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Il paradosso della felicità

di Leonardo Salutati · Ormai da tempo vi è un generale consenso degli addetti ai lavori riguardo all’evidente limitatezza del calcolo del Pil (Prodotto interno lordo: misura del valore dei beni e servizi finali prodotti in un anno) di un paese come indice segnaletico dello sviluppo, in quanto limitato alla sola crescita quantitativa. Per questo nella letteratura economica sta sempre più avendo importanza un ambito di ricerca riguardante lo studio di ciò che definisce e determina il benessere, il vivere bene e la felicità.

L’interesse in questo campo si è acceso a partire dal 1974, quando il demografo americano Richard Easterlin pubblicò un saggio in cui veniva analizzata la relazione tra ricchezza pro-capite e benessere soggettivo. La ricerca accertò che all’aumento di reddito e benessere economico, la felicità umana aumenta fino ad una certa soglia oltre la quale, paradossalmente, la correlazione positiva tra Pil e felicità tende a svanire. Addirittura ulteriori aumenti di reddito determinano una riduzione della felicità.

La scoperta di questa regolarità empirica che verrà chiamata “paradosso di Easterlin”, ha provocato la nascita di un vero e proprio filone di indagine su quelle che sono le determinanti del benessere integrale delle persone, le loro aspirazioni, le opportunità, le libertà, i fattori genetici, la qualità delle loro relazioni che, oltre al reddito, influenzano il senso di soddisfazione che ogni soggetto sperimenta rispetto alla sua vita, approntando nuovi e diversi strumenti di misurazione del benessere.

Tra l’altro l’esperienza della pandemia che stiamo vivendo ha messo in luce un ulteriore “paradosso”, sul quale la riflessione è tutt’ora in corso. Nell’anno della pandemia, il 2020, l’Italia ha sofferto un calo del PIL dell’8,9%, a fronte del quale, però, secondo i dati ISTAT si è registrata una leggera crescita di coloro che dichiarano di essere molto soddisfatti della loro vita (dal 43,2 al 44,5 per cento). Dato che trova supporto anche nelle stime del World Happiness Report, in base alle quali gli indici di soddisfazione di vita sono positivi per la maggioranza dei paesi presenti nell’indagine.

Tra gli osservatori più attenti a tale fenomeno vi è chi rileva che l’essere umano è cercatore di senso prima di essere massimizzatore di utilità e che l’ultimo passo della soddisfazione e pienezza di senso è l’orientamento a un fine che appassiona (L. Becchetti). Gli studi più recenti chiamano tutto questo “generatività”, ovvero combinazione di creatività e capacità d’impatto positivo della propria vita sulle vite altrui. In questo senso la “generatività” si propone di affrontare la sfida di costruire società in grado di fornire opportunità di realizzazione e fioritura di vita al più ampio numero possibile di persone.

Infatti, gli “Indici di benessere multidimensionale”, oggi sempre di più riferimento dell’azione di economisti e politici (dai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite al sistema degli Indicatori del Bes, benessere equo e sostenibile, in Italia) hanno un limite sostanziale nel fatto che, la misurazione di reddito, salute e istruzione, non è in grado di rendere ragione della complessità della realtà e del fatto che, nonostante un soggetto consegua un livello ottimale di reddito, salute e istruzione, può comunque passare la giornata sdraiato sul divano e non essere felice. Per questo, alla misura della quantità di beni e servizi prodotti e agli indicatori di benessere multidimensionale dovrebbero essere aggiunti gli indici di “generatività” quali, per es., la capacità di promuovere creazione di imprese e organizzazioni sociali, longevità attiva, politiche per la riduzione dei “Neet” (Neither in Employment or in Education or Training: è l’acronimo per indicare i giovani tra i 15 e i 29/35 anni, non impegnati nello studio, lavoro o formazione), in grado di segnalare il livello ottimale della ricchezza di senso del vivere (L. Becchetti, 2021).

È indubbiamente un approccio socio-economico di grande importanza, alla luce soprattutto dell’attuale visione neoliberista, economicista, individualista ed utilitarista, tuttavia l’orizzonte proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa è molto più ricco. Senza considerare gli approfondimenti successivi che arrivano fino all’attuale Pontefice, già Gaudium et spes nel 1965 parlava di uno sviluppo che andasse oltre le dimensioni quantitative.

Ovvero, uno sviluppo a servizio «dell’uomo integralmente considerato tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa» (n. 64); che «deve rimanere sotto il controllo dell’uomo. Non … abbandonato all’arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune nazioni più potenti» (n. 65); che coinvolga «ogni uomo e ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o continente» (n.64), mettendo «fine ad ogni disparità, per rispondere alle esigenze della giustizia e dell’equità, nel rispetto dei diritti personali e dell’indole propria di ciascun popolo» (n. 66); che garantisca a «tutti i cittadini … il diritto e il dovere – e il potere civile lo deve riconoscere loro – di contribuire secondo le loro capacità al progresso della loro propria comunità» (n. 65).

Il tutto nella piena coscienza che le cose create dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle soltanto con riferimento al Creatore, diversamente «l’oblio di Dio rende opaca la creatura stessa» che addirittura «senza il Creatore svanisce» (n. 36). Infatti «il progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini» (n. 37), però solo l’incontro con Cristo, «fine della storia umana» (n. 45), «sazierà sovrabbondantemente di felicità il cuore degli uomini» (n. 39).