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Jaime Luciano Antonio Balmes y Urpiá

di Giovanni Campanella · L’occasione di questo scritto è data da un regalo di mia madre: un vecchissimo libretto trovato in una bancarella. Il libretto è un po’ malconcio; il tempo lo ha staccato in due pezzi tra la pagina 16 e la pagina 17, la prima di copertina è macchiata presumibilmente da goccioloni di acqua e il dorso perde continuamente minuscoli pezzi. Tuttavia, è uno scritto molto interessante: risale al 1855, è edito dall’Associazione Cattolica di Genova ed è stato stampato dallo Stabilimento Tipografico Ligustico (primo piano del Palazzo Tagliavacche della Salita Santa Caterina). Ovviamente è scritto in un italiano antico (a tratti divertente) ma è la seconda edizione italiana di una traduzione dell’originale spagnolo. Ho trovato su Internet l’intera prima edizione italiana, edita a Lucca dalla Tipografia Baroni nel 1849, (vedi).

Il titolo in italiano è Osservazioni sociali politiche ed economiche sui beni del clero. Il titolo originale è invece Observaciones sobre los bienes del clero. Il piccolo libretto è stato scritto da don Jaime Luciano Antonio Balmes y Urpiá nel 1840.

Giacomo” (come viene chiamato nel mio libretto) Balmes nacque in Catalogna, nella citta di Vich, vicino a Barcellona, il 28 agosto 1810. Morì a soli 38 anni, il 9 luglio 1848, nella stessa città di Vich. Ebbe quindi una vita breve ma intellettualmente molto intensa. Era un presbitero, filosofo, teologo, apologista e scrisse anche trattati di politica. Ferratissimo sul pensiero di san Tommaso d’Aquino, fu un filosofo originale e non inquadrabile in una corrente o scuola particolare. Un secolo dopo la sua morte, fu qualificato principe dell’apologetica moderna da Pio XII. Balmes fu anche professore di matematica a Barcellona. Intraprese vari viaggi in Europa. In uno di questi, giunse in Belgio dove conobbe mons. Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci (1810-1903), suo coetaneo (ma ebbe una vita assai più lunga) e futuro papa Leone XIII (fu eletto nel 1878). Agli inizi del 1900 furono fondate a Barcellona la Biblioteca Balmes e la Fundació Balmesiana, tra i cui scopi principali c’è quello di diffondere le idee e la filosofia di Jaime Balmes.

Ciò che spinse Balmes a scrivere l’opuscolo di cui trattiamo fu la volontà di contrastare la terza desamortización (in italiano “confisca”), detta anche desamortización di Mendizábal. A partire dal 1836, Mendizábal, ministro della reggente Maria Cristina di Borbone, iniziò un processo di confisca delle proprietà “improduttive”, ecclesiastiche e degli ordini religiosi; sebbene l’intento proclamato fu quello di avvantaggiare tutto il popolo, alla fine se ne giovò soprattutto l’oligarchia dei possidenti terrieri. La storia di queste confische spagnole nell’800 “e dintorni” mi sembra ben sintetizzata da Wikipedia:

«Molti quadri e libri dei monasteri furono venduti a prezzi bassi e finirono all’estero, anche se gran parte dei libri furono destinati alle biblioteche pubbliche o universitarie. Restarono abbandonati numerosi edifici di interesse artistico con la conseguente rovina degli stessi (principalmente conventi e monasteri), altri furono destinati ad usi civili. La desamortización dei conventi alterò il modello di città. In molte città, i terreni e gli edifici religiosi, ricchi di giardini, furono soppiantati da edifici più elevati con un più intenso sfruttamento del suolo. Molti antichi edifici religiosi furono trasformati in edifici pubblici, altri furono demoliti per l’apertura di nuove strade o per allargare le preesistenti, altri ancora furono trasformati in chiese parrocchiali o, venduti all’asta, passarono in mani private. Di fatto fu inferto un durissimo colpo alla vita religiosa del paese, soprattutto alla vita monastica, che in Spagna aveva avuto una millenaria tradizione» (vedi).

