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Clemente Romano. Roma, la Chiesa, il papa

di Francesco Vermigli · Molti dubitano che la storia sia magistra vitae, ma quello che possiamo almeno dire è che essa è incredibilmente ironica, dal momento che talvolta riesce a creare collegamenti assolutamente originali e inaspettati. Il 23 del mese di novembre la Chiesa ricorda uno dei primi papi, quel Clemente che terminò la propria vita in esilio a Cherson; la Chersoneso Taurica fondata da coloni greci tra il VI e il V sec. a.C. Ora il nome già crea nella mente di chi legge inattesi collegamenti, dal momento che il nome di Cherson si è ampiamente diffuso in questi ultimi tempi. E anche se la città di cui si tratta nei media di oggi è un’altra rispetto a quella antica, è evidente che quando fu fondata nel XVIII sec. la città ucraina prese il nome dall’antica colonia greca. La quale, invece, era collocata in Crimea, a poca distanza da Sebastopoli… altra città che, mentre scrivo, rivendica una notorietà, causata da attacchi di droni, di navi colpite… e tante altre cose che provengono dalle mille e complicate vicende di una guerra.

Ora, è evidente che Clemente quando giunse in Crimea, non avrebbe mai immaginato che quei nomi e quei territori avrebbero avuto ben altra notorietà a distanza di quasi due millenni. Ma, ci piace sottolineare come la storia davvero crei collegamenti inaspettati. Comunque, certamente Clemente non è noto principalmente per aver terminato la propria vita come martire in Crimea.

Cosa possiamo dire allora di Clemente? Possiamo dire innanzitutto – come attesta anche la testimonianza liturgica del Canone detto “Romano”: “Lino, Cleto, Clemente…” – che Clemente è stato il terzo successore di Pietro. Poi c’è una questione che la rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino ha posto nuovamente all’attenzione; una questione su cui la storiografia non ha mai trovato concordia, in verità: l’ipotesi che Clemente, cioè, sia stato il primo vescovo di Roma a rinunciare al ministero. Vogliamo piuttosto fermarci su due altri aspetti fondamentali della vita e della produzione letteraria di papa Clemente: l’immagine di Chiesa che ci trasmette la sua opera e il significato che viene riconosciuto a Roma all’interno della Chiesa universale. Come noto, a Clemente sono state attribuite varie lettere, ma solo la Prima alla Chiesa di Corinto è autentica.

In questa lettera, innanzitutto, viene trasmessa un’immagine di Chiesa dal tratto fortemente unitario. Una Chiesa che punta all’armonia, una Chiesa che mira ad una vita concorde. Un’ispirazione unitaria che pare un tratto davvero significativo della dottrina di Clemente, ma che a ben vedere pretende estendersi lungo tutta la storia della Chiesa. Sulla scia di Clemente e della sua preoccupazione per l’unità della Chiesa si porranno altri giganti della storia antica cristiana: su tutti Ireneo di Lione, recentemente elevato da papa Francesco al rango di Dottore della Chiesa con il titolo di doctor unitatis. Una Chiesa certamente armonica, perché armonico è il cosmo, creato e voluto armonico da Dio. Una Chiesa una, perché uno è Dio e uno è il Salvatore di tutti gli uomini. Ma a ben vedere, si tratta di un’ispirazione ben più risalente nel tempo, se le medesime tematiche si rintracciano in Ef 4,4-6. Il principio di unità è alla base della fede cristiana. Mirare all’unità nella Chiesa significa dunque compiere atti coerenti con l’identità più profonda della Chiesa stessa. Non solo: questo slancio unitario ben presto travalica i confini strettamente ecclesiali, per diventare nella Lettera di Clemente preghiera per coloro che detengono il potere, che hanno nelle loro mani la pace, il bene, la concordia.

Vi è però un altro tema che pare sia da sottolineare; e che, a ben vedere, rientra nell’ambito del medesimo appello all’unità: mi riferisco al ruolo che viene riconosciuto alla Chiesa di Roma all’interno della Chiesa universale. Si potrebbe dire che Roma è strumento di unità nella Chiesa. Perché possiamo affermare questo? Si nota nel fatto che Clemente si rivolga ad una Chiesa sorella, la Chiesa di Corinto; perché fa parte della Chiesa di Roma la sollecitudine per tutte le chiese sorelle. Per questo Roma è strumento di unità: la sua opera di armonia e unità nasce da una sollecitudine e dalla carità, non dalla volontà di potenza o dal privilegio. Come si ricorderà, parole simili si rintracciano in un Padre della Chiesa di fatto contemporaneo allo stesso Clemente: quell’Ignazio di Antiochia che definì Roma come la Chiesa che presiede alla comunione tra le Chiese, che presiede alla carità.

A distanza di così tanto tempo, c’è da chiedersi se questi punti così centrali nella Lettera di Clemente non possano avere ancora qualcosa da dire alla Chiesa di oggi. Riflettiamo proprio sull’invito accorato all’unità. Innanzitutto, come forse sempre è stato, è della Chiesa dei nostri tempi un anelito all’unità che si scontra con fatti, che tendono spesso alla frantumazione e alla separazione. L’unità appare oggi più che mai come un bene che non può essere barattato con nulla: perché uno è Dio, uno è Cristo, una è la fede, così una dovrà essere la Chiesa.