Il 15 luglio ricorre la memoria liturgica di san Bonaventura da Bagnoregio, frate minore francescano, quindi ministro generale dell’ordine, infine cardinale. Già questo che abbiamo appena ricordato, basterebbe a far cogliere almeno intuitivamente la rilevanza storica ed ecclesiastica di colui che era nato a cavallo tra la seconda e la terza decade del XIII secolo e morì durante il secondo Concilio di Lione del 1274 (quel Concilio che non vide la partecipazione dell’altro tra i due dioscuri del secolo d’oro della Scolastica, Tommaso d’Aquino, morto mentre si stava dirigendo verso la città francese). Nostra intenzione, in questa sede, è quella di far apprezzare alcuni elementi fondamentali della sua figura e, così facendo, rendere conto anche delle parole del titolo di questo articolo, che potrebbero restare altrimenti un po’ criptiche.
Radicalità evangelica e sua istituzionalizzazione. Diciamo subito che Bonaventura può ben rappresentare la stagione della regolazione di un ordine nato (o meglio sarebbe dire: esploso…) a partire dall’esperienza di Francesco. Vicenda misteriosa come poche, quella della costituzione dell’ordine dei frati minori; come rivela il celebre luogo del Testamento, laddove il Poverello di Assisi mostra, alla fine della vita, lo stupore ancora in lui presente per il fatto che la sua esperienza (“sua”, cioè non pensata in vista di un ordine) era stata seguita da tanti: «il Signore mi dette dei fratelli». Fu il Signore a donare dei fratelli a Francesco, ma questo accadde perché alcuni videro in lui la realizzazione del Vangelo; suprema attrattiva della radicalità, che al tempo della disillusione che oggi viviamo, apparirà ancora più sorprendente. Ebbene Bonaventura giunse a governare l’ordine al tempo in cui esso era ormai diffusissimo, giacché i frati che seguivano l’insegnamento di Francesco erano ormai migliaia e migliaia; ma la maturità religiosa di Bonaventura avvenne nel momento in cui anche si presentavano le prime crepe alla comunione francescana, con l’emergere di divisioni in fazioni, secondo una modalità che accompagnerà a lungo la storia dell’ordine.
Quello fu il momento di Bonaventura, il momento in cui egli fu ministro generale dell’ordine: un momento difficile, perché allo slancio
iniziale subentrarono problemi, tensioni, divisioni che spettò a Bonaventura affrontare. L’ordine viveva quello che spesso vivono le nuove esperienze religiose: la necessità di assestarsi, di inverarsi nella realtà concreta, di stabilizzarsi. È un po’ quella situazione posta tra carisma e istituzione di cui ha trattato per definizione Max Weber. Il governo di Bonaventura scelse due strade per ristabilire l’unità nell’ordine. La prima, decisiva, venne scelta dal Capitolo generale dell’ordine che si tenne a Narbona nel 1260: quel Capitolo che sotto la guida di Bonaventura emanò le Costituzioni Narbonesi, sorta di risistemazione di tutta la legislazione emanata nei decenni precedenti per la regolazione della vita minoritica. L’altra strada percorsa, forse ancora più celebre, fu il compito che lo stesso Capitolo del 1260 affidò a Bonaventura: quello di redigere un’agiografia ufficiale di Francesco, che sarà poi nota come la Legenda Maior. Fermiamoci solo un attimo su questo: Bonaventura e la gerarchia dell’ordine hanno la percezione che la presenza di più agiografie di Francesco siano il riflesso di diverse visioni che le fazioni francescane avevano del Poverello di Assisi. In altri termini, ritengono che l’unità dell’ordine passi anche attraverso l’uniformità della rappresentazione agiografica di Francesco. In quest’ottica si comprende anche la decisione presa al Capitolo generale di Parigi del 1266 di distruggere le copie delle agiografie pubblicate prima della Legenda Maior.
Cristologia e ispirazione agostiniana. Dopo aver trattato di Bonaventura a riguardo della sua posizione all’interno dell’ordine minoritico in un tornante decisivo della storia francescana, proviamo, seppur brevemente, a tratteggiare alcuni aspetti della sua teologia. Bonaventura appare come il Magister per eccellenza del primo secolo francescano; verrà poi il tempo di Duns Scoto e di Guglielmo d’Occam, ma quella è l’epoca segnata dal magistero del Dottore Serafico. La sua teologia appare fondata su un’idea di Rivelazione divina che gli studi di Ratzinger (quelli della tesi per l’abilitazione alla docenza) hanno reso familiare a tanti teologi di oggi: un’idea che dice che non c’è Rivelazione divina, senza qualcuno a cui si rivolga quella stessa Rivelazione. La sua teologia è segnata da una ritrosia programmatica all’accettazione della metafisica aristotelica: ma, come hanno mostrato gli studi più profondi, si tratta di una reazione negativa di facciata (forse per marcare la distanza con la teologia domenica e tommasiana in specie), perché anche Bonaventura ha subito l’influenza della metafisica dello Stagirita. Soprattutto, la sua teologia è fortemente cristocentrica, si struttura attorno al mistero di Cristo, considerato non solo come il Verbo incarnato, ma anche come il Verbo che soggiace a tutta la creazione e come il Verbo che è spirato dallo Spirito in noi: si tratta della dottrina del triplice Verbo di Bonaventura: Verbum increatum (nella creazione), Verbum incarnatum (Gesù di Nazaret), Verbum spiratum (nella nostra vita e nella vita della Chiesa).
Al di là delle peculiarità bonaventuriane come nella dottrina del triplice Verbo, questa centratura della sua teologia nel mistero di Cristo, pare forse anche il punto più radicale dell’ispirazione agostiniana della teologia di Bonaventura.

