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Fiducia e accoglienza: lo stile per un’elaborazione della fede

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

di Alessandro Clemenzia · Il viaggio apostolico di Papa Francesco a Cipro e in Grecia (2-6 dicembre 2021) ha rappresentato, in qualche modo, un ritorno alle origini dell’esperienza cristiana, lì dove la tradizione ebraica si è incontrata con la cultura ellenistica, facendo nascere qualcosa di veramente nuovo. Nel suo discorso rivolto, nella Cattedrale di San Dionigi ad Atene (4 dicembre 2021) ai vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e catechisti, il Papa ha sottolineato la centralità di quell’incontro, in assenza del quale non si sarebbe potuto comprendere lo sviluppo dell’Occidente: «Senza la poesia, la letteratura, la filosofia e l’arte che si sono sviluppate qui, non potremmo conoscere tante sfaccettature dell’esistenza umana, né soddisfare molte domande interiori sulla vita, sull’amore, sul dolore e anche sulla morte».

Per questo ad Atene si è in qualche modo inaugurato un “laboratorio per l’inculturazione della fede”: oltre ai Padri che hanno offerto il loro prezioso contributo, e continuano ad essere un punto di riferimento per la Chiesa di ogni tempo, Francesco si è soffermato soprattutto sulla figura di san Paolo, colui «che ha sintetizzato quei due mondi». Dell’episodio narrato dagli Atti degli Apostoli, quando l’apostolo fu condotto all’Areopago, il Papa ho indicato alla Chiesa di Atene due atteggiamenti, che possono fungere da guida per l’attuale elaborazione della fede.

In primo luogo la fiducia. Il contesto, all’interno del quale Paolo ha predicato nella capitale greca, è stato certamente caratterizzato da una condizione di avversità a causa del contenuto del suo annuncio. Di fronte all’accusa di creare disordini per la nuova “dottrina” che stava diffondendo, Paolo si è trovato a vivere una situazione di minoranza: eppure è andato avanti, «preferendo l’inquietudine delle situazioni inattese all’abitudine e alla ripetizione». Questo coraggio, spiega il Papa, nasce dalla fiducia in Dio, capace di operare proprio attraverso le proprie piccolezze. E qui, rivolgendosi ai vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e catechisti, il Papa ha mostrato come Dio conduca la storia proprio attraverso la piccolezza e la semplicità dei gesti umili: «a noi, come Chiesa, non è richiesto lo spirito della conquista e della vittoria, la magnificenza dei grandi numeri, lo splendore mondano. Tutto ciò è pericoloso. È la tentazione del trionfalismo». La logica che, invece, deve animare l’azione della Chiesa si può rintracciare in quel piccolo granello di senape, capace di crescere e di diventare un albero (cf. Mt 13,32); oppure in quel lievito, che agisce dal di dentro del mondo fermentando nel nascondimento. Si tratta, dunque, di una Chiesa chiamata a vivere la dinamica del Regno di Dio, «contenuto nelle cose piccole, in ciò che spesso non si vede e non fa rumore». Soltanto in questa logica si possono comprendere le parole di Paolo rivolte ai Corinti, nate proprio dalla sua experientia fidei: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini»; «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1,25.27).

Francesco spiega come una Chiesa minoritaria, quale quella odierna, non significhi essere insignificante o inconsistente: la dinamica della kenosi vissuta da Cristo, il quale – come afferma Paolo – «svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7), discendendo «fino a nascondersi nelle pieghe dell’umanità e nelle piaghe della nostra carne», deve essere assunta fino in fondo dalla Chiesa.

Il secondo atteggiamento di Paolo all’Areopago di Atene sul quale Francesco si è soffermato è l’accoglienza, come disposizione indispensabile per l’evangelizzazione: è il «non voler occupare lo spazio e la vita dell’altro, […] imparando anzitutto ad accogliere e riconoscere i semi che Dio ha già posto nel suo cuore, prima del nostro arrivo». Si tratta di riconoscere la presenza di un Dio che precede la nostra semina. E questo ha delle importanti implicazioni sull’evangelizzazione, in quanto quest’ultima non consiste nel riempire uno spazio vuoto nell’interlocutore, ma nel portare alla luce ciò che Dio ha già compiuto in lui. Basti ricordare le parole dell’Apostolo: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione “A un dio ignoto”» (At 17,22-23). Si tratta di riconoscere l’azione di Dio nel proprio interlocutore, seppure viva una religiosità fatta di idoli. Uno stile di Chiesa propositivo, dunque, e non impositivo. Questo atteggiamento di accoglienza nasce da uno sguardo di Paolo sulla realtà, capace di riconoscere l’azione dello Spirito Santo nel cuore di ogni uomo e donna. Come è scritto in Evangelii gaudium, «la grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (n. 115).

Lo stile dell’evangelizzazione, dunque, deve essere animato dalla fiducia e dall’accoglienza. «La sfida – spiega ancora il Papa – è elaborare la passione per l’insieme, che ci conduca – cattolici, ortodossi, fratelli e sorelle di altri credo, anche fratelli agnostici, tutti – ad ascoltarci reciprocamente, a sognare e lavorare insieme, a coltivare la “mistica” della fraternità».