Incursioni di mani esterne su beni ecclesiastici ci sono sempre state nella plurimillenaria storia della Chiesa. Forse però avvennero in modo sistematico e rigoroso a partire dal ‘700, dall’epoca dei lumi e dalla Rivoluzione Francese. A un fiorentino potrebbero venire in mente le manovre del granduca Pietro Leopoldo nella seconda metà del ‘700; tuttavia esse in realtà erano mosse dall’intento di riorganizzare allo suo stesso interno il patrimonio ecclesiastico (ad esempio, tutto il complesso di San Frediano al Cestello fu sì tolto ai Cistercensi ma per finire poi nelle mani dell’Arcivescovo, che ci trasferì il Seminario Maggiore Arcivescovile fiorentino). Più nette e disinvolte furono le sottrazioni durante la Rivoluzione Francese, poi sotto Napoleone e i suoi satelliti e sotto i Savoia.

Nel suo breve scritto, Balmes ripercorre sinteticamente la storia della Chiesa, evidenziando i benefici che questa ha apportato con le sue proprietà alla società da Costantino in poi. La Chiesa è composta da peccatori, anche da grandi peccatori…. da uomini fragili, talvolta moralmente fragilissimi. Ma siamo sicuri che gli svantaggi siano stati in numero superiore rispetto ai vantaggi? È stato soccorso un numero incalcolabile di indigenti, infermi e deboli, per non parlare della grande opera di istruzione delle masse. Le proprietà garantiscono stabilità e indipendenza, necessarie per dare continuità alle proprie opere e per non rimanere succubi di eventi e personalità negative (ciò d’altra parte non è bastato perché, anche dopo le persecuzioni anticristiane dei primissimi secoli, molti papi hanno dovuto subire prigionie e/o peggio). Di fronte alla ferocia distruttiva delle invasioni barbariche, monasteri e istituzioni ecclesiastiche sono state talvolta l’unico argine alla deriva umana, morale e culturale. Molta cultura non cristiana del passato è stata conservata grazie alla difesa e al lavoro di membri della Chiesa. Nel Medioevo, il potere ha corrotto anche svariati esponenti delle istituzioni ecclesiastiche ma, altre volte, alcune personalità della Chiesa sono stati anche qui il solo muro contro lo strapotere di certi grandi feudatari. Con l’emergere del protestantesimo, il quadro si fa oggettivamente più frastagliato e complicato.

Balmes denuncia gli incalzanti attacchi alle proprietà del clero. Talvolta si offrono indennizzi risibili. Spesso certe chiese sono tutt’altro che ricche, oberate da debiti. Riguardo a questo, Balmes ritiene che Mendizábal abbia fatto figurare un minore ammontare del deficit del clero rispetto al valore reale. Avverte che queste confische non porteranno benefici al popolo ma aumenteranno la disparità di ricchezza, che sarà appunto concentrata nelle mani di pochi grandi capitalisti. Sul finire, il nostro prete spagnolo avanza un dubbio: non sarà che queste confische renderanno più fragile il diritto di proprietà in generale? Potrebbe accadere che questi provvedimenti si ritorcano contro i loro stessi fautori. Qualcuno più in basso nella scala sociale rispetto ai governanti borghesi del tempo (questi governanti borghesi collegavano la Chiesa ai nobili e all’ancien régime che volevano rovesciare) potrebbe decidere in futuro di usare la stessa logica espropriativa con chi sta sopra.

«Lo meditino ben bene quegli uomini delle classi elevate, que’ ricchi proprietari, quei grandi mercadanti dai quali dipenderà sicuramente che si porti ad effetto lo spogliamento del clero. Se disprezzate occasione sì opportuna ad impedirlo, come è quella che vi offre il trovarvi sugli scanni delle Cortes, e nel momento in cui il governo va a consultare quale sia su di ciò la vostra volontà, se lo provocate, se’l consentite, e se in alcuno dei torbidi della rivoluzione si alzano un dì migliaia di braccia armate di pugnale, con la face e la teda incendiaria, se a nome della libertà, della eguaglianza, della utilità pubblica, del miglioramento delle classi inferiori, della maggior circolazione, della più equa ripartizione delle ricchezze, si lanciano su i vostri capitali e averi, che direte loro? Al tribuno che capitaneggi la turba feroce, qual risposta darete, quando vi ricordi egli ciò che faceste col clero? La sua logica sarà terribile perché poggierà sul proprio vostro esempio: Io vi spoglio, ma voi me lo avete insegnato» (pp. 160-161)