uomo e cambiano con il cambiare dell’uomo nella storia.

Il quinto carattere del “mondo moderno” è il pluralismo, cioè l’esistenza di opinioni diverse e contrastanti su tutti i problemi – politici, morali, religiosi – aventi tutte uguale diritto di esistere, di farsi valere e di propagarsi, senza essere sottoposte a discriminazioni. In altre parole, il pluralismo significa che la società – e per essa lo Stato – non riconosce una religione, una morale, un sistema politico come unicamente veri e quindi non li protegge e non li privilegia, tollerando l’esistenza degli altri, ma permette che tutti possano esistere con eguali diritti, senza privilegi per nessuno, e che tutti possano fare propaganda, senza essere impediti dall’autorità pubblica. Il pluralismo comporta quindi l’indifferentismo religioso, per cui non c’è una “vera religione” che meriti per tale motivo un trattamento privilegiato, ma tutte le religioni sono di uguale valore.

L’ultimo, ma anche il più importante e qualificante carattere del “mondo moderno” è il culto della libertà, considerata come un valore assoluto e che si esprime nelle forme più diverse: libertà di coscienza, libertà di pensiero, libertà di stampa, libertà di associazione. Per il “mondo moderno”, l’uomo è essenzialmente libero: la sua libertà non è limitata se non dalla sua volontà e dall’esercizio della libertà degli altri. Non c’è nessuna norma o legge che si imponga a lui dal di fuori, da parte di Dio e della Chiesa. Ci sono e ci devono essere certamente norme e leggi, ma queste provengono dalla libera volontà dell’uomo e dalla società che si impongono leggi e norme d’azione; ma l’autorità di esse non proviene dal fatto che sono espressioni di una volontà divina e trascendente, ma dal fatto che sono espressione di una volontà popolare.

Il “mondo moderno” è dunque segnato dal secolarismo, dall’umanesimo ateo, dallo scientismo, dal positivismo, dall’agnosticismo, dal soggettivismo, dal razionalismo, dal relativismo, dallo storicismo, dal pluralismo, dall’indifferentismo religioso, dalla libertà e dalle sue espressioni – libertà di coscienza, di pensiero, di stampa, di associazione – che hanno preso il nome complessivo di “libertà moderne”.

Tuttavia, non si comprenderebbe il “mondo moderno” se non si considerasse che esso, a differenza del mondo antico e medievale, è industriale e urbano. Ci sono stati anche nel Medioevo periodi di sviluppo industriale, sia pure di tipo artigianale; ma essi hanno avuto carattere episodico e non hanno comportato trasformazioni tali da incidere profondamente sul tessuto sociale. Invece, l’industrialismo, che è nato in Inghilterra verso la metà del Settecento e poi si è diffuso negli altri Paesi europei dapprima lentamente e, poi, nella seconda metà dell’Ottocento, con crescente rapidità e grande ampiezza, è stato un fenomeno che ha trasformato drasticamente il modo di pensare, di vivere di tutta la popolazione.

L’urbanesimo, anzitutto, ha prodotto il progressivo passaggio della manodopera dalla campagna alla città, la quale è divenuta il centro della produzione, dell’amministrazione, dello sviluppo culturale e civile, in particolare degli organi di stampa, con un’enorme capacità d’irradiazione sulla campagna.

L’urbanesimo ha poi prodotto il fenomeno della divisione del lavoro capitale e quindi della nascita e la crescita d’una nuova classe sociale, la classe operaia e proletaria, che vivendo in condizioni di lavoro durissime e precarie è subito entrata in conflitto con la grande borghesia industriale, padrona degli strumenti di produzione, da qui la nascita e lo sviluppo del movimento operaio, sorto per la difesa dei lavoratori e organizzatosi in leghe, in sindacati, in partiti politici operai con una propria ideologia, il socialismo, e una propria forma di lotta, lo sciopero.

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Francesco Romano

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