L’articolo è la sintesi di una riflessione teologica, tenuta lo scorso 18 maggio ai confessori della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, presso la Sede del Capitolo Metropolitano Fiorentino.
Come mai in un tempo in cui l’io è così radicalmente accentuato nell’odierno scenario culturale, il sacramento della confessione, dove l’io del credente è totalmente coinvolto, continua a non essere al centro della vita cristiana? Questa domanda, che con parole diverse è apparsa qualche tempo fa in un libro di un prete molto seguito sui social, vuole far emergere un certo paradosso culturale, ma al tempo stesso nasconde una certa ambiguità: sembra, infatti, che il sacramento della riconciliazione sia il sacramento dell’io, il sacramento dell’individualità.
Questo modo di cogliere il sacramento può nascere anche semplicemente dal modo in cui esso viene celebrato. Mentre, infatti, la celebrazione degli altri sacramenti mostrano con maggiore evidenza la propria dimensione ecclesiale, la riconciliazione sembra invece far emergere soprattutto la dimensione più intima e riservata di ogni uomo e donna, come se fosse semplicemente un luogo e un tempo all’interno del quale ciascuno cerca di sciogliere quei nodi interiori che non gli permettono di “gettarsi” totalmente in Dio. Questa visione individualistica del sacramento dipende per lo più dal modo di comprendere l’esperienza del peccato, per cui quest’ultimo, riguardando ciò che di più intimo ci sia nella vita di ognuno, viene perdonato da Dio in modo altrettanto intimistico. Ciò che più può disturbare, in questa visione, è la presenza del terzo, del presbitero, che si interpone tra il penitente e Dio.
Giovanni Paolo II scriveva al n. 16 dell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia (1984): «Il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri. È, questa, l’altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi. […] Si può parlare di una comunione del peccato, per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana».
Potremmo descrivere quanto affermato da Giovanni Paolo II con l’immagine dei vasi comunicanti: riempiendone uno si riempiono anche gli altri; svuotandone uno, si vuotano anche gli altri. Questa visione comunitaria del peccato prende avvio nel momento in cui si comprende la Chiesa, non come una collettività formata da singoli io, ma come un “noi”, a cui ciascun io appartiene senza perdere, ma anzi rafforzando la propria specifica identità. E come l’appartenenza al “noi” non elimina la singolarità del singolo, così il riconoscere la costitutiva tensione comunitaria del proprio peccato non oblia la propria responsabilità personale.
Al tempo stesso, il singolo io in qualche modo esprime il “noi” a cui appartiene: sia l’io del penitente, sia l’io del confessore. C’è, infatti, una dimensione comunitaria anche nel presbitero, non soltanto per la sua appartenenza al presbiterio, ma anche in quanto egli agisce in persona Christi, e Cristo opera sempre come Capo dell’intera Chiesa.
I Praenotanda sottolineano fortemente la dimensione ecclesiale della riconciliazione dei penitenti e l’intervento in essa dell’intera Chiesa: «Tutta la Chiesa,
in quanto popolo sacerdotale, è cointeressata e agisce, sia pure in modo diverso, nell’attuale opera di riconciliazione» (n. 8). Ciò che opera il sacramento, inoltre, attraverso il perdono dei peccati, va a ristabilire quella comunione infranta, colpita e ferita dal peccato del singolo. La Lumen Gentium parla della penitenza come del sacramento in cui i fedeli ottengono «il perdono delle offese a Lui arrecate e la riconciliazione con la Chiesa che hanno ferito col loro peccato» (n. 11). Dunque, una riconciliazione simultaneamente con Dio e con la Chiesa. In questo senso la dimensione comunitaria di questo sacramento è data anche dal fatto che porta ad una “comunità” riconciliata. Il recupero della dimensione comunitaria della penitenza non è una lettura sociologica di un’esperienza puramente intimistica e spirituale, ma è radicata nella struttura più profonda del mistero cristiano. La creatura è ontologicamente relazionale, proprio in quanto trova in Dio Trinità la sua origine, il suo orientamento e la sua costante condizione di possibilità. Mentre il peccato segna la rottura di una relazionalità costituita sin dal principio, il sacramento della penitenza si presenta come un evento ecclesiale efficace, capace di inverare nella quotidianità del singolo e dell’intera comunità cristiana una comunione infranta.

